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Full text of "Antologia; giornale di scienze, lettere e arti"

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http://www.archive.org/details/antologiagiornal07vieu 




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Storia dell^gutrra de' treni' anniy di Federigo Schil- 
tER, tradotta ih italiano da Antonio Benci . Tomi 
2 in 8. di fogli 36. Firenze tipogr. Pezzati. 182:^. 
Prezzo L. i o, e L. 12 in carta distinta . 

Neir Antologia fu già annunziata come prossima 
la pubblicazione di questa istoria ; essa è di presente 
stampata ed è vendibile a questo gabinetto scientifico 
e letterario^ e presso i principali librai . Non appartie* 
ile a noi fare elogio di questo volgarizzamento stante- 
che r editore ed il volgarizzatore cooperano ambedue 
air Antologia , il primo come direttore e proprietario, 
il secondo come scrittore . Il merito dell' opera dello 
Schiller è già conosciuto ; di quello della versione ita- 
liana la&ceremo al pubblico il giudicio . 



ANTOLOGIA 



LUGLIO, AGOSTO, SETTEMBRE 

1822. 



TOMO SETTIMO 



^i 



FIRENZE 

AL GABINETTO SCIENTIFICO E LETTERARIO 

DI G. P. VIEUSSEUX 



TTPOGRJFIJ ^ 

DI LUIGI PEZZATI 

MDCCCXXIL 




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^^ "^K- 









ANTOLOGIA 



N. XIX. Luglio 1822, 



SCIENZE MORALI E POLITICHE 



DISCORSO IWEDITO 



DI NICCOLO MACCHIAVELLI (') 

Parole da dirle sopra la provvisione del danajo: fatto 
prima un poco di proemio e di scusa . 

X ulte le città, le quali mai per alcun tempo si ao- 
viKf governate per principe soluto^ per ottimati, o per 



(*) Nella privata biblioteca della nobile, e chiarissima famiglia 
fiorentini! de' Ricci erede dei beni, e degli scritti dell' immortai 
jNiccolò Machiavelli un amatore delle patrie ricchezze letterarie 
esaminando quei pregevoli manoscritti autografi del segretario 
Fiorentino, si è imbattuto in un discorso, o più t )sto abbozzo 
di discorso che questi tenne diivanti ai signori di Balia : col quale 
ei li consiglia da pari suo di quello eh' era da farsi nella par- 
tirohire situazione del comune, e ne' suoi generali rapporti con 
le diverse potenze italiane. Siccome non abbiamo trovato edito 
questo pezzo in alcuna delle edizioni da noi consultate , crew 
diamo far cosa grata ai nostri leggitori d' adornarne il corrente 
quad vno dell' Antologia . Si trova nella predetta biblioteca Rie- 
ciana ed è all' ultime pagine del Voi. II. intitolato lettere e com^ 
Tìiissiotti delle opere manoscritte di JN. Machiavelli . 



popolo, come si governa questa ^ hanno avuto (i) per 
di f'en sione loro le forze mescolate colla prudenza; perchè 
questa non basta sola, e quelle o non conducono le cose^ 
o condotte non le mantengono. Sono dunque queste 
due cose il nervo di tutte le signorie che furono (2) o 
che saranno mai al mondo; e chi ha osservatole muta- 
zioni de' regni, le mine delle Provincie, e delle città, non 
le ha vedute causare da altro che dal mancamento delle 
armi , o del senno. Dato che le Prestanze vostre mi 
concedano (3) questo esser vero coni' egli è, seguita di 
necessità che voi vogliate che nella vostra città sia Tuna 
e r altra di queste due (4) cose , e che voi ricerchiate 
bene, se le ci sono, per mantenerle, e se le non ci sono, 
per provederle. E veramente io da due mesi indietro (5) 
sonò stato in buona speranza che voi tendiate a questo 
fine ; ma veduto poi tanta durezza vostra , resto tutto 
sbigottito. E vedendo che voi potete intendere e vedere, 
e che voi non intendete né vedete quello di che, non 
d' altro , si maravigliano i nemici vostri , mi persuado 
che Iddio non ci abbia ancor gastigati a suo modo, e che 
ci riserbi a maggior flagello (G). 1-ja cagione che da due 
mesi indietro mi faceva stare in buona speranza era lo 
esempio che voi avevate avuto ('7) per il pericolo corso 
pochi mesi sono, e l'ordine che dopo quello avevate 
preso; perchè io vidi come perduta Arezzo e le altre 
terre, e dipoi recuperate^ voi desle (8) capo alla città, e 

(i) Hauto 

(2) Fumo 

(3) Concedi no 

(4) Dna 

(5) Indreto 
{6)Fragello 

(7) Ài'evi hauto 
[6] Desti 



credetti voi aveste (g) conosciuto che per non e' essere 
«è forza «è prudenza avevate portato pericolo, e stimai 
come voi avevate dato qualche luogo alla prudenza per 
virtù di questo capo, doveste (io) ancora dare luogo 
alla forza . Credettero (i i) questo medesimo i (12) no- 
stri eccelsi signori: crederonlo tutti quegli cittadini che 
si sono tante volte affaticati invano per mettervi uà 
provvedimento innanzi. Né voglio disputare se questo, 
che corre ora, è buono o nò; perchè io né presto fede a 
chi vi si è trovato ad ordinarlo , ed a chi dipoi lo ha 
approvato: desidererei bene che ancora voi foste (i3) 
della opinione , e né prestaste (i4) ^^àe a chi vi dice 
che gli é necessario ; E di nuovo vi replico che senza 
forza le città non si mantengono, ma vengono al fine 
loro ; e il fine è o per desolazione , o per servitù . Voi 
siete stati presso , quest' anno , a V uno e V altro , e vi 
ritornerete se non mutate sentenza , io ve lo protesto : 
non dite poi; e' non mi fu detto. E se voi rispondeste; 
che ci bisognano forze ? (i5) noi siamo in protezione 
del Ré; i nemici nostri sono spenti^ il Valentino non ha 
cagione d'offenderci: vi si risponde, tale opinione non 
potere essere più temeraria; perchè ogni città ogni stato 
debbe riputare inimici tutti coloro^ che possono sperare 
di poterle occupare il suo, e da chi ella (16) non si può 

{cj)Havessi 
(io) Dovessi 

(11) Credettono 

(12) e 
(i3) Fussi 
[i/^) Prestassi. 

(i5) Abbiamo creduto necessario pel retto andamento del 
discorso V apporre il segno d' interrogazione; oppure bisogne*^ 
rehbe leggere cbe NO^ ci bisognano forae . 

(16) Lei 



e 

difendere . Ne fu mai uè signorìa ne repubblica savia 
che volesse ( 1 7) tenere lo stato suo a discrezione d'altri, 
o che tenendolo le paresse averlo sicuro (18). Non c'in- 
ganniamo a partito; esaminiamo un poco bene i casi no- 
.stri , e cominciamo a guardarci in seno. Voi vi trove- 
rete disarmati, vedrete i sudditi vostri senza fede: e ne 
avete pochi mesi sono fatto la esperienza . Ed è ragione 
che sia cosi: perchè gli uomini non possono e non deb- 
bono essere fedeli servi di quello signore, dal quale non 
possono essere né difesi riè corretti. Come voi gli avet» 
potuti o potete (19) correggere, lo sa Pistoja, Romagna, 
Barga ; i quali luoghi sono diventati nidi e ricettacoli 
ci' ogni qualità di latrocinii . Come voi gli avete potuti 
difendere, Io sanno lutti que' luoghi che sono stati assal- 
tati : né vi veggendo ora più ad ordine che vi siate stati 
per lo addietro, dovete credere che non hanno mutato 
uè opinione né animo: né gli potete chiamare vostri 
sudditi, ma di coloro che sieno i primi ad assaltarli . 
Uscitevi ora di casa e considerate chi voi avete intorno. 
Voi vi troverete in mezzo di due o di tre città^ che de- 
siderano più la vostra morte che la loro vita. Andate 
più là, uscite di Toscana, e considerate tutta Ilalia: voi 
la vedrete girare sotto il Re di Francia, Viniziani, Papa, 
e Valentino. Cominciate a considerare il Re. Qui biso- 
gna dire il vero , ed io lo vo' fare . Costui , o e' non ara 
altro impedimento o rispetto che il vostro in Italia, e 
qui non è rimedio; perchè tutte le forze, tutti i prove- 
dimenti non vi salveriano; o egli ara degli altri impe- 
dimenti, comesi vede che gli ha, equi si ha rimedio o 
non rimedio secondo che voi vorrete, o non vorrete. Ed 



(17) Volessi 

(i8ì Gliene paressi aver sicuro 

(19) Posruti , o pouUe 



7 
il rimedio è, fare d'essere in tale ordine di forze, ch'egli 

abbia in ogni sua deliberazione ad avere rispetto a voi, 
come agli altri d' Italia, e non dare animo con lo stare 
disarmati ad un potente di dover darvi al Re in preda: 
né dare occasione al Re, che vi abbia a lasciare fra i 
perduti, ma fare in modo che vi abbia a stimare, n^ 
altri abbia opinione di soggiogarvi. Considerate ora i 
Viniziani : qui non bisogna affaticarsi molto; ogni uom» 
sa r ambizione loro, e che debbono avere da voi centot- 
tantamila ducati, e cb'eglin' aspettano tempo, e che gli 
è meglio spenderli per far loro la guerra, che darli loro, 
perchè v'offendano (20) con essi: Passianìo al Papa e 
al duca suo . Questa parte non ha bisogno di comento : 
ogni uomo sa la natura e l'appetito loroquaFe' sia, e il 
procedere loro come gli è fatto, e che fede si può dare 
e ricevere. Dirò sol questo che non si è concluso con 
loro ancora appuntamento alcuno, e dirò più là^ che 
non è rimaso per noi. Ma poniamo che si concludesse 
(21) domani : io vi ho detto che quelli signori vi fieno 
amici , che non vi potranno offendere , e di nuovo vel 
dico; perchè fra gli uomini privati le leggi, le scritte, 
i patti fanno osservare la fede, e fra i signori le armi . 
E se voi diceste ; noi ricorreremo al Re : E' mi pare an- 
che avervi detto questo , che tuttavia il Re non fia in 
attitudine a difendervi^ perchè tuttavia non sono quelli 
medesimi tempi ; né sempre si può mettere mano sulla 
spada d'altri, e però gli è bene averla allato, e cigner- 
sela quando il nemico è discosto : che altri non è poi a 
tempo , e non trova rimedio . E' si debbe molti di voi 
ricordare quando Costantinopoli fu preso dal Turco. 
Queir Imperadore previde la sua ruina; chiamò i suoi 

' ' " ' ■ I » I II II 

(20) OJfandino 



è 

cittadini non potendo con le sue entrate ordinarie prov- 
vedersi; espose loro i pericoli: mostrò loro i rimedi: 
e' se ne fecero (22) beffe: la ossidione venne: quelli 
cittadini che avevano (23) prima poco stimato i ricordi 
del loro signore, come sentirono suonare le artiglierie 
nelle loro mura, e fremere lo esercito de' nimici, cor- 
sero (24) piangendo all'Imperadore con grembi pieni di 
danari; i quali egli (25) cacciò via, dicendo; andate a 
morire con codesti danari, poiché voi non avete voluto 
vivere senz'essi. 

Ma e' non bisogna ch'io vada(26)in Grecia per li 
esempi, avendoli in Firenze. Di settembre nel 5oo il Va- 
lentino partì con gli eserciti suoi da Roma. Nò si sapeva 
se doveva passare in Toscana o in Romagna: stette sospesa 
tutta questa città per trovarsi sprovvista, e ciascuno 
pregava a Dioche ci desse tempo. Ma come e' ci mostrò 
le spalle per alla volta di Pesaro, e che pericoli non si 
videro (2^) presenti , si entrò in una confidenza teme- 
raria : dimodoché non si potè mai persuadervi a vincere 
alcun provedimento , né manco che non vi fosse (28) 
posto innanzi^ e così ricordati e predetti tutti i pericoli 
che dipoi vennero : i quali voi ostinati non credeste 
(29) infino a tanto che in questo luogo ragù nati ai 26 
d'aprile 1' anno 5oi sentiste la perdita di Faenza , e 
vedeste le lacrime del vostro Gonfaloniere che pianse 

(2 1 ) Concludessi 
[■21^ Fecìono 
(•23) Havhio 
(24) Corsono 
(2.5) Lui 
(iG) Vadia 
[i'j)Viddono 
(28^ Fussi 
(29) Creduti 



9 
sopra la incredulità e durezza vostra, e vi costrinse ad 
aver compassione di voi medesimi. Né foste a tempo; 
perchè dove avendolo vinto innanzi sei mesi se ne sa- 
rebbe latto frutto, vincendolo sei di innanzi, poteste 
operar poco per la salute vostra ; perchè ai 4- ^i niaggio 
voi sentiste a Firenzuola essere i' esercito nemico. Tro- 
vossi in confusione la città: cominciaste a sentire i me- 
riti della durezza vostra ; vedeste ardere le vostre case 
predare la roba , ammazzare i vostri sudditi, menarli 
prigione , violare le vostre donne, dare il guasto alle 
possessioni senza potervi (3o) fare alcun rimedio . E a 
coloro che sei mesi innanzi non aveano voluto concor- 
rere a pagare 20 ducati, ne furono tolti loro 200, e i 20 
pagarono in ogni modo. E quando voi dovevate ac^usaf e 
la incredulità ed ostinazione vostra, voi ne accusavate la 
malizia de' cittadini e V ambizion degli Ottimati; come 
coloro che errando sempre non vorreste mai avere erra- 
t-Oj e quando vedete il sole non credete mai ch'egli ab- 
bia a piovere, come interviene ora : e non pensate che 
in otto giorni il Valentino può essere con V esercito in 
sul. vostro, e i Veneziani in due giorni. Non considerate 
che il Re è appiccato co' Svizzeri in Lombardia, e che 
non ha ancor ferme le cose sue (3i) né con Laraagiia , 
ne con Spagna, e eh' egli ò al di sotto nel reame. Non 
vedete la debolezza vostra a stare cosi né la variazione 
della fortuna . Gli altri sogliono diventare savi per li 
pericoli de' vicini , voi non rinsavite per li vostri: non 
prestate fede a voi raed—jiiiù : non conoscete il tempo 
che voi perdete , e che voi avete perduto , il quale voi 
piangerete ancora e senza frutto^ se no;i vi mutate d' o- 
pinione; perdi' io vi diaò che la fortuna non muta sen- 

(3o) Sanza possenti 
(3i) Sua 



IO 

lenza dove non sì muta ordine . Né i cieli vogliono , o 
possono sostenere una cosa che voglia ruinare ad ogni 
modo : il che io non posso credere che sia veggendovi 
Fiorentini liberi , ed essere nelle mani vostre la vostra 
libertà. Alla quale credo che' voi avrete quei rispetti che 
ha avuto sempre chi è nato libero , e desidera viver 
libero . 

Pel Modo di rendere utile V Istruzione Elementare 
dei poveri 

V hoaor« et j' applaudis aux nobles efforts qu' onl fail et que 
font encore plasieurs csprits géuérenx poiir douner de l* in» 
struction aux enfans du piovre; loin de voaloir arrèter 
leur zòle, je ferai tout ce qui sera eii mon ponvoir poar en 
augmeater la ferveur; mais je voudrais la diriger de ma- 
nière à ce qu'ils enrichisseat réellenieot le sol qu'ils ont l'io- 
teotioD de culttver. 

\ 
BéMiLTON, Principes élementaires d'EducatioH 

Voi. a. lett. 9. 

Che i costumi pubblici abbisognino di riforma, e 
la pubblica educazione di soccorso, non v'è chi lo neghi. 
Ma quanto questa possa influire in quelli, e quanto l'istru- 
zione de' giovanetti della classe indigente possa giovare 
a' costumi, non è conosciuto da tutti : o almeno non si 
fa generalmente ciò che sarebbe necessario per mostrar- 
sene persuasi, e per aggiungere al convincimento proprio 
la prova dei fatti a persuasione di tutti . Io ho spesso 
rivolto lo sguardo alle pubbliche scuole di carità, e 
molte cose ho ammirato in alcune, moltissime ne ho 
desiderate nelle altre, e mi è venuta quindi volontà di 
esporre agli amici di questi preziosi stabilimenti quel- 
lo che aveva veduto e pensato. Se iin giornale non è par- 
ticolarmente il mezzo di comunicazione di ogni utile 
consiglio, è assai poca cosa: ed io mi servo di questo mez- 



IV 

20 perche le mie osservazioni intorno aìristruzioiie tie» 
iiìcnLare de' poveri o s'accol^^auo o si correggano. Non vi 
sia chi mi creda per questo o desideroso di (iiaia, o mos- 
j»o da quella boria che è il perenne e larghissimo patri- 
monio deori^noranti: io cerco il bene de^^ii uomini e non 
di me stesso; la semplicità delle mie idee lo mostra assai: 
ed il rispetto e l'amore, con cui saranno accolte da me 
le correzioni che per questa medesima via mi giunge- 
ranno, lo renderanno chiarissimo. 

Io vorrei che si attendesse con gran cura al maestro, 
a'discepoli, ed alle cose che si trasmettono da quello a 
questi e che formano la materia delT istruzione : e in 
questa triplice cura confido che si troverebbe quel che si 
cerca, e che il coslume pubblico della istruzione degl'in- 
digenti ne trarrebbe gran giovamento. So che il mae- 
stro dovrebbe essere scelto tra mille: e che moltissimi, 
che si credono capaci di questo peso, giudicano troppo 
favorevolmente delle loro proprie forze. So che il mae- 
stro deputato da una comunità a formare le nienti 
de'giovanetti, è fjrseilpiù geloso magistrato di essa co- 
munità : che egli dee quindi riunire la rocjnizione degli 
uomini e delle loro passioni, delle loro f )rze e eie loro 
difetti, e sapere in un modo acconcio profittare di quel- 
lo che è in essi, e procurare ciò che ad essi manca, e va- 
lersi di quegli stimoli che meglio rispondono ai partico- 
lare talento d' ognuno . So che dovrebbe egli essere 
penetrato altamente delle funzioni importanti che la 
società gli con fida, e compreso d'una somma apprensione 
della grandezza de' suoi doveri, onde studiare notte e 
giorno le vie più facili e più sicure per giungere al suo 
gran fine, che è il perfezionamento dell'intelletto e della 
volontà ne' suoi discepoli. So che un amore vivo del 
proprio stato è a lui necessario^ come a tutti quelli che 



12 

sono incaricati di gravi impieglii, a fine di sostenersi col- 
la forza di questo amore vivace tra le dilììcoltà, e sforzarsi 
eiììcacemente di riparare ciò che l ozio, l'ignoranza e la 
pratica empietà de' costumi abbrutiti lia corrotto , colia 
opposta forza dell' istruzione^ dei lavoro, della religione: 
e so che tutto questo è difficile a ritrovarsi in un uomo. 
Ma so egualmente che le resistenze delle masse brute si 
vincono colla forza, e quelle delT uomo colT amorevo- 
lezza, e che se nella nostra bella Toscana naturalmente 
gentile si prodigano le cortesie agl'istitutori de' poveri^ 
in altri luoghi almeno più rozzi e più agresti queste poca 
si praticano co' maestri del pubblico e spesso si la- 
sciano inosservati e in dispregio , mentre sudano e 
faticano pel bene comune . Ma se in alcune contra- 
de di Europa i meschini maestri de'poveri son costretti 
a fare per impero di necessità ciò, che per forza di vir- 
tuosa elezione fa il bravo Vehrìi ad Hotfenwil: voglio 
dire a mangiare il duro pane e bere l' acqua fresca dei 
loro alunni: poiché il pubblico non può dar loro nulla di 
meglio, perchè colle carezze , col rispetto, col decora 
del posto, che non costano affatto nulla, non si consola- 
no almeno e si rinfrancano questi uomini preziosi al- 
la città? Perchè non si ve^orouo allato ai rettori delle 
case pubbliche, non si chiamano nei pubblici consigli 
municipali, non s' incoraggiano a ben fare colle parole, 
se mancano i fatti? Costa dunque tanto una parola, una 
lettera di commendazione, un segno di stima e d'appro- 
Tazione? O vogliam dire che l' educazione de' poveri si' 
stimi bassa cosa da non avere il prezzo di sì lievi re- 
tribuzioni? Che guadagnerà la comunità, ove si avvili- 
scano col disprezzo i pubblici istitutori? Mi torna a men- 
te, quando io penso a ciò, la risposta di quel fdosofo che 
al padre di famiglia^ che proponeasi per Teducazionc di 



i3 

sao figlio di comprare a poche dramme uno schiavo, bru- 
scamente rispose: fa pure! tu ne avrai due! Amici de- 
gli uomini , rifate colle tenere vostre cure i maestri 
de poverelli del non meritato dispregio. Onorategli, soc- 
.corretegli, ringraziategli a nome del pubblico: mostrale 
loro che vivono nel cuore di tutti i buoni e che vivran- 
no sempre nella memoria degli uomini. E mentre atten- 
dete a dare impulso all'elezioni, affinchè cadano su tali 
che alla capacità uniscano la rettitudine di una volontà 
veramente risoluta a fare il bene nell'insegnamento o a 
rettificarne i difetti, porgete i vostri aiuti a perfeziona- 
re coloro, in cui il pubblico suffragio non fosse stalo 
pienamenle determinato dal merito, e pensate a serbare 
gelosamente il bene acquistato che a profitto comune 
volgerassi in meglio per conseguenza di queste cure. 

Ma se i pubblici consigli debbono rivolgersi verso 
il maestro, onde egli sia rettamente scelto e piiì retta- 
mente conservato, non dobbiamo affatto perdere di vista 
i discepoli , onde eccitare in essi e rendere attiva la po- 
tenza che hanno d'istruirsi e conservare i frutti deirec- 
citarnento rettamente promosso . 

E stato detto assai volte, comunque non sempre sia 
slato inteso a dovere, che le facoltà deiruomo debbono 
essere eccitate da' suoi bisogni, il che equivale a questa 
sentenza: che o<^e non sono stimoli ad operare^ non esi- 
stendo causa d' azione, non puh questa azione ordina- 
riamente sperarsi. Se di tutte le umane azioni ciò è ve- 
ro, verissimo è poi di quelle le quali non solo mancano 
di stimolo che le preceda, ma ninno ne hanno che le ac- 
compagni: sicché la soddisfazione nelF eseguirlo vin- 
ca e compensi lo sforzo dell' intraprenderle. O che io 
m'inganno, o che tale è eminentemente queir azione che 
noi chiediamo da' fanciulletti, onde imparino a leggere. 



'4 

a scrivere ed a contare . Debbono egL'no lasciare i loro 
trastulli e porsi a segnare cifre , a pronunziare suoni, a 
riunire numeri ed a sforzarsi cosi per attendere e farsi di 
ciascuna di quelle coXe un' idea chiara e durevole, e ren- 
dere perfetta l'imitazione di quelle forme e perfetta la 
corrispondenza dei suoni coi segni, e fare tali altre cose 
che sicuramente chiedono un penoso sforzo deir intel- 
letto e un più penoso distacco da quello spettacolo con- 
tinuo e nuovo che il mondo presenta alla fanciullezza e 
che è tutto insieme un vero bisogno ed una consolazione 
dolcissima di quella età. Ora quale lo stimolo che dirige- 
rà i fanciulli a quest'azione e gli sosterrà nelle difficoltà 
che vi si rincontrano? Non un piacere attuale, perchè 
non ve n'è affatto alcuno: non la considerazione de' van- 
taggi che dalla cognizione de' numeri e delle lettere de- 
rivano nell'uomo, perchè a siffatte considerazioni la men- 
te del fanciullo è affatto straniera. Ma pure la regola è 
ormai stabilita fin dal giorno della creazione: V uomo 
non opera senza uno stimolo, senza una causa del suo ope- 
rare. Imparanoa leggere o a scrivere i sordi muti in pochi 
momenti, perchè sentono l'estremo bisogno di comunica- 
re cogli uomini, e di conoscere per loro mezzo le cose: ma 
i nostri fanciulli quanto non stentano e penano in questo 
lungo esercizio ! I veri amici degli uomini, i buoni padri 
della dottrinaci Paulet^i Bell, i Lancaster usarono l'amo- 
re, anziché la paura delle fruste servili: e con metodi 
piacevoli ed ingegnosi trasseroi figlioletti ad amare l'istru- 
zione pei modi dolci e vivaci, onde ella comunicavasi . 
Ora io vorrei che questi s'imitassero e fossimo una volta 
tutti d' accordo nel confessare che il timore d'un dolore 
è buono unicamente a ritrarre dal male , ma che l'amore 
solo puòspignere e servire di stimolo, di causa impellen- 
te a hene operare. E vorrei pure che si cessasse una volta 



i5 

da quella formula antica': cosìfeceroi nostri vecchi, e 
fecero bene: e sì cominciasse a cercare se il modo usuale 
à' insegnare sia buono, e non se regni da qualche seco- 
lo. Ora senza portare nulla di pregiudizio in favore del- 
la vecchiaia si esamini il modo usuale dello insegnare, 
certo non troveremo che risponda né ammezzi con cui si 
vuole ispirare V amore d' un'azione^ né al fine che in 
quella ci proponiamo. Noioso è il modo per cui con 
quella eterna lungaggine e de IT alfabeto da imparare a 
memoria, e delle sillabe da compitare ad alta voce per 
apprendere uu falso suono che poi bisogna dimenticare 
per il vero, e del rUevare e finalmente del pronunziare 
o cantare l'iutiera parola, s'impara a leggere: noiosissi- 
mo quello con cui a' fanciulli s' insegna lo scrivere eoa 
queir eterno ceremoniale e di positure e di modi, e poi 
di forme semplici, e poi di composte, finché arrivino a 
quella forma di grandi lettere, in cui al dire de'calli- 
gra(ì bisogna esercitarsi alcun anno prima di passare alla 
piccola ed usuale scrittura. In queste occupazioni deb- 
bono i fanciulletti vedersi scorrere davanti i mesi e gli 
anni, rimproverati e qualche volta percossi se fanno ma- 
le , non curati se fanno bene, senza che in questa penosa 
esercitazione gli animi e gli consoli o lode di parenti igno- 
ranti che quel che non sanno dispregiano, o approvazione 
di maggiori che non pongono queste minime cose tra le 
loro cure grandissime, o premio di protettori che man- 
cano , o altro stimolo che al mondo sia . In questa mi- 
sera condizione, anziché l'abitudine piacevole all' atten- 
zione, si forma una quasi invincibile avversione allo stu- 
dio; e nella alienazione dell'animo è bene da credere 
che non si perfeziona nò la facoltà di conoscere, né quella 
di ricordare le cose già conosciute. Aggiugni a ciò che per 
alcune ore di forzata e noiosa applicazione ^troppe ne 



hanno ordinariamente i fanciulli per divagarsi a mal 
tempo, poiché quando escono dal cospetto de' maestri 
accade pur troppo spesso che i genitori gli lasciano a dis- 
siparsi, a corrompersi, a depravarsi nelle pubbliche stra- 
de con ogni sorte di mali discorsi che odono, e di pessimi 
esempi, che veggono; e perdono così in una perpetua dis- 
sipazione quel pochissimo che acquistano nei brevi eser- 
cizi dell' istruzione. Il maestro meschino tesse cosi la te- 
la di Penelope, in cui disfà in un ora ciò che ei formò 
nelFaltra, ed alza il sassodi Sisifo unicamente perchè 
ricada a basso con maggior precipizio; giacche nelle ore 
dello svagamento si rindennizzanoi ragazzi, con tutti gli 
sforzi della dissipazione, di q uella specie di odiosa con- 
tenzione, in cui la scuola gli tiene. A questi mali va uni- 
ta lasoUecitudine con cui molti genitori tolgono i loro 
figli dalle scuole, sia perchè non intendono il profitto 
che possono farvi; sia perchè questo profitto non è real- 
mente così sensibile, come potrebbe essere un in diverso 
sistema ; sia finalmente perchè mandandosi i fanciulli 
degli artigiani , degli agricoltori ed anche dei mendi- 
canti alla scuola, finché non si trova il mezzo d'impie- 
gargli altrove _, se ne tolgono poi, appena i loro muscoli 
più consistenti annunziano la possibilità d' adoperargli 
a lavorare, ed anche a mendicare utilmente. Escono così 
i poveri figliuoli dalla scuola senza aver compiuta la loro 
istruzione, senza avere acquistato né arte, né gustò, né 
abitudine ad attendere: e poiché gran parte della loro 
giornata è stata passata nelF ozio e nella dissipazione, 
ritornano a casa con una tal repugnanza al lavoro, che 
bisogna variarla spesso coi mezzi brutali delle nostre 
educazioni volgari. 

Ad emendare questi danni io credo necessario ado- 
prare ogni maniera di utili stimoli da eccitar V atten- 



'7 
zione, e serbare questi stimoli^ e guardare la nascente 
facoltà (T attendere onde nel suo stesso nascere non sì 
disperda. Il primo dei mezzi per procurare questi sti- 
inoJi è nel metodo, ed io credo che il sistema Lancaste- 
riano meriti per questo riguardo la preferenza. 

L'intelligenza infatti con cui vi si alternano il mo- 
to e la quiete, gli esercizi di un genere con quelli di un 
altro, la cooperazione dei più iustruiti al bene di quelli 
che hanno fatto minori progressi, e singolarmente poi 
una certa necessità, in cui son posti tutti gli scolari di 
occuparsi in ogni momento, e quel giro di cose per il 
quale ogni scolare riceve ad ogni istante della lezione 
r istruzione che gli conviene , formano la prova intrin- 
seca della di lui utilità . Non mi hanno spaventato i 
clamori che si sono elevati contro questo metodo . 

Siccome le critiche delle scuole reciproche non in- 
vestono la sostanza del metodo, ma esaltano i pericoli 
che ne sia abusato o il danno che ne può risentire ia 
società, ove troppi sieno quelli che imparano a leggere^ 
ho creduto che stesse al governo e non ai maestri ad im- 
pedire i danni, ad allontanare i pericoli . Ed ho giudi- 
cato che quelle scuole che sono state chiuse, avessero 
dato nella loro specialità alcuna ragione di disgusto al- 
l'autorità pubblica, il che in Toscana non si verifica, poi- 
ché uomini e magistrati gravissimi concorrono a pro- 
muovere questa maniera d' istruzione . Questo metodo 
col cambiare di frequente soggetto air attenzione, col- 
r interessar tutta la scuola nell' acquisto momentaneo 
del grado di maestro, coi premii fi^equenti, e con gli stes- 
si movimenti e passi vivi ed armonici che danno un ' 
tuono vivace e disciplinato all'intiero stadio delllstruzio- 
ne, ha tentato di rompere la monotonia ed il languore 
naturale dello studio elementare , e di spargere così 
T.rJL Luglio 2 



/ 



i8 

differenti stimoli alV attenzione su tutta la scuola. Ma 
r adozione di questo metodo non è già , come forse per 
molti si crede, la sola cosa da farsi, alfmcliè i giovanetti 
indigenti sieno dolcemente spinti per via di stimoli al- 
Tattenzione: e quali debbano essere cotesti ulteriori sti- 
moli, non è difficile a dirsi. Il piacere e il dolore, l'amo- 
re e il timore sono le cause e gli effetti che soli influiscono 
sugli uomini in un'età, in cui non è da contare gran fat- 
to sul ragionamento che tragga l'uomo fuor di so stes- 
so: premii e gastighi son dunque necessarii a questo gran 
fine. JNon parlerò dei gastighi^ poiché nella privazione 
dei premi, nei rimproveri dei superiori, nello stesso 
allontanamento dalla scuola, e negli altri mezzi imma- 
ginati dai fondatori del sistema d' insegnamento re- 
ciproco, si trova sempre nelle scuole pubbliche soste- 
nule dall' autorità, il mezzo di punire con effetto senza 
ricorrere a mezzi violenti . Parliamo dunque dei pre- 
mii, e cerchiamo di trarre i fanciuUetti coi lacci dei figli 
di Adamo, che son quelli poi dell' amore . Entrando a 
parlarne dirò con quella verità che è il dovere di ogni 
scrittore, che io non penso con molli tra i pedagogici 
sul proposito degli onori, dei titoli, del primo luogo e 
dei secondo. Non conto fra i premi l' onore delle di- 
stinzioni. Perchè la superbia e l'invidia non felicitarono 
mai né l'uomo né la città: vorrei quindi che al grado di 
monitore ed ai posti di diligenza fosse annessa alcuna 
ricompensa reale e singolarmente diretta alla soddisfa- 
zione dei veri bisogni del diligente, che gli facesse vede- 
re nello studio ciò, che poi la società vuole che ognun 
\i trovi, il mezzo cioè di soddisfare ai propri bisogni. 
Il fanciullo che si vede coperto, che si trova nutrito col 
i» ulto dei propri studi, prende cosi, di buon'ora un'idea 
. giusta dell' utilità dell'occupazione, si avvezza a riguar- 



X 



'9 

darsi come capace di bastare a se stes^'o^ e singolar- 
nieiile agisce per avere ciucile desidera, e desidera sem- 
pre ciò che gli è permesso. Non si trova così in quel di- 
sordine che riprovava un filosofo: cioè che egli sia spinto 
alla virtù per mezzo del vizio, e che l'educazione morale 
debba poi correggerlo dalle funeste primizie della super- 
bia, dell' invidia, dell' egoismo, che l'educazione intel- 
lettuale gli ha isp.rato, e che sono i la :rimevoli frutti 
delle distinzioni e singolarmente di quella emulazione 
di uno contro tuttie di tutti contro uno, che è il tristo ri- 
trovato di una fallace pedagogica. Ove tutti quelli che 
corrono conseguiscono un premio, il quale non sia il mi- 
sero guiderdone d uno solo, ma Ja mercede di chiunque 
giunse al segno fissato, ove questo premio sia di cose 
necessarie alla vita che poi in sostanza sono all' uomo 
le più care, noi avremo una parte di quegli stimoli im- 
pellenti verso il bene che possono essere compiuti colle 
idee religiose, coli' approvazione dei superiori, dei gravi 
ed umani personagqji che debbono frequentemente visi- 
tare le scuole, ed informarsi dai fanciulli dei loro stulii: 
perchè è poi necessario che questi fanciulli conoscano 
che cominciano ad avere un posto nella società^ e pensi- 
no a conservarlo . 

Un' obiezione sirà probabilmente latta a questo 
progetto, desunta dalla mancanza de'fondi necessari, per 
formare questi premii frequenti, ed è di qualche consi- 
derazione. Se però è vero il principio, che il ricco è de- 
stinato a dare da vivere al povero, e che il pubblico dee 
mantener i privati indigenti, questa obiezione è fuor 
di luogo allorché si tratta di pubbliche scuole di poveri. 
Quell'uftìzio pubblico che mantiene i poveri, non è des- 
so che gli fornisce di vestimenti e di soccorsi a certi 
tempi stabiliti? Se voi visitate una scuola di poveri, gli 



20 

troverete per la maggior parte coporti coir elemosine 
della pubblica beiielicenza . Perchè dunque non si pone 
a disposizione delle pubblicbe scuole di carità almeno 
quella somma medesima cbe, a conti fatti^ si spende an- 
lìualmentedalpubbblico per quegli stessi fanciulli, onde 
si dia loro amorevolmente, come prezzo della loro atten- 
zione e virtù , ciò che loro si getta unicamente come 
sollievo della miseria ? Il pubblico vi rimetterebbe lo 
stesso di ciò che spende per alimentare Tozio mendico: 
e se il figlio del povero fusse rivestito per premio del- 
l' industria (anche se bisogna a preferenza del ragazzo 
senza direzione e senza occupazione ) in apparenza il 
pubbhco non altererebbe i suoi conti annuali, ma in so- 
stanza farebbe la maggiore dell'economie, che dee sem- 
pre consistere nell'abbreviare, colla direzione de'soccorsi 
giusta e riilessa^ il tempo della loro durata, che là s'ar- 
resta, ove il povero è educato e basta a sé stesso. Alcune 
case di poveri sentono già il frutto di questa massima 
salutare: e l'estrema diminuzione de'loro alunni mostra 
bene quanto utilmente si spende a soccorrere i poveri, 
quando d soccorso è diretto a formare la loro educazione. 
Che se il pubblico non si trovasse in istato di man- 
tenere i suoi poveri, non potrebbe egli eccitare le anime 
dei ricchi religiosi e filantropi, onde una società pri- 
vata supplisse a far ciò che il pubblico far non potes- 
se? La società d' insLruzlone britannica e straniera 
ha speso in un anno a Londra una somma esorbitante. 
I giornali dicono ciò che si faccia in Francia, e come al- 
trove si pensi in favore dell'elementare istruzione, este- 
sa ormai co' sacrifici de' privati a tutte le parti del 
mondo. Se tutte le comunità d' uno stato hanno un' 
istruzione elementare mantenuta dal pubblico, perchè 
non si dirigono gli sforzi degli amici dell' umanità a fare 



\ 



21 

un' applicazione più universale ilei metodo d' insegna- 
mento reciproco elementare? E i loro sacrifici^ anziché 
a fondare nuove scuole^ perchè non si portano a soc- 
correre e ad eccitare le scuole ^ che esistono? Ma que- 
sti sforzi sta ai deputati dell'istruzione a promuovergli; 
poiché ninno ardirebbe di venire a portar soccorsa 
nella casa d' un altro ^ né a formar lega per migliorare 
una scuola che é di pubblica ragione. Non vi sarebbe 
pericolo che repugnasse il maestro; poiché si tratta di 
scemare anzi che d'aumentare i suoi pesi: e se alcuno, 
o mal pagato^ o bisognoso si mostrasse avverso^ Tautori- 
th del comune, ed alcun premio degli amici dell' istru- 
ìiione, lo renderebbero presto benevolo e facile. Ma io ho 
trascorso per amore della mia causa i miei confini, senza 
riflettere, che dopo aver parlato degli stimoli necessari, 
mi bisognava parlare del modo di conservarli . E qui 
siamo pur persuasi che tutti gli sforzi son vani, se alle 
nostre poche ore di scuola continuano quotidianamente 
a succedere tante altre di dissipazione. Il rimedio però 
è nella cosa medesima. Ghecchesia dell'uso introdotto 
neir educazioni signorili di nutrire la mente e lasciare 
il corpo a sé stesso , onde V aluimo sappia bene usare 
delle sue idee, sebbene ignori l'uso delle sue mani, 
è però certo che il gran maestro degli animali tutti, 
il bisogno, fa del lavoro una legge indispensabile 
al povero: ed ove il padre suo non sia dell'ultima stol- 
tezza, dee fino dai primi anni alternargli l'istruzione 
della mente coU'esercizio del corpo in un arte meccani- 
ca. Cosi passando il fanciullo dalla bottega o dal campo 
alla scuola, nutrisce il corpo e lo spirito: due ore di atten- 
zione mentale sono compensate da altre due d'esercita- 
zione muscolare: scccede il cibo riparatore, e i due eser- 
cizi novellamente si alterAano: sicché l'educazione fisica 



22 

propriamente perfetta, così nella mentale sì va lormau- 
do la felice abitudine delTappIicazione della mente a eo- 
iioscere; mentre nella fìsica il corpo si abitua al lavoro 
muscolare^ le quali due abitudini per un uomo perfetto 
debbono esser quelle di tutta la vita . E' da osservare 
che solamente con questo mezzo può combattersr quel- 
la obiezione, che si fa contro gli studj dei poveri ricava- 
ta dal pericolo, che avvezzandosi alle agiate occupazio- 
nidello studio sdegnino poi le fatiche dei mestieri mec- 
canici, sicché si vegga abbandonato l'aratro il banco e 
l'incudine per i libri e le cure delli studi più signorili. 
E veramente se fìn dalla prima età si avvezzassero i fan- 
ciulli a maneggiar la penna e il martello, o frequentar 
loilìcina e la scuola^ non è da temere che o per f ambi- 
zione, come si dice, o per rinfmgardia, come io credo, 
disamino la fatica e cerchino la scuola. Può così l'alun- 
no nell^ bottega distendere al maestro i suoi conti, scri- 
vere ai suoi corrispondenti, segnargli i suoi crediti, profit- 
tando ed applicando i suoi talenti acquistati alla scuola, 
sicché l'artigiano che lo riceve ritrovi un risparnìio nelle 
sue spese. Cosi comincia il fanciullo a guadagnare una 
mercede colla mano, mentre si acquista un premio 
colla mente, e il padre rozzo così comincia ad intendere 
che non v'è un età per l'istruzione ed un altra pei' il la- 
voro, ma che l' unione di questi due elementi della edu- 
cazione è comandata dalla stessa natura nel darci un 
anima e un corpo; e che sino dalla prima età questa du- 
plice educazione può rendersi profìtievole. 

Ove però non s'intendano dai genitori questi prin- 
cipj, forza è eh e l'intendano dall'autorità, se non si vuole 
che le brevi ore della scuola elemenlare servano ài fìgli 
dei poveri di un pretesto specioso per non lavorare, e di 
una causa reale al dissipamento e alla corruttela. Non 



23 

dovrebbero quindi ammettersi alla scuola gli alunni sen- 
za giustiilcare il proprio impiego nel campo o nella bot- 
tega; ed i maestri e i protettori delle scuole dovrebbero 
in ciò accorrere al soccorso dei padri^ onde quest'impie- 
go fosse trovato. Ciò non è sicuramente difficile, sol che 
si adoperi l'influenza che su diversi artigiani esercitano 
naturalmente gli amministratori delle cose pubbliche, 
ed i privati di qualche conto, moltissimi dei quali son 
riuniti og^i in rispettabili compagnie per promuovere 
l'istruzione elementare dei poveri; e di questo dovere 
generale^ che ha il ricco di promuovere i vantaggi del- 
Findigenti si fanno un impegno piacevole. 

Vi sono degli stati in cui l'istruzione elementare è 
condizion necessaria per l'ammissione al grado d'artigia- 
no: l'autorità pubblica non manca affatto di forza per- 
che si eseguisca la legge ; e purché il principio sociale 
che l'ozio è un delitto riceva la sua applicazione, la cosa 
si fa naturalmente. Le produzioni dell' arte in certe rivi- 
ste solenni potrebbero allora figurare a canto ai lavori di 
scrittura, di calcolo e agli esperimenti della lettura,e for- 
mare con essi titolo di premio; e questo sarebbe un nuo- 
vo eccitamento, perchè fosse eseguita questa regola senzat 
di cui non esisterà mai né costume pubblico, né verM 
istruzione elementare del povero . 

Formati così il maestro e i discepoli , resta la terza 
condizione da compiere, per la quale io pensai che si do- 
vesse attendere al corpo ed alla materia dell'insegnamen- 
to, a renderlo stabile, e singolarmente rivolto al bene 
della società e dell' istruito. Se la istruzione elementa^ 
re dei poveri si limita a leggere, noi abbiamo dato aU 
alunno un istrumento potente onde perfezionare le 
intellettuali sue facoltà: ma ss tali facoltà non si 
aominciarono a coltivare avanti 6he egli acquistasse 



34 

questa maniera d istruzione, non è da sperare che si 
svolgeranno ad oggetti d'utilità. Cosi giudiziosamente 
scriveva la illustre Hamilton, e cosi pur troppo vedia- 
mo di frequente accadere; che o l'arte di leggere impa- 
rata nella fanciullezza si trascuri e si perda ^ oche si 
volga alle inezie, e spesso a false o corrompitrici dottri- 
ne. Tale dee dunque essere il metodo d' istruzione ele- 
mentare^ che alle prime notizie, le quali potremmo chia- 
mare i^ru mentali, alTuso cioè delle lettere, della scrittu- 
ra, dei numeri si unisca un tal fondo di principi da chia- 
rire Tintelletto, sicché sulle cose ordinarie della vita possa 
rettamente giudicare ed acquistar quel senso comune, 
che al dire di questa donna celebre è moneta che corre 
per tutto. A questo fine io troverei conducente al som- 
mo il dare tali insegnamenti ai poveri giovinetti, che 
divenissero in essi il germe e le nozioni fondamentali 
delle arti. Dovrebbero cosi conoscere le materie prime 
delle arti stesse, il modo di muoverle j di combinarle, 
Yorrei quindi, unita al minimo possibile di notizie di 
storia naturale tanta chimica e tanta meccanica che po- 
tesse esporsi in pochissime lezioni ne' suoi principj ve- 
ramente centrali ; e vorrei avere in pronto gran copia di 
esempi nelle macchine e nelle operazioni ordinarie del- 
le diverse offiicine; che bastasse a fondare quei principi 
e a chiaramente spiegarli per l'uso; tanta aritmetica ap- 
plicata alle cose usuali che bastasse ai calcoli comuni; e 
tanto disegno che senza vagare in linee incerte si appli- 
casse <lirettamente alle prime operazioni delle varie arti 
di costruzioni . Somma perizia delle cose per cogliere 
veramente i priucipj primi dei moti chimici e mecca- 
nici , di cui ogni regola pratica sia conseguenza, e tutte 
le operazioni esempio; somma dote di chiarezza e di 
brevità neir esporli; somma copia di esempj aggimiti^ 



25 

ecco le qualità necessarie per un libro di poche pa- 
gine che, in unione aìie lettere per i ragazzi, stampate 
per la scuola deirottimo Conte dei Bardi servirebbe per 
gli esercizj della lettura e per il coltivamento dell'intel- 
letto, in ciò che riguarda gli esercizj della vita civile. 
Connettendosi cosi di buon ora l'idea dello studio con 
quella del lavoro ^ e vedendosi come questo è diretto da 
quello e forma di quello la pratica, cesserebbero le arti di 
essere praticate con quella cieca abitudine che mai si 
corregge , e rassomiglia si bene le usanze perpetue dei 
bruti. Ma la massa dei principj regolatori della vita 
economica non dovrebbe far dimenticarci principj, che 
formano la pubblica garanzia e che regolano la volontà 
nelle azioni morali. Assai calunnie si sparsero sulF inse- 
gnamento reciproco, come se lasciasse affatto incolto lo 
spirito e non senza grato consiglio nelle ideereligliose. 
I catechismi che si pubblicarono in Toscana smentiscono 
questa calunnia: è d'uopo quindi che a questo particolar- 
mente si attenda; e mentre l'intelletto è schiarito nelle 
prime verità, e particolarmente in quel domma adorabile 
della provvidenza^ che lega la creazione colla redenzio- 
ne, debbon nascere nell'animo le dolci affezioni dell'uo- 
mo , dei cittadino e del Cristiano alla vista delle con- 
tìnue niaraviglie d'Iddio , sicché divenga immobile e 
ragionevole l'ossequio della sua fede e l'obbedienza alla 
divina società che la predica. Dovrebbero così i ministri 
del Vangelo ajutare il maestro dei poveri con quella 
carità, che è il vincolo della società civile e reli^fiosa 
e su questo domma consolatore, che stabilisce T unione 
dell'uomo con Dio, dovrebbe insistersi piucchè non si 
adopra ordinariamente. Pieni cosi della idea della loro 
dignità e dei loro dov^eri dovrebbero gli alunni lasciare 
la scuola ricchi di sani principjj alcun libro che conte- 



26 

nasse la soninia dei doveri di ogni classe, e f^^sse quasi la 
Logica del Popolo, dovrebbe essere l'estremo ricordo e 
l'ullitiio premio della scuola. Mt sembrerebbe aucbe 
utilissimo che i vincoli tra maestro e discepoli non &L 
troncassero cosi di buon ora, ma che ad im ilazione delle 
scuole festive di Baviera, in alcuni dì che la scuola si 
chiude per gli scolari, si riaprisse per gli emeriti; e in 
queliti giorni rivedendosi col maestro e tra loro ripe- 
tendo i passati esercizj, colla sensazione rinnuovata 
dei loro primi anni e delle occupazioni fanciulle- 
sche, ZVz6.yoc/a2;;o^ze ricondii cesse allo spirito i buoni e 
e sani principj e le salutari dottrine della loro istruzione 
primitiva . 
j Alcuno per avventura penserà che queste cose non 

meritavano d'essere distese per scrittole dessere sparse nel 
pubblico, perchè sono estremamente semplici e comuni 
dà immaginarsi. E veramente nulla è più semplice di 
questi precetti: Imprimete di buonora le massime sane 
che debbono guidare l'intiera vita nello spirito dei po- 
veri : mescolate loro l'istruzione della mente col lavora 
delle mani^ eccitategli col premio ad attendere e a lavo- 
rare, e procurate che tutto questo si volga in abìtadine' 
. Mvì le cose semplici sfuggono spesso per la loro sempli- 
cità, le facili si disprezzano per la loro facilità, e fiattan- 
to i nostri poveri in pratica non avvicendano da fanciul- 
letti l'istruzione col lavoro, non hanno premi se fanno 
bene, temono gastighi o biasimo se fanno male, ed i 
ministri sacri dei rifugi dei poveri ci possono dire a qual 
segno sia la loro istruzione Jiei doveri religiosi e civili . 
Facciam dunque il facile eil semplice lìnchènon possia- 
mo far meglio, e contenti al presente del poco, speriamo 
cose macjgiori, se rimossi i vizj delle istituzioni e apparec- 
chiati Al animi a bene accofjliere le buone dottrine diver- 



rà così la cn^scenle G^enernzioiie capace di più solida 
istruzione' idonea a rinforzare uiia più salda virtù . 

FILANDRO. 

FILOLOGIA 

Discorso recitato nella Società Colombaria dal 

prof. G AZZERI (*). 

Se nello scorso anno , imprendendo la prima volla a 
favellarvi, io fai con ragione sollecito d invocare i" indul- 
genza vostra , e so voi .eccedendo cortesi li slessi miei, voli, 
faceste al mio dire non meritata accoglienza , maggiore io 
sento il bisogiio della bont?! vostra in questa sera , in cui 
più arido e più spinoso campo io prendo a percorrere , seb- 
bene intenda a proseguire 1' incominciata indagine intorno 
alla giustezza delle osservazioni contenute nella Proposta 
d'alcune ai^giunte e conezioni al 'vocabolario della Crusca, 

In fatti allora una sola di tali osservazioni da me a 
bella posta prescelta, e relativa alla voce «/cu/io , mi forni 
materia bastevole a trattenervi per il tempo accordato ad 
una lezione accademica. L' interpretazione di due passi della 
divina commedia, che da altri luoghi del poema stesso ri- 
cetean luce maravigliosa , altri argomenti che sì offrivano 
a confermarne la naturale intelligenza, ed infine alcune ri- 
flessioni morali su quella urbanith e decenza, che, spesso 
obliate nella Proposta , non dovrebbero mai disgiungersi 
dalle discussioni letterarie e scientifiche, mentre mi porta- 
vano a non dir cosa che già non fosse nella mente e nel 
cuore d' ognuno di voi , mi erano sicuri garanti del vostro 
assenso , ed anche del favor vostro. 

Ora poi assumendo ad esaminare le rimanenti nume- 
rose osservazioni dirette contro il vocabolario, all' oggettp 
di rivendicar questo da molti errori indebitameute altribui- 

(*) Ved. Antologia voi. II. png. 4i^' 



28 

tìgli , e di notar (Juelli nei quali siano i acorsi i suoi cen- 
sori , mi occupa il ragionevol timore che la moltiplicitk 
delle questioni , la futilità d'alquante fra esse (giacché nulla 
si è trascurato di opporre al Vocabolario ) il torto che io 
potrei avere in alcune ^ e la poca destrezza per vincer le 
altre, anziché diletto o sodisfazione, possano arrecarvi tedio, 
contro cui nuli' altro mi lusingo poter voi confortare se non 
la sacra affezione a cosa , che è parte non ultima della 
gloria nostra, e che, ovunque ne assista ragione, è nostro 
debito far rispettare. 

udbbacaje -^ Armeggiare in significato di avvilupparsi, 
confondersi. Es. del Firenzuola — Ecco qua il Dormi. Che 
\k egli abbacando? 

Da questa voce incomincia l'autore della Pì^oposta^c 
sue critiche osservazioni sul Vocabolario , e le incomincia 
rilevando che dichiarare un vocabolo con un' altro vocabolo 
preso non nel senso proprio , ma figurato o traslato , è lo 
stesso che spiegare una cosa con parole che abbisognano 
esse pure di spiegazione , o dar la luce col buio. 

Questa massima , sebbene un poco rigida , specialmente 
per certi casi . essendo in genere buona e pregevole , io era 
per astenermi in grazia di lei da ogni riflessione sulla re- 
lativa osservazione della Proposta , quando V affetto per la 
massima slessa mi ha impegnato a richiamarvi 1' autore, che 
non ha compita questa sua prima osservazione senza allon- 
tanarsene . 

In fatti esponendo il senso in cui egli crede doversi 
prendere quelle parole dell'esempio che va egli abbacando^. 
dice importare esse visibilmente che vh egli mulinando , 
voce che non ha , almeno qui , senso proprio , ma anch essa 
figuralo o traslato . 

abbaco — Arte di far le ragioni e i conti . Es." 3.* 
Firenzuola Trinuzia 2. 5. Quando si conta e' s' ha a cre- 
scere, e non s'ha a scemare. Oh voi avete il poco abbaco! 

Pretende .la Proposta che aver poco abbaco non abbia 
qui il valore che gli assegna la Crusca, ma sia espressione 



2g 
furbesca , per cui il Golpe voglia dire al Dot. Rovina siete 
un balordo j che però aver poco abbaco vaglia figuratamente 
esser corto d' intendimento, esser povero di cervello , e che 
quindi un tal modo meriti nel vocabolario paragrafo sepa- 
rato , e dichiarazione diversa. 

Ma sebbene moltissime sieno le balordaggini che sfug- 
gono al Dot. Rovina , per ninna d' esse egli riceve il rim- 
provero d' aver poco abbaco , e lo riceve soltanto allorché 
vuol contare in modo diverso da quello che il Golpe vor- 
rebbe. Cosi il rimprovero d' aver poco abbaco , gli vien fatto 
nei senso proprio proprissimo di mal calcolare. 

Egli è poi tanto lungi dal vero che il Golpe voglia 
con quelle espressioni dare al Dot. Rovina del balordo, che 
anzi è quella Punica occasione in cui egli non lo sia. 

Ed in vero , sebbene egli fosse di fatto , come lo qua* 
lifica la Proposta , un solennissimo gnoccoìone , e sebbene 
fosse riuscito al Dormi d' indurlo perfino a credere di non 
esser più desso, e d'essersi tramutato in un'altro, non rie- 
sce qui al Golpe di persuaderlo avere egli quattro piedi. 
Al qual' oggetto usando il Golpe dell' artifizio di contar due 
volte i due piedi stessi del Dot. Rovina , prima davanti o 
da sinistra a destra , dicendo uno e due , poi di dietro o 
da destra a sinistra dicendo tre e quattro^ il Dot. Rovina 
gli dice che non fa bene , e che tornando a contare , benché 
in altro modo, i piedi stessi , convien dir nuovamente uno 
e due, e non tre e quattro- Sii di che il Golpe soggiun- 
ge: Oh bella cosa voler dare a drieto , quando voi siete a 
due tornare a uno; e chi v' ha insegnato? quando e' si conta 
e' s' ha a crescere e non s' ha a scemare . Oh voi avete il 
poco abbaco ! 

E sebbene in effetto il Dot. Rovina calcoli bene , ed 
il Golpe a bella posta calcoli male , pure è sempre con- 
forme al tema di questo il dire all' altro che egli ha poco 
abbaco, nel modo stesso che quegli il quale per bizzarria, 
come fawi talvolta per alcuni ^ prendesse a parlare a spro- 



3o 

posilo o a coiitrosenso , direbbe a chi gli rispondesse fen* 
satameute; oh voi parlate pur male ! 

Abhietiare — Abbassare, fare abbietto. Lat. deprime- 
re, abiicere. Es. Fr, Jacop. T. 5. 3o. 33. Non si abbietta 
per timore , né si leva per onore. 

Predicata con fervore la necessità per ogni Tocabolarfo 
di conformarsi all'esatte regole delia grammatica, il nostro 
autore dichiara esserne spesso discorde la Crusca, special- 
mente confondendo in uno stesso paragrafo verbi di signi- 
ficazione attiva , e di neutra e neutra passiva ; ed aflerma 
cadere ella sovente anche in un secondo non lieve peccato, 
corredando i temi d" esempi difform-. Secondo esso è ciò 
avvenuto, infra gl'i altri, oltre al verbo abbai'hnpiiare, an- 
che al verbo abhiettare , che posto in significazione attiva 
si è illustrato col citato esempio di Jacopone > in cui ha 
valore di neutro passivo, dicendosi —non si abbietta per 
timore , ne si leva per onore. 

Intorno a clie osservo primamente che nella lingua 
nostra quasi tutti i verbi attivi possono farsi passivi o neu- 
tri passivi con mezzi semplicissimi , i quali non formano 
propriamente un verbo nuctvo, ma danno un nuovo valore 
a tutti o ad alcuno dei modi del verbo attivo. Aggtungo 
poi che forse per un'imitazione della lingua modre è inv,'»!-so 
l'uso nella nostra di riguardare come veri passivi e neutri 
passivi in alcune loro particolari applicaz-oni verbi vera- 
mf nte attivi. Nella lingua latina i verbi passivi sono vera- 
mente verbi distinti dagli attivi , non cosi nella nostra. In 
quella la significazione attiva è cambiata in passiva per 1 ag- 
giunta di particelle che non* hanno alcun valore proprio, 
né alcun rapporto colla persona, col modo, o col tempo 
che sono destinate ad indicare , e che formano del verbo 
attivo un verbo nuovo ed affatto diverso. 

NelP italiana il passivo si Ibruìa per l'opera del verbo 
ausiliario essere congiunto nei varii suoi modi al participio 
did verbo attivo _, che ri man sempre Jo stesso, ed il neutro 



3i 
passivo per Faggìunia d'un pronome ai modi lutti del \erbo 
attivo conservati senza alcuna modificazione. Quindi ybbiet- 
tjirmì abbiettarti , levarmi levarti , sono evidentemente ab- 
bieitar me ribbiettar le , levar me levar le. 

E poiché questi due verbi si trovano congiunti nel- 
r esempio citalo, e si regolano del pari, domanderei al cen- 
sore perchè egli non neghi egualmente al verbo legare la 
significazione attiva? 

Ora àbhiettare avendo veramente significato attivo di 
fave abbietto , e non prendendone uno neutro passivo se non 
per l'aggiunta d'un pronome, proprietà che gli è comune 
col pili gran numero degli altri verbi , doveva la Crusca 
porlo, come lo ha posto, nel primo significato, non do- 
veva, come cosa inutile e da lei non usata , aggiungere qual 
verbo distìnliO'il neutro passivo abbiettarsi ^ che ognuno sa 
far da se, Cv noii trovando esempio in cui abbi ettaro fosse 
posto in semplice senso attivo , doveva produrne uno in cui 
quel verbo fosse in qualche modo , giacché V aggiunta d' un 
pronome non lo snatura , ed ognun comprende che tanto 
vale abbiettarmi o abbiettarlo quanto abbiettar me od al- 
trui . 

Ma tralasciando di contrapporre a quelle del censore 
altre avvertenze grammaticali, vediamo a qual conclusione 
l'abbian condotto le sue. 

Cona)ie:ie adunque , die' egli con singoiar gentilezza , 
C « non volere scambiare in mano le carte ) o tramare e- 
sempio d' attiva significazione , o porre il tema così: Ab' 
biettare neutro passi\^o, farsi abbietto , avvilirsi. Lat. ani' 
mo deiici , animo frangi. Al tema cosi posto egli asserisce 
che concorderà 1' esempio d' Jacopone dato dalla Crusca 
— Non si abbietta per timore né si leva per onore — co- 
me pure un' altro che ei ne produce tratto dalla moderna 
versione d-* un frammento di Dionigi d' AUcarnasso recente- 
mente scoperto dal celebre Abate Mai , in cui Fabbrizio 
dice a Pirro — S' io volessi cambiare il mio animo ed ab' 
biettarmi per non esserti sospetto^ non potrei. 



J 



32 

Ma questo , dirò io , Sarebbe veramente scambiare in 
mano le carte , asserire cioè nella posizione del tema cbe 
abbi ettaro è per se stesso neutro passivo , e quindi senza 
bisogno che vi si aggiunga alcun pronome , significa, non 
§\ai fare abbietto , ma farsi abbietto , ed addurre in prova 
due esempi , n3Ì quali non si è potuto ottenere questo si- 
gnificalo se non per 1* aggiunta del respettivo pronome se 
e me f o del suo equivalente, dicendo sì abbietta, ed ab' 
hiettarmi . 

E per meglio mostrare P errore in cui è corso l'au- 
tore della Proposta , giova osservare che nella lingua nostra 
si trovano alquanti verbi, che per esser veramente dotati, 
oltre Inattiva, di significazione neutra passiva, servono di 
fatto ad esprimerla , senza l'aggiunta d'alcun pronome. 

Tali sono, fra molti altri, i verbi ingrassare , arric' 
chire ^ e simili, ì quali siccome si usano in senso attivo, 
dic(^ndosi ingrassare i campi o gli armenti , arricchire i figli 
o gli eredi , così vagirono egualmente nel neutro passivo , 
allorché diciamo di noi stessi o d' altrui — io mi affatico 
per arricchire , Tizio mangia molto per ingrassare ec. modi 
equivalenti agli altri arricchirsi ed ingrassarsi , che pur si 
usano egualmente . 

Si renderà evidente la differenza fra tali verbi ed il 
Terbo obbiettare , se a questo si sostituiscano quelli nel 
nuovo esempio addotto nella Proposta. Eccolo nuovamente 

— Se io volessi cambiare il mio animo ed abbiettarmi 
"per non esserti sospetto , non potrei. Non bastava dunque 
dire — obbiettare , ma era necessità aggiungervi il prono- 
me , e dire abbiettarmi. All'opposto io posso ben dire — Se 
io volessi cambiare la mia fortuna ed arricchire , ovvero, 

— Se io volessi cambiare la mia corporatura ed ingras- 
sare , non potrei. Ed intanto io posso dirlo in quanto che 
arricchire , ingrassare , ed altri simili son verbi che bau 
veramente significazione neutra passiva , la quale il verbo 
obbiettare non ba, ricevendola bensì dai pronomi che vi si 
aggiungono . 



53 

A confermar poi qnaiito io sopra asseriva, cioè che, 
mentre la IfiigUM latina ha verbi i quali , per esser veramente 
passivi e neutri passivi^ sono sostanzialmente distinti dajjli 
alt vi corrispondenti , all' opposto aeìV italiana molti verbi 
veramente attivi, qu-tl' è quello di cui parliamo, non pren- 
don sembiuizs di passivi o d» neutri passivi se non per l'o- 
pera del verbo ausiliario essere, o per l'aggunia dei pro- 
nomi , sarà opportuna un' altra osservazione da cui tisulta 
che anche quesl' aggiunta non basta sempre a far loro ve- 
stire 1^ qnalit?ì di nf^ulri passivi. 

Delle tre voci abbiettnrmi, abbiettarii , abbiettarsi, cor- 
rispondenti rospettivamente alla prima , alla seconda, ed alla 
terza persona , si accordi , se cosi vuoisi , la significazione 
neutra passiva alla prima ed alla terza; ma come accordarla 
alla seconda , che tale quale e senza alcuna modificazione 
serve egualmente ad esprimere due sensi differentissimì , i 
quali nella lingua latina, che ha veri verbi passivi e neu- 
tri passivi , sono espressi per due verbi ben distinti ? Se io 
dirò ad alcuno — \ che ti giova abbicttniti ? il verbo pren- 
derà sembianza dì neutro passivo , e potrh corrispondtTglì 
nel latino il passivo vero, dicendosi — Quid tthi piodtst 
annuo dejici? fper seguir la frase offertaci dalla Proposta). 
Ma se io dica — Porrò in opra ogni iiiezzo per ahbiettarti — 
quest' ultima voce , sebl)one la stessa stessissìma che sopra 
avrà un senso puramente attivo , e non potrh rendersi in 
latino per il passivo deficit tna per l'attivo dejìcere Dun- 
que abbiettarmi, abbiettarti , abb'ettarsi nuli altro sono che 
1 infinito attivo abbiettare , al quale si è unito un protiome, 
per cui prende in alcuni casi , e senza cui non può pren- 
der giammai la senib aiiza di neutro passivo Dunque il sem- 
plice infinito abbiettare senza prou.me non può qualificarsi 
come neutro passivo. 

Abbordo — -Fra i varii paragrafi concernenti al significato 

ed agli US! dì questa voce , la Crnsca ha il seguente — Uomo di 

fa'ilo. ahbirdo , cioè di fante accesso , cui facilmente si 

può parlare e trattare • — Intorno alla qnal dichiaraziou« 
T. f^H. Lucilo o 



34 

la Proposta osserva clic 11 pronome relativo cui rìspondencfét 
contemporaneamente al verbo parlare , che richiede il terzo 
caso, ed al verbo trattare , che richiede il quarto, inca- 
pace di sodisfare a questo doppio ufficio , si trova nella 
stessa sconcia posizione che il comico servo di due padroni. 
Senza pretendere che quello usato dalla Crusca sia un 
modo ottimo, concedendo all'opposto che anche la semplice 
ripetizione di quel cui Io renderebbe migliore, affermo bensi 
che il far in tal modo rappresentare da una sola e stessa 
voce due parti diverse non è, come lo dice la Proposta, 
un trivialissimo gallicismo, cioè un modo usato solo dai 
francesi nel loro più basso parlare , ma tale di cui se ne 
incontrano anche nei migliori scrittori nostri non rari esem- 
pi. Fra i quali mi basterà citarne un solo perchè del primo 
fra ì nostri prosatori , perchè doppio, e perchè in termini 
assai pili sfrenati di quelli usati sopra dalla Crusca. 

Sì trova questo nella settima novella della giornata 
settima del Dpcamerone, là dove Egano interrogalo dalla 
mog'ie quale fra i suoi farnHiari egli stimasse il migliore 
e quello che più 1 amasse, risponde: Io non ho , né ebbi 
mai aìcuno, di cui io tanto mi fidassi o fidi o ami, quanto 
io m' fi'lo et amo Anichino . Ora nella definizione della 
Crusca la voce cui priva d' artìcolo può esprimere così il 
terzo come il quarto cmso, e però ugu^ilmente adattarsi al 
verbo trattare ed al verbo parlare , mentre nella prima par- 
te della risposta d' Egano il genitivo di cui che si accorda 
bene col mi fidarsi o mi fidi , non si accorda affatto con 
ami , e nella seconda parte ove è detto — quant' io mi fidi 
et ami /Inickiiio — questo nome proprio nudo d'articolo 
può b 'ne essere accusativo ed accordarsi con «/^lo , ma non 
genUivo per accordarsi con mi fiido. Poteva dunque almeno 
condonarsi una semplice licenza alla Crusca, quando, per 
tacere d'infiniti altri esempi, se ne venera una doppia e 
più sfr«mata nel Certaldese. 

Abbrustolare — Lat. suhnrere. Abbrustolato ht. prac- 
Ustus. Esempi del Soderini. Siena tutti sbucciati (i pali) 



35 
molla punta ahhvustolata in fondo, l^à altrov(» — //mr^^w* 
so, arso, abbrustolato f o abbruciato lo fa durabile (iì 
▼ÌQo). 

L' autore della Proposta di sua propria aulorith, anzi 
contro Q^nì uso ed autorità conosciuta , vuole che pracus- 
tus y anziché abbrustolato , vale a dire leggermente o esteV" 
riamente abbruciato^ significhi abbrucialo fortemente. 

Pretende poi che il Sederini nel citato esempio rtòia 
dato alla voce abbrustolato maggior valore che ella non ha, 
• lo deduce dall' averne egli usato parlando dell'incenso, il 
quale egli asserisce che, se non abbrucia gagliardamente , 
non può sviluppare la sua ^irth. 

Siccome poi la Crusca ha prodotto quel passo del Se- 
derini in esempio, ne conclude contro la chiara ed espressa 
intenzione di lei , che anch' ella ha dato alla voce abbru* 
stolato il senso di fortemente abbruciato . Me^sa così la 
Crusca in una falsa posizione , con una serie di dunque 
pretende trovarla in più altri luoghi in errore ed in con- 
tradizione seco stessa. Errori e conlrad'zioni che svaniscono 
con quel falso supposto , giacché si la Crusca che il Sode- 
rini h^nno preso la voce abbrustolato nel senso di legger* 
niente o esternamente abbruciato, nel qua! senso la Crusca 
ha anche preso ^ come ognun la prende , la voce lat na 
praeustus . 

Non è poi vero come si afferma nella Proposta che 
r incenso non può si^iluppare la .sua viltà se non abbru- 
cia gagliardamente. All'opposto, o se ne usi come profu- 
mo , o come suffumigio talvolta prescritio dalla medicina , 
1 incenso sviluppa la su?^ virtù unicamente abbrustolandosi, 
o lentamente abbruciando, ed ogni sua virtù è distrutta al- 
lorché si abbrucia gagliardamente. 

Siccome 1' uso che se ne fa nelle t^hiese è M più ordi- 
nario ed il più conosciuto, indicherò nelle circostanze e nei 
fenomeni che 1 accompagnano , e che ciascuno può avere os- 
servato , le prove della mìa asserzione. 

Chi veda il ctLi^^rico o altro servente portator del turi- 



36 

boTo agitarlo nell'aria con alterne e continue oscillazioni, 
non pensi che queste vi determinino ordinariamente una com- 
bustione ardente e vivace. Pochi carboni contenuti in un ap- 
parato proporzionatamente voluminoso, e tutto di metallo 
ottimo conduttore del calorico, che è per esso sottratto ed 
esportato, si estinguerebbero prontamente se non fossero a- 
gitati nell'aria. Una moderata agitazione li fa ardere quanto 
basti ad abbrustolire e scomporre lentamente 1' incenso , svi- 
luppandone gli effluvi! attivi, resi visibili e sensibili per il 
fumo o per r odor che n' emanano. 

Che se, come talvolta addiviene, un' agitazione troppo 
violenta avvivi talmente il bruciar dei carboni, che si desti 
fra essi una, comunque piccola, fiammella, questa si appi- 
glia all' emanazioni dell' incenso, che allor si accendono di 
fiamma vivacissima, al comparir della quale cessa ogni fu- 
mo, ogni odore, e quindi ogni virtù dell'incenso. 

Al quale accidente l'esperienza ha insegnato ovviare. 
Il portator del turibolo, fattone discendere il coperchio con 
rilasciare la catenella che il tenesse sospeso, lo impugna in 
basso e lo scuote in modo, che cambiata la posizione res- 
pettiva dei carboni, e confusi i piìi ardenti coi meno accesi, 
e cogli spt. ti, si estingue la fiamma, e nel momento stesso 
ricomparisce il fumo e P odore, e così ogni buon' effetto e 
qualità dell' incenso, che il suo gagliardamente abbruciare 
non sviluppa, come si pretende dalla Proposta, ma distrug- 
ge ed estingue . 

^decanato — La Crusca derivando questa voce dal 
verbo accanare, le dk il significato di istizzito invelenito, 
\ai. furore percituSy citando un' esempio tratto dalla novella 
33 di Franco Sacchetti , ove parlando di Messer Dolcibene 
«comunicato da un Vescovo della Romagna, dice ,, Questo 
Vescovo, non volendolo ricomunicare, il tenea accanato. 

L* autore della Proposta seguendo l' edizione di dette 
novelle fatta in Firenze nel 1724» ^-^^ ^ quella a cui la Crus- 
ca dice essersi attenuta, afferma doversi leggere accannato 



«7 

da aecannaref cioè afferrare per le canne della gola, verbo 
che, sebbene non s' incontri ikel vocabolario, pure egli di- 
chiara di buona e naturai creazione. 

Ma la scomunica, né può propriamente stringere alcuno 
perle canne della gola, come pena meramente spirituale, 
né lo può figuratamente, tenendolo cioè legato, giacché suo 
effetto è, non già stringere con più tenaci legami chi ne sia 
colpito, i5i^a scioglierlo anzi da quelli che lo univano alla 
Chiesa . 

Il Dolcibene, dice la Proposta, chiamato d;ille sue fac- 
cende a Firenze, desiderava dì sciogliersi da quell' impaccio 
e partire, e noi potea perchè la scomunica il tenea per la 
gola . Ma egli è evidente che il Dolcibene scomunicato in 
Romagna, e non scomunicato a Firenze, si toglieva anzi da 
quell^ impaccio partendo , di che la scomunica non lo im- 
pediva. 

In sostanza lutto questo era uno scherzo dì cui , per 
confessione della stessa Proposta , il Vescovo prendeva spasso 
' diletto, e ciò non in quanto opponesse un' ostacolo reale 
alla partenza del Dolcibene, come ho rilevato, ma in quanto, 
volendo egli la ricomunica , il negargliela lo faceva istizzire. 
Ed in fatti, sostituite al Dolcibene uno sprezzalore delle cen- 
sure anco vere, non che burlesche, e ditemi in buona fede 
quale ne avrebbe tratto il Vescovo spasso e diletto? Que- 
sto dunque nasceva unicamente, come accade in simili burle, 
da\ vedere istizzirsi ed arrabbiarsi colui contro il quale la 
burla era diretta . 

Ma tralasciando ogni più minuta indagine d' un soggetto 
in cui tutto è imaginatOj ed anche inverisimile, resta bensì 
certo ed evidente in questo come in ogni altro articolo il 
proposito di mostrare in fallo , o a diritto o a torto , la 
Crusca . 

Posposti r adiettìvo accanato ed il verbo accanavo^ da 
«ui proviene, che ambo si trovano in tutti i vocìbolarii in- 
sieme con accanito ed accanire tuttor viventi nella lingua 
Mei senso stesio di istìzzito ed istizzire, si preferiscono 



38 
loro accannalo ed accannarc, e sebbene ignoti quasi ad o^nl 
vocabolario e ad ogni scrittore, sebbtn privi di senso deter- 
minato, e 1 aspelt adone uno dall' arbitrio di t-bicchessìa, pure 
son dicblar.iti dalla Proposta b(':n nati , e dì buona crea, 
zioii^ perchè iiifilcreatì contro la Crusca . 

Né senza ragione li dissi privi di senso determinato e 
pronti a riceverne qualunque dall' arbitrio altrui , giacché 
lo stpsso autore della Proposta accorda loro due significati 
non solo d versi ma coniradittorii . 

Di f^tti dopo avere accollo festosamente dall' edizione 
del 1724. la voce accannato, dandole il senso di afferrato 
per le canne; della gola, le quali ne resterebbero serrate e 
strette, gli piace egualmente la voce stessa nel senso che le 
attribuisce 1 Alberti óo^^ colle canne della gola aperte, anzi 
spalancate , poichò vi appone come corrispondente la voce 
latina hiantfin, 

^jffrnngert — Q^unsi iti frangere con varii esempi , fra 
i quali li seguente di Frtnco Sacchetti ,, e che ci hanno 
a fare le aste^ che f ' affranga Dio e la Aladre ? 

Stranissima è 1' intelligenza die a quella voce quasi ha 
dato la Proposta. Non vi è chi ignori usarsi ella in due 
sig:ìifioati diversi, in uno dei quali eqivale a pocrt meno che, 
per es; io era quasi arrivato, questo libro è quasi nuovo, 
è passato quasi un^ anno ec^ mentre in altro significato equi- 
vale a come f come se ^ per es. cpasi volesse dire, quasi 
dovesse partire, quasi, fosse cosa importante, ec. Qnest' ul- 
timo significato è evidentemente quello in cui il vocabolario 
impiega la voce quasi, spiegando affrangere per quasi in- 
frangere, cioè come infrangere, lo stesso che infrangere. 

La Proposta al contrario, attribuendole il primo signi- 
ficato, ride poi del senso che ne deriverebbe in alcuni casi 
che ella finge, e senza accorgersene, ride cosi di se stessa e 
dell' opera sua . Ma quello che è peggio , dà un senso non 
meno str.^no Aì-d voce quasi anche nel latino, ed in un latino 
di sua propria e bellissima composizione. Attaccando quel 
quali al verbo infrangere per m»n ornarne il valore, ponendo 



39 
che quel t' affranca Dio corrisponda al Ialino Dìi te per- 
ii ant , e sostituendo mentalmente al i' affranca il quad 
r' infran^a^ ne fa nascere il latino,, Dii quasi te padani^ „ 
che dice equivalere all' italiano ^, Dio faccia vista cf accop- 
parti ,, . 

Egli è probabile che nìuno abbia mai detto, e che 
niuno giammai dira,, Dii quasi te perdant,, ; ma .se alcuno 
il dicesse, non si dovrebbe dare a tal espressione altro si- 
gnificato che questo ,, Dio ti mandi sì gran male , che poco 
ne manchi a morte,, o piuttosto alla tua intiera rovma {oi- 
chò perdere aliqucm non significa sempre e necessarinmente 
uccidere, e quando il significa, V accoppare non è il più 
nobil verbo da usarvi , specialmente accanto al nome ve- 
nerato di Dio, di cui è indegnissima l'espressione y^^" vistn, 
che la voce quasi non autorizza in modo alcuno. Per altro 
e quel verbo e quell' espressione sono appunto quelli che, 
fedele al suo proposito, dovea impiegor la Proposta . 

Ma qual' è, domando io, lo scrittore, di cui 1' espres- 
sioni più castigate e più gravi non possano travolgersi in 
ridicolo per un somigliante artifizio? Cercatavi prima una 
voce che si presti a due sensi diversi , ed attribuitole quello 
che chi scrisse non volle darle^ se 1' idea che ne risulta non 
sia bastantemente strana e ridicola , si trasporti prima in 
altra lingua, poi nuovamente in quella in cui fu scritta , 
scambiando in ciascun passaggio l'espressioni, e per esse le 
idee, finché n' emerga un concetto altrettanto ridicolo e stra- 
vagante, quanto lontano dalla mente di chi il propose. 

Checché debba dirsi d' un tal procedere, che io mi as- 
tengo da qualificare, esso non può mancar d' imporre ai più 
dei lettori, fra i quali alcuni pregiudicati, altri superficiali 
e leggieri , molti proclivi ad udir con diletto qualunque 
detto o scritto ridondi à carico altrui di sali e mordacità , 
accogliendo cecamente tutto ciò che venga offerto sotto l'au- 
torità d' un gran nome , avran la Crusca per rea , almeno 
virtualmente, di tutti questi spropositi, che creati da altri 
per di lei conto k vengono grataitamentt; iàilribuiti . 



io 

y^ leppo. La Crusca riportando per esempio dell* «so di 
questa voce quel verso di Dante neil" Inf. y. Pape, Safari^ 
Pape, Sntan, Sleppe , vi appone la seguente dichiarazione 
del Butì . Questo nome è ebreo, e chiamasi cosi la prima 
lettera del loro alfibeto, cioè A, e per questo vuol dimo- 
strare che Fiuto dicesse Ah, che è voce che significa do- 
lore. Intorno alla qual dichiarazione ci offre la Proposta 
una osservazione di 180 versi, che io non voglio lasciare 
senza qualche avvertenz'» . 

E primieramente, convenendo che 1' esclamazione di 
Pluto non può avere il senso che le attribuisce il Buti , ed 
applaudendo al bel rilievo dell imitazione che nel passo , 
dì cui la (.rusca cita il principio, fa Dante d' un' altro passo 
dell" Eneide, ove Enea discend<Mido all' inferno colla scorta 
della Sibilla, come qui vi disrende Dante colla scorta di 
Virgilio , la Sibilla \i\ con Cu'onte un altercazione poco 
diversa da quella che ha qui V rgilio con Pluto, osservo 
con pena aver la Proposta cambiata in qualche parte l' idea 
di Dante in modo da indebolirla notabilmente. 

Aveva '1 poeta paragonato 1' ira ardente di Pluto, che 
il p rlar di Virgilio ammorza, a gonfie vele, che per il 
fiaccarsi dell' albero «cadono a terra flaccide e senza appa- 
renza . 

Quali diìl vrnto le goufiite vele 

Caggiono a terra, poiché 1* alher fiacca. 
Tal cadde a terra la fiera crudele. 

La Proposta, senz^ neppure nominare le vele, vero ter- 
mine di paragone, e scelte dal poeta a rappresentare colla 
loro gonfiezza la tumida ira di Pluto, ristringe la sua idea 
«Il antenna, che sebbene fiiccata, non perde tanto d* appa- 
renza quanto le vele. Ecco le sue parole molto languide 
appresso a quelle del Mantovano. ,,P intona^ abbassa la rab- 
bui , e caie a terra come un,' antenna fiaccata dalla 
tempestìi,^ . 

Quanto poi alle voci proferite da Pluto, potrà essere 
fero che non abbiano alcun senso , come si sostiene nella 



4« 

Proposta, ma non bisognava dedurle, come sì è fatto , daJJ'e- 
gpressioiii maledetto lupOy fera crudele dirette da Vlrgil o 
a PJuto stesso 5 perchè se da un lato sarebbe strano aspet- 
tar voci articolate e dotite dì senso da un lupo o da una 
fiera, sarebbe dall' altro mera stoltezza prendere ad amman- 
sarli e persuaderli con discorsi sensati, e con parlar loro di 
Dio, come pur fece quel savio gentil che tutto sippe . 

(6u/à coiliUlualo) 

ARCHEOLOGIA. 

antichità' americane 

Indagini e notizie raccolte dulia Società Americana 
di Antiquaria. Worcester. 8.' tli p. 4^6 — i8:ao. 

(Estratto del North American Ret'iew. Aprile /82/.) 

A prima vista può recar meraviglia, che siasi sta- 
bilita una società per investigare le antichità di un pa.ese, 
la cui scoperta in deserte regioni, abitate soltanto Ja 
popoli selvaggi, è un avvenim(3nto tanto recente, quanto 
il nome ad esse asseofnato e che tuttora conservano di 
nuovo Mondo, non possedendo elleno resti di architet- 
tura, statue, sculture e iscrizioni come quelle del vec- 
chio mondo. Priva pertanto, come è, la parte solten- 
trionale di America di simili monumenti dell'arte e 
deir antica grandezza , pure vi sono alcuni argoaienti 
connessi colla sua originaria popolazione ed istoria non 
scritta, onde eccitare ed alimentare le ricerche dei dotti. 

Malgrado le ingegnose ipotesi del d' Acosta , del- 
r Ornio , del Laet e del Grozio , e le opinioni del Ro- 
bertson, del Pennant, e del Clavigero, la questione , da 
chi V America fosse primieramente popolata , non è 
mai stata soddisfacentemente risoluta . Il soggetto ha 
acquistato un maggior interesse mediante la scoperta 
di antichi terrapieni e di altri lavori di vasta estensio- 
ne sulle rive dei fiumi air occidente delle montagne 



4» 

dell' Allegliania^ indicanti un'immensa popolazione in 
una regione successivamente occupata dai boschi; e per 
essere stati eseguiti tali lavori da un popolo^ che nelle 
arti e nella coltura aveva fatto maggiori passi di quelli 
che possano aver fatti le attuali specie di indiani o i 
loro antenati, dopo che gli europei sono stati con essi 
in relazione. Le selvagge nazioni di quei deserti non 
conservano alcuna tradizione concernente alT origine, 
air uso di tali opere, o al popolo da cui furono esse ese- 
guite, e le guardano con curiosità e stupore pari a quello 
dei nuovamente stabiliti nel paese ove sono situate. Le 
più sollecite cure della società , il primo volume delle 
cui indagini è già sotto i nostri occhi, sembrano avere 
avulo lo scopo di ottenere esatte piante e descrizioni di 
questi avaiizi dell'antichità. 

JNuovi essendo gli americani fra le nazioni ^ pre- 
senlano un nuovo soggetto di antiquarie investigazioni, 
le lingue parlate dai nazionali ^ e questo soggetto ha 
ultimamente eccitata una non ordinaria attenzione. Le 
nuove idee sulT origine dei popoli e delle nazioni di 
America del Dott. Barton, illustrate per mezzo di vo- 
cabolarj comparativi: il ragguaglio istorico delle nazioni 
indiane del venerabile Heckwelder; le ingegnose di- 
scussioni del sig. di Ponceau , ed un dotto saggio sull'u- 
rii forme ortografia delle lingue indiane dell'America 
settentrionale del sig. Pickering , cose tutte contenute 
nel presente volume, sono probabilmente per sommi- 
nistrarne un importante soccorso, verificando esse da 
quA ramo del vecchio mondo il nuovo fosse in origine 
popolato . 

La società americana di antiquaria riconosce la 
propria origine e la maggior parte dei suoi successi 
dalle premure e dalla munificenza della persona , ch« 



/^' 



45 

«osliene T incarico eli suo Presidente^ il sig. Tonim.iso 
Isà'ì'd dì Vorcester. L' immediato e pai licular intento 
di lei è lo scu )')rir le antichità del nostro proprio co.i- 
tinente, il conservare le reliquie ed i ruderi degli abo* 
rigeni, e il racco«^liere manoscritti, non men ciie docu- 
nìenti e libri stampati , relativi alla priisu origine e 
alla susseguente istoria del pae^e. Per prumuovere que- 
sti importanti oggetti il di lei fondatore ailepocc* in 
cui fu riabilita fece un dono alla società di una cospicua 
raccolta di libri, e nel i^«9 ella possedeva una biblio- 
teca di-eìtca 5ooo volumi. La società poòsiede in olire 
un museo ed un -gabinetto, che contengono molti arti- 
coli interessanti , raccolti in diverse parti degli Siati 
Uniti. Pel deposito di essi, non meno che per le pub- 
bliche adunanze dei membri, ed a comotìo di coloro 
che desiderano consultare le sorgenti della nostra istoria, 
è stato eretto un etea^ante edilìzio nella città di Vor- 
cester a spese del Presidente, e da esso dedicato alla 
società . 

Assidua questa nell' adempire allo scopo della sua 
istituzione , ha dato alla luce un tomo delle sue inda- 
gini e delle notizie raccolte. Alcuni articoli concer- 
nenti allo stabdimento della società, ai di lei avanza- 
menti ed al suo stato attuale sono il soggetto delP in- 
troduzioije di ipiesto tomo , alla quale succede un 
estratto del rapporto sulla scoperta del fiume Mississi- 
pì e del paese adiacente^ fatta per la via dei laghi, del 
sig. H nnepin, e col disegno di scuoprire V i stesso fiu- 
me per la via del golfo del Messico, del sig, la Salle. 
Quantunque il pubblico avesse già da qualche tempo 
queste ultime cognizioni , ciò non ostante sono esse 
«tate giudicale d' gne di quivi r'prodursi , come com- 
prendenti i primi ragguag;li ottenuti dagli europei di 



44 

una regione, che contiene i più curiosi monumenti di 
antichità dell' America settentrionale. 

La maggior parte degli articoli originali contenuti 
in tali memorie, consiste in descrizioni di quegli anti- 
chi lavori , fatte dal sig. Caleb Atwater di Girclevillc 
(stato di Ohio) , communicate per mezzo di una corri- 
spondenza epistolare col Presidente della società . Dal 
comitato incaricato della pubblicazione delle opere so- 
no esse quindi state poste in ordine, ed in parte abbre- 
viate. Sono precedute da un esatta ed estesa carta del 
paese di Ohio, e sono arricchite da' disegni delle princi- 
pali antichità , i quali rendono la descrizione yiepiij 
intelligibile, e soddisfacente. 

Il sig. Atwater osserva: 

Che le nostre antichità appartengono, non solamente a dif- 
ferenti età, ma altresì a diverse nazioni , e che quegli oggetti , 
spettanti alla istessa epoca ed allo stesso popolo , fu mente dei 
loro autori che dovessero essere applicati a molti e vari usi . 

Quindi prosegue dicendo: 

Noi divideremo queste antichità in tre classi. I. quelle che 
appartengono agi' indiani ; 2. quelle spettanti al popolo di o- 
rigine europea ; e 3. quelle provenienti dalla popolazione , che 
inalzò i nostri antichi forti e sepolcri . 

Le antichità, che in istretto significato riguardano agli in- 
diani dAV A^merica settentrionale , non sono numerose , ne in- 
teressanti . Consistono esse in rustiche ascie e coltelli di pietra, 
ed in vari pestelli , che servivauo per preparare il miglio atto 
al nutrimento , in punte di freccie , ed 'in pochi altri articoli 
tanto perfettamente siaiili a quelli trovati in tutti gli stati del- 
l' Atlantico, clie una descrizione dei medesimi astata creduta 
affatto inutile . 

Le antichità appartenenti al popolo di origine eu- 
ropea consistono principalmente in oggetti ^ ©lasciati 
da alcuni dei primi viaggiatori in queste parti del 
paese, o sepolti con gl'indiani, i quali gli avevano forse 



45 
avuti dai primi coloni del Canada. Era necessario di 
darne esalto conto, poiché quando sì rinvennero furono 
talvolta presi per oggetti degli ab; tanti nativi , e ne fu 
inferito come cosa certa che il paese era stato antica- 
mente occupato da quelli che possedevano le arti pro- 
prie della vita civile. 

La terza , e la più importante classe delle antichità com- 
prende quelle appartenenti al popolo, clie eresse i nostri an- 
tichi folti e sepolcri ; quelle opere militari , le di cui mura 
e fossi costarono tanta fatica ; quei numerosi e talvolta mae- 
itosi baluardi , che debbono la loro origine ad un popolo di gran 
lunga più incivilito dei nostri indiani, ma molto meno degli 
europei. Questi resti interessano sotto diverso aspetto l'anti- 
quario , il filosofo ed il teologo , particolarmente allorché 
consideriamo l'immensa estensione del paese, (;he essi occupano, 
il gran lavoro che costarono ai loro costruttori, la cognizione, 
che quel popolo aver doveva delle arti utili; e viepiù interes- 
sano allorché si confronta collo stato della nostra presente specie 
d' indiani la grandezza di molti degli edifici stessi ; e quando 
8Ì riflette alla total mancanza di qualsiasi istorica menzione 
o anche tradizìonal ragguaglio a loro relativo, e alla cura che 
ì dotti han preso nel contemplarli . 

Abbondano queste opere per lo più nella vicinanza dei 
grandi fiumi , e non mai o raramente si rinvengono se non 
se in un fertile terreno . Non se ne trovano nelle praterie di 
Ohio , e ben di rado nei luoghi sterili , ove sono di piccole di- 
mensioni, e situate sulla riva dei suddetti fiumi sopra una terra 
arida . 

Queste antiche costruzioni consistono: I. in terra- 
pieni o sepolcri di conica forma, dai cinque fino a più 
di cento piedi di altezza : 2. in eminenti quadrati , che 
si suppongono essere stati edifizi consacrati ai riti religio- 
si , o fondamenti di tempj , e questi sono di grandezza 
ed altezza diversa; 3. in mura di terra, alte dai cinque 
' ai venti piedi, e di un circuito da un acre fino a più di 
cento. Alcune sono disposte a guisa di quadrati regola- 



46 

li, altre sono esattamente tonde, altre d? nna coslruzio-- 
r>e irregolare. Le principali di queste òeiiibraiio essere 
slate destinate ad uso di fortificazioni, odi ailri mezzi 
di difesa , praticati nelle grandi città; e 4- in mura di 
terra parailelle^ della lunghezza talvolta di alcune mi- 
glia, le quali si crede che fissero designale, coaie ^^ra- 
de coperte , corsi e luoghi di diverliaient.» . Sembrano 
tutte esser state fabbricate con terra esU'alla unlfur- 
memente dalla superficie della pianura su cui furono 
innalzate, non essendo rimasta alcuna traccia onde po- 
ter distinguere d'onde fu primieraniente raccolta. Esse 
sono presso a poco di quel declive piià prossimo alla 
perpendicolare , che polca esser permesso dalla qualità 
«(lesiva della terra . Che quesle sieno opere di una 
remota antichità resulta dalla seguente dichiarazione 
del nostro autore . 

Alcuni alberi d'Ha maggior grandezza, le di cui conccntri- 
clie annulari circonferenze son(ì st^te coniate , e si sono trovate 
in varie occasiaui in un jìUfnero superiore a quattrocento, sera- 
brano pssere ahnpno cresciuti di un teizo dopo clie tali costru- 
ii oni furono dai medesimi coperte . 

Lungo l'Ohio, ove il fiume in molti luoglii ha rose le pro- 
prie rive , si sono scoperti dei focolari o cam niiu, due, quattro 
o anche sim piedi sotto 1<» ^uperfi^^ie della pianura. D 've neces- 
$aii «mente essere scorso un lungo tempo, dacché la terra co- 
jninciò a depositarsi sopra di loro. Intorno a' medesioii è sparsa 
un'immensa qusìntità di ctnicbiglie . e di ossa di annuali ec. 
Dalia profondila di molli di questi resti di camolini sotto la 
presente superficie didla t rra (su cui all' epoca dello stabili- 
mento degli attuali alìitanti de! paese erano creseiuti degli al- 
beri tanto grandi quanfo i più ragguardevoli delle vicine foreste) 
si può a ragione concai ude re , che un lurigo periodo , forse di 
niilìe anni , è scorso dopo che questi cammini furono abban- 
donati . 

Il primo di questi terrapieni o forti , come sono 

abitualmente chiamati, nella direzione del nord-est 



47 
esiste dalla parte meridionale dell' Ontario, non lungi 

dal fiume Blacjc ; un' altro sul fiume Glienango presso 
Oxford^ nel più lontano mezzogiorno dalla parte orien- 
tale delle Alleglianie . 

Queste opere sono piccole, molto antiche e sembrano ac- 
cennare la maggiore estensione possibile degli stabilimenti dei 
popoli che gli eressero in quella dirrzione. Viaygiardo verso 
il lago Eric in una direzione occidentale dalle costruzioni surn- 
mentovate , si trovano casualmente poche piccale opere dello 
stesso genere , specialmente nel paese di Gcnossee . Esse con- 
tinuano ad essere in piccol numero e di tenue forma fino a che 
si giunge all'imboccatura del seno di Gataraugus, acqua prove- 
niente dal lago Eric nella contea di Calaraugus nello stato della 
nuova York , ove il governatore Clinton nella sua memoria dice 
che ha principio una linea di forti, che si estende verso il sud 
per più di cinquanta miglia , e per qunttro o cinque miglia di 
larghe'zza. Soggiunge esservi un' altra linea dei medesimi a que- 
sti parallella , i quali generalmente contengono soltanto pochi 
acri di tèrra , e le di cui mura non hanno che pochi piedi di altez- 
za. Viaggiando verso il sud-ovest si osservano frequentemente 
delle costruzioni, piccole come quelle del genere sopramenzio- 
nato, fino a che si giunge sul Licking presso NeWark , ove se 
ne vedono delle più vaste e complicate . Lasciando le medesiiiie, 
e continuando nella direzione del sud-ovest se ne rinvengono 
delle assai considerabili a Circleville . A Chillicolhe ve ne erano 
alcune ,• ma la mano distruggitrice dell' uomo le ha spogliate di 
quanto contenevano , e ne ha quindi trasportati altrove i ina- 
terialr . A Paitit Creek ve ne sono alcune di gran lunga superio- 
J'i a tutte le altre; e vi è apparenza che una volta abbia esistito 
in questo luogo una città di grande estensione . Alla fice dello 
Scioto , non men che a quella del Muskingum se ne vedono an- 
che delle molto grandi . In fitìe queste costruzioni sono con fre- 
quenza sparse sulla vasta pianura dalle meridionali sponde del 
Messico, aumentando in nu^uero , lunghezza e grand zza in ra- 
gione, che si procede verso il sud. La loro situazione circonda 
il golfo, ed interseca la provincia di Tex^s nel nuovo M 'ssico , 
non meno die tutta la parte interna dell' America meridionale 
pag. 17.1, 0,24. 



48 

Il sig. Atwater essendosi proposto di esaminare 
accuratamente e dì descrivere con esattezza le antichità 
rinvenute nello stato di Ohio, procede a dare un rag- 
guaglio di alcune delle più considerabili e curiose , cor- 
redato di misure e di disegni . Noi ci sfurzeremo , ab- 
breviando tali descrizioni , di porre i nostri lettori in 
istato di acquistare un idea della loro forma e dimen- 
sioni . 

Le antiche opere presso Newark nella contea ài 
Licking sono di una grande estensione. Un forte presso 
a poco della forma di un ottagono , che contiene circa 
quaranta acnV, costruito di mura alte dieci piedi, è unito 
a un altro forte tondo , contenente ventidue acri , per 
mezzo di mura parallelle di un' eguale altezza. Altre 
simili mura furmano un passaggio verso il settentrione 
al fiume Lickiiìg, e si avanzano nella direzione del sud 
ad una distanza non ancor misurata. Una tale strada, 
che ha 3oo (*) catene di lunghezza, conduce ad un forte 
quadrato contenente venti acri, il quale è, come i gà 
sopra enunciati, unito al un altro forte tondo , conte- 
nenie ventisei acri. Alla estremità dei passaggi esterni 
vi è una specie di torri rotonde, e adjacente ad uno di 
questi forti esiste un osservatorio, in parte formato di 
pietre, dell'altezza di trenta piedi . Questo in altri tempi 
dominava intieramente la veduta della parte principale, 
e forse tutta la pianura su cui tali antiche opere sono 
situate, e sarebbe ancora così se non lo impedissero gli 
alberi della vecchia f)resta smisuratamente cresciuti, e 
che chiudono questo tratto di paese. Sotto quest' osserva- 
torio apparisce essere esistito un passaggio probabilmen- 
te segreto , conducente al corso dell' acqua che una 

(*) Una catena contiene Q^ piedi inglesi. 



i9 
Tolta scorreva in tal luogo , e che dipoi fu deviata e 
tratta in più lontana parte. 

Poche miglia sotto N( w^rk dalla parte meridionale del Lìc- 
kin" vi sono del'e buche straordinarie scavate nei terreno . In 
lin<?ua«gio popolare sono esse chiamate pozzi , ma non furono 
certamente iatte all'uopo di procurar dell'acqua o dolce o 
salala. Queste buche ascendono almeno al numero di miile, e 
molle di esse sono profonde più di venti piedi . La curiosità è 
slata <n-andemente eccilata relativamente allo scopo avuto ìu 
mira dal popolo che scavò tali bncbe . 

Nella contea di Perry si vede una costruzione fatta 
con pietre grandi, la quale è di forma triangolare, e con- 
tiene più di venti acri di terreno . Il sig. Atwater dopo 

averla descritta osserva: 

Che essa è sopra un terreno eminente , e non pare che ab- 
bia potuto servire di soggiorno, e sembra più probabi e che ivi 
fossero annualmente celebrate delle feste soienni dal popolo da 
cui fu f((rmata . Ora tal situazi )ne è divenuta una foresta , ed 
il suolo è troppo sterile per esser stilo mai coltivato da una 
popoìazione , che invariabilmente sceglie di abitare in feitili 
terreni . 

Vien quindi dato un particolar ragguaglio delle ope- 
re esìstenti a Mariella, tratto da un volume che contie- 
ne alcune elaborate discussioni sopra le antichità occi- 
dentali. 

Le costruzioni di Girleville sono tra le più perfet- 
te e curiose di tutto il paese . 

Vi sono due f >rti , uno d» i quali è un esatto circolo , e 
r altro un perfetto quadrato. Il primo è circcmdato d<t due mura 
con un profondo fosso fra quelle . L' altro è attorniato da un 
muro senz' alcun fosso . Il pri-no ha un diauietro di sellanta- 
liove piedi, misurando dai punti esterni dA inuro circolare; il 
secondoè precisamente cinquantacinque rods qu. idrati, (*) misuran- 
do colla stessa precisione. Le murad«^l forte circolare erano almeno 
dell'altezza di venti piedi , misurando dal fondv> del fosso, prima 

(*) Ciascuno di essi corrisponde a piedi inglesi 5 e mezzo. 

r. FU. Luglio 4 



5o 

che la città di Circleville fosse fabbricata . Il muro interno era 
di argilla, estratta probabilmente dalla parte settentrionale del 
forte, ove il terreno è molto basso . Il materiale della parte es- 
terna del muro fu estratto dal fosso che è tra queste due mu- 
ra, e che é sottoposto alle alluvioni, consistendo in breccie por- 
tate dalla corrente dell' acqua , ed in sabbia ad una ragguardevole 
profondità, più di cinquanta piedi almeno. La parte esterna 
delle mura ha ora cinque o sei piedi di altezza, e nell' interno 
il fosso non oltrepassa attualmente i quindici piedi . Queste mura 
diminuiscono giornalmente ai nostri sguardi , e saranno presto 
intieramente rovinate . Quelle del forte quadrato , ove furono 
lasciate intatte, hanno oggi circa dieci piedi di altezza . Vi erano 
otto aperture o porte che conducevano dentro il forte qua- 
drato, ed una sola al forte circolare. Innanzi ciascuna di que- 
ste aperture era formato un terrapieno alto circa quattro piedi, 
di una base di forse cinquanta, e di venti piedi o anche più alla 
sommitd. Questi terrapieni alla distanza di due rods, o più sono 
esattarnente dirimpetto alle porte, ed erano destinati alla difesa 
di tali aperture . Siccome questo edilizio era un perfetto qua- 
drato, così anche le porte e le loro torri erano a eguali distan- 
ze r una dall' altra . I terrapieni erano in perfetta linea retta , 
ed esiittamente parallelli al muro . pag. \^\ e 14*2. 

L' estrema diligenza degli autori di queste costruzioni nel 
proteggere e difi;ndere ogni parte del forte circolare non si rav- 
visa intorno al forte quadrato . Il primo è munito di due alte 
mura; il secondo di un muro soltanto. Il pritno è attorniato da 
un profondo fosso; l' altro ne è privo. Nel primo si poteva en- 
trare p<^r un solo ingresso, nell' altro per otto dilferenti, ciascuno 
dei quali avente circa venti piedi di larghezza. La moderna città 
di Circleville cuopre tutto il forte tondo, e la metà all' occi- 
dente del forte quadro, pag. ]43. 

Le mura di questa costruzione deviano pochi gradi dal 
nord , e sud est, e ovest, ma non più che l' ago magnetico 
stesso può variare ; e non pochi osservatori si sono per tal cir- 
costanza decisi a credere, che gli edificatori di queste fabbriche 
conoscessero 1' astronomia ^ Ciò che mi sorprese nel misurare 
questi forti fu V esatta maniera , con cui sono stati piantati , 
sì il tondo come il quadrato ; cosicché dopo ogni sforzo e 
dopo la più accurata indagine fu impossibile scuoprire qualche 
errore nella loro misura; e trovai che ic dimensioni erano tanto 



5i 

esatte, quanto se gli attuali iibitmti avessero intrapreso di 
costruire; un tale edi(ì/.io . N tiuo ciò coloro che afF< ttaiin di 
ciedere , ili questi monumenti di antichità fossero inalzati dagli 
antjenati della presente specie di indiaei ; 

Il nostro autore descrive anche le costruzioni 
presso il seno di Paint, le quali sono meno regolari 
tielld forma e raccli udono delle elevazioni di ellittica, 
triauii^ol^re^ e semicircolare struttura^ q'jali sono quelle 
di Portsmouih, quelle sul piccolo Miaii'ii, e quelle presso 
Cincinnai] . Ma siccome un' adequala idea delle mede- 
sime, non meno che delle già sopra enunciate, non può 
acqfiislarsi se n^>n che dai disegn: , noi siamo costretti 
di rimandare i nostri lettori al hbro slesso, assicuraa- 
doìi che esso potrà appagare la loro curiosità. 

Abbiamo qnijiii una descrizione dei terrapieni , 
che sono di tre specie: i. tujiiuli di terra, i quali 
sembrano esser cimiterj o monumenti in onore degli 
illusiri defunti : 2. prominenze di forma conica , pria- 
cipaLnenle di pietra , le quali possono aver servilo di 
altari. (» essere state erette per altri sacri usi: 3. terra- 
pieni di furala piramidale , che si suppongono essere 
tìtati osservato!] o torri di difesa. 

I t Tra pieni o tumuli di terra sono di varie altezze , e 
di'ien.si >!>i , alcuni essendo alti soltanto qu .ttro o cinque piedi 
ed aventi una base di dieci o dodici piedi , mentre se ne ve- 
dono altì'i , viai^^i-Mido verso il sud, che si inalzano fino all'ai- 
tCira di ott.jnta o noV'Oita piedi. 

Essi li. inno in generale, quando sono interi , la forma di uu 
ceno. Qui.*lli della parte Svttntrionale didl' Ohi »; s.no inferiori 
in ^rujdezza ed in num<'ro a quelli lung-o il fiume. Si suppone 
che i terrapieni esistano dall' occidente delle montagne di R.ocky 
all' oriente de'le AUeglianie , e dalle rive meridionali di lago 
lìiiè al golfo de' Messico j e benché pochi e piccoli nt l nord, 
numer,»si e grandi noi sud , ciò non ostante offrono essi delle 
prove di una comune ondine, pag. 167 



52 

Nelle successive pagine il sìg. Atwater descrive una 
qiianlUà di oggetti^ trovati nei suddetti terrapieni , ed 
unisce alla sua descrizione alcuni disegni, i quali pio- 
vano chiaramente che i coslrultorj di queste opere pos- 
sedevano la cognizione di alcune arti , e segnatamente 
di quella di comporre i vasi di breccie calcaree, di for- 
mare delle armature di rame (tali sembrando per la 
loro struttura) e di fabbricare con materiali varj utensi- 
li, ledi CUI forme ed usi sono sconosciuti a qualunque 
popolazione di indiani che ha abitato quella regione 
durante i tre ultimi secoli almeno . Noi crederemmo 
sommamente interessante che tutte queste reliquie^ 
dovessero essere diligentemente conservate in qualche 
pubblico museo; mentre il confronto di esse con quelle 
prese dalle costruzioni settentrionali asiatiche , e con 
quelle del Teocalli e del Messico , mostrerà chiara- 
mente, se coloro i quali innalzarono gli edifizj sulT Ohio 
' e sul Mississipi furono discendenti dei tartari ossiaho 
sciti, e progenitori dei popoli del Messico, o piuttosto 
dei loro predecessori, gli originar] abitanti del Perù. 

Ragionando sulle costruzioni di pietra , il signor 
Atw^uter dice : 

Queste opere sono , come quelle di terra , della forma di 
un conOf composte di piccole pietre , sulle quali non si scorge 
]a minima traccia di veruno istrumento . In quelle si trovano 
sovente vari dei più interessanti oggr tti, come urne, ornamenti 
di rame , punte di lancie ec. dell' istesso metallo , come pure 
delle medaglie di rame, e delle zappe di liornblend (af7iJiòolo\ 
rnolti disegni delle quali possono vedersi nel suddetto volu- 
me, pag. T(S4" 

Il nostro autore chiude questa parte delle sue in- 
dagini colle seguenti osservazioni : 

, Un accurata pic^nta delh opere sopra riferite, io ayviso, di- 
mof^trerehhe che esse erano tutte per varie parti congiunte, e 
costitucuti un tutto disposto con eleganza . 



5a 

Seguendo il corso del fiume Ohio , i terrapieni si presentano 
da ambedue I lati dtd medesimo eretti uniformemente al sicuro 
delle più alte alluvioni. Quelli a Mariella, Portsmouth e Cin- 
cinuiiti sono altrimenti . It loro numero aumenta in ragione che 
si avanza verso il Mississipi , sul qual fiume sono di una mag- 
gior grandezza. 

Tanto i tumuli quanto le fortificazioni esistono in vici- 
nanza dei confluenti di tutti i fiumi presso il Mississipi, nelle 
locnlità più idi)nee ad essere città , e nelle estensioni più di- 
stinte per la fertilità. Il loro numero è forse al di sopra di tre 
mila , e le più piccole di esse non hanno men ) di venti piedi 
di altezza, e cento di diametro alla base . Questo gran numero, 
e la sorprendente grandezza di alcune di esse, possono riguar- 
darsi come prove che, unitamente ad altre circostanze, fornis- 
cono r evidente riprova di una remata antichità . pag i 8. 

Uno dei terrapieni presso a poco dirimpetto a s. Luigi 
ha una base della circonferenza di otto cento yard (*) . 11 .-^^ig. 
Brackenridge ne descrive un'altro alla nuova M'drid di trecento 
cinquanta piedi di diametro alla base . A! tri molto grandi esi- 
stono nei seguenti luoghi ; cioè a s. Luigi uno con due piani , 
ed un altro con tre ; uno all' imboccatura del Missouri ; un altro 
all' imboccatura del Cahokia in due gruppi ; venti miglia più 
sotto altri due gruppi di minor mole; altro suila riva del 
lagf!> , stato anticamente letto di un fiume alla foce del Mara- 
mcck a santa Gencvieva ; altro presso Vnsfiington , stato del 
Mississipi di centequarantas; i piedi di altezza ,• altro a B itou 
rouge, e precisatiicnte sul trayon Mandi. ic. Uno dei terrapieni 
presso il lago è composto principalmente di testacei , dei quali 
ne è stata dagli abitanti estrattu una gran quantità per farne 
della calcina . 

Il terrapieno sul fiume Black ha due piani ed un gruppo 
air intorno . Li ciascheduno dei sopra indicati luoghi vi sono 
dei gruppi di terrapieni , o sembra esservi stata un tempo 
qualche città. Il sìg. Brackenrirìge crede che la più vasta città 
in tali paesi fosse silurila fra T Ohio ^ il Mississipi , il Missouri ' 
e l' Illinois. Nelle pianure fra l'Arkansas, e s. Francis vi sono 
parimente alcun altri molto ragguadevoli terrapieni . 

Da tutto ciò si vede chiaramente, che questi resti, i quali 

(*) Un yard contiene tre piedi inglesi . 



sono sì pochi e sì piccoli lungo i l.^glii sctlentrìonali, sono gra* 
dalaoiente più numerosi a misura che ci avanci uno iicllit di- 
rezione del sud-ovest 5 e fino a che si perviene ai Mississipi , 
ove sono {grandi e maestosi . 

Noi vediamo una iin<'a di anticìie opere , che giunge dalla 
p;»rte mrridionale del lago Oiìlario , a traverso qu( st* slato , 
alle rive del Mississipi , e luiigo le rive di quel liume, a tra- 
T! rso la parte superiore della pt oviii-cia di Tex^'S inturno al i^olfo 
Messico , che è inlicramente nell' interno del Messico . Queste 
opere diventano sempre più numerose e n itahili secondo che 
ci in >!triama in tal linea; m istrand > il crcàciut ► nujKMo., eia 
irii^liorata condizione dei loro untori, in ragione che essi emi- 
gravano verso il p;»pse , ove finalmente si stahilirono. 

JXiuno istorico ci ha detti i nomi di potenti duci, le di 
•ui Ceneri sono racchiuse nei sep >lcri sparsi sul no.strr» su lo ; 
nissnna poetica composizione è slata a n:ti tramand. t<i , nellh 
quale simo manifestate le 1 ro § s'a ; l'istoria , lo ripetiamo, 
non ci ha annunziato quali foss ro i loro sacerdoti, i loro ora- 
tori , i loro più abili p -litici o i lor > j iù valorosi guerrieri, 
ma noi troviamo de„li idoli che dimv>strano essere gli stessi 
d-i striti adorati qui com^ nel Me^^ii-). 

Le opere lasciale indi, tro did m> nzi )nati loro autori die 
le abbandonarono . s )no esattamente si uili a qui He del Messico 
e del P'mÙ ; e le nostre continuano a trov.irsi ifi'ieramente nel 
suddetto |.aese . 

In alcune cave di nitro a Ken lucky si sono rinve- 
nuti dei corpi umani prosciugai , ai qnali .si dà il nume 
di muniinie, sebbene non a[)parisca che siiaio stali n^ai 
imbalsamali. Sopra essi viene dato il seguente rag- 

gUriglio: 

Le mum'MÌe si sono trovate geu< ralmevtc involte in tre 
coperture ; la pri na è una rozza specie di tela di lino , d< Ila 
con.-'isl -nza e del tessuto ]>r! sso a p co d( i sacf l'i da viaggio 
in e d'Ile . Era es<<a evidenteoieet»^ ordit.i coll'istesso met >do 
che si tiene anche oggidì nella psirt ' interna dell' Affrica . Il 
tessuto es^icndo d'>teso per mezzo di una specie di macthina 
rada, si passava il filo a traverso, ed allora venivano torti due 
Ci'{i del tessuto insieme, p im^ di secondo passaggio del ri- 
piano. Ttile sembra essere stato il primitivo rustico sistema ni 



S5 

tessere in Asia, ìr Affrica ed in America. Il secondo involucro 
d^We mummie è una specie di rete di rozze fiia formata da 
molto piccole e lente maglie, nelle quali erano fissate le penne 
di vario qualità di uccelli, onde perfettamente se ne ottenesse 
una morbida superficie , essendo tutte disposte nell' istessa di- 
rezione . L'arte di questa tediosa ma bela manifattura era ben 
conosciuta nel Messico , ed esiste ancora sulla costo al nord-ovest 
di America, e nelle isole dell'Oceano pacifico. Di tìle specie 
sono in quelle isole gli abiti di lusso o di corte . La terza ed 
esterna fasciatura di queste mummie è , o come la prima sopra 
descritta , o consiste in penne cucite insieme . 

È ben giusto il dire, che le attive , zelanti ed in- 
faticabili premure del sig. Atwater nel raccogliere i 
materiali che compongono la parte principale del pre- 
sente volume, non meno che per ottenere tante accu- 
rate misure e disegni^, gli fanno un distinto onore. Egli 
ha fornito delle notizie relativamente a queste mera- 
\ tigliose costruzioni, che son più soddisfacenti di quante 
finora ne sieno state date alla luce; e le sue fatiche 
sono tanto piìi pregevoli e da valutarsi, in quanto che 
le antichità che egli ha con tanta diligenza e precisio- 
ne descritte^ sono continuamente danneggiate, ed ogni 
anno soggiacciono a degradamento; e quando saranno 
tagliati i boschi, e date delle disposizioni per coltivare 
i terreni^ esse saranno V una dopo V altra spianate, e 
quindi dimenticate . 

SCIENZE MORALI E POLITICHE 

f^ojage de Poljcléte ec, f^iai^glo di Poli elète o let- , 
fere romane del sig. Barone di Theis.- Parigi 
1821. 3 voi. in 8. 

Un giovane scita, d'animo e d' ingegno nobilissimo 
«' invoglia, a' tempi di Filippo il macedone, di visitare 



56 
la Grecia, ov' è celebre il nome crini suo illustre ante- 
nato ; move dalle rive del Tanai verso la line del primo 
anno della centesimaquarta olimpiade; pel Bosforo ap- 
proda in Tracia e per TEllesponto in Eubea, percorrendo 
almen da lungi col guardo o col pensiero le greche colo- 
nie della Propontide^dell'Eusino, e dell'Egeo; soggiorna 
alquanto a Bizanzlo, a Lesbo, a Tebe; giugne ad Atene ; 
passa a Corinto, ma per tornare quanto prima alla città, 
di Minerva e di Socrate; parte per la Focide ; vien dì 
nuovo ad Atene; perlustra la Beozia e tutto il setten- 
trione della Grecia , indi frapposta altra non breve di- 
mora in Atene , vuol conoscere il mezzoo[iorno della 
Grecia medesima : si restituisce nella capitale delT At- 
tica; riparte per V Egitto e la Persia, ove si ferma undici 
anni e riceve frequenti lettere dagli amici ateniesi, che 
il ragguagliano degli avvenimenti della lor patria ; si 
riconduce ad Atene; poi scorre le rive dell'Asia mino- 
re e parecchie isole dell' Arcipelago; rivede per la set- 
tima volta la sempre sospirata Atene; e alfine, dopo la 
battaglia di Cheronea o, com' egli si esprime, dopo l'e- 
stinzione della greca libertà, nel quinto anno della cen- 
tesima decima olimpiade, fa ritorno in Scizia, ricco delle 
raccolte memorie sovra i fatti, le leggi, l'arti, le scienze, 
i costumi della nazione più brillante del mondo, e pie- 
na l'anima delF imaglne, e de' colloqui de' grandi uo- 
mini, che in essa conobbe : tale è il piano di quel mi- 
rabile J^ias;^lo d' A nadir sì ^ che preceduto da una in- 
troduzione storica, la quale com|)rende i tempi ad esso 
anteriori, corredato di dotte annotazioni, e scritto con 
arte bellissima non lascia desiderar nulla per T istru- 
zione, e diletta, per non dir seduce, la più viva imagi- 
nazione . 

Il plcjf^gio di Polichte, che taluno potrebbe ere- 



57 



deve un imitazione di quello à' Anacarsi^ ove pure qli 
somigli in quai'che parte, non può certo paragonarglisi 
per estensione, per movimento e per vivacità. Esso anzi 
può appena chiamarsi viaggio; dacché una breye navi- 
gazione dal Pireo ad Ostia, di cui si parla nella prima 
lettera, è seguita da una lunga stazione in Roma, la quii 
dura non interrottamente dall'epoca della vittoria di 
Siila sopra Mitridate e gli Ateniesi a quella del suo ri- 
torno dopo la morte di Mario ; e forma il soggetto delle 
altre lettere, che non sono meno di quarantotto. Policlete, 
rappresentato qual giovane prode, che molto si distinse 
nell'ultima guerra infelice ma gloriosa pe^suoi concittadi- 
ni, è supposto figlio di un arconte eponimo di Atene^e dato 
ostaggio a Siila, il qual lo invia alla romana repubblica . ' 
Veramente la storia non fa motto d' ostaggi, e uno solo 
avrebbe assicurato poco la sommissione della vinta città; 
veramente il generale vincitore ne aveva altri pegni nel 
terrore onde colpi la città medesima, nella debolezza cui 
la ridusse uccidendone i più valorosi, togliendone tutte 
le ricchezze, incendiandone il porto e le navi. Ma noi 
fìngiamoci pure il Policleto che V autore si finge, e, pro- 
nunziandone il nome, sforziamoci di obliare lo statua- 
rio famoso, che tosto ci corre al pensiero; ciò che Fau- 
tore poteva prevedere facilmente . La sorte del giovane 
guerriero^ ove non si rifletta alla probabilità^ ci affeziona 
moltissimo a lui , e questo sembra dargli un notabile 
avvantaggio sopra Anacarsi. Non c'inganniamo per 
altro. Un ostaggio non è un viaggiatore; e il non aver- 
lo avvertito fece che 1' opera del sig. Barone di Théis 
non corrispondesse al titolo , e riuscisse angusta e mo- 
notona , mentre poteva essere assai più larga e più va- 
riata . Navigando, l'ottimo Policlele si fa ben volere 
dal tribuno militare che lo conduce; ed ò da lui poscia 



58 
vivamente raccomandato aì console Gneo Ottavio, il 
qnale io accoglie in sua casa, lo dà compagno al proprio 
figliuolo , e gli concede tutta quella libertà che può 
comporsi colla sua condizione. Qui nasce dubbio se il 
console, indipendentemente dal senato, avesse arbitrio 
di cosi favorirlo; e gli esempi dì cui ci ricordiamo ci in- 
clinano a credere il contrario. La predilezione di Otta- 
vio, intanto, e il formar parte della sua famiglia, danno 
al giovine frequentissime opportunità di perlustrare in 
ogni sua parte la capitale della repubblica, di studiarne 
il regime politico, il civile, il militare, di ben conoscere 
insomma quanto si comprende sotto il nome di romane 
antichità, meno ciò che riguarda le città italiane subal- 
terne, che non gli si permette di visitare . È vero che 
dopo la guerra sociale, poc'anzi terminata, queste città 
partecipavano , tutte egualmente ai diritti politici di 
Roma , e da più lungo tempo le morali distinzioni fra 
r una e le altre si andavano di giorno in giorno can- 
cellando. Quello, per altro, che rimaneva de' loro par- 
ticolari costumi, la loro materiale situazione, Ì loro mo- 
numenti , le loro tradizioni avrebbero di molto arric- 
chito il quadro del nostro autore, dato motivo ad osser- 
vazioni, a confronti, a ritratti d'uomini celebri, a poeti- 
che descrizioni, che la natura della sua opera ammette- 
va . Il Lazio specialmente gli avrebbe offerta occasione 
di salire fino alle prime origini delia gente italiana, di 
dipingere un incivilimento forse non meno antico di 
quello della Grecia , di racchiudere in poche pagine 
brillanti il frutto delle dotte ricerche di Cluverio, di 
d' Anville,, d' Hamilton, di Bonstetten, di Micali; d' in- 
trodurre a guisa d' episodio, la storia nostra anteriore a 
tempi romani; il che sarebbe stato ancor più bello, e 
a\rebbe dato più unità alla composizione che non il 



53 
premettere un volume di proemio islorico; siccome fa 
13arthelemj . 

Altro iiiconveuienle della condizione di Policlete 
è certa naturale avversione al popolo nemico, (Va cu; si 
trova; avversione che non può essere vmta abbastanza 
dall'affetto e dalla riconoscenza verso l'ospite suo, il 
quale gli ha latta ritrovare una seconda patria nella terra 
dell' esji>iio e della schiavitù . L' autore aiedesimo sem- 
bra aver sentito un tale inconveniente, dacché si è ri- 
dotto ad empire in gran parie le lettere di Policlete dei 
discorsi e de' giudizi eh' egli ha uditi da altri, stimati 
osservatori più imparziali di lui . Se non che a ciò lo 
obbligava pure necessariamente V igiioranza di un gio- 
vane, il qual esce da una nazione^ ciie appena da poco 
tempo conosce la romana ; e quindi nulla sa vedere 
per sé medesimo, non può far doni inde, che chiamino 
erudite risposte, per ogni cosa ha Uv)po d un nomencla- 
tore. Anacarsi è già istruito de' particolari della Grecia 
dalle memorie domestiche, dalle sue lettere, dai collo- 
qui con uno schiavo tebauo eruditissimo , a cui priuja 
di partir dalla Scizia ha donata la libertà . Policleto 
avrebbe in Roma appreso pochissimo; e forz' anche sen- 
tito pochissima volontà di apprendere, se non trovava 
in casa del console un greco vicino a divenire liberto _, 
che si idee suo interprete anzi maestro. Quest'incontro 
avventurato, il quale è d' infinito comodo per fautore, 
è pur causa d' alcuni momenti di soave commozione 
per noi. Poiché f affetto vicendevole, che ne' due greci 
si manifesta; il compatirsi e il racconsolarsi Y un 1 al- 
tro, la veemenza del più giovane temperata dalla mo- 
derazione e conoscenza delle cose che è nel più vecchio^ 
toccano veramente il nostro animo ^ Continuo fr^ am- 
hidue è il discorso della cara patria;, e il pasijar dalle 



6o 

cose romane alle greche paragonandole fra loro^ il clie^ 
inancaudo altre varietà^ par clie giovi non poco al buon 
effetto di tutta l' opera . Un confronto più particolare 
fra Roma e la Grecia, che forma il soggetto della let- 
tera vigesimanona, per quanto potemmo accorgersi, è 
assai generalmente piaciuto, e in esso non già lo schia- 
vo, ma Policleto medesimo ha le prime parti dialogan- 
do con varj illustri romani alla mensa del figlio del 
console ; allorché prese la toga virile. Abbiamo udito 
qualche dotto uomo lagnarsi della frequenza di tali 
confronti, che tolgono ali' opera il pregio óeìV unità, e 
distraggono quell' attenzione , che debb' essere tutta 
dedicata al soggetto ^lell' opera stessa. JNoi, peraltro, 
non sapremmo essere del suo sentimento. Perocché le 
erudizioni greche sono da Policleto o dallo schiavo ap- 
pena accennate, e servono propriamente a risalto della 
romane, non a distrazione di chi legge. Una cosa per 
noi fastidiosissima, e che potrebbe nondimeno sembrar 
tolerabile ad altri, si è che quelli a cui scrive Policleto, 
non esclusi l'arconte eponimo suo padre e l'arconte 
re, il quale presiede al culto nella sua patria, appari- 
scano così nuovi in ciascun argomento, die sia uopo dir 
loro ogni minutezza . Con qualche maggior industria 
Fautore non sarebbe dunque riuscito ad introdurre nel- 
l'opera tutte \e particolarità, che lo scopo di questa 
sembrava richiedere, senza farlo in forma cV istruzione 
ricevuta e commuiiicata spesso aridissimamente? Ad 
Anacarsi più che a Policleto potea convenire una gran- 
dissima semplicità , dacché destinava le sue memorie 
per un popolo baibaro, e lontano da ogni comunicazio- 
ne con quello che volea f^irgli conoscere. 

Il so^^etto delle romane anticliità è trattato nel- 
V opera del sig. Barone di Theis piuttosto interamente 



6i 

che compitamente . Alcune parti sono più prolisse^ che 
non permetta il riguardo alle proporzioni^ e più ispide 
che non comporti hi gentilezza d' un componimento 
che tien del romanzo, come quella, per esempio, che 
tratta della moneta e delle sue vicende . Altre sono 
manclievoli, come quella della marineria e del commer- 
cio; altre affatto meschine , come quella ove si parla 
della letteratura e delle scienze. Tra le più finite a noi 
parve quella del giardinaggio e delie cose rustiche , la 
quale, per la nostra poca perizia, aveva anche il pregio 
della novità, onde ne ricevemmo special diletto Se la 
sua lunghezza fosse stata maggiore, confessiamo che 
non ce ne saremmo avveduti, e in grazia dell'argomen- 
to, e in grazia dell' amenità che V ingegno dell'autore 
ha sapute aggiungergli. Ma noi parliamo delTingegno, e 
dovrenmio lodare più particolarmente il cuore, d'onde 
vengono i pensieri migliori. La villa Ottavia, e il vec- 
chio padre del console, ammiratore e imitator di Cato- 
ne, da cui è ab. tata, sono una vera ispirazione del senso 
morale, e noi godiamo più che nessuno imaginerebbe, 
di poter dichiarare che simili ispirazioni si fanno sen- 
tire frequenti nell' opera di cui diamo notizia . 

Tavolta r autore, alzandosi al disopra della sem- 
plice erudizione, tenta, colla filosofia della storia, di 
spiegare gli avvenimenti più celebri, e se non riesce a 
farlo con molta profondità , lo fa però in maniera ani- 
mata e persuasiva: JNella lettera quarantesima settima 
egli sì prova dj entrare nelle cause segrete della guerra^ 
civile fra Mario e Siila, guerra che svelo i lunghi mali, 
end' era guasto il corpo della repubblica, e fé presentire 
ch'ella sarebbe ormai la preda di chi sapesse impadro- 
nirsene. Finge adunque il giovane Policleto a famiglia- 
re colloquio intorno alle difficoltà dei, tempi calamitosis- 



Si 

siali col seiiator Dolabella e suo fidio. Entra un uomo 
vestito del semplice sago o abito militare , a cui quei 
p:itrizii (Ialino ogni segno ci' onore . 11 suo volto mostra 
Li tristezza e la calma ; le sue parole sun negligenti e 
insieme più ^^he eloquenti . Prima di saper chi egli sia, 
già sembra a Policlele di ravvisare in lui un essere 
straordinario, uno di que capi illustri ^ che sono chia- 
mati a decidere della sorte delle nazioni, e di cui tutto 
giorno gli risuonavano i nomi alT orecchio. L"* uomo 
gravissimo annuncia di voler lasciare le sponde del 
Tebro per quelle del Tago, ove spera di far sorgere 
una Ruma novella colle istituzioni e le virtù che ha 
perduta l'antica; e in questo dire avviene eh' ei si no- 
mina Quinto Sertorio. 11 giovine Policlete che lo ha 
ascoltato fin da principio con incredibile ammirazione, 
più non può ritenersi dal manifestargli il più vivo en- 
tusiasmo . Egli però gli impone silenzio dichiarando 
che troppi rimproveri è costretto di fare a se medesimo^ 
e che forse non lascia la terra nativa, che per jsFuggire 
.approprio rimorso . Allor Dolabella interrompendolo, 
mostra d' interpretare le sue parole , come un espresso 
pentimento d' aver seguite le parti di Mario, e associata 
una rara virtù ai vizj e alle passioni d' uomini indegni. 
(( Come mai, conchiude, anime sì differenti dalla sua 
poterono farsi da essi intendere j e qual interesse comu- 
ne potè riunirle ? » 

„ Se tutt' altri che un vecchio amico, replica Ser- 
torio, mi volgesse tale domanda , sdegnerei di rispon- 
dergli . Si può accusare se stesso, ma il giustilicarsi 
è cpsa che troppo incresce . All'istante però di separarci 
per sempre, voglio darti quella maggior prova eh io mai 
potessi della mia sin^cerità. Si, riconosco il mio errore; ed 
io medesimo, come vedi, me ae punisco. Piaccia agli 



63 

Dei die ciascuno riconosca il proprio^ e deplori per sem- 
pre i mali che ha cagionati ! I tuoi patrizii, i tuoi sena- 
tori hanno prodigato V insulto; ed oggi si meravigliano 
che questo abbia prodotto la vendetta ? Il mio linguag- 
gio, me ne accorgo, ti cagiona sorpresa . Ma che ? la vera 
causa della presente lotta sanguinosa ti è dunque sco- 
nosciuta ? Hai tu creduto mai che que' Romani i quali 
si schierano in folla sotto i nostri stendardi vogliano 
servire a Mario, o Cinna, o Carbone o Sertòrio? Tutti di- 
fendono la propria loro causa , tutti vendicano la loro 
lunga umiliazione , . . . Come tu mai non avesti parte 
neir insulto, duri fatica a persuaderti del risentimento. 
Oh come sono lungi dal rassomigliarti quegli uomini, 
il cui orgoglio fatale ha tratto in rovina la nostra patria 
felice! „ 

A questa viva apostrofe il vecchio senatore sorrise 
piacevolmente, e con voce pacata: „ Mio caro Quinto, 
disse, non si udrebbe oggi per avventura lo spirito di 
partito deplorar gli effetti dello spirito di partito; il fu- 
rore gemere sulle conseguenze del furore; l'orgoglio ac- 
cusare T orgoglio ? Lungi da me T idea di giustificare 
con vani ragionamenti la folle condotta de' nostri gio- 
vani patrizii verso uomini, che troppo sovente li sorpas- 
sano in virtù. Comprendo abbastanza l' irritazione che 
r altrui superbia può produrre in anime libere e gene- 
rose . Io stesso, malgrado il ghiaccio dell'età, pavente- 
rei d'esserne messo alla prova. Ma i falli di cui ti lagni, 
non sono delitti^ provengono dalla natura stessa dello 
spirito umano , il quale non ottiene che per bramar 
davvantaggio; ed ove molto possegga, a tutto preteude. 
Quelli, che tu riguardi come oppressi, domani sarebbe- 
ro oppressori , se ne avessero il potere . Che dico io? 
forse noi sono in questo momento ? la causa del popolo 



6'4 
Irioiìia; e i capi dello slnto soccombono. I pontefici so- 
no trucidati al piede stesso degli altari ; i nostri magi- 
strati uccisi sulla loro sedia curule, e quel senato clie tu 
dipingi sì forte^ ogni giorno riman privo d' alcuno dei 
suoi membri più ragguardevoli- Se non che il f(^rro de- 
gli assassini è pur disceso da tanta altezza, e si accon- 
tenta di vittime anche meno illustri: basta gemere 
sulle sciagure pubbliche per meritare la morte . Mal- 
grado però tutti questi eccessi, e il dirò francamente, 
tutti questi delitti, io non odio il popolo . Ho impiegato 
una lunga vita in beneficarlo; il mio più vivo desiderio 
è di giovargli tuttavia, ma abborro il suo potere; e mi 
auguro di viver tanto ch'io ne vegga il termine. „ 

„ Mio degno amico, ripigliò Sertorio, io ho conia- 
ne con te questo giusto sdegno contro uomini crudeli, 
clic disonorano una causa cui sempre mi glorierò d' a- 
vere sostenuta, e dalla quale eglino soli poteano distac- 
carmi. L'eccesso della vendetta, però non ti prova 
quello dell' ingiuria ? „ E qui entra in alcuni particolari 
sugli abusi dell' autorità , sul dispregio de' grandi per 
un popolo che fu rispettato anche da suoi re . Parla 
dell'eguale distribuzione di poteri, che fu a principio fra i 
re, i grandi, ed il popolo; del disequilibrio introdotto 
ai giorni di Servi Tullio colla formazione de'comizii per 
centurie, di cui i patrizii approfittarono senza pudore; 
dell' irritazione del popolo, ciie fuggi sul monte sacro, 
dell istituzione de' tribuni e de^comizii per tribù, che 
fu ad esso conceduta onde placarlo; degli sforzi dei 
grandi per eluderne in seguito gli effetti , delle loro 
usurpazioni così degli onori come de beni, a cui il po- 
polo avea diritto, de' Gracchi immolati dalla loro tiran- 
nide, del giogo sempre più aggravato sul collo d'uomi- 
ni, in cui è inestinguibile 1' amore della libertà . 



65 

Doì abella si studia di difendere i suoi patrizi: ma 
quanto alle usurpazioni del patrimonio pubblico è cos- 
tretto di tacersi. Indi prosegue: ,^ Quel popolo, di cui 
tu compiangi la trista sorte, non gode egli prerogali^'" 
simili alle nostre ? Egli è ammesso nel senato, ed occu- 
pa una gran parte delle nostre sedie curuli . Ogni via 
di onore e di lucro gli è aperta : ei può aspirare a qua- 
lunque più alto segno . Cento famiglie plebee uguagliano 
le nostre più illustri in splendore , in beni di fortuna, 
in vero potere . Un solo romano fu sette volte console ; 
e questo romano è plebeo .Tu parli del dispotismo dei 
grandi , e pare cbe dimeiiticbi essere loro stata succes- 
sivamente rapita ogni autorità. 1 tuoi tribuni sono oggi 
assai più potenti cbe i noslri senatori . „ Indi , alzato un 
lembo della sua toga: „ un vano titolo disse, e questo 
mescbino fregio di porpora, ecco tutto ciò die ne rimane 
di tanta già ndezza passata . 

„ Le tue doglianze sarebbero giuste . replicò Serto- 
rio, se avessero fondamento. Quanti della spregiata classe 
dei cittadini, io tei dimando, sono pervenuti al consolato 
dopo la sua istituzione?,. 

Qui il giovine Dolabella si fece a dire: „ Permetti 
mio generale eh' io risponda alla viva tua richiesta. Sen- 
za vana ambizione per me stesso, io ardisco pretendere 
alla gloria di mio padre , a quella de' miei avi , poiché 
la riguardo come la parte più bella del lor retaggio . E 
vero: alcuni concorrenti d un nome illustre sono spesso 
prevalsi ne' nostri comizii a rispettabili cittadini d' un 
origine oscura ; ma questa preferenza non era forse legit- 
tima ? Il discendente d' un eroe mai non sarà un uomo 
ordinario pe' suoi concittadini . Questa legge della natura 
$i fa sentire a tutto 1' uman genere ; e opera sopra voi 

stessi, senza che ve ne accorgiate. Il giovane Mario ; 
T, VII, Luglio 5 



66 

dicesi, non lia meriti che lo distinguano, e già è alla, 
testa delle romane legioni . Tale onore per comune sen- 
timento, è a lui dovuto. Egli è erede della gloria del suo 
gCTiitpre , come i nostri patrizi lo sono di quella de' loro 
antenati, e ne gode per uguale diritto . Così il figlio del- 
l' illustre Sertorio potrebbe non rassomigliargli, e Roma 
ciò non di meno sempre V onorerebbe . 

„ No, ripigliò Sertorio con forza, s' egli traligna ne 
subisca la pena; s' ei non ha lustro suo proprio giaccia 
nel l'oscurità . La generazione presente è troppo dlumina- 
ta per anteporre sterili rimembranze ai menti veri; essa 
è rigorosa ne' suoi giudizi. Un giovane Fabio mi jipeta 
con ostentazione, che tre membri della sua famiglia ne- 
rirono iu un sol giorno per la salvezza di Roma . Ono- 
rando la loro memoria, io sono disposto a ben augurare 
di lui . Ma se egli non è che un figliuolo degenere , gli 
preferisco, senza esitare , il bravo soldato, di cui enume- 
ro le cicatrici . 

„ Oggi il popolo romano, irritato da una lunga sug- 
gezione, ha rotte con impeto le barriere che l'opinione 
già pose fra lui e gli onori ; ha eletto de' capi dal proprio 
seno . Così quello che la giustizia avrebbe dovuto al loro 
merito, essi lo hanno conseguito dallo spirito di parte. 
Per una progressione troppo naturale ad anime ardenti 
molti fra lorj, invece di essere soltauto i protettori del 
popolo, se ne sono dichiarati i vendicatori; e bentosto 
inebriandosi di quelle stesse passioni, di cui erano stati 
vittime, hanno straziata questa patria, cui dovevano 
consolare . 

„ Nato fra gli ordini popolari io mi sentii, quasi per 
istinto , inclinato sempre alla plebe . Fino da miei anni 
più verdi, vivendo in mezzo a' nostri soldati, io fui te- 
stimonio delle loro eroiche azioni . Esse erano allora mal 



«7 
riconosciute; ma un avvenimento felice tutto cangio. Io 
vidi con vero trasporto di gioja onorati que' tanti citta- 
dini , che per iungo tempo furono oggetto di spregio. 
Quindi accostatomi più da vicino a Mario fui da suoi ta- 
lenti affezionato alla sua fortuna; mi sentii lealmente 
suo amico. Se ciò non mi fece chiudergli occhi sui suoi 
eccessi , mi diede occasione di conoscere meglio le sue 
eminenti qualità . . 

,y Mario non è più; i suoi compagni non sono i 
miei; ma non per questo io sarò mai contato fra quelli 
di Siila. Io sono costretto a dispregiare il partito che 
ho voluto sostenere; e non posso che abborrire quello' 
che ho combattuto. Quindi io debbo fuggir Roma ^ nel- 
la quale oggi particolarmente a voi si conviene di ri- 
manere. Forse voi godrete ancora giorni tranquilli in 
questa città desolata ; ed io incontrerò una morte fune- 
sta in quelle regioni lontane, a cui mi volgo cercando 
pace. Ognuno di noi avrà seguita la via tracciatagli dal- 
l' onore: gli Dei ordineranno il resto. 

y, Addio mio vecchio amico ; addio suo figlio e suo 
emulo; e tu pure, giovane greco, addio. Tu rivedrai 
un giorno la patria a cui sospiri: di' a^ tuoi concittadini 
quello di cui fosti spettatore in questa Roma cosi invi- 
diata; e avranno di che spaventarsi insieme e raccon- 
solarsi. Atene ha ceduto ad una forza straniera; noi ci 
distruggiamo colla nostra propria. Si può guarire dalle 
ferite che il nemico ci porta ; da quelle , che ci faccia- 
mo di nostra mano, assai di rado o non mai „ . 

Se l'autore non sale a considerazioni anche più 
generali; se non cerca nella costituzione stessa della 
republica la causa dei partiti che la dividevano, poiché 
ove gli ordini dello stato si trovano in perpetua e ne- 
«essaria guerra fra loro ^ non è meraviglia che sorgano 



68 
capi arditi^ i quali sì disputino il potere e ne abusino 
a vicenda , se di qui non prende occasione di svelare i 
vizii d' un regime politico , il quale potè produrre 1' e- 
nergia e F ingrandimento, non la giustizia e la stabilità; 
se non fa sentire di che modo gli elementi dell' aristo- 
crazia e quelli della democrazia avrebbero dovuto con- 
temperarsi , per evitare gli urti violenti , da cui la re- 
pubblica era tratta a perire ; se non mostra insomma 
che a lei mancò la sicurezza e il riposo perchè le man- 
cò T equilibrio ; e r equilibrio, perchè le mancarono 
le vere basi del patto sociale; ciò non è da imputarglisi. 
Ei non potea far parlare ad un patrizio e ad un plebeo, 
quantunque de' più savi, dell'antica Roma il linguag- 
gio di due membri delle camere di Parigi , o anticipare 
di tanti secoli le idee degli odierni pubblicisti sul go- 
verno che si reputa più perfetto. Noi saremmo contenti, 
se dopo aver posto in bocca al giovane Policlete alcune 
giuste sebben superficiali considerazioni sugli ordinari 
motivi delle guerre intestine, si fosse astenuto dal farlo 
prorompere in questa vasta declamazione: „ E voi uo- 
mini imprudenti , che vi sforzate di far conoscere al 
popolo tutta la sua forza , per accrescere la vostra , 
ignorate voi dunque che il solo mezzo di governarlo , 
ed anche di renderlo felice , è di fargli obliare una fa- 
tal verità? Ma, essa non gli fu presentata, ch'egli non 
ne facesse un orribile abuso; e coloro , che gliela posero 
innanzi, sempre ne furono le prime vittime ,,. Perchè 
separare l'azione governativa dall'intenzione di render 
felici i governati , quasi vi fosse governo legittimo senza 
di essa , dacché la felicità è lo scopo del viver civile ? 
Come poi, affine di rendere felice un popolo, sarà ne- 
cessario fargli obliare una verità qualunque? Per gover- 
narlo arbitrariamente o secondo gli interessi non suoi^ 



69 
tale ollio può essere opportunlssimo ; per ben gover- 
narlo , cioè per felicitarlo , niente di meglio che la ve^ 
rità. Sarebbe per avventura il contrario di questa ciò 
che Policlete giustamente condanna , come atto a solle* 
vare le passioni di un popolo^ e a farlo passare dallo 
stato sociale , che lo conserva , allo stato selvaggio o di 
anarchia che lo distrugge? tCgli infatti parla della forza 
di un popolo, chiamandola fatale, sicché noi dobbiam 
credere che intenda la forza insubordinata o degli indi- 
vidui, non r ordinata o della società. Ora il persuadere 
altrui che il disordine abbia a produrre gli effetti del- 
l' ordine; che dalla violenza , la qual disgiunge il corpo 
sociale , sia da aspettarsi un bene, sperabile soltanto 
dalla più stretta unione, è menzogna e non verità. Non 
e' è bisogno di scoprire ad un popolo i materiali mezzi 
eh' ei possiede per abbattere V autorità o 1' ordine sta- 
bilito; quindi non e' è pericolo nel dirgli quello eh* ei 
conosce da se medesimo. Il gran male sta nel fargli 
credere , che tali mezzi lo condurranno al consegui- 
mento di quella felicità eh' ei si propone ; e questo 
non è già un discoprirgli il vero , ma un ingannarlo 
crudelmente; di che poi e ingannato e ingannatori por- 
tano ugual pena. Conveniva dunque precisar meglio le 
idee, per dire qualche cosa di giusto, se non di nuovo. 
Questa mancanza di precisione, così nelle idee, che 
nelle espressioni , si fa notare spesse volte nel!' opera 
del sig. barone di Thèis; ond' è che una revisione se- 
vera le sarebbe troppo necessaria. 

Abbiamo toccati molti di quelli che in essa ci par- 
vero più gravi difetti. Or vogliamo accennare quello 
che ci è sembrato principale suo pregio; la facil maniera, 
cioè, onde, l'autore fa nascere occasione di trattar le 
p^iaterie che si è proposte ; V erudizione isturica ^ di cui 



7^ 

sa air uopo largamente yestirle ; e il calore del dialogo, 

con cui spesso le anima. 11 passo poc'anzi riferito può 
servirne bastantemente di prova ^ quantunque non sia 
de' più industriosi. Certo lo scrittore del viaggio dAna- 
carsi ebbe uopo di minor arte che quello del viaggio di 
Policlete: o forse un' invenzione piii felice diede ai di- 
scorsi e alle osservazioni da lui introdotte un' aria di 
maggiore spontaneità. Nulla aggiugneremo^ paragonan- 
do viaggio a viaggio, intorno all'incanto delle descri- 
zioni , delle vive pitture, di tutto quello che si riferisce 
alla fantasia ed al cuore. La differenza viene egualmente 
dal talentò de' rispettivi autori , che dall'indole de'sog- 
getti da loro trattati. Roma è un nome grande e severo; 
la Grecia è un nome magico, il qual richiama al nostro 
pensiero tutto ciò che la natura e l' arte poteano riunire 
per esaltare le facoltà dell' anima , ^ presentare all' os- 
servatore la scena più varia e più attraeiite del mondo. 
Quindi non il solo viaggio d' Anacarsi , ma il viaggio 
di Antenore, le lettere Ateniesi, quasi tutte le opere 
ingegnose, che ci collocano spettatori fra il Cefiso e 
r Eurota , fra Delfo ed Eleusi , fra il Parnaso e le Ter- 
mopili sono piene di seduzione per noi. La sola ricor- 
danza degli uomini, che figurarono in questo suolo de' 
portenti , occupa la nòstra immaginazione più che non 
farebbe un lungo ragiomi mento sovra i più celebri di 
qualunque terra famosa. L' incontro di Policlete con Ser- 
torio in casa di Dolabella è certamente bellissimo; ma 
come , senza avere egual pregio di composizione, inte- 
ressa di più quello d' Anacarsi con Filippo il macedone 
in casa d'Epaminonda! L'amicizia di Policlete con 
Lucio, figlio dei console Ottavio, è di gran momento 
per tutta 1' opera ; ma qual confronto coli' amicizia 
d' Anacarsi e di Timoleonte^ sebbea goduta brevissima- 



7^ 
iiieiite?tTn nome solenne, uno de' più venerandi numi 
delia romana istoria si presenta nelle lettere del sig. 
barone di Thèis, quello del vecchio Catone ; e avremmo 
pure desiderato che se ne traesse qualche degno partito. 
L'avversione del rigido censore alla filosofìa de' Greci 
non forniva per avventura occasione di entrare in al- 
cuni particolari, che supplissero alla necessità con cui 
sono esposte da Policlete le dottrine de' sapienti della 
sua nazione ? Noi non volevamo da lui nulla di equiva- 
lente al discorso del gran sacerdote di Cerere intorno 
alle cause prime, né a quello pronunziato da Platone 
sul capo Sunio intorno alla formazione del mondo. Ma 
qualche cosa veramente profonda e identità sulla filosofia 
stoica e socratica non poteva , con mirabile effetto , es- 
sere opposta ai pregir.dizii non affatto ingiusti del più 
austero de' Romani? E qui ci occorre un altro insigne 
avvantaggio dell'autore dell' Anacarsi, l'avere cioè 
nella sua opera quasi necessari interlocutori i maestri 
dell' uman genere; il poter prestare a Platone , ad A-^ 
ristotele , a Senofonte il loro vero linguaggio, o quello 
almeno, di cui i loro scritti forniscono materia ; il poter 
adornare le sue pagine dei racconti d' Erodoto , dei pen- 
iSieri di Tucidide, dei versi d' Omero e deg^li altri sfreci 
poeti, delle sentenze de' saggi, dei motti arguti degli 
artisti, che la tradizione ci ha conservati Qual nuovo 
fonte d'abbellimento e d'interesse pel viaggio f|i Po- 
liclete, se al sig. barone di Thèis, posticipandone l'e- 
poca e variandone il motivo, fosse piaciuto di far par- 
lare Cicerone , Cesare , Salustio , Lucrezio , o più tardi 
Tito Livio, Orazio, Virgilio? Il suo ingegno si sarebbe 
iicuramente riscaldato al loro fuoco, tinto de" colori dei 
.oro scritti immortali; e \ opera aggradevole , che rice- 
viamo dalle sue mani^ sarebbe un giorno citata come 



172 / 

1111 opera bella. Se mai taluno de" nostri giovani, sde- 
gnoso d'un' ozio vile, vergognoso di questa indolen* 
za y per cui ci lasciamo rapire dagli stranieri tutti i 
migliori argomenti che a noi fornisce la patria terra, 
nudrito della lettura de' classici latini, e pieno l'anima 
di que' sentimenti, che loro erano cosi familiari, si ac- 
cingesse e riuscisse a comporre un libro da contrapporsi 
con sicurezza all' Anacarsi; rimarrebbe sempre al sig. 
de Thèis la nobile compiacenza d' avergliene dato 
r eccitamento , e in buona parte T esempio. M. 

AGRICOLTURA 

Osservazioni siiir agricoltura toscana ec. del Doti. 
FRANCESCO cuiARENTi (Pistoja presso Manfrediiii.) 

Quest'opera, della quale noi aspettiamo ancora la 
continuazione, punto non è di quegli eloquenti teorici 
trattati, che forse soprabbondano nella scienza agronomi- 
ca , ma sibbene una raccolta di pratici risultamenti da 
esso ottenuti mediante ripetute esperienze eseguite nei 
propri fondi , e di accurate osservazioni da lui fatte so- 
pra un gran numero di altre Tenute nelle diverse pro- 
vincie toscane, vero e unico mezzo per giungere a fon- 
dare lilialmente una teoria scevra d' illusioni . 

I. L'opera è divisa in otto capitoli 5 i primi tre 
hanno per oggetto V istruzione dei fattori e dei coloni . 
L' autore saviamente riflette che per esercitare la giuris- 
prudenza e la medicina si esige dagli aspiranti una ma- 
tricola ; che diverse arti riguardanti il lusso e i commo- 
di della vita s' imparano per principi, e quindi vedonsi 
prodigiosamente progredire nelle mani di persone perite 
mentre 1 agricoltura arte assai complicata; e fonte pe- 



73 
renne , della sussistenza , e della pubblica e privata 
ricchezza , languisce neile mani di direttori (^i fattori ) 
affatto digiuni di ogni principio teorico . Egli propone 
come rimedi ; T fondare delle cattedre di agricoltura 
nelle respettivc università ; li" obbligare i giovani in- 
gegneri ed agrimensori ad applicarsi agli studi relativi 
air agricoltura sottoponendoli ad opportuno esame per 
ottenere una matricola, il che li porrebbe in grado di 
riesci re più idonei nella professione , e di megliorare la 
loro sorte dedicandosi alla direzione di una o più fat- 
torie; ni' facilitare in reprocità ai fattori il mezzo di 
fare istruire i loro figliuoli nell'agrimensura; IV propa- 
gare r istruzione nelle campagne, sia coli' introdurvi il 
metodo di mutuo insegnamento, sia col stabilire delle 
società agrarie nelle città provinciali e nelle principali 
terre o castelli, facendo adottare queste dalla gran ma- 
dre (Società dei Georgofili), e presedere da qiialclie di 
lei membro onorario a corrispondente. Ma sopra questo 
ultimo oggetto noi non possiamo non rammentare, che 
in circostanze analoghe il congresso degli Stati uniti di 
America nel 1811 credette di dovere astenersi dal fon- 
dare una università centrale, temendo appunto che un 
primato troppo diretto ed assoluto « potrebbe riescire 
d'ostacolo all'intiera libertà dell' insegnamento, e per 
necessaria conseguenza al perfezionamento dei metodi^ 
e al progresso delle umane cognizioni. » (i) 

In quanto all' istruzione dei fattori, gli autori d'un 
rapporto letto alla Società dei Georgofili sulla presente 
opera, dubitando di non ritrovare per ammaestramento 
dei coloni un Veherly come ad Hofwyl , suggerirono 
come più efficace compenso « l' educazione dei proprie- 

(i) Antologia N. XV. pag. 4^1 



74 

tari, alcuni dei quali , disse il relatore , già si redoiio 
risedere nelle loro terre, e aniiiiaestrare i contadini com- 
imunicando loro i luini ricevati dalle Accademie, le 
pratiche acquistate nei viaggi e le teorie apprese dalle 
opere agrarie » . Questo voto fu pure manifestato sin dal 
1801 dal eli. Sismondi quando disse a La culture de la 
terre ne peut et re suì\ne avec gotlt et intelligence y 
(ju^ autant que les proprietaires soni des gens que Vai- 
sance de leur fortune^ et le point d^ honneur qui l&s 
obblige à s' instrui r cernette nt audessus da commun des 
pajsans, Ilfaut que les campagncs possédent des gens 
de cet ordre^qui seuls peuvent unir L'intelligence et V ou- 
verture d' esprit à la pratique ile V agriculture » . (2) 
Possono i tre scrittori facilmente conciliarsi dicendo,, 
che tanto più vantaggio i poderi ricaveranno dalla cul- 
tura, quanto maggiormente l'occhio del padrone, la vo- 
ce del ministro, e le braccia del colono saranno dirette 
da una più estesa istruzione. Se questa massima abbiso- 
gnasse di nuova sanzione, ampie prove se ne potrebbero 
raccogliere da ciò che lo stesso sig. Chiarenti espone re- 
lativamente ai vistosi miglioramenti da esso lui operati 
nel giro di pochi anni sulla mente dei suoi coloni e fat- 
tori, non solo a prò delT arte agraria, ma ancora delT in- 
terna economia delle loro famiglie. A ciò non poco 
giovarono le conferenze da lui istituite nei giorni festivi, 
ove famigliarmente discutevansi le migliori pratiche e 
teorie^ e nelle quali l' influenza esercitala dal proprieta- 
rio (ci sia permesso questo tratto isionco, a cui egli 
stesso allude) ben dimostra che punto non somigliava 
esso a quel Retore^ il quale ragionava avanti ad Anni- 
bale dell'arte della guerra e dei doveri di un generale. 

(2) TaLleau do l^ agriculture toscane par 1. C. L. Simon- 
di {Qirméve 1801} pag. 274. 



79 
Ad accrescere poi la premura dei possidenti per la pro- 
sperità dell' agricoltura lìù/.ionale , Cv«ncorre , oltre il 
proprio interesse il beli esempio dato loro dal Grandu- 
ca Leopoldo, e dalT A-Ugusto suo Figlio, quali secondo 
il giusto ridesso dell' A. cotanto contribuirono a miglio- 
rarla in molti distretti, e specialmente in vai di Chiana 
e nelle maremme senesi. 

II." I capitoli IV. e V. si aggirano intorno alla 
cultura dei piani e delle colline L' A. sul proposito 
delle piene, le di cui acque trasportano in un terreno 
materie suscettibili di deteriorarlo , commenda il me- 
todo usato in vai d'Arno^ che è quello di sotterrarle sul 
luogo, quale non tanto risparmia l'imbarazzo e la spesa 
dei trasporti, ma rialzando il livello dei campi li rende 
inseguito meno sos'getti a simili depositi. Egli loda 
altresì, come cosa di sommo interesse, sebbene trascu- 
rata finora , la cura usata in alcuni distretti di nettare 
il suolo dalle gramigne o da altre piante parasite^ e 
propone per modello i contadini del pistojese dei quali 
può dirsi, che essi non lavorano^ xn^ pettinano la terra^ 
quelli della valle di Nievole, dei contorni di Firenze , 
ma specialmente della pianura lucchese^ ripetendo que- 
sta loro maggior diligenza dalla maggiore popolazione 
di quelle provi n:ie e dalla minore estensione dei poderi. 
'Essendo poi la maggior parte della Toscana inter- 
f?ecata da monti e poggi, non possono le acque correnti 
fare a meno, nella sf.agione piovosa, di trascinare nelle 
sottoposte valli le terre lavorate, di lavare i luoi^hi con- 
cimati, e perfino di svellere le tenere piante. Il ripiego 
di rompere il pancone , come si usava in Mugello, onde 
formare una nuova terra vegetativa, o quello di periodica- 
mente riportare dal basso in alto , come tuttora si pra- 
tica in Savoia; altrettanto terreno quanto ne fecero scen^ 



76 
dere le acque, è una malagevole egualmente che clispeH- 
diosa intrapresa . Era riservato al sace rdote Landeschi 
comunemente chimato il Ptìt/'oco samminì atese la glo- 
ria di chiamare la Toscana al vero metodo da tenersi 
nella coltivazione delle colline, quello cioè di ridurne 
le falde in piccoli appezzamenti orizzontali e perfetta- 
mente pianeggianti, sostenendo la terra con muri dipietra 
o con piote erbate, e facendo serpeggiare intorno al mon- 
te gli argini e le fosse con angoli ora retti ora ottusi a 
seconda delle varie inclinazioni, ripianando i terreni per 
mezzo di ciglioni diretti sempre per piano, onde assicu- 
rare a quelli il vantaggio dei campi in pianura , senza 
trascurare Topportuito scolo dell'acque. Vero è bensì 
che prima del Landeschi, il quale pubblicò la sua opera 
nel 1770 erasi da molti agricoltori di Pescia , di Lucca 
e di Pisa riconosciuto l'errore di coltivare le colline nei 
senso della loro pendenza, ed il vantaggio di sostituire 
alla perpendicolare la cultura trasversale, ma, sopraffatti 
dal timore chele potesse nuocere il ristagno delle acque 
essi procuravano di dare alla superficie di quei campi 
un pendio tale da lasciarle scorrere con velocità, e por- 
tar seco loro molta terra, il che diminuiva bensì ma 
non toglieva l' inconveniente e il danno (3) . Quanto 
l'autore sia zelante discepolo del Landeschi chiaramente 

(3) Nelle colline che fiancheggiano il territorio di Massa e 
Carrara, e specialmente la valle carrarese fra quella città e il mare 
il metodo della coltivazione perfettamente orizzontale è pra- 
ticato da molto tempo prima che si conoscesse l' opera del prete 
Landeschi : le loro falde sono per la mìgj^ior parte ridotte a 
piccoli ripiani tagliati sul monte, e si dilatano a proporzione 
che n' è più dolce il pcndi(», onde far luogo alla sementa del- 
le granaglie e dei legumi . Essi poi sono tutti rivestiti e orna- 
ti da scelte viti a spalliera, le quali danno a quella valle l'aspetta 
di un ridente anfiteatro . 



77 
apparisce cìair avere esso provocato sino dal 1806 una 

nuova edizione della di lui opera , dal corredare ora eli 
UQ rame inciso il proprio libro per agevolare e propagar- 
ne le dottrine , e dal dedicar questo all' ombra del pa- 
roco samrniniatese. 

Ili Quantunque molti autori italiani ed oltramon- 
tani abbiano stesamente trattato della sementa dei grani, 
delle patate , e delle praterie , ciò nondimeno il signor 
Chiarenti ha creduto di doverconsecrarea questi impor- 
tanti oggetti i capitoli VII. e Vili, onde esporre alcuni 
suggerimenti utili alla patria agricoltura . Il padre Lana 
italiano, fu il primo in Europa a proporre nel j 670 il 5e- 
mJ«<i:^oreche gl'Inglesi si appropiarono. Altro più inge- 
gnoso .9e/7W>?rtf^or6 immaginato dal sig. Fellenberg a Hof- 
vyllèstato presentato all'I, e R. accademia dei Georgofili 
da S E. il Principe AJdobiandini, e mentre si attende il 
ragguaglio dei risultati che se ne promette impiegandolo 
nelle sue tenute , già il sig. Marchese KidoUì ha reso di 
pubblica ragione le osservazioni da lui fatte sugF intrin- 
seci pregi di questa macchina; i di cui più reali vantaggi 
sono quelli di risparmiare f/iolto seme ^ molto tempo ^ e 
molte braccia .(4) 

( Sementa ) L' autore nel parlare del metodo di 
piantare i cereali, enumera alcuni di quelli straordinari 
prodotti che si ottennero da un sol granello di frumento 
cioè in Affrica 3()o e 400 spighe (Plinio istor.) nella cam- 
pagna pisana 1 14 spighe (Targìoni Jlimurgia',) altrove 
spighe 2o5 (Lustri Lunavio); e fuicd mente quel cesto, 
quale diviso e trapiantato più volt^ da Miller diede 55o 
piante di grano che produssero 21 109 spighe(Transazioni 

(4) Antologia N. XVII pag. 288. e 375. 



7^ , 'I 

filosuf.). Ma riflettendo poi quanto la complicazione di 
si fatto metodo sia poco compatibile con una generale agri- 
coltura, egli si restJ'inge a proporre la sementa dei cereali 
a buGÌiCy o almeno a solchi fatti con i bovi, come si pra- 
tica dai sangeraign mesi per le fave, per il siciliano, il 
miglio e panico . Dai suoi sperimenti , e da quelli dei 
suoi amici ripetuti per vari anni risulla , che a parità 
d'ingrassi e di fertilità di terreni, le fave sementate 
come sopra diedero il 1 2 ed anche il 3o per uno^ mentre 
la sementa a getto non produsse che dalle tre alle quat- 
tro; e che dai cereali si otienne il 4^ ^ perfino il 4^0 , 
quando dal metodo ordinario non ricava vasi che l'otto 
per uno. 

(^Patate) La cultura delle patate fu lungo tempo 
trascurata in Toscana per quella certa contrarietà che 
gli uomini provano alle cose nuove . Le potenti molle 
della miseria e della fame indusseio finalmente le popo- 
lazioni della montagna pistoiese , della Romagna , del 
Casentino, e del Chianti a dedicar visi . Per il 1816, nel 
solo vicariato di S Marcello, vi furono seminate libbre 
90343, e la raccolta fu dÌ2,o353i8. Nel susseguente 
anno , 1 5o6GG libbre ne produssero 3 , 2 1 2044 • L' istesso 
autore portò successivamente la sementa di questi bulbi 
dalle 100 alle 800 libbre e finalmente nel 181 8 a libbre 
2000, le quali ultime diedero libbre 3oooo, che servirono 
in parte per nutrire i nujali , le pecore e i cavalli . Le 
sue osservazioni c'insegnano, i." che non tutte le terre 
aride sono adattate anche senza ingrasso a tale sorta di 
sementa, ma quelle soltanto nuovamente disboscate o 
riposate da molto tempo, ove sono bruciati li sterpi e 
le vinciglie, 2.' che all'opposto di quanto asseriscono 
alcuni scrittori^ nei castagneti, né altri luoghi ombrosi 



79 

sono favorevoli , mentre in simili siti crescono bensì 
lussuriose le foglie e li steli, ma sonopiccolissiaìi i bulbi, 
e senza sapore . (5) 

(5) E questi! per noi un occasione di richiamare V attenzione 
pubblica sopra le patate come alimfMito dell'uomo, specialmente 
nel presente anno, in cui le speranze della più ubirtosa raccolta 
sono state dduse. Trarremo le nostre osservazoni dalla Revue 
Enciclopadìqae per il mese di maggi j 1822 . 

La patata, pi mta dell' America meridionale , contiene come 
il Manioc un principio del* terio che la dissecazione fa sparire; 
ed allora la materia alirnenfare mostrasi con tutte le sue proprie- 
tà . E questo un punto essenzialissimo per il meglior uso, e per 
una più lungr» conservazione di que>.t > tubero cbe deve riguardarsi 
dagli agricollori'coiue la pianta per eccellenza onde prevenire la 
carestia. La peggiore applicazione fattasi della patata è stata quel- 
la d' introdurla nella confezion- del pane. Quattro libbre di tuberi 
p. es. non danno che una libbra di pane pesante e di ditficile dige- 
stione ; tre libbr di feeula di patate e tre libbre di farina di grano 
non danno che sei lil)brf' di pane, mentre da sei libbre di farina di 
grano ricavansi otto libbre di pnne di qualità assai preferibile. 

Una delle mi^li(>ri preparazioni delle patatesembra quella chia- 
mata in Francia col nome italiano di polenta, raccomandata in un 
opera del sig Cadet de Vaux , messa in pratica per il nutrimento 
«ei suoi numerosi operai dal sig. Ternaux, il cui nome egualmente 
rispleiide negli annali dell'industria e della filantropia, e da esso 
nuovamente proclamata in una solenne adunanza tenuta in sua casa 
^i 25 dfcorso apr le, alla quale intervennero S* A. R. il principe e- 
reditario di Danimarca, diversi marescialli, gran dignitari, pari di 
Francia, deputati, e molti scenziati . Consiste 1' anzidetta prepara- 
zione nello sbucciare la patata , farla cuocere al vapore dell' acqua 
bollente , distendere la materia tuttora bollente sopra una tavola , 
dividerla con un sottile mestolo onde evaporare parte della sua u- 
iiiidità, lasciarla ralFredare, passarla ad una trafila da pastaio, si- 
tuarla così preparata sopra telai con un tessuta rado, e poscia in 
in una stufa o f^rnoa ciò specialmente adattato. 

La patata così preparata consf^rva la forma dei vermicelli , e 
può ridursi in piccoli grumi chiamati ancora riso artificiale di 



(Praterie) Il miglior modo di nutrire, e di cu- 
stodire il maggior numero possibile di bestiame è colle- 
gato all'arte di ottenere annualuiente un'abbondante 
quantità di foraggi. La smania, dice T A. , di ritrarre 
dalla terra tuttociò che essa può produrre in cereali , 
olio e vino ha finora alienato i Toscani dal porre que- 

patatCy o in farina;^ macinandola al molino. A fare la polenta basta- 
no un poca d' acqua hollente e un po' di sale . Il sig. Ternaux per 
avere un alimento che si unisca in proporzioni conosciute e costan- 
ti le proprietà delle sostanze nutritive vegetabili e animali ba a- 
vuto il felice pensiero di unirvi un poco di gelatina, quale econo- 
micamente ottiensi in Francia dalla concreta ebollizione delie ossa 
bovine e può in ogni caso supplirvisicol brodo . 

Nella sumrnentovata adunanza fu inbandita la polenta sotto 
tutte le forme di vermicelli di grumi e di farina. Pareccbi convi- 
tati , cbe da principio appena curavansi di gustarla , finirono per 
sostituirla alla minestra ordinaria . Fu jmre servito del pane fatto 
con una terza parte d'ipolenta e farina di j^rano, ed altro preparato 
con polenta e farina di segale. Quest'ultimo, mercè l'addizione 
della patata era divenuto saporitissimo, e quasi pane di lusso .Può 
un tal fatto servire d' avviso alle popolazioni solite nutrirsi di pa- 
ne di, segale indigesto anzicbè no è disgustoso . 

Noi ci siamo alquanto dilungati sopra questa preparazione, 
della quale parlasi con tanta pompa nei giornali oltramontani, ma 
dobbiamo aggingrre, cbe tale scoperta non è nuova. 

Essa trovasi letteralmente dettagliata in una interessante 
memoria cbe il sempre benemerito sig. marcbese Cosimo Ri-? 
dolfì lesse all' I. e R. Accademia dei Georgofili di Firenze nel 
I ottobre 1817, e che l' anno seguente fu pubblicata negli atti 
di quell'accademia (T. I. Trimestre I. p«g. 137). In essa viene per- 
fino descritta la caldaja a vapore, lo strettojo per trafilare la 
pasta e la stufa o forno dall' A. a tale scopo immaginati di che 
trovasi a maggior chiarezza ivi inserita un apposita incisione . 
Serva questa circostanza di nuovo incitamento per leggere con 
una qualche maggior premura le opere economiche dei nostri 
filantropi italiani. 



.Si 

st' arte in pratica. Se i mayemmaiii , invece di semi- 
nare quanto più possono le malsane loro pianure, ne 
coltivassero la maggior parte in praterie- specialmente 
artificiali, essi ne ottera^ebbeso un utile assai maggiore 
che dalle biade, le quali oltre a costar loro carissiùie, 
per la mancanza delle braccia e per i pericoli della 
mietitura, sono anche di .una rendita assai inferiore per 
la cattiva qualità di granii sempre mescolati di vecce 
e d'altre straniere semente. Noi (iltvi ^ diceva a lui un 
maremmano, siamo contenti quando si conduce sino 
a priniai^era il bestiame grosso colla sola pelle e le 
ossa. Ed infatti non solo ne perisce un gran numero 
per la scarsità del nutrimento, e per l'assoluta incuria 
alla quale sono abbandonati , ma il rimanente diviene 
tanto salvatico, che esso nei mercati Vendesi a prezzo 
molto minore che il bestiame delle altre provincie. Op- 
portuni rimedi a tanti inconvenienti sarebbero quelli 
di raddoppiare in quei fondi le praterie naturali, d'in- 
trodurre le artificiali, di aumentare le mandre, la ca- 
panne e i fienili onde mettere al coperto, addomesticare 
e ^jovernare i bestiami, specialmente nella stagione in- 
vernale. Altro inconveniente ed altro miglioramento 
egli addita riguardo alle siepi. Il trovarsi le poche pra- 
terie maremmane lasciate aperte senza verun riparo 
r espone alla continua invasione di stranieri bestiami , 
interdice ai proprietari i mezzi di poter tenere una ri- 
serva per quei che avessero temporariamente bisogno 
di un migliore custodimento, e finalmente gli assog- 
getta al perenne censo di dovere ogni anno riparare 
con chiuse artefatte quei terreni destinati alla sementa. 
IJ A. suggerisce V introduzione delle siepi naturali col 
praticarvi delle frequenti aperture a uso di cancelli . 
T. VII. Luglio (3 



82 

onde il bestiame possa entrarvi con facilità , allorché i 
campi sono apratiti. 

Ben consolante poi e meritevole di riconoscenza 
si è la premura usata dal sig. conte della Glierardesca 
neir adottare per le sue vaste tenute di Castagneto e di 
Borgheri i metodi delle siepi ^ delle capanne e delle 
stalle , e per un vistoso aumento di praterie naturali , 
il che può considerarsi come un primo passo fatto per 
la creazione di quelle artificiali. Noi ben volentieri en- 
triamo a parte dei voti e delie speranze dell' A., cioè 
che un sì belT esempio abbia molti imitatori , acciò 
viepiiì si confermi la già proclamata massima , che la 
palma dell' istruzione e delle riforme agrarie più che 
ad ogni altro spetta ed è riservata ai proprietari. 

Nei paesi di collina la mancanza di foraggi ai ma- 
nifesta con contrassegni anche più funesti che nelle ma- 
remme. La scarsità dei bestiami , la soverchia loro 
magrezza , il sensibile ribasso del loro prezzo nell' in- 
verno 5 r esser ridotti i contadini a compensare la defi- 
cienza dei fieni con la paglia destinata alle lettiere ed 
agli ingrassi, a dover seminare subito dopo la mietitura 
vecce, orzo, segala, ed altri cereali , come pure a an- 
ticipare a ritardare contro ogni buona norma la ri- 
pulitura delle viti, dei campi sementati e degli ulivi 
per avere a tempo una qualche pastura , sono altrettan- 
ti danni che più o meno direttamente colpiscono \ a- 
gricoltura. E siccome difficilmente possono ottenersi 
praterie naturali nelle colline, forza è ricorrere a quelle 
artificiali della lupinella, del trifoglio e dell'erba me- 
dica. Il primo di questi semi prosperando in ogni sorta 
di terreni , direbbesi che la natura a bella posta lo de- 
filino per riparare alla loro sterilità. Nx)n solo per tal 



85 
mezzo possono le colline con somma facilila ridursi a 
prato, ma ne deriva eziandio un modo più d'ogni altro 
coafacente a porre in ptiìlica il raecomasidato metodo 
del Landeschi, sostenendo i campi con argini di terra, 
ove quel foraggio acquista ufia più vigoros*i regelazione, 
si riprodtice annualmente quattro o cinque volte, e som- 
ministra per un quadriennio il sestuplo di un ordinaria 
raccolta. Per questo metodo è giunto VA, a poter aumen- 
tare gradatamente il nomerò delle sue pecore , e mentre 
in addietro ne moriva neir inverno circa la decima par- 
te per mancanza di nutrimento, adesso neppure una 
sola perisce, anzi il loro vittore è tale da farle distinguere 
da tutte le altre, e da fare sperare al proprietario di es- 
sere presto in grado onde poter generalizzare F incomin- 
ciata incrociatura dei merini, il tenue successo dei quali 
deve , dice egli , attribuirsi in Toscana appunto alla ste- 
rilità delle pasture. 

IV Alla fine del Gap. VII- trovansi, come appendi- 
ci , due ragionamenti del sig. Picconi dì Genova, e Dott. 
Tartini di Firenze sopra il carbone adoperato per in- 
grasso. Senza internarci , sulle orme di questi scrittori^ 
nelle questioni relative alle proprietà di tale sostanza, 
air estensione del suo impiego, alle precauzioni ddL 
prendersi onde assicurarne F efficacia , ed al suo modo 
d* influire chimicamente t> meccanicamente sulla vege- 
tazione , ci limiteremo a riportare quanto il sig. Tarti- 
ni dietro le proprie espenenze ci addita in quanto alla 
straordinaria sua attività. „ Le piante di ulivo , state 
governate col carbone , hanno acquistato un vigore 
grandissimo , distinguendosi ben presto dalle altre per 
il colore alquanto scuro delle loro foglie. Egli ha veduto 
nuovamente tornare vegeto e fruttifero un antichissima 



84 
ulivo quasi totalmente abbandonato^ e da lungo tempo 
mancante di IVutti ^ al quale era stato amministrato uno 
staio del bracino ordinario di fornace „. 

L' utilità di quest'opera agraria della quale il pub- 
blico ne attende dal sig. Chiarenti la continuazione ^ 
sperando di trovarla ordinata con un poco più di me- 
todo e chiarezza, non può esser meglio raccomandata, 
c\ìe con l'elogio tiibuìato dalla commissione dell'I, e 
R. Società dei Georgofili all' Autore , quale corredato 
di lumi, si è dato alla pratica dell'agricoltura anima- 
to ddllo spirito filanti opi co il pia squisito , mostra- 
ndolo un Agronomo appassionato, che colla sua con- 
dotta giustifica la scelta , che di lui fece per pro- 
prio socio questa yJccgdemia „. 

E. Repetti 

BELLEARTL 

Blonumenti dell' architettura antica . Lettere al Conte 
Giuseppe Fbanci/i di Pons, Pisa presso Niccolò Capur- 
to 1820 tomi 3 la 8"" 

{Continuazione vedi T, VI' P^g- 4^7) 

Estratto del Tomo II 

Comincia il secondo volume con alcune lettere sìilP an- 
tiquaria e commenta in principio quella bellissima lettera 
del Castiglione a Leon X che 1' abate Frnncesconi in un 
coir autore propende a credere sia stata piuttosto estesa da 
Raffaello, e riprende opportunamente 1' ingiustizia con cui 
il sig. Heyne attacca gli antiquari Italiani sul modo col quale 
hanno illustrato i loro monumenti, prendendo di qui argo- 
mento per scemare la lode data dalla posterità a Wiukcl- 



marni come storico dell' arie Llasmalo d' nver ridotto in si- 
stema lo studio dell' antichità! Né questi soltanto egli piglia 
di mira, clie anche Mengs viene accusato di soverchio entu- 
siasmo pel suo fantastico sistema di perfettibilità nelle o- 
pere antiche, non convenendo seco lui nel dubbio che la più 
parte de' monumenti che ci rimangono siano copie di più 
squisite produzioni anteriori, o che noi non conosciamo ; con- 
tro la quale opinione di Méngs osiamo apertamente in- 
veire, facendo eco alP autore , poiché la sola moltiplicazione 
e ripetizione d' una quantità di capi d* opera nella statuaria 
ci lascia ragionevolmente dubitare dell' esistenza d un tipo 
superiore, che forse non sia giunto a noi. Non cosi delle 
Opere di cui venne recentemente arricchito il museo brit- 
tannico, le quali per la loro somma ed unica eccellenza, seb- 
bene non siano - che frammenti , non ostante disvelano la 
sublimità tutta del carattere originale, e la certezza del- 
l' epoca , e dell' artista cui appartengono . Ne Winkel manti 
né Mengs vanno esenti da difetti: ma il primo dimostrò 
che le arti potevano avere uno storico , come lo ebber le 
lettere ; il secondo svolse molte teorie sulla pittura , non 
disgiunte da sano accorgimento, le quali non sono poi tutte 
zizania . L' entusiasmo di cui si accusano questi autori è 
egli separabile da una materia che tanto riscalda la mente 
ed il cuore/" Il notar qualche difetto in quei due scrittori 
poteva esser giusto, il trattare di astratti , ed esagerati i 
loro sistemi sembra troppo severo, per non dire ingiusto. 
Il declamare contro una soverchia compassata esattezza ma- 
tematica negli scrittori d' arti, e negli artisti è ragionevole 
come in progresso fa F autore , esattezza che tutto gela ed 
estingue quel sacro fuoco che é 1' anima di questi sludi . 

Giocondamente prosegue il conte Napione a percorrere 
i nomi degli stranieri che primi visitarono i mon^imenti di 
Koma , ed il modo con cui li studiarono in confronto de- 
gli Italiani . Poco si difìonde sul viaggio d' Erasmo , che 
offrirebbe il campo a uno de' più bei romanzi istorici , o 
racconti, e prende di mira in particolare il vi,'ic'':'r» di Mori^ 



S6 
tnì^ae clic di Itslto s' occupò in Italia ftiorclic^ «i' ai lì, e cU 
lettere. Pn^nde a commentare quel suo viaggio impresso in 
tre voluiinetli * ma a ben giudicare di queli' uomo sommo 
non sì sarebbe dovuto fare gran c^so di quell' inezia, poi- 
ché ognuno sa non esser quello che un giorndetto che non 
pareva al cerio destinato all' onore dei tipi : La filosofia, e 
!a dottrina di quell' autore non potevano dedursi da quei 
frammenti , e d' altronde il suo credito è troppo solidamente 
stabilito. L' autore prende ad esime cosi minuto quel gior- 
nale che non gli sono sfuggiti se non i coriandoli che Mon- 
taigne si metteva neli^ ano per isprigionare le incomode 
ventosità del basso ventre quando si trovava a bagni di Lucca. 
Parla in seguito di Antonio Fabbro, di Gulielmo Filandro, 
del presidente de Thou, di Lodovico Demonxioso, del Bri- 
scardo, ed in ultimo di Degodetz come cultori delle arti, 
e studiosi delle nostre antichità, tutti predecessori dei Gajlus^ 
dei Mariette, dei Barthelemy ,dei Dagincourt. 

Riconosce quindi la necessità d' una gran cultura ed 
estesa acciò possa fiorire i' architettura , e nota come fos- 
sero letteratissimi i grandi architetti ed artisti L. B. Alberti, 
Daniel Birbaro, Bernardino Baldi, Claudio Tolomei, Bai- 
dassar Castiglione , e cent' altri , che o diedero mano alle 
arti, che tornarono coltivandole con perfettissimi studi , e 
non tralasciando di parlare degli ultimi rende la dovuta 
giustizia al Marchese Scipione MafTei , al Conte Alessandro 
Po npei , al Marchese Galìiani , ai Conte Algarotti, studiosi 
tutti di arti e d' antichità, e specialmente iieli^i cose archi- 
tettoniche versàtissimi . 

E singolare come il dottissimo autore denomini varia- 
mente il Demonsioso , che come ognuno sa è Luigi di 
M'yntjosieu che venne a Roma in compagnia del Dnca di 
Joy<?use suo mecenate, e anche suo alJievo, mandato a Papa 
Gregorio Xfll da Enrico III con segrete commissioni, il quale 
poi stampò, due anni dopo questo suo viaggio, in prezioso 
libretto intitolato Crallux JRomàe hospes. Trovasi qui ora de- 
nominato Demouzio, ora Du'3fonsozio^ ed ora Dernonxozi^ . 



87 

Prosegue con pareccliìe lettere ricercando le cause dell« 
rovine degli edifìci di Roma antica , e con Gibbon alla 
nano piuttosto commentato che compendiato rintracciasi 
iì qual modo abbiano contribuito i barbari, e i primi 
ciisliani estendendosi pili particolarmente sull* ignoranza 
distruttiva non solo dei tempi oscnri , ma delle età più 
cote, siccome da tutti gli storici era stato precedentemente 
indcato , giungendo persino a riconoscere motivi di distru- 
zìoie dair avidità di possedere anticaglie, e dal genio delle 
cose nuove, coni un misto d' onore per una parte e di vi- 
tupero per l'altra, tnentre splendeva la luce della maggior 
civila . Consacra poi una lettera a tratiare della conserva- 
zione [de' monumenti dell' arcliiteltura antica , e dei loro 
ristaiti , con utili considerazioni , bramando clie i Romani 
seguiterò 1' esempio de' Veronesi che mai perdettero di vista 
la mauitenzione del loro insigne anfiteatro - 

Ndla XXI lettera si occupa di un progetto di ristauro 
del Paneon facendo precedere la sentenza , che sia più fa- 
cile il rstauro delle opere di scultura, che di quelle d"* ar. 
chitetiurè; su diche forse non converranno né gli artisti, 
né 1' espeienza. Pone egli p'^r essenziale il ristauro della 
gradinata «sterna progettata dal Fontana , la quale vorrebbe 
ornata coi due bei leoni di Basalto , elle ora stanno alla 
fontana felie, e lo vorrebbe pel motivo particolarmente che 
vennero queti trovati presso il Panteon al tempo di Eugenio 
IV. Non osimo convenire che poi la loro proporzione fosse 
adeguata perservir d' ornamento a una mole sì maestosa .. 
Propone un sffitto al portico eseguito a lacunari di legno 
dipinti a finte bronzo , e il rifacimento della porta d' in- 
gresso sul gust di quelle del Ghiberti in opera di fusione^ 
e nel luogo ovesuppone fosse il carro d' Agrippa vorrebbe 
collocare un' Asunta parimente di bronzo . In seguito dopo 
aver degnamente incrostato di marmi P esterno della cella, 
abbatterebbe li du mostruosi campanili (con molta ragione) 
e nei due nicchion sotto il portico collocherebbe due status 



di Canova . Propone eli abbassare V inlerno del pnvimente 
per rendere più svelto 1' ordine corintio col ricingere 1' am- 
piezza dì una gradinata che discendesse al vero pavimento 
antico. Indi osserva la convenienza di sostituire ai pilastn 
superiori che reggono la cupola le cariatidi che da Diogene 
ateniese secondo Plinio, furono eseguite e sovrapposte alle 
colonne del Panteon, e in quel luogo collocandole dovreb- 
bero figurare angeli alati impiegati con decoro a que.to 
iifGcio . Si adornerebbe la cupola di costoloni a foglia di 
quercia, e di rosoni, e si figurerebbe il fondo di giallo anìco 
Gol metterlo a slucco ^ avendo cura che gli ornati mostrassero 
d' essere di bronzo quando anche noi fossero j e ponendo 
finalmente statue di marmo nelT interno di quelle ni«chìe 
che servono anco per introdurre la luce nelle cappelle. Tale 
air incirca è il progetto di ristauro , che flancheggiito in 
parte da sode opinioni propone 1' autore , il quah me- 
glio figurandolo in disegno come esercizio architettoiico di 
studio , meglio si addirebbe alla dignità del tempo , che 
coir eseguirlo di materiali fragili e non durevoli . Ciò che 
■pili importarebbe a preferenza d' al^tri ristauri , saebbe il 
vedere isolato da ogni adiacente fabbrica parasitaquell' e- 
dificio . 

Progetta in seguito 1' autore il disegno di d^e ristauri 
pei templi della Fortuna , e di Vesta : ma se il èltore cer- 
eàssf^ift questi nozioni diverse da quelle che rilra' sì possono 
da ristauri ^iroposti da Palladio , le cerca invaio, mentre 
la sostanza dell' esposizioni restringesi a laudare, e com- 
mendare gli studi Palladiani , e P originalità tÌù pregievole 
di questa lettera consìste in alcune notizie r<7nlive all' arco 
di Susa , e suoi ristauri, ed illustratori. 

Trattando in seguito delle ristaurazion'di antichi mo- 
numenti 'intraprese da Papi , e del modo d conservare tutti 
gli avanci d' antichità discorre lungamente ni modo di mol- 
tiplicarne la rimembranza colle stampe, rjhiamando al pen- 
siero molte opere edile, siccome per ) st.ìtue ricorda i 
vari modi di averne i gessi e le copif- In una nota ap- 



plaude al nuovo metodo delle litografie^ clie Gonvieii dire 
nott conosca nelle sue pratiche, poiché ne inferirebbe egli 
stesso le troppe imperfezioni, P incertezza, e la non verità del 
poco loro costo. Siccome per la copia delle statue antiche 
tegli disegna in pensiero la convenienza che artisti di prima 
appellazione e riescita vi siano i^doperati ; il che a noi pare 
difficilmente si combini colla forza del genio inventore, che 
anima la mano, ed il cuore di chi sia fornito di non comuni 
talenti, e Canova, Torvalson, Rahn, Dannecher, e molti altr^ non 
darebbero la mano né la diedero a sifliilte imorese, come an- 
che Gamuccini , Benvenuti , Boni , Appiani , Gerard , non 
avrebbero preso a copiare la trasfigurazione, la scuola dA- 
lene, 1' Assunta di Tiziano, e la notte di Coreggio . Il pren- 
dere dei ricordi, lo studiare , 1' immedesimarsi nelle opere 
de' classici è proprio de' primi geuii per trasfondere in nu- 
drimento quei preziosi elementi: ma le copie materiali, e 
precise saranno sempre opera degji artisti minori . Le copie 
delle statue infatti trovansi nelle botteghe di Livorno, di 
Carrara, di Firenze, ed anche di Parigi, ove i mercadanti 
speculando sulla fama degli ingegni mediocri arricchiscono 
i loro fondachi di quelle che pii^i propriamente si possono 
chiamare sculture mobiliari : cosa che si sarà fatta anche 
negli antichi tempi, e perciò sono all' infinito moltiplicate 
le copie di alcuni celebratissimi originali. 

Alcune discussioni sul Panteon fììncheggiate dall' au- 
torità del sig. Abb. Fea, in una brevissima lettera al Gli. 
C. Prospero Balbo terminano il secondo volume. 

Estratto del tomo II L 

Comincia il terzo volume con tre lettere sulle rovine 
della Grecia nelle quali 1' autore entra a parlare più pro- 
fondamente delP architettura, e prende ad esame le notizie ^ 
riguardanti il sig. Le Koy come principale illustratore di 
que' monumenti . Avrebbe forse potuto lavornre in un cam- 
po più vasto, se a questo scultore ed architetto fraacese 



90 

avesse preferito le piti copiose, e profonde opere de' viag- 
giatori ed arcliilelti inglesi Stuart , e Revett , oltre quelle 
che apparvero dopo , intraprese per cura di società onore- 
voli di collaboratori. 

Lodasi il le Roy per la sua imparzialità con che ram- 
memora gli studi degli antichi Italiani, che il precedettero 
allorquando nessuna nazione E^uropea certamente occupa- 
Vasi di far disegnare i moaumeati di Grecia, e parla del 
celebre codice meoib. della libreria Barberini ripieno di 
disegni di antichi monumenti, codice del i32i già prima 
esaminato dallo Spon, e sul quale cominciò a lavorarvi di 
sua mano nell' anno i^6S Giuliano da S. Gallo. Noi cono- 
sciamo altro somigliante, se non più pregievole manoscritto 
nella scelta biblioteca di codici dei Duca d' Hamilton, che 
potrebbe meritare una ben dotta e profonda illustri zione. 

Rileva r autore con opportuno accorgimento in favore 
della gloria italiana ciò che appunto le Roy in un altr' o- 
pera sui templi cristiani dice con queste parole; ce ne fui 
poirit la prise de Costantinople arrwée en i453 qui foV' 
cant Icò grands hoinmes de sortir de cette 'ville, prepara 
les Italiens à reprendre la préeiniiicnce qiH ils a\^oient 
ime daiis les arts sous les premier s empereurs» Jls du- 

liENT LE PREMIER MOUVEMENT Jt LEUR GENIE SEUL. 

Divide quindi in tre classi i monumenti greci illustrali 
dal le Koyj la prima attribuita ai tempi di Pericle e di 
Filippo, la seconda all' epoca di Augusto; V ultima a quella 
di Adriano e successori. 

Il C. Napione dimostrasi acerrimo contro la grave 
severità dell' antico ordine dorico, che non solo dice essere 
lontano dall^ eleganza e dalla sveltezza delle fabbriche 
del secolo d' augusto, ma lo crede emanare dalla prima 
oiiginale rozzezza dell' arte nascente .... lo definisce 
d' un gusto rozzo e sgarbato, e detestando le colonne sen- 
za base, le dice nascenti dal suolo a guisa di funghi ^ 
sentenziando questa solidità di troppo pesante, grossolana, 
egiziana. L'esame delle opere, e la storia dell' arte rispon- 



9^ 
àer^'inrm a <|ifiesli giudisiif e V epoca, e i costnmi, « le prò- 
<da«ioui del tentpo di fi;rìcl<: non solo, ma delP ejpociK; sus- 
^egueflU nelle quali il dorico continuò sullo slesso anda- 
faenlo, potranfto ckiarirri <jual fosse il gnsio di (quella uà- 
zìonG, se rozzo, e s^arbjito « 

JE bertsì vero che in materia d' arti e di opere di gusto 
ciascuno !ia uà certo diritto di giudicare a norma de' propri 
fieissi: ma è altresì vero che il cousentimeuto generale vuole 
wii certo rispetto, coiae quello che determina il ^usto , e 
toglie <5gt4Ì forza a coiitrarii pareri 9 per il che si dovrebbe 
mudare molto a rilento iiell' attaccare le opim'oni che lìamio 
la soluzione di molti secoli e di molti chiarissimi ingegni. 

Sembra credere 1' autore che le figure poste nel tim- 
pano del Parteuoae fossero di basso rilievo qiiantunqiae 
non facessero corpo colla superficie del liwpafio, snentre 
^^gauiio vede esser quelle sculture di tutto tondo; e accenna 
ili seguito uu qualche dubbio, come se una tal produzione 
«sser potesse uno degli arcaismi clell^ Jniperator Adi iano 
soggitiiigendo, che anclie ai tempi a noi vicini per stcofì- 
dai" le richieste de' Crreeì moderni si lavorwono quadri 
d' imagini devota in. f^enezia^ che si scaniòierebhero pes 
ia^'ori de' bassi tempi ^sòìÙ remoti . Sarebbero veramente 
da compiangere leti no e CalHcrate che ne furono gli ar- 
chitetti^ e Fidia stesso che scolpi quei miracoli dell' arte 
che ora sbalordiscono l' Europa^ se P idea 4i questo arcaismo 
potesse aver credito presso i eultori di questi studi. 

Lodando il sistema di porre le gradinate per rendere 
pili maestosa i' elevazione e 1' accesso ai templi antichi , 
esclama l' autore come mai non siano stati messi in opera 
dagli architetti moderni: ma una gran parte de' più in* 
signi templi di Venezia da Palladio fino ai più moderni 
«difici per opera del Longhiena può far conoscere che ii 
voto del C. Napione fu prevenuto ed esaudito . 

Ci sembra egualmente mal accordarsi col fatto ciò che 
in altro luogo esprime l'autore, che i Greci quando ìnnah 
zava^o tali edifici, erano ancora neìV infanzia dall'arte 



9^ 
e come gV italiani liei XV secolo non sì sape^an ancora 
dipartire dalla maniera che diciam gotica (^fosse poi te* 
desca, saracinesca^ greco italica, barbara^ che poco impor- 
ta ) così non Jlissero ancor essi giunti a spogliarsi della 
troppo pesante e grossolana solidità egizia . Cosa direb- 
bero di questa sentenza Mnesicle e Gailicrate? e come l' in- 
ghiottirebbero fra Giocondo, Leon Battista Alberti, Brunel- 
lesco, Bramante, il Pcruzzi, il Leopardi, i Lanipardi che 
riempirono la Toscana , e Venezia di elegantissimi monu- 
menti, e nel XV. secolo? 

Pare a noi singolare che I' eruditissimo autore, par- 
lando di quelle difiicoìtà problematiche che emanano dalla 
distribuzione dei fregi nell* ordine dorico , non tanto per 
r irragionevolezza di finire negli angoli con i triglifi (ma- 
niera riprovata anche da Vitnlvio) quanto per gli altri in- 
C^onvenienti che risultano dal far cadere una sezione deter- 
Xninala di metossf» neìl' angolo, non abbia da buono italiano 
dato risalto all' accorgimento di Iacopo Sansovino , che fu 
il primo colP esempio a sciogliere il problema come far 
cadere una meta giusta d' una metossa nell' angolo del 
fregio dorico , aggiugnendo al pilastro angolare un aletta 
che poco ribassa da esso, e larga appena quanto è duopo 
allungare il fregio per introdurvi la mezza metossa: il quale 
linfìanco non nuoce alla vista e giova a quella solidità che 
dimostrano gli edifici aver bisogno negli angoli, come può 
vedersi nella ricchissima fabbrica della libreria di S. Mar- 
co in Venezia, 

Osserva quindi la sveltezza maggiore di quest'ordine in 
tutte le fabbriche che vedennsi in Atene e in Roma al tem- 
po di Augusto , e le maggiori membrature aggiunte nella 
trabeazione , sciogliendo il dubbio lasciato modestamente da 
Le Boy, se queste varietà fossero un miglioramento, o ten- 
dessero piuttosto a viziare la primigenia severità dello stile 
dei tempi di Pericle. 

Giudica in seguito che quanto rimane di antirld mo- 
numenti Greci deir ordine Ionico , e Corintio , nh per 



»3 
V antichità , ne per V eleganza non meritano di ^venire, 
esaminati , non riputando il tempio Ionico di Erecteo nh 
del vantato secolo di Pericle, ne di forme troppo eleganti 
e mostrasi scandalezzato che preferendosi dal le Bui la se- 
verità soverchia del Dorico antico a quello de^ tempi poste- 
riori , possa poi preferire il sopracarico d' ornamenti del 
capitello Ionico di detto tempio ai molto più. semplici , o 
più purgati delle epoclie successive , cosi the ravvisa una 
specie di coptradizione nel gusto, e nei giudizii di questo 
illuslralore , come aveva encomiata un'opera che appartie- 
ne pel suo carattere ornamentale ai tempi della decadenza, 
lerrninando la lettera con alcune osservazioni sovra 1' inele- 
ganza delle proporzioni della lanterna di Demostene . 

Giltato un colpo d' occhio su' monumenti d' Adriano 
in Grecia prodotti dall' Architetto francese , e r'conosciuta 
la decadenza dell' arte in quell' epoca , passa a ricercare 
alcune apparenti contradizioni nelle conseguenze dedotte da 
le Roy , e non a torto lo riconviene ove poggia sul falso. 
Attacca però con troppa- severità un voto di quell' autore 
che vorrebbe fissare le proporzioni degli ordini , col dedurle 
dagli scritti di Vitruvio, dalle rovine degli antichi edifici, dalle 
opere degli altri architetti italiani , onde i canoni dell'arte 
fossero un pò più determinati , e fonda la sua opposizione 
a questo voto sul timore che venisse con ciò tolta ogni va^ 
rieth , e che 1' abuso di questa scienza ridotta al gelo del 
calcolo conducesse agli stessi errori dell* ignoranza : e si 
fa forte sul suo opinare con un parere di Lomazzo pieno 
di saviezza intorno a quelle varietà di proporzione occorre- 
voli secondo le varie circostanze in cui gli ordini architet- 
tonici verrebbero impiegati . Sulla qual cosa conviene retri- 
buire air architetto francese ciò che gli spelta , poiché in- 
dubitatamente non intese egli mai che per determinare le 
proporzioni degli ordini si bramasse un' invariabilità mate- 
riale , e meccanica; ma volle egli riferire a quei resultati 
delle proporzioni determinate producenti F effetto immaii" 



si 

cabil'e cTelìa belfcsza , le qa?Ji pera per rare ìridispeRsaBUe 
H-eccs&ità variaiK> sempre a seconda dell' oso , àeì luogo , 
cPeir elevazione , della distanza degli edifief . Bi modo cW 
le proporzioiti della fìgnra umana ^ per c|uanfeo volessers-i 
fletcrminare dai c-nnoni di Polieleto^ ^'arr»no seconde^ V eià> 
il sesso, il carattere dell' oggetto rappresentato. 

Loda co» molta ragione il tenapio d' Augusto che re~ 
desi a Fola nell' Istria , e trova meritevole d' encomio 1' il- 
lustrazione Palladiana di quell'edificio. Ma pereorreudo 
V Italia , e specialmente fermandosi a Pesto, vi riconosce lo 
stesso DorFc© grave, maestoso ^ contro cui non sapendo fre» 
Ebare la sua irritazione rfmprovera 1' illustratore dei pochi 
avanzi de' Greci edifici , comparandolo a' nostri Dantisti 
<e> Taciti sti y che niente troiana di perfetto , eccetto iit 
^iteìli autori da essi presso che unicamente letti e studiati^ 
»Se gir uomini di lettere troveranno in queste soi'gieQlì in- 
fanzicty hetrbarie, rozzezza, anche gli artisti dovran diteque 
trovarla nel Partenone, e nel tempro di Teseo . Ma ,....„ 
wna? nota lunga ed erudita enuncia nel termi «are ài queste 
tre lettere un'^opinioi^e del nostro esimio antiquario Tisconti 
en>essa avanti di aver esamijaate le produzioni ài Fidia ,. cW 
»Ott avrebbe certamente azzardala posteriormente all' aver 
avuto V agio di ammirare in Londra quei sublimi re^ti 
dell' arte, i soli che possiam credere di epoca cerla, e ài 
autore determinato . 

Trae i' autore argomento per le susseguenti lettere da 
alcune circostanze per scrivere sulP architettura egiziana ed, 
in ispecie dall' aver esaminata un' esposizione di saggi al 
pubblico^ degli alunni della scuola d'architettura in Torino, 
lagnandosi che il gusto moderno attuale che viene instillafo 
?illa gioventù in Torino non solo,, ma ben anche in Roma 
sia piuttosto egizio, che greco, romano, o palladiano» De- 
clama contro questa nuova mani» rinascente, che dal tempo 
di Adriano in poi non aveva infestata 1' Italia > e mostrasi 
dolentissimo d' un coss rozzo ^ sgraziato > e tetro modo ^ ìh- 



95 

ventare e comporre, lusingandosi che tali invenzioni siano 
per restare in carta soltanto, e non mai venire eseguite in 
pietra . 

Nemico della soverchia analisi ed esame delle cose il 
nostro autore annuncia in un luogo la sua tema che tutto 
distruggasi in belle arti come per cagione del troppo reii' 
der ragione corronipesi la morale^ e le scienze di governo» 
Ma accordando all' autore che il gelo analitico possa nuo- 
cere alla facoltà imaginativa, non è però men vero che 1' ar- 
chitetto abbisogna più che ogni altro artista di calcolo, e 
di fredda ragione, e che se 1 osservatore non vede di ogni 
cosa questa njinuta ragione, deve però vederla e conoscerla 
profondamente T architetto, appunto come accade nella mo- 
rale , e nella politica , che se non ragiona con troppa pro- 
fondità chi è destinato ad obbedire alla legge, è ben duopo 
tutta la più matura ponderazione al legislatore. 

Detesta la smania di trovar bello ciò che è meramente 
antico , motivo unico per cui egli crede possono essersi pie- 
feriti ai nobili , e gentili modi di architetture i falsi e te- 
trici modi egiziani , buoni secondo 1' autore pei Dantisti , e 
gli amatori dei romanzi ; notandosi come spesso egli im* 
pieghi il nome di Dante con manifesto dispregio, come se 
il suo stile fosse barbaro, sgraziato, e in mezzo a quelle 
fiere sublimità non fossero sparse egualmente le dolci, e le 
passionate. Sembrerà strano al lettore, ma è pur vero che 
il conte Napione preferisce i deliri dclV architettura Bo' 
romlnesca con tutti i suoi essenzialissimi difetti , guai sfog" 
gio d' ingegno e di fantasia lussureggiante^ gcijcii teatrale 
pittoresca, italiana, e propria soltanto d' artisti all' imita- 
zione della tetra severità egiziana figlia àel rancidume e della 
barbarie, E viene spiegando il motivo perchè in questi ul- 
timi anni riviva una tale tendenza , dicendo che V indole 
di questa nostra età e terribile e feroce , Su di che las- 
ciamo ai contemporanei il riconoscere quanto sia giusta una 
tale definizione. 

Termina quindi la seconda di queste lettere egizie au- 



9^ 

gurando che s' introducano nelle scuole alcuni metodi, che 
noi però sappiamo esistere in pratica in tutte le principali 
accademie italiane, come sarebbero gli studi prospettici,! 
modelli architettonici in rilievo, i restauri degli antichi e- 
d'fici semidiruti , gli studi teorici sugli scrittori d' antichith 
e vendica in ultimo luogo sagacemente , e assai giustamente 
Palladio, e gli architetti di quell' età dalla taccia di aver 
edificato senza por cura ai comodi della vita^ poiché questo 
sciocco rimprovero si fa da' moderni che abbisognano di 
gabinetti leziosi, mentre i nostri vecchi volevano sale d* ar- 
mi , biblioteche, musei; e questa nostra potrà poi chiamarsi 
dall' autore età tenibile e feroce , Vorrebbesi meglio dirla 
effeminata , indolente ,^ soggiog^tta , umiliata - 

Incontrasi in questa lettera uno squarcio ove 1' autore 
parlando del P. Lodoli (come rigorista in materia d' ar- 
chitettura) dice non sapere che es.sta di lui alcun libro. Il 
P. Lodoli scrisse gli elementi di architettura lodoliana stam- 
pati in Roma nel 1^86, gli apologi stampati in Bassano 
1^87. la luna d' agosto opuscolo satirico stampalo alla 
macchia colla data degli Elisi, presso Enrico Stefano 1' au- 
no di Proserpina 99c^9- tutte opere che riguardano le arti. 

Vengono in seguilo esposti lunghi commenti intorno 
a una dissertazione stampata in Parma nel iy86 sali' ai- 
chiteltura egizia, enunciando contro 1' anonimo autore che 
gli Egiziani non avevano genio , ne cognizioni necessarie 
per coltivare 1' architettura come beli' arte . Sembra incre- 
dibile che il nostro espositore non sia stato curioso di co- 
noscere r anonimo estensore d' una dissertazione, a ribatter 
la quale impiega quasi un volume dell' opera sua , e noa 
si sa spiegare come lasci ai lettori questa medesima curio- 
sita si facile a soddisfare. Era ovvio il dirigersi al R. Bi- 
bliotecario di Parma Abb. Pezzana che con infinita cortesia 
avrebbe svelato al Conte IN a pione come il P. Iacopo Belgrado 
Udinese Gesuita già confessore del Duca D. Filippo , pro- 
fessore di matematica in Parma , valente astronomo e noto 
per molte produzioni sìa 1' autore di questa dissertazione. 



91 
Carlo Belgrado Prim'corio dui cnpitolo di Udine parlò poi 
di questi operetta nei coninientari della vita ed of^ere del 
P, Iacopo pubblicati in Pnrnia nel 1795. Di questa parlano 
li registri della stamperia reale , ne fìi altresì parlato nella 
i^ita di Bodoni y e finalniente anche nella biografia univer- 
sale, ec. ec. 

Il contendere agli Egiziani grandezza di dimensioni non 
solo, ma di stile, magnificenza, scenza Vera del costruire 
non pare che ornai si 'possa pur fare, e sarebbe slato op^ 
portuno che V autore prinja di accingersi a questa critica 
avesse potuto leggere ({uella serie di scrittori, che dopo la 
Oliata diss»?rtazioac esposero t ili materie, e pubblicarono l' im- 
mci^sità di monumeiui, die rendono così pregievole |a grand'o- 
pera dell' Egitto stampata a spese della corona di Francia - 

Noi nuli osiamo dire asseverantemente che la sominri 
magnificenza ed erculea mi estri e robustezza escludano af- 
fatto, e necessariapiente r eleganza. Ma quel genere d' ele- 
ganza che può associarsi colle fabbriche colossali egizìa^ne 
non sarà mai quello che tanto si addice alle greche e ro- 
mane. L' ardimenlo della meccanica, della statica, dell' i- 
draulica rtou è arrivato al somìno coi felici risultati di òi 
grandiosi edifici pcjr forza di pratiche sole materiali', e 
senza il sussidio [)rofondo della scienza , siccome Inclina a 
credere 1' autore. Nemico come egli si professa dell' attri- 
bull- lode agli egìzii , ascrive il merito di quelle fabbriche 
gi'iuidiose e magnifiche all' esser stato V Egitto prima po- 
polato che la Grecia, e la solidità ascrive al solo accideit-' 
tal merito della materia primitiva più solida in Egitto che 
altrove: e mettendo al confronto gli Egiziani cori altri po- 
poli operatori di prodigiose costruzioni senza ajuto delle 
scienze, cita i monumenti, e i gran canali de Cinesi e ani 
Persiani, come se fosse dimostrata V ignoranza dei princi- 
pi! scentifici e motori di tali operazioni presso questi po- 
poli,- e non fosse in vece 1' oscurità in cui viviamo noi delU 
loro storia, e dei loro costumi.. 

La seguente proposizione termina la terza epistola cgi- 

2'. f^ll. Luglio rj 



zin, eppure ie si considera V architettura èòme helV arte , 
e in quanto e di ragione del bello, non e meno assurdo 
il parlare della scienza matematica di un architetto , che 
di quella d^ un poeta . 

In una susseguente lettera intesa a provare V incertez- 
za dell' epoca dei monunacnti egiziani che ora si veggono, 
e a voler ridurre a puro puro meccanismo il merito di 
quegli scultori, e di quegli architetti, esclude c^c le Grazie pos- 
sano essere mai sorte da' fanghi del Nilo in un con le di' 
vinilà mostruose e ferine . E che anche accordando tutto 
questo, e lasciando la privativa a* greci del sorriso di queste 
amabili divinità, nondimeno da ciò non si potrà mai dedurre che 
il bello non esistesse in molte egiziane opere, il grande, 
il maestoso, il sublime, prerogative tutte che possono esi- 
stere divise dalla grazia . 

Venendo un po' più a' particolari 1' autore, e sempre 
proseguendo il commento dell'accennata dissertazione in- 
stituisce dei paralleli fra gli ordini egizii, e greci, esclu- 
dendo V eleganza dei primi, come è ben vero ( fino a un 
certo punto però), poiché se egli ne avesse potuto esami- 
nare la copia grande che abbiamo ora illustrati con dili- 
genza , forse che giudicandoli senza contrarie prevenzioni 
non avrebbe saputo escludere totalmente da alcuni un certo 
grado di eleganza: che se tanta avversione si porterà con- 
tro tutte le opere egizie, si instituiranno facilmente giudizii 
ingiusti, poiché quand' anche si voglia a' greci riserbare il 
vanto esclusivo dell' eleganza in tutte le forme architetto- 
niche , non pare che possano poi dirsi assolutamente gli 
in\>entori dell' architettura» 

L' osservare fra gli ornati egiziani qualche motivo, che 
meglio trattato da' greti preduce risultati migliori, è cosa 
non solo naturale ma inevitabile^ poiché gli egizii servendo 
a un culto simbolico, e parlante in ogni pietra che veniva 
da loro scolpita, avevano, come veggìamo, il teatro immen- 
so della natura che loro offriva strani modelli ed accozza- 
menti . L"* architettura servì sempre priucipaimcute al decoro 



.99 
dei templi, e la religione digli Egiziì essendo tutta mìstica, 
e immaginosa non presenta all' artista una scella altrettanto 
gentile e piacevole alle sue alkgiorie come il culli) de** greci. 
Dalle quali cose può derivarsi che nell' ammirare del me- 
rito dell' architettura egiziana per quanto sia magnificenza, 
armonia, proporzioni generali, solidità, non si possa e nou 
si debba cercarvi poi precisione di confronti eolla forma 
de'greci ornamenti, i quali hanno un merito distinto, e se- 
parato dalla severità e dalle bizzarie dell' architettura egizia* 
na, potendo senza contrndizione i merli dell'una esser anche 
eminenti, senza toglier (jiiolli dell'altra. (ìosichè perdita 
pura di tempo «arubbe 11 cercare confronti che non sono 
ammissibili. Ognuno sa che può stare (riportiamolo anco- 
Ba) la. grandezza unita al bello, ed all' elegante , siccome 
la grandezza, la proporzione ^ 1' armoHÌa possono esser di- 
sgiunte dall' eleganza^ le quali difTereuze sembrano costi* 
tuire il carattere dei generi di architettura, su^ qu;ili ccu 
minutissimi paralleli , e con ^e^'udita iusis>tcn»a , nun senza 
contrarie prevenzioni CQiitro lo scrittore della dissert.'.zìone, 
si estende l'autore. 

Troppo severa ei parve dunque la sentenza data in 
queste lettere, cheli bello dell'architettura egizia in confronto 
della greca stia carne il bello delle Jlgittc plebee fatte 
.sul muro col qarhone tanto ammirate da Davo servo sci- 
munito di Orazio^ mentre il suo padrone eia attenta* 
mente giudicando sulle squisite tavole di Pausi a - 

Terminate Je lettere architettoniche, rende conto la 
una sua lunga lettera al cavaliere medesimo cui sono indi- 
rizzate le altre, dèi contorni di Turino, preudendo motivo 
da una villa suburbaija, e ciò egli fa con quella copi'ì ài 
cognizioni storiche, e critiche di cui è a dovizia fornito. 
Si vede chiaramente dal contesto della lettera , come sia da 
lunghi anni dettata, poiché nella descrizione parlando del 
luogo bello, e pittoresco, trasportasi di buona fede a chia- 
mare ancora le Alpi riparo non sempre sufficiente contro 
^ furore ostile, se non vi si aggiugnesse il snido pi;tt<f 



} Olii 

(io/ nostri nazionali . InfaLtl la data del iSottob. ij^^S posta 
j}cl fine dell' epistola viene all' appoggio di questa consi- 
derazione, e quand'anche fosse un errore di stampa (dei 
qnr».li j' edizióne de' tre volumi formicola^ nondimeno gio- 
va creder sempre la lettera scritta prima del 1796. 

Finisce il volume con alcune considerazioni sulle stam- 
pe in legno, in rame e all' acqua forte, nelle quali si mo- 
stra istruito di quanto avevano pubblicato fino r;aliora molti 
scrittori di varie nazioni, ma non sembra che egli conoscesse 
ancora le profonde opere e gli studi di Ottley, e di Bariseli. 
Intanto però a rilevare la gloria italiana in ogni maniera , 
quantunque appoggiato alle deboli opinioni del Papillon, so- 
stiene la probabilità che le prim.e stampe in legno di Alberto 
Cunio comparissero in Ravenna fino dal 15l85, le quali rap- 
presentano i fatti di Alessandro. Cosi questo lavoro prece- 
derebbe di gran lunga ogni altra produzione che possa aver 
contesa fino ad ora il primato agli Italiani in queste materie. 
Colla qual profondita intende di giustificare o spiegare del 
passo di Plinio citato dal Bianconi, per inferire l'estrema 
antichità dell'arte dell'intaglio.* ma quelle imagini citate del 
famoso naturalista multiplicate nelle antiche pergamene, ©pa- 
piri, o volumi di qualunque maniera , aliquo modo tìon ci 
porgono poi trionfante argomento per decidere che si debba 
riferire all'incisione: quantunque la nostra ragione ci spinga 
a credere che meccanici sommi , e intagliatori di gemme , e 
fabbricatori di sigilli, e coniatori di medaglie insigni potes- 
sero facilmente anche possedere 1' artifìcio d' intagliare sul 
legno o sul rame . 

Ove però dice l'autore che gli antichissimi, e più cele- 
brati maestri non si sdegnarono d'intagliare in legno, citando 
fra gli altri Tiziano, Parmigianino, Luca Penni, è saggio l'av- 
vertire che in quel meccanico artificio i pittori mettevano 
soltanto la parte di gusto, e di genio disegnando con sapore e 
con ficìle ardimento colla penna sulle tavole di legno , le 
quali passavano poi a materialissimi artefici, acciò da quelli 
logliesser© coll^ azione de' furi tutta la materia legnosa frap- 



lOl 

posta a' tratti di pernia, giacché le stampe in legno non o- 
perano per via di solchi sulle carte , ma imprimono a guisa 
dei tipi pel rilievo dei tratti . Così facilmente sì spiega tiome 
uomini sommi abbi.-^no coli' impiego di breve tempo ope- 
rate tali cose che altrimenti loro non potrebbero attribuirsi. 

Discute in seguito con istruzione sulle prime lamine 
intagliate in rame e sulla accidentali là che Maso Finiguerra 
possa darsi per primo intagliatore coli' impressione del fa- 
moso Niello dell' Assunta . hidica i motivi che il portano 
ad accordare un* altra antichità alle stampe presso dei Ve- 
neziani , forse anteriori a tutti gli altri , e da primi viaggia- 
tori (che certamente furono i Veneziani, tornali dalla China 
nel 1269 poetando mazzi di cnrte cinesi intagliate in rame) 
convalida i suoi argomenti, non solo per convincere che pres- 
so i Veneti si cominciava prima che altrove a intagliare o in 
rame, o in legno , ma viene cori questi anche in appoggio 
della probabilità che Alberto Cnnio alcuni anni dopo cio4 
nel 1285 potesse aver tentato somiglianti lavori a Ravenna . 
Conclude poi su questo proposito che veramente non può 
dirsi primo intagliatore furarne colui che lo solcò prin^o col 
bulino, qualora sua intenzione non fosse il multiplic^irne le 
impressioni coi calcografi mezzi , poiché diversauTente ogni 
solco sulle lamine metalliche potrebbe contendere questo 
primato , e aggiugerem noi ;, che sì può cominciare dagli 
specchi (volgarmante chiamati Patere Etrusche) i quili sono 
intagliati a contorni, e tratteggiati, e punteggiati come ap- 
punto una tavola in rame. Il caso, dice egli, può averi) pr;i- 
seutato a taluno ciò che prevalse poi pei migliori risulla menti 
in mano d' un altro j e accade anche che alcuni trovarono d.i 
se soli, ciò che prima altri scoprissero e tenevano celr^o sotto 
Inombra dì mistero, come sappiamo essere stato della sta/jj-^a 
a caratteri, da cui prende motivo l'autore di dare alcu/ii 
cenni sulla tipografia. ^ ' 

Poche riflessioni su' primi intagliatori all', ijicqua fono 
lerrainono l'ultimo volume; ma non pare à jioi .ù facilci 
come all' autore, che si possano prendere in ^cambio Iììììa» 



1©^ 
ne intagliate per opeia del bulino, o dell' acqua ioite, poi 
che mai con grazia facile e naturale solcati leggiermente col 
bulino il rame alia scoperta , né possono con quello imitarsi 
i veloci traili della penna siccome si fa leggiadramente col- 
3' ago sulla vernice. Infatti egli cita i rami del Dante di Fi* 
renze del i4<^i come facili a scamiciarsi con lavori alT acqua 
forte . rnentrc appunto in quelli P occhio espressa v' incontra 
tutta la jigidez-za de' primi solchi , tutta la timidezza della 
mano, e quell angolare, quel duro, che non è mai proprio 
dell'ago scorrevole quasi e più persìn della penna; e anzi 
troviamo una ragionp inv<irsa dall' allegata dall' autore per 
venire alla sua deduzione , se si può in^vicinare cotanto 
V intaglio in rame aW intaglio in legno ^ al segno di es- 
sere scambiati V uno per l' alti o, a molto più forte ragione 
possono sembrar una cosa stessa intagli eseguiti col bulino 
ed intagli alV acqua forte sopra il rame medesimo . 

Ognuno vede che il bulino può ovviamente simulare i 
più grosscclani , più rozzi , più larghi tratti dell' intaglio in 
legno , poiché il rientrare col ferro nei più solchi per allar- 
garli è facilissimo; oltre di che il lavoro in legno non poten- 
do mai eseguirsi per tratti troppo incrociati ed arditi, presta 
in conseguenza maggior facilita all' imitazione: che al con- 
trario sul rame alla scoperta il bulino più circospetto è più 
timido della punta, la quale lavora arditamente su tenera 
vernice , non può mai lavorare in maniera che 1' uno si Con- 
fonda coir altro. E ciò arriva al segno che in una stampa 
medesima un occhio a queste arti educato mediocremente 
scorge a prima vista ciò che è eseguito all' acqua forte pu- 
ramente^ o ciò ove il bulino è rientrato, da quello che è 
fatto alla prima colla punta che chiamasi ^ecca, ovvero col 
fettlino soltanto . 

Leopoldo Gigognara 



I o3 
FILOLOGIA 

A coMMENT ec. Commento della Divina, Commejia di 
Dante Jllghieri ^ scritto da un anonimo inglese 
nella lingua sua, e pubblicato in quest'anno in 
Pisa . 
Tanto è famoso il nome di Dante Alighieri^ e tanto 
meritevoli sono le opere sue ^ che anche gii stranieri 
vi attendono con sommo studio. In Germania e in Fran- 
cia erano già commentate: ora un inglese le commenta 
a' suoi concittadini . Questi dimora da molti anni in To- 
scana, e da Pisa manda il nuovo dono alla patria. Ne si 
maraviglino i lettori che egli abbia finora pubblicato \n\ 
solo volume, composto di più che cinquecento pagine^ 
e intorno a' soli otto primi canti dell' Inferno ; perchè 
ogni sentenza di Dante è grande argomento agli altrui 
pensieri , e V anonimo inglese discorre con libero e sa- 
gace intendimento. Egli dichiara die la Divina Com- 
media non può perire , se prima non perisce tutta la 
letteratura italiana. E poi assegna il luogo convenevole 
a Dante, nel più alto seggio entro il tempio delhi Fama. 
Imperocché neppur nel Lazio non fu altr* uomo più 
autorevole e benefico al mondo: avendo T Alighieri 
fatto risorgere quasi tutte le arti e le scenze, e pej fé- 
zionata una di esse j, cioè F arte poetica. Anche delle 
cose ( dice Y anonimo ) che sembrano al tutto di recente 
origine, se ne trova indizio nelle parole dell' Alighieri; 
e le sue stesse dottrine per rispetto alla gravita ed cA- 
V attrazione della terra non appariscono molto diverse 
a quelle, che furono dal Nevyton dimostrate. 

Quindi F anonimo fa una considerazione che può 
esserci utilissima. Ei dichiara che la sua opinione intonso 
alla politica di Dante è conforme aU'opinione maiìifestaU 



elal Perlicari : e clu ne disiieiili.sse^ mostrerebbe di non 
ben conoscere V animo dell' Ali^^hieri. Poi soirgiunse 
ohe non guarda alìe questioni iiisorle tra' lombardi e i 
loscajii ,1)erchò poco importano agli oltramontani. E 
molto dovrebbe importare a noi che non vi fossero. Ed 
è gran vergogna dell'Italia ciò , che appresso noi tal- 
i'olta avi'ieiie ìiclV iraconda repubblica delle lettere: 
che alcuni troppo tenaci delle sposate opinioni corrono 
per una meschina parola alle armi con pili impeto 
che i potenti per la contesa d' un regno : e' come da 
questi ne' tremendi loro litigi si fa gran consumo di 
sangue y così da quelli se ne fa molto d' inchiostro , 
e bene spesso di riputazione e di senno (i). 

Nel rimanente V opera inglese ci è sembrata giu- 
diziosa , e può servir di consiglio anche agi' italiani , 
quando nasca disputa intorno alle parole dell'Alighieri. 
Che se lo non ne ciò più particolare ragguaglio, si è 
perchè le opinioni de' commentatori non si possono bre- 
vemente esporre^ e perdono il loro pregio, se non sieno 
dichiarate in luogo opportuno. Noi ce ne varremo al- 
l' avvenire quando si tratterà delle cose ivi indicate: e 
jnlanto mi sia conceduto d'offrire a' lettori il seguente 
e breve ragionamento che io feci in un' accademia in 
commemorazione di Dante. Io doveva parlare anche 
della vita sua : e perciò da essa ebbe principio il mio 
discorso. Che se questo sarà letto dair anonimo inglese 
o da iìlcun altro più dotto di me, potrà forse dargli oc- 
casione a qualche nuovo commento, in cui sieno meglio 
ordinati que' pensieri , che io ho dovuto sì brevemente 
esporre . 



i} Vedi l'appendice , che sorve qui di nota. 



2?i scórso intorno alla cantica di Dante. 

I. Dante da sé stesso indica l'origine sua nella can- 
tica del Paradiso ^ seguitando anch' egli F uso comune 
degli uomini ^ cui piace eleggere a loro radice solo 
quell'avo che abbia nome nella storia. Infatti nomi- 
la confusamente le prime frondi della sua stirpe^ -e 
subito dipoi ferma il discorso intorno a Cacciaguida , 
guerriero e paladino^ compagno a Corrado 111 nelle 
guerre della Palestina^ ov' ei fu morto. E questi è chia- 
ììiato padre suo dalP Alighieri: questi è collocato dopo 
la morte nel piane-ta di Marte ^ insieme con Rinaldo , 
con Orlando , con Carlo magno e Goffiedo. Ma non per 
vana noliiltà di sangue ;, bensì per esempio alje azioni 
sue, rimembrava Dante il valore e la gloria de' suoi 
antenati. Ed invero ne fu egli tanto inlìammato, che 
volendo noi raccontar le sue lodi, basterebbe il dire: 
nel 1 2G5 nacque in Firenze Dante Alighieri , morì nel 
i?i'2i. Poiché siffatta brevissima^, epigrafe , che apposta 
ad un altro nome significherebbe nessuna fama , indica 
nel caso iiustro un intervallo pieno di splendientissiaii 
giorni . 

Privo del padre nelP influìzia, fu con ogni ciud 
educato da Bella sua madre , donna fiorentina. Ebbe a 
maestro Brunetto Lattili y a compagno Guido Gayal- 
cariti y ed a tenerissima amica Beatrice Portinari^^t-v- 
^onaggi contissimi nella città di Firenze : talché na- 
scendo pure in que' tempi _, che la patria sua regge vasi 
a repu|)bliea , fu quasi ammaestrato come Licurgo or 
dinava in Lacedemone : filosofiche dottrine per opera 
di Brunetto , ed emulazione allo studio per V amicizia 
di Guido: se non che intromettevansi nell'animo suo 
pili giocoadi pensieri^ derivati dall'affetto purissima» 



io6 
verso la Beatrice. Infatti egli era di iiatma malinconi- 
co, taciturno e pensoso , di gravità spartana. Ed a que- 
sti modi accordavasi del tutto la sua figura , d' altero 
contegno, di bruno colore, occhi espressivi , barba e 
capelli neri , folti e cresputi. Al che dopo le sventure 
aggiunse un certo disdegno delle cose umane : ma in 
gioventù era Dante per forza d'amore alcuna volta lie- 
to , e si godeva della musica e della pittura col Casella , 
e con Giotto . 

In questa conversazione dunque V Alighieri pas- 
sava giorni tranquilli , imparando dalla madre , da 
Brunetto , dagli amici , e dalla donna sua i termini più 
adatti a significare il familiare governo , le filosofiche 
sentenze , i disegni delle arti , e la naturale gentilezza 
dell' amore. Onde gran maestro divenne e sommo poe- 
ta nel patrio idioma. Ed oh! potessi io qui terminare il 
discorso : imperocché tutte le cose vennero dipoi sopra, 

. Dante in peggio. Egli fondava le sue speranze in Bea- 
trice , e morte la rapi anzi che giungesse loro il tempo 

' delF età virile. Quindi si ammogliò con altrji consorte, 
ma simile a Socrate ebbe nel suo connubio funesti au- 
gurii: talché per riposo dell'animo conservò memoria 
della Beatrice, cui non potendo rivedere, fìnse il viag- 
gio per la regione de' morti , a fine d' ascendere per 
quivi ripurgato alle celesti sedi, ove presupponeva di- 
morare la sua cortese amica. E intanto che delineava 
siffatto disegno , essendo egli caldo amatore della patria, 
attendeva a governarla e a difenderla , o pugnando per 
lei da guelfo contro i ghibellini ne' toscani eserciti, o 
preponendosi alle magistrature con sano e retto consi- 
glio, o trasferendosi come ambasciatore appresso i po- 
tentati vicini. Ma da queste opere sue non ebbe il gui- 
derdone eh' ei merita vasi : benché V avergli occasionata 



10^ 

4aiim e sventure non sia tutto a biasimo della città di 
Firenze. Aristide da Atene, Cammillo da Roma, fu- 
rono sbanditi. In ogni repubblica , allorquando si divida 
in p^rti , avranno esilio i grandi cittadini. Che se FAli- 
ghieri non potè mai più ripatria re / dappoiché fu come 
guelfo scacciato, ne fu egli medesipio cagione, lasciandosi 
trasportare a forse troppo sdegno contro tutte le cose e 
Je persone che gì' impedivano la via di Firenze. O uo- 
mo veramente incomparabile , poiché la sua stessa ira 
fu segno d' amore ! Meglio per avventura considerando 
lo stato dell' Italia , egli diventò ghibellino. Fece ogni 
cosa per giovare alla patria ed agii amici. Riparò agli 
esteri , e fu onorato da' principi , cui si presentava. In 
Italia ed in Francia ebbe subito gran nome. Ed era 
facile a ciascuno il conoscere l'Alighieri alle sue paro- 
le e sembianze; come raccontasi , che giunto egli pere- 
grino ed incognito nella diocesi di Luni , ed entrato nei 
monastero di Corvo ad osservarne redilìcio, fu (juivi 
al discorso ed agli atti riconosciuto da frate Ilario , che 
vÌ5to non aveva Dante prima d' allora , ma udito heii^ì 
ragionare di lui più volte anche in quell'eremo . 

II. Alcune opere scrisse l'Alighieri neir idioma 
del Lazio , molte altre nel volgare materno. Ma qui non 
dobbiamo attendere che al suo viaggio poetico , a fin^ 
di riveder Beatrice. E dapprima deggio avvertire , ch^ 
altri presuppongono diverse cagioni , per cui siffatto 
pensiero venisse nell'animo a Dante. Ma la nostra con- 
gettura è più verisirMÌle e naturale, derivandosi da' più 
grandi affetti che commovessero V Alighieri (2): oltre- 



(2) Un mio dotto amico tì maestro, essendo presente allorclié 
io leggeva questo discorsa 7 nai recitò i segueati versi dei cur>to 
XXV dei Paradiso. 



io3 
elle vi era già V esempio d' Enea disceso agli Elisi per 

*■— »■ I li n i .... I , , , ,1.11 I , 

Se mai continga che 1 poema sacro , 

Al quale ha posto mano e Cielo e Terra , 
Si che m'ha fatto per più anni macro, 
Vinca la crudeltà che fuor mi serra 
Del Lello ovile, ov' io dormi' agnello 
[Nimico a' lupi, che gli danno guerra; 
Con altra voce ornai , con altro vello 
Ritornerò poeta , ed in sul fonte 
Del mio hattesrao prenderò 'I cappello. 
Dalile quali parole si deriva al certo (come l'aniico mio intendeva) 
un'altra cagione dell'aver Dante scritto e compiuto il suo poema. 
Ei ne fece il primo disegno, e lo cominciò in lingua latina , per 
desìo d'acquistarsi gloria. Dipoi accorgendosi che anche il suo 
jnaterno idioma era opportuno all' eloquenza in prosa e in verso , 
volle questo usare , rendendosi più grato a' suoi concittadini ed a 
tutti gì' italiani, e meritandosi doppia gloria , cioè di sommo poe- 
ta, e di primo poeta in volgare. Quiisdi nell'infausto esilio conti- 
nuando e compiendo il poema, sperò che questo gli avrehbe 
facilitato il ritorno alla patria, inducendo i fiorentini a pietà ed a 
vergogna: pietà verso un loro fratello, che avevano ingiustamente 
cacciato e spogliato: vergogna di esser lenti ad onorare l'altissimo 
loro poeta. Ma siffatte cose potevano esser conseguite dall'Ali- 
ghieri , ancorché avesse trattato un altro argomento. Quello, ch'ei 
si propose, a me pare derivato dall' esempio di Virgilio e dall'af- 
fetto suo verso Beatrice. E il tema era grande, vasto , e conforme 
alla fantasia ed alla condizione di Dante ; e Dante lo trattò con 
suo immortale onore. Sicché il suo desiderio doveva pur esser 
adempito , ricevendo egli la corona poetica sul f mte del suo bat- 
tiesimo. Ei non hramò d' esser coronato in Pindo o nel Campido- 
fi^lio. Ristringendo i suoi voti, chiedeva il plauso de' concittadini, 
chiedeva amore dalla patria ch'egli amava. Deh! almeno i posteri 
adempiano il desiderio di Dante! Sia coronata l'immagine suu 
dalla Città di Firenze ! E questa incoronazione simboleggiata con 
due sole figure, sotto cui fosse scritto 
^ in sul fonte 

Del mio battesmo prenderò 7 cappello , 
sarebbe il più semplice e più espressivo monumento, che la Patria 
potesse innalzare al figlio suo immortale. 



lOfJ 

rivedere il padre. Né vale oppormi che il suo viaggio 
non fu diritto per quelle vie che secondo la nostra reli- 
gione menano al celo^ essendo egli passato per mezzo 
r inferno : stantechè volle in ciò seguitare il suo Virgi- 
lio ^ che aveva fatto ad Enea percorrere tutte le sedi 
riserbate agli estinti, prima di giungere al cospetto d'An- 
ehise. Ed Omero altresì aveva condotto UUsse in quel- 
r inferno , che i greci allora presupponevano. Quindi , 
poiché Ulisse ed Enea non andarono soli in quel dif- 
ficile cammino, ma ebbero a consiglio ed a guida, il 
primo la maga Circe e T ombra di Tiresia, il secondo 
r ombra del padre e la cumana Sibilla ; cosi Dante 
elesse a compagno, fin dove potè, Virgilio, e poi la 
^ua Beatrice. Benché vi è una diversità importantissima 
dal nostro al latino ed^al greco poema , cioè che T Ali- 
ghieri scelse ad argomento principale quello che negli 
altri è* semplice episodio. Onde il suo viaggio doveva 
principiare dal solo siao consiglio. 

Sembrami pertanto che volesse dipingere sé me- 
desimo in quello stato, in cui GuidoCavalcantilo rampo- 
gnava (3) siccome preso da viltà e da noioso spirito, che 
gli toglieva le virtù e la gentilezza dell' animo. Sicché 
vinto dalle passioni, cioè smarrito in una foresta oscu- 
ra : oppresso' dal sonno , cioè stanco e spossato : cercò 
ristoro , mettendosi in quel cammino che a virtù con- 
duce. Ed arrivato a' pie d' un colle, si conforta e spera, 
vedendo i raggi del sole : ma gli è impedita la via da 
un leone , da una pantera , e da una magra lupa , sim- 
boli deir ambizione , della lussuria, e dell'avarizia (4). 



(3) Vedi il sonetto di Guido a Dante : 

To vengo il giorno a te infinite volte e e 

(4) Da questi ti'e vizii provengono , secondo Aristotele , tutti 
gli uitri turpi afi'etti deli' animo. E perciò son qui mentovati a 



110 
Onde non potendo più da se solo progredire, gli si pre- 
senta Virgilio mandato dalla Beatrice. Né avrebbe po- 
tuto ricevere più idoneo ed efficace consiglio , imperoc- 
ché la speranza di rivedere la donna sua lo inanima 
fortemente al viaggio ^ ed è ricondotto alla virtù con 
quello stesso mezzo che traviato lo aveva , cioè per opera 
dell' amore. E forse Dante volle distinguere la terrestre 
dalla celeste Venere. E Beatrice, che sembra una donna 
a' volgari, significa la Teologia neir opinione de' dotti. 

Preso dunque animo , non raffredda V Alighieri la 
sua narrazione con minuti ragguagli , ma subito viene 
al luogo, dove entrando bisogna lasciare ogni speranza. 
L' aria è senza tempo tinta : diverse lingue , orribili 
favelle: scossa da impetuoso vento, e bagnata di la- 
crime la terra. Dal cui spettacolo , che ben dimostra a 
quali termini l'uomo vizioso pervenga, passa Dante 
a vedere la valle dell'abisso, dove dee discendere. E 
questo appunto è lo stato dell' animo , allorché si ac- 
corge deir errore , e disperasi. Ma qui sulla proda è 
collocato il limbo , pieno di gente che non grida , né 

■■ ■ ■ I ■ r ■ I ■ I , ; , ■ 

proposito dall' Alighieri , che era seguace della dottrina aristote- 
lica. Né a me pare ehe il suo discorso possa dal generale ridursi 
al particolare , come alcuni commentatori han fatto , e come fa 
eziandio il commentatore inglese: dichiarando cioè che il poeta 
simboleggiava nelle tre fiere i vizii di se medesimo, o della patria, 
L' anonimo inglese però attribuisce questi vizii a Firenze con un 
discorso molto gentile. Ei produce la pantera come simbolo della 
voluttà , della crudeltà, e della bellezza : poi nota, essere Firenze 
rampognata come voluttuosa anche dal Boccaccio, ed essere staici 
crudele perchè mandò e tenne in esilio Dante Alighieri. Quindi 
soggiunge per rispetto alla bellezza ; se ad un viaggiatore oltra- 
montano pare essa tuttavia la più graziosa città dell' Europa , 
quanto tloveva parer bellisiima ad un figjio suo, menLr' era re- 
pubblica . 



piange^ e solò sospira, noti avendo potuto conoscere h\ 
nostra religione. Sicché vi è subito un conforto alla 
disperazione, meditando ne'proprii affetti che impedi- 
scono spesso la cognizione del vero. E V Alighieri in- 
latti i>' acqueta , e passa ne' campi elisi ; ove ripiglia 
forze , per ritornare alla virtù , nella conversazione de- 
gli antichi filosofi. 

Dipoi seguita il cammino , ed entra ormai nel vero 
inferno , scendendo per nove circoli di mano in mano 
più angusti , e divisi ciascuno in più parti , che egli 
chiama bolgie. E vedi con quanto senno mette egli in- 
nanzi a tutte la punizione de' lussuriosi ! raccontando 
altresì gì' infelici amori di Francesca da Rimini . Im- 
perocché rammenta così 1' origine de' più comuni tra- 
viamenti: e si dimostra già fermo nel sentièro della 
virtù , condannando la voluttà che ad essa è principale 
nemica . 

Quindi pone al tutto 1' unità del poema nella pu- 
rificazione deir anima. Trae maggiori argomenti ad 
aborrire il vizio , vedendolo in tante maniere punito. 
Esce dair inferno, e va nel purgatorio per sette gradi 
ascendenti , dove si purga da' sette peccati mortali. Ed 
ivi abbandonato da Virgilio , trova Beatrice ; con cui 
sale finalmente al celo , per vedere il premio che alla 
virtù si concede . 

Ma ne' sette pianeti per cui montava al celo , e 
ne* circoli del purgatorio e dell' ili fer no , quali opinioni 
e dottrine seguitò V Alighieri ? Alcuni lo biasimano , 
perchè neir inferno e nel purgatorio introducesse la 
mitologia pagana fra le teologiche discipline. Altri lo 
biasimano, perchè non l'intromettesse eziandio nella 
terza cantica , a fine di darle andamento più vario e 
dilettevole. Ma io credo che gli uni e gli altri non ab- 



I ì 2 

Liano ben considerato il secòto di Dante; imperocché 
r Alighieri si allargò nella teologia de' suoi tempi , ma 
non ne fece abuso . Di fatto il primo ed universale 
supplizio^ che la religione assegna a' reprobi^ è la dan- 
nazione eterna , ovvero V esser privi d' ogni spera^iza 
di bene: e ciò è scritto con sublimi parole all'ingresso 
deir inferno; né mai più si rinnova questo conforte- 
vole affetto /se non alla soglia del purgatorio, ove al- 
l'incontro son tutti pieni di speme. 

Il secondo ed ultimo supplizio è il fuoco eterno. 
Ma questo era altrimenti interpetrato a' tempi di Dante; 
e nesili antichissimi e inediti codici del secolo XIII si 
legge (5) : che „ entro nel mezzo della terra v' è quat- 
tro luoghi y V uno appresso all' altro. Il primo luogo si 
è lo seno d' Abramo; e quivi andavano i santi patriar- 
chi e profeti, ed altri santi uomini, anziché Cristo na- 
scesse. L'altro si è appresso di quello, e quivi discen- 
dono le anime de' fanciulli pagani che non hanno bat- 
tesimo. La tei^a parte si è pure appresso di quello , e 
chiamasi lo più alto inferno, e chi lo chiama purgato- 
rio; e vi sono pene di cocente fuoco, e di gelo grandis- 
simo. L' altro luogo, che si chiama lo più basso inferno, 
si é più sotto , ed è appunto nel mezzo della terra . Ed 
in questo inferno si é uno spiritual fuoco, il quale non 
si spegne giammai; e si ha in sé nove principali pene. 
Dapprima si è del fuoco si ardente , che se tutto il mare 
vi corresse per entro, noii lo potrebbe spegnere; ed 
arde tuttavia senza Ipgne per sé medesimo , e non dona 
ninna chiarezza. La seconda pena è freddo sì crudelis- 
simo, che se un gran monte di fuoco vi fosse dentro 

(5) Di questo e di altri codici darò xiU' avvenire più esatta 
contezza . 



posato^ tornerebbe tosto in ghiaccio. La terza è molto 
aspra ;, che vi hanno vermi che mai non muorono; e 
ciò sono serpenti e male bestie ^ che sono molto laide 
a vedere y e spaventevoli a udire. La quarta si è la mag- 
gior puzza , che mai possa essere. La quinta si è la bat- 
titura^ che sofFeriscono si grande^ come i fabbri che 
battono il ferro. La sesta si è molto grandi tenebre^ che 
quegli , che v' è , non può vedere il suo compagno y il 
quale gli è da lato. La settima si ò la confessione dei 
loro peccato, che ciascuno vede e sa ciò che il suo com- 
pagno ha fatto, perchè egli non si può nascondere. 
\J ottava si è di ciò , eh' eglino veggono tuttora i dia- 
voli e i dragoni, i quali sono si odiosi a vedere, eh' e' 
non cessano di piangere. La nona si è un legame dì 
fuoco, onde egli sono legati di tutti i loro membri. E 
soffrono tante pene , perchè dispregiano la compagnia 
de' nove ordini degli angeli . E sono in sì vario modo 
puniti , per aver desiderato le cose terrene più che la 
loro salvazione , per essere stati nel freddo della mali- 
zia , per aver nociuto al prossimo pieni d' odio e d/ in- 
vidia , per essersi dilettati nel puzzo della lussuria, per 
non aver voluto disciplinarsi per V amor di Dio , né 
confessarsi del loro peccato dinanzi a' sacerdoti, né 
udire la parola e i comandamenti di Dio , o per essere 
stati ripieni di tutti i vizii in questo secolo, sicché muo- 
rono vivendo , e morendo vivono : soffrendo altresì 
maggiori pene T uno dell' alU'o , secondo che avran 
peccato. „ 

Onde mi pare che in queste parole si contenga 
tutto l'inferno di Dante. Dalle nove pene si derivano i 
nove circoli, e da' diversi peccati le bolgie. Solo il col- 
locamento loro fu trasmutato, avendo T Alighieri posto 

i ghiacci eterni nel centro della terra. Ed è cosa natii- 
T. VII. Lui^lio 8 



it4 

rale , che agli uomini antichi assegnasse i loro stessi 
costumi , mentre adoperava le nuove cronache e le leg- 
gende per rispetto agli uomini moderni. Che se nondi- 
meno alcuni seguitassero di biasimarlo , attendano a' su- 
blimi pensieri che vennero a Dante neir animo dalla 
commistione dell'antica e della nuova storia ; siccome 
è quello di far nascere i fiumi dell' inferno dalle lacri- 
me degli uomini versate in tutte 1' età sulla terra , e 
colaggiù riunite dal tempo. Salendo poi al purgatorio , 
poteva nel passaggio adoperare , ed usò egli infatti , 
que^ modi che più gli piacevano. Tantoché uscito dalle 
tenebre infernali rallegra sé medesimo e noi , dise- 
gnando il nuovo cammino con più liete immagini e con 
più dolce favella. Ma appena è giunto entro il purgato- 
rio , non attende più che a ripurgarsi dal peccato ^ e 
segue soltanto la Scrittura , e massime le visioni de' pro- 
feti e r Apocalisse. Quindi non gli si offerivano che due 
argomenti ^ in cui fondare la cantica del paradiso: o 
questioni teologiche: o inni al Creatore , magnificando 
gli ordini delFUniverso, ed esprimendo la beatitudine 
degli uomini virtuosi. Ed egli amendue gli assunse, va- 
riandoli eziandio quanto fu possibile ; imperocché po- 
polò di santi e di beati con diverse figure tutti e sette 
i pianeti allora conosciuti. Né al certo non poteva com- 
piere meglio eh' ei non fece le sue tre cantiche: poiché 
nel più basso inferno rinchiuse con montagne di ghiac- 
cio i traditori della patria, e V angelo ribello; facendo- 
ci prima pianger le sventure d' Ugolino e de' figli; e 
poi spaventaiuloci col formidabile esempio di Lucifero, 
che cadde per un immenso intervallo fino a quel punto , 
da cui non si può risalire. Talché ci sbigottisce pure 
r immaginazione di Dante , per la quale fu condotto a 
quel difficile passo. Ma il centro della terra, ove il mo- 



vimento cessa, era occupato da Lucifero , clie immo- 
bile distendeva lo smisurato e difforme suo corpo verso 
i due emisferi. Sicché Virgilio e Dante poterono aggrap 
parsi a quella mole ,. e con fatica ed angoscia rivolgersi 
alla nuova salita. Passato dipoi il purgatorio , ci ritrae 
l' incontro suo colla Beatrice : e bagnandosi nelle acque 
di Lete , oblia le discordie e lo sdegno. Onde con animo 
placido e festevole abbandona i falsi piaceri , e seguita 
la donna della mente sua per le vie del celo. E quando 
finalmente scorge la gloria divina , non più si diffonde 
in parole , ma vinto dal celeste fulgore medita m si- 
lenzio delle lodi di Dio. 

JVota l. o y^ppe ridice critica , in risposta alla lettera 
scritta dal Cav: Monti al Cjv, Tambroni^ e in- 
serita nel giornale Arcadico, s^ol. 4 ' • /^' ^So. 

Le sopra notate parole sono del Monti : e pur trop- 
po sono vere : e bisogna a lui credere : massime perchè 
le dice da uomo esperto, dopo aver dovuto anch' egli 
adirarsi , per disavventura comune delle lettere italia- 
ne , contro chi non aderiva a' suoi cinque volumi in- 
torno a' vocaboli del gran vocabolario della Crusca . 
E godo poi eh' ei le abbia dette in un discorso che a me 
riguarda, poiché mi ha anche Fenduto giustizia, esclu- 
dendomi dal numero dG^V iracondi ed inurbani tenzo- 
na tori. Egli, nel giornale arcadico, assume la difesa delle 
due parole triare e J ronda. Io parlerò sol della prima, 
poiché questa sola parte del discorso a me pertiene . 
Si ricordi dunque il lettore di ciò che io dissi nel mio 
articolo intorno al trattato della pittura di cennino 
GEìNNmi pubblicato dal ca^. Tainbroni (Antologia fasc.G 
p. 374)- lo dissi che la parola triare non apparteneva 



ii6 
al nostro idioma , ma bensì a' tristi copiatori , perchè 
ne' migliori codici del Gennini si trova spesso tritare 
in luogo di trlure: e perchè In Colle di vai di Elsa, o- 
ve era nato Gennino, e in tutte le adiacenti campagne 
si dice spesso tritare in iscambio di macinare. Quindi 
mi opposi a chi voleva dedurre la suddetta parola tri- 
are dal triar, verbo provenzale, che significa scegliere . 
E credei d' aver ragione , e credei che ognuno avrebbe 
creduto compio credeva: imperocché non si trattava 
della parola triare in generalità, ma bensì se il Gen- 
nini r avesse usata nel significato particolare di ma- 
cinare . Nondimeno, allorché il gentilissimo Tambroni 
mi fece onore d' una lettera sua difendendo il verbo 
triare^ io gli risposi: che piaceva pure esso verbo a qual- 
che dotto toscano: e che io lo reputava inutile ^ né cre- 
deva che fosse nelF opera del Gennini, ma che però non 
doveva essere atteso alla mia particolare opinione. Ed 
in vero sono tanto persuaso che V uomo è soggetto ad 
errare ^ e più io che gli altri, che non saprei sostenere 
con fermo proposito se non quegli argomenti , in cui si 
fonda la prosperità e contentezza della vita umana , e 
che perciò a tutti importano . Nelle altre questioni io 
me la rido, quando alcuno si ostina e si sdegna: e se 
talora mi ostino e mi sdegno io , rido poi più forte di 
me medesimo .Forse il Monti ha conosciuto questa 
mansuetudine dell' animo mio , sicché mi ha favorito 
4ella già notata esclusione dal numero degl' iracondi 
censori . Egli poi vuole che io mi plachi con quella 
povera voce (triare); e che mi pieghi a concederle , co- 
me a tante altre voci defunte , almeno V onore della 
sepoltura . E chi potrebbe disdire a si discreta doman- 
da? La mia risposta al Tambroni dimostra che io mi era 
già placato: ed ora mi congiungo volentieri col Monti ^ 



117 

si per riconoscere ]a parola triare come usata da' pro- 
venzali e da qualche nostro poeta, e sì per registrarla 
tra' vocaboli antiquati se a lui piace . Il Monti produce il 
seguente esempio del poeta provenzale Raimondo di 
Tolosa , die il Raynouard così trascrive nella sua 
Grammaire romane , pag. S^. 

Tcin com la mars a^irona ^ 
N' ay trlat , ses dìg badaelk, 
La gensor e la pus bona 
C oncas i^ezeson miej liuelh . 
che il Raynouard così traduce : 

Tant cornine la mer emnronne y 
J' en ai trie\ sans dire hésitant , 
La plus gente et la plus bonne 
Qu* oncques vissent mes jeux , 
che il Monti traduce prima così nell' italiano antico: 

Tanto come lo mare ai^irona n' ajo triato, senza 
dig badaggiOy la gensor e la più bona ^ cK unqua ve- 
desson miei ogli . 
e che dipoi traduce nelF italiano moderno cosi : 

Tanto quanto il mare circonda , senza badare in 
altra, n ho scelta la più gentile e la pili buona eli un- 
que vedessero gli occhi miei . 

Quindi il Monti produce un sonetto di Dino Fre- 
scobaldi fiorentino , che sì finisce : 

Chiamar soccorso di mercè non vale 

A questa che i martiri per me tria. 
Mostrando che di ciò poco le cale . 
Ne' quali esempli non è dubbio che non vi sia la 
parola triare . Ma se essi sieno opportuni al caso nostro: 
se il significato, che ha in essi il verbo ^/'mr^^possa appli- 
carsi al tritare del Genuini: iie triare ì martiri, e irla re 



j i8 

(i) la donna pili gentile , sia la stessa cosa che triare 
o tritare o macinare i colori: e se, in fine, 1' avere il 
Fr^iscobaldi introdotto il verbo triare in un suo sonetto 
(cortie fecero pure di altre parole provenute dall' uso ol- 
tramontano altri nostri scrittori, e per esempio il Vil- 
lani che tolse da' francesi il vocabolo danimasQÌo e 
simili: i quali rimasero soltanto nelle loro scritture, 
senza esser mai ammessi nella comune consuetudine ) 
<jia certa prova che esso verbo fosse eziandio al tempo 
del Cennini (cioè un secolo dipoi , e in un altro senso) 
voce viifa e d' uso : ne giudichino il Monti e il Tam- 
broni. Io rimetto volentieri questa questione all' offici- 
na (2) della loro sapienza . 



(i) II ye.Yhotrier fu usato da' provenzali anche nel significato 
<ii dislinguere^o disctrnere,o per meglio dire, segnalare: il che lo 
rimuove ancor più dalla macina. Folquet de Lunel disse infatti: 
Rùis Castellasi mostra '^alor se irla 
Pari las valors qua tug l' autre rey an : 
che il E.aynouariì, nella suddetta grammatica pag. 299, ben tradu- 
ce così: 

Roi Castillan, votre valeur on distingue 
Au-dclà des valeurs que tous les autres rais ont . 
{1) Mi si permetta 1' uso di questa parola . Cicerone disse: phì- 
losophi, qui quasi offlcinani instruxerunt sapientiae,^ il Tambro- 
ni mi fece brusco rimprovero in una nota del giornale arcadico , 
perchè io non voleva dire /' officina in iscambio dello rtudio 
de' pittori e degli scultori. Quanto è a me, userò volentieri la 
suddetta parola, gè essa piaccia al Canova, al Torwartsohn, al 
Vicar, al Landi, al Camuccini; al Benvenuti, al Nenci ec. E 
spero che il Tainbroni sarà ora contento di me, poicliè, per fare 
cosa grata a lui, ho dato quanta elevatezza io poteva al medesima 
vocabolo: e per certo ognuno si terrebbe onorato, se potesse esser 
discepolo nell'officina filosofica dclcav. Tambroni. e del sapientis- 
simo cav. Monti. 



119 

Dopo la quale mia spo^itanea sommissione, spero 
che mi sarà conceduto d' istruirmi neir esame di quel 
gioco (così lo chiama il Monti ) che fanno le suddette 
parole provenzali , passando dall' idioma di Provenza 
nel nostro . 

Dice il Monti^ e dice bene: che a far che queste 
voci TANT coM LO MAR diventino intieramente italianey 
non mancano che le vocali alla fine e infatti diventano 
tanto quanto lo mare > Ma il fatto è eli e il primo verso 
provenzale è male citato o male trascritto nel giornale 
arcadico, senza dubbio per negligenza del copiatore. Io 
r ho di sopra trascritto^ come lo ha pubblicato il Piay- 
nouard : ma nel giornale arcadico si legge : 

Tant com lo mar avirona. 
Dunque le vere parole provenzali tan com la mars a- 
vrebbero bisogno di esser meglio triate ( nel senso del 
Genaini) a fine di ben giocare tra le desinenze italiane. 

Quindi il Monti fa altre considerazioni, che a me 
sembrano giuste, intorno al valore di alcuni vocaboli: e 
mi piace eh' egli condanni quegli scrittori che usano le 
parole in doppio e contrario senso, come per esempio il 
verbo varare registrato nel vocabolario nelsenso di tira- 
re dalla terra in acqua^ e nel senso di tirar dalV acqua 
in terra . I quali abusi del linguaggio sono veramen- 
te insoppoi'tabili . Ma come avviene a tutte le opiuiuui 
degli uouìini, che sole le proprie sono giudicate con par- 
ziale affetto ; cosi il Monti rampogna noi toscani^ perchè 
non studiamo negli altri dialetti d' Italia. E certo ei gii 
debbe tener cari, perchè di continuo gli ode, anche nel- 
la conversazione de' suoi amici. E tengo cari anch'io^ 
e mi dispiace ora di non sentire qiie' dialetti italici ^ 
in cui sì molti amici miei discorrono. Ma tolto questo 
vantaggio , che è pur grandissimo a chi ha tenero cuore^ 



I 20 

nù dica egli come ha fallo^ se ha studialo in r[ue'cliaìeUj, 
per divenire sommo vate italiano? Allorcliò egli infiam-! 
ma l'animo nostro coli' alto suo dir poetico: allorché 
e' illumina con filosofici canti, u ci commuove con tra- 
gico stile j o ne trae al campo della gloria come nuovo 
Pindaro colla nuova lira: allora, mi dica egli, d'onde trae 
i suoi melodiosi accenti/ Un altro poeta insigne benché 
nato sulle rive dell' Arno, udendo che il Monti non fa- 
ceva gran difFerenza tra 1' noster signor croci/ìss yCome 
si pronunzia dal popolo lombardo, al nostro signore cro- 
cifisso del popolo fiorentino, esclamo con furor poetico: 
faccia egli dunque la rima, se può, tra queste pronunzie! 
Io non m'intrometto a decider tanta lite tra' figli d'Apol- 
lo. Ben so che il Monti dice : Dante jè sì grande la sua 
linguay perchè si khcIsc di tutte le varie favelle d' Ita- 
lia y e seguì V esempio d' O/nero, né badò punto alla 
DIVERSITÀ^ delle pronuncie, ma tenne che la parola o 
tronca od intiera (3) chiudesse sempre in sé stessa 
forza e virtù j, e lascio agli stolti il credere che il noster 
signor crocifiss de' lonibardi e de romagnoli valesse 
meno che il nostro signore crocifisso de' fiorentini . E 
Dante all' incontro dice nel convito queste formali paro- 
le : sappia ciascuno che nulla cosa, per legame mu- 
saico armonizzata y si puh della sua loquela in altra 



(3) Se ciò fosse vero avrebfjero la stessa forza e virtù an- 
che le seguenti parole, intorno a cui 1' Alfieri fece c^uesto epi- 
gramma : 

Capitano è parola 

Sonante, intera, e nell'Italia nata: 

Capitèn, già sconsola, 

Nasalmente dai Galli smozzicata: 

Keptn poi dentro gola 

De'Britanni aspri sen sta straspoJpi^ta . 



121 

trasmutare y senza rompere tutta sua dolcezza e ar- 
monia . 

Quanto è poi all' aver Dante seguito V esempio 
cV Omero j io mi convengo al tutto col Monti. Imperoc- 
ché son certo che Omero e Dante e tutti i grandi poeti 
si sono serviti d' una sola lingua , dì quella cioè che era 
in uso nella patria loro. A qualunque idioma di qualun- 
que nazione bisogna assegnare necessariamente tre di- 
versi tempi e tre diverse condizioni. Non vi è dapprima, 
e non vi può essere un idioma perfetto e comune, per- 
chè nessun grammatico, nessun retore, e nessun filoso- 
fo non lo ha ordinato, e perchè il popolo d' una provin- 
cia avendo usi, costumi, bisogni, e talvolta ancora o- 
rigine ed organi diversi a quegli degli altri popoli, non 
può avere né i medesimi vocaboli né la medesima pro- 
nuncia : talché gli scrittori che usano in questo primo 
tempo la patria lingua, non possono non «fcrivere in dia- 
letti dissimili,e dissimili e non bene ordinati anche nella 
medesima provincia . Quindi ogni popolo promuovendo 
la sua favella, sempre interviene che in tutta una nazione 
uno de' suoi dialetti è più esercitato e più ordinato: sicché 
questo prevale, ed a questo a poco a poco si accomodano 
tutti gli scrittori dell'altre provincie. Finalmente diviene 
questo dialetto comune a tutti gli scrittori , ed allora la 
nazione ha il suo idioma , ed è suo , ed è sempre stato 
suo, perchè nato in una delle sue provincie, e perchè am- 
messo nelle scritture da tutti i suoi popoli . Vogliono 
forse i moderni filologi far nascere gF idiomi, prima che 
le nazioni ? le nazioni, prima che i patti sociali ? Dante 
Alighieri nacque mentre l'idioma italiano era nel secon- 
do de' sopra notati tempi. Se Omero nascesse nel primo 
o nel secondo tempo del l'idioma greco, io non so: ma veda 
il lettore ciò , che dice il professor Niccolini nel suo bei 



122 

discorso in cui si ricerca qual parte ai^er possa il po- 
polo nella formazione d'una lingua : veda ciò, che dice 
il BaitheleQ7y nella prima nota del primo tomo del viag- 
gio d'Anacarsi: veda ciò, che dicono molti altri filologi^ 
ed in particolare ciò che dice 1 Heyne (il quale è il più 
gran filologo dell' Europa) nel suo Excursus intorno al 
• decimonono libro d' Omero . Tutti questi opinano che 
Omero usasse la favella della patria sua , e non una lin- 
gua formata da lui e commista de' varii dialetti della 
Grecia ^ la quale sarebbe stata invero una strana loquela 
da increscere a' posteri ed a' contemporanei. 

Ma a proposito de' dialetti greci bisogna dinotare 
queste altre parole del Monti. Parlando egli delie-vocali, 
in che si terminano le voci italiane, si dice: queste ar- 
moniose terminazioni all' eolica té dobbiamo a greci 
di Sicilia : imperocché , siccome dimostro V apologista 
di Dante , esse non ci sono potute venire da' latini 
che nelV unis^ersale non V ebbero , ne da popoli d' oltre 
monte o del settentrione , che sempre finirono le lor 
i^oci nell asprezza della consonante. E questa sentenza, 
è vero, fu emanata dal Perticari (Proposta voi. 2. par. 2 
p. 1 80): ove è prodotto un verso d' Elia di Bariolo, cioè 
ahi! com'tragg grei^' penentenza, il quale (se vi si ag- 
giunge le vocali sicule, dice il Perticari) diviene italiano: 
diviene infatti ahi come grai>e penentenza. Altri esem- 
pi di poeti provenzali sono prodotti, ove cai si muta in 
quale j, ragion in ragione , cantal ìw cantato , frane in 
fr anco y fi del in fidele, e simili . E il Monti applica la 
suddetta sentenza all'esempio già mentovato e male ci- 
tato, cioè taJit coni lo mar , che per V aggiunta delle 
vocali sicule diviene tanto come lo mare. Queste voca- 
li dunque usate da' siculi sono Te, e l'o! Queste armo- 
niose terminazioni all' eolica sono T e , e T o ! Talqhè 



123 



noi avremmo preso dagli uni quello che n'on hanno e 
non avevano : ed avremmo preso dagli altri quello che 
essi sfuggivano. Il Maittaire , nell' opera sua intorno a' 
dialetti greci , prova coli' autorità di Platone e di altri 
scrittori della Grecia che gli eolii ne] lor dialetto sfug- 
givano le terminazioni in e . Ed il Meli , sommo poeta 
siculo e autore d'un bel vocabolario della lingua sicUia- 
na, nota in certe regole generali preposte alle sue poe- 
sie (affuichè sieno queste più facilmente intese dagli al- 
tri italiani): che Te quanto frequente nelV italiano idio- 
ma, è altrettanto rara nel siciliano: e che ne tampoco 
si degna accordarla al genere femminino ^ perchè in^s- 
cedi FEMiNE dice fimmini. Il che porta un inconve- 
niente negli articoli plurali femminini , sicché per 
distinguerli da' mascolini vi abbisogna un aggiunto 
che esprima il genere : per esempio^ dovendo dire una 

MADRE CON DUE FIGLIE^ dcvC dirsi in sicHlanO UNA MATRI 

GU DUI FiGGHi FIMMINI. JVè io trovo mczzo di ripararvi j 
se prima la nazione non si riconcilia colla lettera e . 
E per rispetto alla lettera o nota lo stesso Meli: si puh 
dir lo stesso che abbiam detto dell- e . 

Quanti corollarii potremmo soggiungere ancor noi;, 
siccome fanno gli onorandi nostri avversarii: e certo i co- 
rollarii nostri discenderebbero dal fin qui detto per sé me - 
desimi e jenza ninno sforzo. Ma io non sono avversario di 
alcuno: e mi rincresce oltremodo che le cose della lingua;, 
patrimonio comune di tutti gFitaliani, non si abbiano a 
trattare ed esaminare senza tenzone . Studiamo ancor 
noi r origine della nostra lingua, e potremo forse dimo- 
strarla in breve tempo : ma i nostri discorsi seguiranno 
la storia con modesto e non parziale giudizio. Allora 
vedremo d' onde sieno venute le armoniose terminazio- 
ni, di che ora si disputa : q intanto non dispiaccia al 



I 2^ 

Monti che io seguiti di esaminare il gioco suddetto delle 
parole provenzali . Egli traduce ses dig baduelh, dicen- 
do senza dig badaggio: e poi interpetra, senza badare 
in altra (4) • Io confesso che non ho ingegno da capire 
questa interpetrazione . Bado ÌJi que' belli esempli che 
il Monti adduce per provare F uso del segnacaso dig per 
di: ma non trovo questo segnacaso nel testo provenza- 
le . Quantunque nella grammatica del Raynauard non 
si trovi dichiarato dig come nome sostantivo^ vi è però 



(4) Ecco le parole del Monti . 

„ i^enza dig badaggio. Della preposizione senza col genitivo 
è superfluo il ragionare . Parrà strano il segnacaso dig per di : ma 
ch'egli pure sia voce dell' antico nostro italiano gli esempi il di- 
jnostrano. Rim. ant. lac. da Lent. Ma queir umor che strinse per 
furore Dalla vista dig ogli ha nascimento, Che gli ogli rappresen- 
tano allocare. Rim. ant. Guid. Cavai; E trasse poi dig ogli tai 
sospiri ec. Più sottile osservazione è da farsi sulla voce badaggio, 
la cui radice è badare, come di bada, badamento, e del frequen- 
tativo badaluccare, e del suo derivato badalucco . E diremo pri- 
mieramente che in luogo di badaggio, sostituito nella nostra versio- 
ne al provenzale baduelh, eravamo tentati di porre a dirittura ba- 
dello. Perciocché , quantunque questa voce semhri perduta, nul- 
ladimeno ci dà sentore della sua antica esistenza il suo diminutivo 
baderello , voce ben nota e di tutta vita nella Romagna, signifi- 
cante quei giuochereUi, co' quali si tengono a bada i fanciulli. E 
non ci sia disdetto Tav viso, che il baderello roraagnuolo àà. badare, 
come giuocarello da giuocare, sia voce più gentile che il badaluc- 
co toscano nel senso medesimo di trastullo .'— Ma che significa poi 
la dizione senza badaggio ? Non vi deste a credere ch'ella valga 
senza dimora, senza indugio: no, il suo valore è più nascoso e più 
fino. Locuzione elegante nella nostra lingua si è badare in alcuno 
per guardarlo con occhio amoroso , amarlo : e belli esempi ne 
somministra il vocabolario ^. III. La frase adunque senza badag- 
gio qui vale elitticamente senza badar in alira, cioè senza ama- 
re altra donna. E cosi si viene a scoprire l'origine d' un peregrino 
modo di faveiiajL'e, di cui prima non conoscevasi il fondamento . „ 



(la lui tradotto dire : e nella pagina 3 io è quest^ altro e- 
sempio di dig sostantivo : 

311 fai tz orguelh en digz et en parvence: 
che il Raynouard traduce 

Me faites orgueil en dits et en apparencei 
cioè in detti e in apparenza . JNella pagina i5o vi è pur 
l'esempio àìfag sostantivo, cioè y^f^^o: essendo lo stes- 
&oJag participio nelF esempio addotto nella pagina 1 60 . 
La frase poi senza badaggio sarebbe invero un 
modo peregrino , se dovesse significare senza badare in 
altra. O perchè con simil modo elittico non potrebbe 
significare senza badare in alcuna ? ed anclie senza ba- 
dare nemmeno in quella donna che è scelta ? Allorché 
si elegge la donna più gentile, bisogna aver fatto o fare 
il confronto; bisogna cioè guardare in altre : e-cr^dereì 
che fosse un parlare ingiusto e rozzo, se io dicessi al Monti: 
io, senza badaggio, vi trio, o eleggo a più gentile poeta del 
mondo. Mi permetta egli dunque d'interpetrare altrimen- 
ti la frase ses dig baduelh. 11 Raynouard la traduce sans 
dire hésitanty cioè senza dire dubbio, senza esitazione . 
E questo mi pare il vero senso: questo mi sembra un modo 
di favellare idoneo, tanto a dimostrare il buon giudizio 
di colui che sceglie, quanto ad onorare colei che è scel- 
ta . Il vocabolo baduelh pare a me un adiettivo: e mi 
astengo dall' indicarne l'etimologia, come la presup- 
pongo, per paura di non trovare anch'io un modo di 
dir peregrino . Aspetteremo che ce la significhi il Ray- 
nouard, uomo intelligentissimo della provenzale poesia. 
E intanto è certo che Raimondo di Tolosa aveva co"li 

o 
occhi suoi guardato in molte donne, sicché potè afferma- 
re senza esitazione , che aveva eletta la più buona e la 
più gentile di quante ne aveva vedute . Si ricordi il 
Munti della più elegante lezione eh' egli trovò nel dir 



1^6 

dei Petrarca: ciò che non è lei. E si ricordi pure di quel- 
la altra più sublime lezione eh' ei notò neir Alighieri, 
interpetrando alcuna per ninna . Quindi io spero, che 
cqI medesimo senno giustificherà egli stesso le parole 
del poeta tolosano, siccome il Raynouard le ha interpe- 
trate , ed io qui trascritte . . , 

Terminerò questo discorso già troppo lungo, disa- 
minando ciò che dice il Monti de' vocaboli gente e 
gentile (5). 



(5) Ecco le parole del Monti : 

„ Fermate l'attenzione sulla voce romana gensor , di cui 
abbiamo l'esempio in Guittone ( v. nota 3 del Bottari ) . Ella 
e sincope del comparativo generosior deMatini, ed è compara- 
tivo ella stessa dell' add. gente (gentile), di cui son piene le 
poesie italiane d^l secondo secolo , ed anche del terzo ( v. il 
vocab.). Scoperta P origine di questa voce gente trapassata in 
gentile y si scuopre anche il suo vero valore che è quello di 
nobile, generoso, magnanimo: onde il trovatore Pons de Cap- 
dueil disse con molta altezza di sentimento Qui mor g^ent aucl 
sa mort ( Ray. Gramm. pag. 4? ) > cioè Chi muore gentile uc-^ 
cide la sua morte. Dunque niòrir gentile è il medesimo che 
morir da forte: e ciò intese assai hene V Ariosto in quella 
comparazione del Mone con Rodomonte: 

Qual nelle sehe nomadi o massilc 

Cacciata va la generosa hel\^a. 

Che ancor fuggendo mostra il cor gentile, 

E minacciosa e lenta si rinseha. 
Non temrrò di dire, che qui l'Ariosto mostrò di sapere 
la forza di questa voce, meglio che il Redi , che l'adoperò nel 
senso contrario dì gagliardo, vale a dire di debole: e la Crusca 
5 II ne fece subito esempio, sprezzato quello di Lodovico: per- 
chè a lei valgono più gli errori de' toscani , che la sapienza 
degli altri italiani. E s'ingannò ancora nel dare all'arcaisnio 
gente la spiegazione di grazioso -^ perchè mai gli antichi nostri 
non r adoptrarono in questo significato , ma sempre in quello 
di nobile: e tennero f^'mo il valore della sua origine, quello 



12^ 

I. Esli è un danno che il Monti si sia servito di 
si cattivi copiatori per compilare il libro della sua Pro- 
posta, e gli articoli che inserisce ne' giornali. Senza 
questo danno sarebbero più giuste le sue etimologie, e 
minori le sue correzioni. Egli cita in questo luogo l'e- 
sempio di Puns de Capdueil per rispetto alla voce gent: 
e nel verso provenzale è gejij e non gent: e debbe es- 
ser gen^ perchè rima con turmen. Son questi i versi: 

Qit avols Vida i>al pauc j e cjiii mor GEjf 
j^uci sa mort , e piieis vili ses turmen : 
che il Kaynouard cosi traduce: 
Qae làche vie vaut peu^et qui meurt QenereuSement 
Occit sa mort , et pnis vii sans tourment : 
ove morir gen significa veramente morir da forte. Ma 
nella pagina precedente ( pag. 4^ ) della medesima 
grammatica è pure tin altro esempio, ove la stessa pa- 
rola è scritta gen ancorché non faccia rima, e dove essa 
parola ha un altro significato, cioè grato o piavevole^ 
Perchè non ha il Monti citato ancor questo esempio? I 
versi sono di Rambaldo de Vaqueiras. 

Leìs qu' es gaia , cortes' ^ e gedt parlans , 
Franqu e humils ab totz faitz benestans : 
e il Raynouard così gli traduce : 
Elle qui est gaie, courtoise, et agréablement diseuse^ 
Franche et indulgente avec tous faits convenables. 

II. Aprendo i glossarli , non si può dire che il vo- 
cabolo gens appresso i latini valesse sempre a indicare 
nobile nascimento. 

Il Porcellini dice: gens est multitudo hominum, 
quae ex plurimis familiis constat: exg^e/^e/i^ per syncop. 



cioè del vocabolo ^ens de' latini, presso i quali egli valse sem- 
pre a indicare nobile nascimento : e consulti i glossarli latini 
chi non s' appaga d«l poco ; eh' io qui ne tocco. „ 



128 

— late siimitiir prò aliqiio populo: — latias prò natio- 
ne : — et latissime prò una ex nalionibus maioribus 
orbis terrarum , seu prò populis universis alicuius regio- 
nis y ut gens gallorum , gens germanorum , ec. 

Il Du Gange dice nel suo glossario: gens , servi , 
vassalli y subditi : unde gallice dicitur la gens d' un tei. 
Ed alla voce gentilis , ei dà questi significati ^yòrmo^a^, 
eleganSy urhaniis. 

Ed il Roquefort nel suo glossario della lingua ro- 
xnana dice : 

GENS y gent , gente y gentiès , genti ex , adiect. : joli, 
aimable, beau j poli, gracieux, agréable; gentllìs, en 
Las Bret. gen. — E produce questi esempli di Gaulier 
de Coinsi: La nicit fu fait li lis moult gens ^ En la 
chambre qui moult ieri gente: . . . La gente pucelle. 

GENT, gente, subst. : Nation , famille, peuplade àe 
gens , nations , peuples étrangers ; gens ; gentes. 

III. Che male dunque fece la Crusca a definire 
gente e gentile come segue ? 

gente ( sost.) moltitudine d'uomini, nazione, popolo. 
gente ( add. ) V. A. gentile _, nobile , grazioso. 
gentile (add.), nobile, grazioso, cortese: lat. no- 
bilis , generosiis , venustus, comis, liumanus. 

IV. La Cr.usca non tralasciò V esempio dell' Ario- 
sto per usare quello del Redi, ma percbè aveva da ci- 
tare esempli più antichi. E vi è il gentile spirto àeWe- 
trarca , gli animi gentili , cui la morte è fine d' una 
prigione oscura del medesimo Petrarca , e // gentil 
seme de romani , e V oppressura de tuoi gentili di 
Dante Alighieri . Non equivalgono questi esempli al 
core gentile dell' Ariosto ? 

V. L' esenq^io del Redi è poi registrato in un altro 
paragrafo^ dove la Crusca indica un piìj particolare si- 



/ 



129 

gnificato del vocabolo gentile. Che se in 'questo luogo 
avesse ella posto l'esempio dell'Ariosto, il Monti si sa- 
rebbe burlato e con ragione di Ser Frullone . Il Redi 
parla di purganti, e T Ariosto d' un leone. 

VI. Nò il Redi ha male usato la voce gentile. Leg- 
gendo i suoi consulti, e non guardando al solo vocabo- 
lario, vi si trova medicamenti gentili, giulebbe gentile, 
e simili. Ed egli stesso dimostra ciò che gentile signi- 
fichi. Imperocché aveva da curare donne gentili e deli- 
cate, e da buon medico voleva che si medicassero con 
PIACEVOLEZZA di medicamenti. 

VII. Credo pertanto che la definizione della Crusca 
sia buona alla voce gente, buona anche al primo signifi- 
cato della voce gentile , benché se ne potrebbero sepxi- 
rare quegli esempli, in cui gentile significa generoso ^ 
magnanimo y o forte : e mi pare alquanto difettosa in 
quel paragrafo, ove sono gli esempli del Redi, impe- 
rocché non si può in questi definir gentile , dicendo 
che è contrario di forte. La forza e V efficacia d' un 
medicamento è relativa. Non voleva forse il Redi gua- 
rire le sue malate? Dunque doveva usare quelle medi- 
cine, che fossero efficaci e forti , in quanto però co, di- 
porta va la forza dell' ammalata. Ed un medicamento 
può esser lievissimo , e dispiacevolissimo, cioè non grato^ 
non gentile . Ricordiamoci che il Redi medicava per 
r ordinario coli' acqua del pozzo , e guariva quegli che 
in lui si fidavano. I medicamenti gentili del Redi si- 
gnificano dunque medicine grate , blande , piace^^oli. 

Vili. Se ajich' io ho sbagliato y mi rimetto allo 
stesso Monti che è tanto più sapiente di me. 

Antonio Benci . 
T. VII. Luglio 9 



i3o 



Elogio di Giulio Perticar! . 



Io aveva già scritti e mandati alla stampa i pre- 
ce^clenti articoli, quando mi giunse la trista nuova: che 
r Italia aveva perduto un figlio illustre e zelantissimo 
deir onore e della letteratura avita , il conte Giulio 
• Perticari da Pesaro. Ond'io e tutti quegli, cui è cara la 
sapienza italica, noi tutti ci lamentammo alla fortuna , 
che è da lungo tempo e per più modi infausta a chi pro- 
muove le discipline antiche in questa classica terra. E 
misurando dalla nostra comune afflizione il dolore del 
Monti, che era suocero degnissimo a genero sì cospicuo, 
mainerebbe d'aver a lui parlato di letterarie inezie in 
questi mestissimi giorni. Talché voleva ritrarre e arde- 
re le mie scritture : ma poi m' accorsi che ciò sarebbe 
s]:ato un segno di viltà municipale, come se io avessi 
quelle dettate con odio d' alcuno e senz' amore verso 
r Italia. No : mai le passioni non sedurranno un buon 
toscano. Noi chiediamo rispetto, come rispettiamo al- 
trui. Ogni altra pretensione , che aver non possa un 
italiano, noi non abbiamo. E le cose stesse della lin- 
gua ^ benché natura ne favorisca, sono da noi trattate 
con quel medesimo scopo, con cui le disaminava il 
Perticari. E il nostro paese in mezzo dell'Italia: e di 
ciò, che reca onore a quello o a questa , V uno e T altra 
sono partecipi. Quindi le querele son vane. Dal mare 
alle alpi , non per le qualità del luogo e della propria 
natura , ma per lo studio e l'ingegno , può 1' uomo so- 
pravvivere. Ed in qualunque paese, pochi nomi restano 
inscritti suir urna fatale , entro cui il tempo tutti gli 
altri confonde e seppellisce. 

Prego pertanto il Monti che consideri il mio pre- 
cedente articolo sol come un subietto idoneo a di- 



i3i 



girarci amenclue dal comune dolore. Ed in questo elo- 
gio , che il cuore ini detta , e cui fanno i toscani plauso, 
et^li avrà^ spero^ conforto : gridando poi con noi, una e 
unanime è la famiglia letteraria de' buoni italia- 
ni. Io potrei astenermi dai dire qual fosse F origine, 
Teducazione, e la vita di Giulio Perticari , stante- 
che i giornali hanno già date al pubblico siffatte 
notizie , e come sembra a me con troppo funesto 
presaf^io, per V uso moderno e ridevole di parlar de' vi- 
vi come se già fosser morti (i). Ma nondimeno ripeterò 
quanto basti a dinotare la bontà dell'animo in colui 
che debbo considerare come filosofo e retore. Giulio 
Perticari nacque in Savignano a di i5 d' Agosto 1779 
da famiglia illustre di Pesaro. Fu condotto nel 1789 
nel collegio di Fano, e nel 1801 in Roma. Quivi attese 
allo studio della matematica, della giurisprudenza , e 
delle lettere : improvvisando alcuna volta negli anni 
giovanili, e poi lasciando questo esercizio , per seguitare 
r arte più difficile di bene scrivere . E nel medesimo 



(i) Io so bene che quest'uso -è approvato da molti. Ma ne 
hanno essi considerato gli eflfetti? I biografi de' contemporanei 
sono sempre in un trivio. O dicono il vero, anche in }>fasimo 
dell' uomo vivente : e possono pregiudicare al viver suo , e dar- 
gli quell'infamia, che soli i tribunali hanno facoltà d' infliggere 
all' uomo che vive, dopo un regolare e pubblico processo. O dico- 
no il falso per non pregiudicare ad alcuno vivente ; e ingan- 
nano tutti gli altri che in lui si fidano . O dicono il bene , e 
taciono il male : e ciò è inutile alla storia. Mai non può esser 
dato da' biografi , e non conviene che si dia , un giudizio severo 
e retto degli uomini, anzi che muoiano. Io parlo di quei per- 
sonaggi, che non sieno storici in ogni tempo della lor vita; poi- 
ché non essendo questi per l'ordinario sottoposti a giudici, è 
loro utile ascoltare 1' altrui consiglia. 



l32 

tempo volle conoscere eziandio V Italia e massime la 
parte meridionale che è una viva storia di tutte V età 
passate a chi sa ben contemplarla. Nel 1804 w^o^i il 
conte Andrea, suo padre: e Giulio dovè allora tornare 
in Pesaro per sopravedere i domestici affari. Questi pe- 
rò non lo distrassero dal favorito studio. Egli adempiva 
gli obblighi suoi verso la famiglia con somma rettitu- 
dine : ed allora e poi , quando fu eletto a potestà di 
Savignanp, attendeva altresì con diligenza all'utile del- 
la patria ed alle cure del pubblico ufficio. Sicché la 
madre or piange V affettuoso figlio : i fratelli si dolgono 
che han perduto il fido compagno : e i cittadini onora- 
no la memoria del benemerito amico, il quale era ad 
essi di leale e presente consiglio anche ne' privati bi- 
sogni. Ma intantochè soddisfaceva a' doveri del proprio 
stato, non trascurava la filosofia e le lettere. Per bene 
educare sé medesimo e gli altri^ godeva di recitare sulle 
patrie scene , le quali i pesaresi avevano riedificate in 
virtù de' suoi discorsi ; avendo Giulio sì naturale facon- 
dia, e discernimento sì opportuno, che persuadeva ne' 
coUoquii e dava compimento alle proposte imprese. Ed 
oh ! quanto a me piace di rammentare ch'egli usava la 
sua nobile eloquenza , anche per ritrarre molti italiani 
a' dimenticati studii. Questa gloria é maggiore di quella 
che in teatro gli acquistavano i plausi degli spettatori, 
perciò tutta 1' Italia ora si duole eh' egli sia perito . 
Molti giovani valenti e molti buoni scrittori sono suoi 
discepoli : imperocché era sempre pronto ad aiutare chi 
mostrasse ingegno. D' indole dolce e pacifica, d' umore 
gioviale , e di contegno gentile , rendeva grate altrui 
anche le letterarie spine . 

La prima sua opera letteraria, che facesse bene 



i33 
sperare di lui , fu un articolo inserito nella Biblioteca 
Italiana (2) intorno alla vita di Guido Baldo , primo 
duca d' Urbino. Quivi egli dichiarò: la storia essere la 
maestra e la luce della verità e della <^ita: mediante 
la storia rendersi la vita degli avi utile a quella de' 
nepoti, E lodando l' età presente , nella quale tutti gli 
animi pia gentili si sono mirabilmente rivolti a re- 
staurare il senno umano colla beata sapienza degli 
antichi ; soggiunse ; se a dritto si tengono per veneran- 
de le novellette e le rime d' amore dettate da' nostri 
padri j eie si spongono alla pubblica luce comecché 
spesso tutte lacere e guaste , io stimo che molto pile 
sia da accogliersi con reverente animo una intiera 
storia d' un capitano fortissimo ^ scritta con bella elo- 
quenza da un illustre filosofo , nella quale si dipin- 
gono tempi e casi pieni di fierezze y di cortesie , di 
virtù e di delitti. 

Si ricordino gl'italiani delle rampogne che i fore- 
stieri a noi fanno già da tre secoli y considerandoci come 
eredi d' una gloriosa storia , che non sappiamo ne con- 
tinuare né sostenere. Il quale vitupero^ che in parte ci 
è dato senza ragione , col titolo cioè del più forte , ha 
pure il suo fondamento nella nostra educazione morale e 
civile. Noi passiamo la prima gioventù nelle scuole, e poi 
attendiamo a' divertimenti od a guadagnarci la vita. Non 
è la persona assuefatta alle fatiche: none Fani mo consueto 
a superare i pericoli: non è la mente elevata da' filosofici 
studii. Nel principio della storia moderna, ne' secoli 
XII e XIII conobbero gT italiani quanto fosse necessa- 
rio mutare ordini e costumi: e colie opere e col senno 
diventando prodi e virtuosi ^ diedero a' figli più conve- 

(2) 1\ 4. p. 3:1. 1816. ' 



i34 
iievole educazione, e disposero gli animi a intendere é 
ammettere le santo dottrine della filosofia civile. Onde 
ffuesta scenza , da cui si deriva ogni bene agli uomini , 
fu di nuovo studiata neir Italia , e mi si permetta dirlo, 
fu studiata con più utile e profitto nella città di Firen- 
ze. Imperocché noi non possiamo giudicare degli avi, 
se non leg-gendo ne' libri che ci hanno trasmessi. E le 
scritture de' fiorentini, nella prima metà del secolo 
XIV, sono tutte piene di forti esempli, di liberi detti, 
e di giuste sentenze , giovevoli al pubblico ed a' pri- 
vati : i quali effetti non possono conseguitare se non 
da filosofici consigli. Nella parte meridionale dell'Ita- 
lia essendo la filosofia ammessa nelle regie corti, ella 
non potè non essere cortigiana, e tralignò fra le amo- 
rose lascivie. In Roma i filosofi furono teologi . Tra le 
alpi e gli appennini erano gli abitatori esposti a conti- 
nue guerre, e dovevano porre ogni studio in ben saet- 
tare il nemico, siccome spesso intervenne. Poi verso la 
metà del secolo XIV il duca d'Atene tentò di sbandir la 
filosofia ancor di Firenze: e la divina scenza fu pure com- 
mista cogli errori delT astrologia. Sicché non è da do- 
mandare in che stato fosse la pubblica educazione. Le 
repubbliche erano divise per le discordie d'ambiziosi 
cittadini. Molti paesi erano tiranneggiati da perfidi usur- 
patori. L'oligarchia, F aristocrazia , e la tirannide ap- 
parecchiavano la rovina dell' Italia. Nel secolo decimo- 
quinto però, quando il magnifico Lorenzo ebbe posto tre- 
gua alle disxordie d'Italia , anche la filosofia parve risor- 
gere a nostro comune benefizio. E furono, è vero, istituite 
accademie filosofiche in Firenze, alle quali poi ne con- 
seguitarono molte altre, e qui e nelle altre città italia- 
ne. Ma che produssero, e che produrre potevano i filo- 
sofi delle' nostre accademie ? Lorenzo eia uomo di 



i35 . 
gommo ingegno , e valentissimo nelF arte politica : 
ma voleva conservar la signoria , non il grado di cit- 
tadino. E fra le danse, le giostre, e i canti carnascia- 
leschi y qual lume poteva spandere la, Tdosofiea face ? 
Noi non troviamo nelle scritture di quegli accademici 
( eccettuati alcuni pochi, i quali sono reputati tuttora 
buoni filosofi) se non F erudizione della filosofia. Erano 
le dottrine degli antichi greci e de' latini interpetrate 
e divulgate: ma disaminavano i vocaboli più che i pen- 
sieri, e attendevano alle altrui parole più che a pro- 
muovere il proprio intelletto. Sicché l'Italia ebbe pò» 
chissime opere fdosofiche originali, e prese fin da quel 
tempo la consuetudine di far guerre letterarie per 
nudi vocaboli. E so bene che ogni nuovo popolo comin- 
cia i suoi studii dall' erudirsi delle cose antiche: che 
r Italia è stata la prima ad erudirsi : e che la sua eru- 
dizione ha giovato a tutta l'Europa. Ma a questo secolo 
della nostra erudizione è forse succeduto un secolo di 
vera filosofia italiana? Essa fu da noi promossa alquanta 
intorno al i5oo: e poche ma ottime e sublimi scritture 
di quell' età mostrano come sarebbe aitato fortissimo 
r ingegno degl' italiani anche ne' filosofici e politici 
studii. Nò mai è stata negletta da noi quella parte 
della filosofia che pertieae alla giurisprudenza : impe- 
rocché se non abbiamo avuto sempre ottime leggi , le 
abbiamo sapute almeno considerare e commentare con 
animo pietoso e giusto verso i mali e le ragioni degli 
uomini. E da noi pure ebbe origine, di qui si diffuse 
per tutto altrove il nuovo filosofico metodo di studiar le 
scenze naturali e fisiche. Ma nel rimanente é stata l'I- 
talia quasi tutta poetica : e grandi obblighi abbiamo col- 
l'Ariosto e col Tasso, perchè i loro maravigliosi poemi si 



j3G 
possono contrapporre a molle alLre^ opere che gli altri 
popoli bau Fatto in simile tempo. 

La mancanza pertanto deTiIosofici studii ^ di quel- 
li cioè che risguardano più particolarmente all' uomo, 
è stata dessa la cagione di qualche difetto intromesso 
nella nostra privata educazione. Sola la fìloso(ìa può 
dare elevatezza al nostro intelletto: ella sola può indur- 
ci a fare corretti giudizi, e ad amare la virtù per sé 
medesima. Le leggi e i vincoli sociali obbligano l'uomo 
a non offendere altrui, perchè danno pena o vitupero 
a' trasgressori. Ma la filosofìa persuade Tuomo. Chiunque 
ha mente filosofica, ha nobili affetti: egli spontaneo 
ubbidisce alle leggi, e rispetta gli ordini dello stato: 
egli gode di soccorrere lamico nelle sventure, poi^e la 
mano a qualunque infelice, non consuma il tempo, non 
è vile , non è indifferente aìlorcliè la patria declina , e 
cerca il suo bene e la sua felicità nel mondo intellet- 
tuale , ove può delineare i suoi disegni senza danno 
d'alcuno. Quindi la mancanza de' medesimi sludii è 
stata pure cagione, che molte opere d'illustri italiani 
apprezzate non sieno 'dagli stranieri: imperocché non 
rispondono a ciò che V Europa chiede. E che possono 
JDìportare nemmeno a noi le più delle nostre scritture, 
le quali coìi tengono argomenti e contese municipali , 
orazioni accademiche, rime senza subietto, e novelle 
o favole lascive? Sieno dunque ringraziati que' valorosi 
italiani che in vario tempo hanno promosso gli studii 
filosofici: non essendo colpa loro, se tardo o lieve effetto 
produssero. E grazie dobbiamo rendere di ciò a molti 
scrittori dell'età predente, tra' quali debbe esser connu- 
merato il Pertica ri. 

Io ho già indicato le sue prime parole proferte 



i37 

al pubblico , nelle quali apparisce il vero filosofo che 
ama la patria . Ed io leggendo quelle sue sentenze, det- 
tate eziandio con purissimo eloquio di subito esclamai; 
I bone^ cjuo virtus tua te i^ocat: i pede fausto, 
Grandia laturus meritorum proemia : quid stas? 
Dopo quel tempo il Perticari pubblicò alcuni di- 
scorsi intorno alle qualità ed all'origine del nostro idio- 
ma. JEd i lettori sanno che io in qualche parte opino 
diversamente a lui. Ma le opinioni particolari, o sue o 
mie o d' altri , son cose fugaci : e il bene , da lui fatto 
alla nostra letteratura , non sarà mai obliato . Egli co- 
nobbe che r Italia aveva bisogno di ritrarre alle buone 
sorgenti non solo i filosofici ma anche i letterarii studii : 
e perciò si rivolse agli antichi scrittori , perchè (lo dirò 
colle sue parole) qualunque si accosta a quegli antichi 
maestri per V uso dello sporre, e per lo modo dell'or- 
dinare le imagini e le i^oci , prende accendimento in 
amore del bello e del i^erOyC crea cose belle e vere . Che 
se egli ebbe più riguardo alle scritture ilei trecento 
che non alle posteriori , ciò rafferma che esso, benché 
divenuto retore, era sempre filosofo. Due grandi esempli 
di filosofiche discipline furono dalla Grecia a noi tra- 
smessi: l'uno da Platone: l'altro da Aristotele. E questi 
essendo discepolo del primo ^ e tutti e due avendo su- 
blime ingegno: poiché Aristotele abbandonò i sistemi 
del maestro , e ne creò di nuovi : è caso naturale che i 
suoi fossero migliori di quelli di Platone. Infatti ogni 
buon discepolo rettifica le opinioni del suo precettore: 
ed i posteri non solo non progrediscono, ma retrocedono, 
se guardano a' primi insegnamenti senza curare le sus- 
seguenti dottrine; il che intervenne agi' italiani ed a 
molti altri popoli d^ Europa con doppio errore , impe- 
rocché principiarono dall' attendere alla filosofia aristo- 



i38 
telica , e poi si rivolsero alle platoniche dottrine, tras- 
curando i progressi già fatti da Aristotele in Grecia e 
da'di lui seguaci in Italia e altrove. Gli avi nostri furono 
in generale più aristotelici nel trecento , che non nel 
quattrocento; e con ordine di tempo inverso, platonici: 
avendo i due secoli quasi le medesime qualità e differen- 
ze, come le scuole de' due suddetti filosofi. Platone pre- 
supponeva le idee universali, da cui deduceva la natura 
delle cose: e pare che attendesse alla bella locuzione più 
che alle ragioni del discorso, o, come dicono alcuni, più 
aWocaboli che alle cose. Aristotele affermava che le idee 
universali provengono dalle idee particolari , mediante 
F osservazione e l'esperienza: e attendeva più a hen ra- 
gionare che a ben dire , più alle cose che a' vocaboli. 
L'eloquio di Platone era splendido, elegante, e riguardato 
in Atene come modello di ben parlare : ed Aristotele 
non usava che le precise parole, atte ad esprimere il suo 
pensiero . Le dottrine di Platone erano alquanto imma- 
ginarie: e quelle d'Aristotele fondate nella ragione . Sic- 
ché non è maravio:lia che il ma2:nifico Lorenzo avendo 
bisogno d'una scuola filosofica, eleggesse la platonica; la 
quale fu per simili cagioni ammessa nelle altre corti ila- 
liane . Bensì dobbiamo maravigliare che non fosse per 
lungo tempo conosciuto 1' artifizio , e che bisognasse 
aspettare i tempi del Galilei, di Newton e di Locke, per 
ritrarre l'insegnamento a' veri metodi del filosofo di 
Stagi ra. 

Ne mi è ignoto, che i fautori d' Aristotele nocqnero 
anch'essi moltissimo alla sapienza degli europei , talché 
fu necessaria l'opera di Cartesio a fine di bandirli dalle 
nostre scuole. Ma questi erano servi del filosofo, e non 
seguaci della filosofia : credevano tutto quello che Ari- 
stotele aveva detto: negavano ogni cosa ch'ei dichiarato 



non avesse : volevano intendere ciò eh' egli o i suoi tra- 
duttori avevano espresso con parole inintelligibili: e pre- 
tendevano in somma che tutta la scienza umana fosse 
stata ristretta nelF animo dello stagirita . Ma non cosi 
pensavano i nostri trecentisti^ e massirae Dante Ali- 
ghieri, autore favorito di Giulio Perticari . 

Dante ben dinotava che la maggior parte degli 
uomini vivono secondo senso e non secondo ragione: 
onde per essere utile a sé ed agli altri , non solo rivolse 
r animo alle filosofiche dottrine , che le introdusse e 
commentò in tutte le sue scritture. Né si ristrinse allo 
studio d' Aristotele, poiché leggiamo dalai citati quanti 
filosofi allor si conoscevano. Né si astenne dal biasimare 
lo stagirita , ove noi persuadevano le sue opinioni : come 
per esempio allorché nel convito parlò de' celi, non du- 
bitò di dire che Aristotele aveva seguito solamente Can- 
tica grossezza degli astrologi . Ma però ammise i prin- 
cipii di questo filosofo, dichiarandolo maestro di color 
che sanno, maestro e duca della ragione umana : im- 
perciocché la dottrina peripatetica è sublime e sincera^ 
dichiarando: che vivere ne' bruti è sentire y vivere 
nelV uomo è ragione usare: che il vero è il bene dell' in- 
telletto : e che in ciascuna cosa naturale e artificiale 
è impossibile procedere ^ se prima non è fatto il foji- 
damento . Chiunque seguiti questi precetti , non può 
errare: o se erra , non può persuadere gli altri de' suoi 
errori : essendo state rigettate colle medesime sentenze 
non solo le fallaci congetture de' servi d' Aristotele, ma 
anche le stesse opere che non furono da lui bene ordina- 
te, siccome la sua fisica e la sua metafisica . 

Or dunque niuno biasimerà il Perticari, perchè e- 
gli abbia studiato , promosso , e difeso le scritture del 
trecento, e massime quell» di Dante . I loro animi erano 



j4o 
concordi . E non sarà inutile qui dimostrare , com^ 
r Alighieri significasse la filosofia nelle sue canzoni , 
commentate da lui stesso nel convito . Ei la immagino 
come una donna gentile , piena di dolcezza , ornata 
d' onestà, gloriosa di libertade, che genera desiderio di 
saperCyC che innamora Vaninia: essendo la filosofia vera 
felicità che per contemplazione della verità s' acqui- 
sta : essendo un amoroso uso di sapienza, il quale 
massimamente è in Dio ; perocché in lui è somma sa- 
pienza , e sommo amore , e sommo atto , che non puh 
essere altrove, se non in quanto da. esso procede. Quin- 
di voleva, secondo Aristotele e secondo la Scrittura, che 
r autorità della filosofia fosse congiunta con qualunque 
altra autorità degli uomini, perchè V una coli' altra sono 
utilissime e pienissime d' ogni vigore : non potendosi 
Lene e perfettamente reggere gli uomini senza il lume 
della sapienza. 

Non è retta , non è giovevole , non è desiderabile, 
questa filosofia di Dante ? Non sarebbero gli uomini fe- 
lici , contenti i sudditi , e tranquilli i principi, se tutti 
fossero filosofi come 1' Alighieri , vero maestro di color 
che pensano e usano ragione ? E T Alighieri diede pur 
l'esempio, come si debbo operare in conformità de' fi- 
losofici precetti. Talché Giulio Perticari esaminando le 
di lui scritture, dovè fermare questa sentenza : che Dan- 
te seguitò la sola rettitudine. E giuste e magnanime e 
prudenti son le parole che Giulio so2:giunse inturno alla 
Divina Commedia. Datite, ei disse, accrebbe fede alle 
parole coli' ingenuità: rese la sua invenzione tutta simile 
al vero: e si pose come nel tribunale d un Dio , segnando 
pene agli amici, e premii agVifumicij sciolto da tutte le 
qualità di cittadifio,di consanguineo e di mortale. Per- 
chè il vero sapiente è in questa natura: eh' ei fa e dice 



i4« 

le cose loro per le loro cagioni^ diritte j essenziali^ sole; 
per dimostramenti , non per affetti : egli è vero con-- 
templativo , che vede gli enti allusola luce della sa- 
pienza : li sa in loro ste3si : tali li mostra : né cura» 
d' altro onore od utile che per ciò gli accada: non del- 
V ira de' tristi : non della malizia degV ignoranti : non 
delle false opinioni dell' indiscreta e pazza moltitudi- 
ne . Dante non loda alcuno più del giusto : ninno al 
di là dell' onesto vitupera : e non piegando da alcuna 
costa y toglie la pompa della vittoria a tutte lefazioniy 
che tutte cerca ridurre in una sola, quieta e riposata 

famiglia . Nel quale artifizio è riposto il vero modo di 
conciliare i popoli quando sieno divisi, e di fondare 
la pace nel cuore della guerra . j4nzi in questo è il 
segreto della sapienza civile . 

Dante però non debbe essere da noi considerato 
sol come filosofo . Egli è anche il principe della nostra 
letteratura , Essendo consueto agli ordini d' Aristotele, 
temperò con essi la fantasia italiana , e ci diede V esem- 
pio d' uno stile tutto nuovo e mirabile . Molti lo credono 
superiore anche agli antichi : e certo si è che ninno ha 
saputo meglio di lui congiungere la robustezza della 
prosa coir armonia del verso , e il dir semplice e senten- 
zioso de' filosofi colle belle immagini della poesia . Mai 

. non vanno i suoi pensieri contro la natura delle cose : e 
mai non apparisce egli costretto dalla cura de' vocaboli 
o della rima . Sono i suoi concetti , quali si convengono 
ad un vate italiano : e le parole seguitano ed esprimono 
il suo pen,siero con tanta efficacia, che non se ne potreb- 
be forse togliere , né accrescere , ne trasmutare alcuna . 
Sicché per questi e per gli altri pregi è Dante lo 
scittore più idoneo a mantenere in Italia i buoni princi- 
pii della filosofia e delle lettere . Né il Perticari non po-^ 



l42 

teva eleggere un migliore argomento a' suoi clisciusi^ es- 
sendo le opere dell' Alighieri tutte opportune a' suoi 
disegni . E i toscani , e massime i fiorentini debbo- 
no essere grati a Giulio , poiché propugnando le dot- 
trine deir Alighieri tessè una bella corona a Firenze, 
la quale ei chiama y^a^rm degna di quel dwino , e la 
gentilissima di tutte le città che rispleìidono per 
Italia » 

Queste parole del Perticari son ben sufficenti a di- 
mostrare di qua!' animo ei fosse verso di noi. Alcuni 
hanno creduto cli^ ei fosse nostro avversario , perchè cer- 
cando r origine del nostro idioma in tutti i dialetti d' I- 
talia, pareva ch'ei togliesse il merito dell'invenzione a' 
fiorentini . Ma può esser nostro nemico chi sostiene la 
gloria dell' Italia? Piacesse al celo che mai non fosse stato 
in Italia che un sol dialetto e una sola intenzione. Cosi 
non sarebbero stati i nostri padri , e non saremmo noi 
r uno deir altro censori , rampognandoci sempre per 
rispetto alla purità, all' uso, e al dominio de' vocaboli > 
e mai^ mai guardando all' impurità de' pensieri e al pos- 
sesso della filosofia civile . Talché abbiamo poco da of- 
frire a' forestieri , e ;iiolto si dee prender da essi per 
supplire a' continui bisogni della nostra educazione : la 
quale perciò diventa un' opera commista di varie natu- 
re , non buona come oltre le alpi, non convenevole 
air indole nostra . 

Il Perticari, siccome altri uomini di sommo inge- 
gno, volle ridurre in un sistema generale V origine de' 
nostri linguaggi . E confesso che mi pare il suo sistema 
partecipe de' medesimi difetti , che ha la dottrina di 
Platone , la quale presuppone le idee universali . Ma 
r esame delle sue congetture pertiene alla storia : e noi 
qui non vogliamo attendere che al sacro amore , che 



i43 
ardeva nel petto suo, e che arde neiranimo nostro, verso 
la cara patria comune . Tutti gli avi nostri che volevano 
€sser benefici a' loro concittadini, istituivano accademie: 
imperocché non essendo né facili né frequenti le corre- 
lazioni de' popoli, e mancando le copiose biblioteche e 
i pubblici giornali, ogni accademico suppliva a questo uf- 
ficio, carteggiando cogli stranieri, e dando utili ragguagli 
a' suoi compagni . Ma ora le accademie sono spesso inutili, 
se non abbiano qualcbe oggetto filantropico , filosofico^ 
^centifico, o tali cure che non possa un uomo solo adem- 
pire . Ed un gran bene si dmya nelle lettere e nelle 
scenze da' pubblici giornali, perchè compilano e man- 
dano rapidamente i nuovi ritrovati della sapienza umana 
per tutte le parti del mondo: facendo a un tempo cono- 
scere le qualità e le occupazioni di tutti i popoli. Sicché 
il promotore d' un buon giornale é ora tanto benemerito, 
quanto era prima alcuno che istituisse letterarie accade- 
mie. E questa lode bisogna pur dare a Giulio Perticari, 
che istituì o almeno promosse in Roma il giornale arca- 
dico. Poco dopo questa istituzione T animosa figlia del 
Monti, consorte a Giulio^ scrisse la seguente lettera ad 
Urbano Lampredi in Napoli : lettera piena di nobili 
sensi , che io ottenni allora dal Lampredi^ mio amico e 
maestro , a fine di conservarla, e che non dubito ora di 
pubblicare , perchè onora la memoria dell' estinto^ e to- 
glie via molti sospetti . 

„ Mio marito che vi onora e vi ama come uomo 
grandissimo ed ottimo , mi detta le cose che seguono : 
e vuole che le sieno scritte da me , perchè dice che vi 
debbono essere più grate , venendo dalla mano della 
vostra discepola . — ^Ringrazio il mio gentile Lampredi 
di quelle sue parole cosi soavi . Vorrei solamente meri- 



.44 

tarne una parte, e mene terrei beato . Per quello che 
mi dite intorno al restaurare le romane lettere, ella è 
impresa tanto ardua che non vi basterebbero le braccia 
d' Ercole. Ma pure io farò 1' estremo delle mie forze: 
e il giornale arcadico, già cominciato, ne sia testimo- 
nio. £ sapete perchè ho scelto quel titolo di arcadico ? 
Per portare la guerra proprio nel cuore della fazione 
contraria ; e colà mettere a forza la luce, dove l'ombra 
è più densa . In Lombardia e in Piemonte d'ogni parte 
sorgono i buoni : in Bologna e in Romacrna essi soli ten- 
gono il campo : in Toscana risorgeranno per la vergogna 
di perdere V impero che loro fugge di mano : in Napoli 
il Montrone e voi bastate per una falange macedonica . 
Ma pensate in che strette sia chi si attenta di gridare 
pel primo. E questo ho fatto nel primo articolo del gior- 
nale arcadico, pubblicando quel severo e nudo poema 
del Boccaccio: che è stato lo scandalo degli Ossianeschi 
e de' Frugoneschi , più che non fu la croce di Cristo a' 
pagani . Ma intanto quest' oj^era è cominciata con viso 
aperto e con un animo che non conosce paura . E per- 
chè mi hanno anche dato la presidenza delT accademia 
tiberina, ho cominciato a declamare anche in quella, ed 
a fare schiera con alcuni che hanno gP intelletti sani 
e più acuti al bene. Ma intanto è bisogno che quest' 
opera sia aiutata dalP autorità , anzi dalla potenza de' 
letterati grandi. E quindi prego in ginocchio voi e il 
Montrone e gli altri amici vostri , che mandiate al 
giornale arcadico alcun vostro scritto, che metta il cuo- 
re in quei che sudano per questa via , e faccia entrare 
in essa chi non vuole conoscerla. — Fin qui il mio Giu- 
lio, che con voi si abbraccia teneramente. Ora prose- 
guo io sola; e dico che mio marito dice il vero: che voi 



Jovete aiutarlo in ogni maniera : e con quanto spirito 
di carità vi scalda per le italiane lettere: che sono per 
dio r unica eredità , che la rabbia de' nostri e degli 
stranieri non ha potuto ancor togliere dalle nostre 
mani. „ 

Quando il Pcrticari manifesta in simile guisa l'in- 
tenzione sua, noi tutti dobbiamo seguirlo nella magna- 
nima impresa. E questo e parlare da fi l oso io , amico 
air Italia. Questa è la necessaria restaurazione delle 
lettere, di che i posteri avranno obbligo forse co' (folli 
dell' età presente. iSè mi dispiace che egli metta nell'a- 
nimo a' toscani la paura di perdere il loro impero , poi- 
ché siffatta minaccia è chiara conferma delle nostiY* 
antiche ragioni; le quali, e vero, non si possono jnan- 
tenere se non usiamo noi [)Ìli che gli altri le discipline 
proprie dell'eloquenza italiana: dovendo con buone 
armi pugnare chi la signoria pretende. E attendano, io 
prego, tutti i lettori a' mezzi che Gudio adoperava nella 
sua nobile impresa. Egli inanimava i napoletani, ri- 
volgendosi ad un valente e moderno toscano die ap- 
presso lor dimorava. Egli ritraeva lo studio alla buona 
scuola, esponendo i poemi d' un valentissimo e antico 
toscano. E guardava poi a tutta T Italia, desiderando 
che i giovani fossero ovunque bene ammaestrati, e so- 
lendo dire : cbe se inai in alcuni luoghi le accadcìtiic e 
le cattcdie servissero anzi a fortificare V ignoranza u- 
niversale , ogni buo?io dovrebbe essere un Dedalo , che 
dicesse a quegV Icari: mala via tenete. Sia dunque 
lungi dall'animo nostro ogni sospetto, come se il Pcr- 
ticari non avesse avuto amore verso i toscani. Esjli ci 
amava con sentimenti degni di lui e di noi, approvan- 
do il bene , e riprovantlo il male. Deh ! tfitti gT italiani 
T' VII. Luglio IO 



i46 
concorrano ad onorare la sua memoria ! E i di lui fra- 
telli e la di lui consorte (3) adempiano il nostro comune 
desiderio di posseder le opere inedite di Giulio. Qua- 
lunque commento da lui fatto sarà utile al pubblico , 
perciiè egli era sagacissimo nell' interpetrare le altrui 
scritture. Ed ohi fosse vero , come si racconta, eh' egli 
abbia scritto alcune lettere d'argomento italiano, vol- 
garizzate quelle del Petrarca , e tradotti gli erotici gre- 
ci. Un sì bel dono sarebbe gran conforto a' nostri stu- 
dii: ed a noi toscani goderebbe l'animo di poter con- 
giungere il suo iiome con quello del cantore di Laura. 

Antonio Benci. 



(3) Non senza proposito io mi rivolgo ancora alla di luì 
consorte. Essa è g\k nota come donna letterata , e può adem- 
pire le nostre speranze , sopravedendo la stampa delle scritture 
di Giulio. Questo è il v(ro mezzo, con che alleviare se mede- 
sitna e noi del sofferto male : e compiuto poi questo nobile uf- 
ficio , spero che seguiterà le letteratura, in che ella è valente, 
per giovare alT Italia. Noi ahl)iamo sommo ed urgente bisogno, 
non già di versi che troppi ne abbiamo , ma di prose utili al 
sesso gentile. Fuori d' Italia le donne alle donne insegnano. Nel 
nostro paese non vi è quasi un libro idoneo all'educazione delle 
femmine. E al certo sono desiderabili e grate anche agli uomini 
le opere dettate da una donna d'ingegno, percbè non sogliono 
mancare di spontaneità , di naturalezza e di spirito. 



^47 



SCIENZE NATURALI 



Seconda lettera del Professore LIBERATO BACCELLI 
èli sìg. Marchese COSIMO RIDOLFI su di alcuni fenomeni 
elettro-magnetici . 

Correggio 5. maggio 1822. 

Nelle memorie su i fenomeni elettro-magnetici , contenute 
nel T. 18. delia Biblioteca Universale di Ginevra, i cui quader- 
ni ho potuto avere da poco tempo in qua , sono riportati alcuni 
fatti i quali a chi segue 1' opinione del Franklin riescono ma- 
•l'avigliosi e difficili a spiegarsi ; a me per lo contrario , che li 
vedo compresi nelle due leggi, che ho stabilito , faciT è anche 
coli' opinione del Symmer interpetrarli . Le ne riferisco, orna- 
tissimo sig. Marchese, i più importanti, che Ella potrà avere 
se cosi le piace , in aggiunta all' altre esperienze , le quali sul 
medesinmo argomento le mandai al principio dello scorso mese 
di marzo. 

Già non occorre che le faccia osservare quanto dalla mia 
è diversa la spiegazione del Professore Oersted (Tom. cit. pai^. 
3.) . Ne io , quantunque abbia dell' ingegno e ideile produzioni 
di quest' illustre Fisico grandissima stima , saprei rinunziare 
all' idea delle due contrarie spirali correnti elettriche, la quale 
chiaramente spiega i fenomeni tutti , che la bella scoperta di 
lui ci ha fatto conoscere /per attribuirli a forze attrattive e 
ripulsive emananti , com' ci suppone, da ciascun punto del filo 
elettrizzato in direzioni opposte al prolunga mento del raggio ': 
con le quali forze io confesso di non sapere spiegare il giro , 
che fa r ago calamitato intorno al filo congiuntivo , eh' è un 
fenomeno certissimo il quale tutti regola gli altri movimeuli 
dell' ago . Ad ogni modo ripeto quel che dissi nell' Opuscolo e 
nelle citate esperienze , cioè che la congetturti de! sig. Oersted 
mi ha suggerita la spiegazione che ho dato de' fenomini elet- 
tro-magnetici, dichiarando per altro che intesi allora e intendo 
adesso d' indicare quella , la quale il medesimo soggiunse alla 
fine dell'annunzio della detta sua scoperta. 

I- Ingegnose sono 1' esperienze del sig. Speyert Van Dcr 
Eyk ( pag. 94 ) ; ma nulla lianno nella mia opinione di sorpren- 
dente • Basta fusi un idea del come agiscono i conduttori spi- 
rali per vederne chiara la spiegazione . Eccola in breve . 



Egli è certo che V ago calamit.ito mobile sul suo centro di 
gravità , ali' avvicinargli parallelamente al piano della sua ro- 
tazione il filo congiutivo , prende situazione pressoché perpen- 
dicolare al filo col polo boreale alla sinistra dell' osservatore 
collocato come ho prescritto; ed in quej^ta si mantiene comun- 
que il filo si giri parallellamente al detto piano intorno a quel 
suo punto eh' è dirimpetto al mezzo dell' ago. A. qu«^'st' espe- 
rienza la forza elettr!)motrice vuol essere tanto energica da vin- 
cere l'azione, che la terra esercita sulTago. Laonde se questo 
è p'^sante , non fa che deviare un poco dalla sua naturale po- 
sizione, sperimentando su di esso cogli ordinari elettromotori, 
ma se V ago è leggero , corto , e sospeso ad un lango filo di 
seta, a prendere la posizi;)ne, che ho detto, basta anche l'azio- 
ne dell' element") alla WoHaston , pun^hè cogli acidi si renda 
più che è possibile conduttf-re il liquido ( Opuscolo §. 32.) . 

S' intenda ora d^l filo f itt^t una spira in questa guisa . Si 
metta la persona a quella estremità dtì filo, die vuole attaccare 
al poh) resinoso deU' elettroootore ; itniu i:^ini su del filo molte 
linee rette porp'r-diolari ili.! di lui lungbezza; e finga che que- 
ste rappresentino le pMzi«rni superiori degli anelli spirali delle 
correnti elettriche, doVia vitrea , che trasporta il pelo boreale 
da destra a sìnisira , e dt-l'a resinosa, che trasporta il polo au- 
strale da sinistra a destra. T} ty.o ciò ponga perpendicolarmente 
sul filo un ciiindro di vetro o di legno, e presa 1' estremità del 
filo , che vuole attaccare al p «lo vitreo dell' elettromotore , lo 
giri più volte sulla porzione del cilindro che 1' è alla destra ; 
formerà cosi una spira, la quale veduta pel lungo , avrà gli a- 
nelli inclinati a sinistra . Or è manifesto che tutte le rette 
perpendicolari al filo, le quali rappresentano le spirali della stessa 
corrente elettrica , saranno entro la spira metallica , se questa 
avrà gli. anelli poco di.'jcosti l' uno dall' altro, pressoché paralle- 
le alleasse della mede."?imn, ed avranno la stessa direzione, cioè 
quella della corr^Mite vitrea, entreranno in ciascun anello della 
spira dalla parte de! polo vitreo , e usciranno dalla parte del 
polo resinoso; e da questa entreranno le spirali della corrente 
resinosa , le quali usciranno da quella . Tutto il contrario av- 
verrà , se il filo sarà stato avvolto sulla porzione sinistra 'del 
cilindro.- nel qual caso gli anelli della spira metallica saranno 
inclinati a destra. Dal che si scorge che ogni elemento inlerno 
di ciascun anello della spira debbe agire suU' ago, entro di essa 



^49 
collocato, nel modo stesso, clie agisce uir elemento del filo i<f(to; 
e però non è maraviglia che per 1' azione simultanea di tutti 
gli anelli, e principalmente di quelli che rivestono le estremità 
dell' ago , questo si diriga e si mantenga nell' asse orizz mtale 
della spira , comunque essa si giri , col polo boreale volto al 
capo resinoso o vitreo della spira secondo che gli anelli di que- 
sta piegano a sinistra o a destra . Con ciò s' intende anche bene 
perchè entro la spira l'ago inclini meno che fuori della spira. 
E r impulso della corrente vitrea la quale, nell' introdursi dalla 
parte inferiore degli anelli che saio vurso l'estreoiità dell'ago 
caccia in su il polo boreale , mentre per 1' impulso della cor- 
rente resinosa, la quale entra dalla parte superiore degli anelli 
è spinto in giù il polo ausi "* le . Neil' opinione; Aaiperiana, par© 
a me , che dovrebbe succedere il contrari ): i:nperocchè essinìrlo 
tanto all'intorno dell'ago , quanto nell' interno dell* spira cos- 
piranti le correnti 5 T estremità boreale, come la più vicina* alla 
parte inferiore della spira , dovrebbe essere da questa attratta^ 
e per la stessa ragione dovrebbe venire attratta 1' estremità 
australe dalla parte superiore della medesima . 

Per quanto pei sia potente la forza eltttromotrice , la de-« 
clinazione dell'ago non può mai essere più di 90. gradi. Q. lindi 
se coir uso dell' apparato del sig. OìFerhans l' ago declivio g5, 
e 96. gradi , ciò non doveva attribuirsi che all' effetto di primo 
impulso, il quale fece passare all'ago la posizione di equilibrio 
stabile . 

II. L' esperienze numerate del sig- A. Van. Bi^ek (png. i84-) 
sono presso di noi conosciute da qualche tempo, e da cli« Ella, 
il Cavaliere Antinori , ed il professor Gazzeri pubblicarono la 
bella serie di esperienze sulla calamitazione per mezzo di con« 
duttori spirali elettrizzati e diU' elettro motore o dalia macchina 
elettrica (Bib. Univer* T. 16.) ; e da che io , senza conoscere i 
lavori degli illustri Davy e W>llaston, feci vedere che tutti gli 
aghi posti dì traverso ad un filo metallico , e pel quale sia pas- 
sato il torrente elettrico o dell'apparato Voltiano o della boccia 
di Leyden , si rinvengono calamitati in inod o, che 1' estremità 
di ciascuna di essi volta alla sinistra dell' osservatore presenta 
il polo boreale (Opuscolo §§. 66. e 68.) 

L'altra esperienza della calamitazione della lastra di acciajo ^ 
dalla quale lo stesso sig. A. Yan Beek crede peter dedurre che le 
curve serrate, le quali secondo il sig. Ampere magnetizzimo gj^i a^ 



i5o 

^h\, siano ripartita attorno a ciascuna molcci^ìa deli', accia jt», è del 
tutto conforme a' miei principi, purché in questa, come in al*, 
cune delle numerate, si corregga lo scambiamento occorso nella 
denominazione dei poli . 

Il non dare poi segni di polarità ne il cilindro , ne la la- 
stra circolare d' acciajo, per 1' asse de' quali siansi fatte passare 
farli scariche elettriche, proviene, a parere mio, perche in tal 
c;iso i due elettrici agendo con pari forza e contrariamente sa 
i due magnetici, questi non sì tosto sono decomposti, che ri- 
eompongonsi. Laonde cogli illustri Ptedattori della Bib. Univer* 
inclino a credere che la polarità , la quale si manifesta nelle due 
parti del cilindro o della lastra , sia più effetto del separarle 
con grosse forbici di ferro , che ji , o. 

HI. Non senza piacere, perchè torna in utile della scienza, 
vedo confermarmi da valenti fisici con potenti ed ingegnosi ap- 
parati quegli stessi risultamenti, che io ho ottenuto valendomi 
di deboli e rozzi strumenti . 

Il sig. De la Bive ( pag* 296.) ha osservato il giro che fa, 
il piano del suo anello spirale gallegeiantemtorno alia calamita 
presentata ad uno de' lati di esso anello- Questo fenomeno, che 
io vidi sperimentando sul!' anello semplice, fu già. da -me indi- 
cato nell' Opuscolo §. 60. e più esattamente ho descritto e spie- 
gato nelle citate esperienze. 

Era pure a me avvenuto di osservare, che in certe posizioni 
1' iincilo si appoggia coi suoi due lati alla calamita . Ma lungi 
dal recarmi questo fenomeno sorpresa , io ne])pure lo accennai 
tanto mi pareva conforme a' miei principj . Eccone ora la spie- 
gazione sul galleggiante piegato a doppia squadra, giacche an- 
eli' esso si presta assai bene all' esperienza , e molto meglio al 
discorso, che il circolare. 

Sia questo, per fissare l'idee, nella sua naturale posizione, 
abbia cioè, come ha seoperbo il sig. Ampere, il suo piano perpen^ 
dicolare al meridiano magnetico 'col polo resinoso all'Ovest. In 
tal situazione circolano , secondo la mia opinione, intorno a tutta 
la lunghezza del filo le correnti elettriche in modo, che le spirali 
della vitrea entrano nell'anello da Nord ed esc(mo da Sud; e pf^r 
eontrario quelle della resinosa, entrano da Sud ed escono da Nord. 
Mostrato ciò che accade alla presenza d' un braccio della calamita, 
sarà mostrato ciò che accade alla presenza dell'altro. Sia pertanto 
il hraccio della calamita il boreale. In questo caso basta tenore 



i5i 

dietro al corSo delle spirali dello corrente vitrea, perchè quelle 
della resinosa , non trovando ostacolo nel magnetico boreale, sono 
come non esistessero. Or poiché il filo congiuntivo mohile alla 
presenza del magnetico boreale si muove e gira in direzione con- 
traria alla direzione delle spirali vitree che lo investono, chi;ro 
6. scorge che, presentata comunque ad uno de' lati verticali del 
gialleggiante la calamita, questo lato dehbe girare intorno al suo 
asse da Ovest a Nord s^è il vitreo, o da Est a Nord s'è il resino- 
so; e però a qualunque de' due lati verticali si presenti la ca a- 
mita, il piano del galleggiante dee girare verso il Nord, rotando 
intorno a quel «lato, cui la calamita si affaccia. A muovere il piano 
del galleggiante verso Nord cospirano il più delle volte anche le 
spirali elettriche che circolano intorno al lato orizzontale. E' la 
calamita davanti ad un lato verticale dalla parte di Nord , le spi- 
rali elettriche del lato ori^iontale tendono a trasportarla entro 
l'anello : ma questo è mohile , e quella è fissa ; sta dunque ai l.to 
oriz;eontale, e però ài piano del galleggiante ad accostarsi alla 
calamita , cioè ad andare verso Nord Si trova la calamita dalla 
parte del Sud dell'anello, le spirali del lato «tri/zontale urtano 
contro la calamita; e però il lato e con esso il piano si porta a 
]Nord. Dopo ciò è manifesta la ragione de' seguetìti fenomeni. 

Primo, Sia affacciato da Nord parallelanienW. al piano del 
galleggiante il braccio boreale della calamita tenuta in situazione 
orizzontale. Se è davanti ad un solo de' lati verticali, tanto per 
Fazione delle spirali elettriche di questo lato, quanto per l'azio- 
ne di quelle del lato orizzontale, il piano del galleggiante gira , 
com* è detto , a Nord, rotando intorno a quel lato, ed at;cava!cia- 
ta la calamita scorre lungo di essa verso il mezzo per l'aziotic 
cospirante di tutti e tre i lati. 

Che se il braccio boreale della calamita è davanti ad ambedue 
i lati verticali, ciascun di questi nel girare per virtù della loro 
azione elettrica jntorno al proprio asse, trasporta l'altro a Nord, 
e l'accosta alia calamita; ma girando con maggior velocità il lato 
più vicino al polo, che il più lontano, si accosta prima questo che 
quello, Il movi'ìiento loro è favorito dall'azione elettric;» del lato 
orizzoitale; ed è principalmente per questa che il piano del gal- 
leggiante va ad appoggiarsi con ambedue i suoi lati alla calamita. 
Quivi però non si ferma , perchè l'azione del lato verticale più 
vicino al polo la vince sull'azione contraria del lato più loiittno; 
e per tal eccesso il galleggiante scorro strisciando lentamente, ma 



l5'2 



con moto accelerato ali estremità della caluinila, e tosto che Tha 
oltrepassata piega a Nord , V accavalcia e prosegue a muoversi 
verso il mezzo delia medesima. 

Secondo. Quando il braccio boreale della calamita è affac- 
ciato similmente, ina da Sud ad un braccio verticale , questo ne) 
girare intorno al suo asse fa piegare il piano del galleggiante a 
Nord. Alla sua azione si aggiunge quella del lato orizzontale, il 
quale durante il primo quarto di rivoluzione è costretto ad allon- 
tanarsi con moto ritardato dalla calamita, e durante l'altro quarto 
ad avvicinarsi con moto accelerato, perchè nel primo le sue spi- 
rali elettriche nel sortire dall'anello incontrano l' ostacolo magnr* 
tico , e nel secondo l' incontrano nell' entrare. Per V una e per 
r altra di queste cagioni, il piano galleggiante comincia e prosegue 
a girare intorno al lato, davanti al quale è il polo magnetico , dfi 
Ovest a Nord, o da Est a Nord secondo che questo lato è il vitreo 
o il resinoso ; e fatta mezza rivoluzione si appoggia coi sUoi due 
iati alla calamita. Trovandosi allora da questa parte nelle stesso 
circostanze , in cui era appoggiato dall' altra , scorre lungo la ca- 
lamita , r accavalcia , e va v^^rso il mezzo di essa. 

Che se il braccio boreale della ctiiamit i è davanti ad ambedue 
i lati verticali del galleggiante, per l'eccesso dell'azione del lato 
più vicino al polo su quella del più lontano, e per l'aiione del 
lato orizzontTile il piano del galleggiante gira a N^rd , rotnndo in- 
torno a quel lato verticale più vicino al polo sinché , compiuta 
più che mezza rivoluzione , finisce coli' accavalciare la calamita 
per portarsi al mezzo di essa . 

Ripetendo quest'esperienze col presentare al galleggiante il 
braccio australe della calamita, si hanno per 1' azione delle spirali 
resinose i medesimi fenomeni con questo solo divario, clie il pia- 
no del galleggiante gira da Ovest a Sud, o da Est a Sud. 

Dal che si vede che il semplice galleggiante del sig. De la 
Ilive serve assai bene a mostrare ad un tempo il moto del filo e 
intorno al suo asse e intorno a' poli della calamita, conforme alla 
legge che io ho nell' Opuscolo §. 6i. espressa cosi: Tende il filo 
cow^ìunti^o a portarsi a contatto col mezzo dell' ago calanutato 
con tal moto e direzione, che il braccio boreale dell' ago riesca . 
alla sinistra delV osservatore , e poco men che perpendicolare 
al braccio resinoso del filo. 

Hifcrisce lo stesso sig. De la Rive, avere il sig. Faraday os- 
servato l' immobilità dell' ago calamitato, allorché a suoi ci-ntri 



i5? 

Si aEioné si presenta perpendicolarmente il filo congiantivo : e 
descrive r ingegnoso artifizio col quale il medesimo è pervenuto 
ad assicurarsi del giro che fa il filo intorno al polo magnetico, ed 
il polo magnetico intorno al filo. Avendo io ottenuto questi stessi 
risultamenti (Opuscolo §§. 25. e So.) mi compiaccio nel vederli 
confermati , e tanto più perchè la legge assegnata al movimento 
dell'ago è un caso particolare di quella che io ho determinata, e 
perchè il modo onde da essa si famio derivare, indipendentemente 
da ogni ipotesi, gli altri movimenti, si accorda hene spesso col 
mio. Spingendo un po' più oltre le sue indagini, avrehhe Io stesso 
sig. Faraday trovato anche la posizione dell' ago nell' equilihrio 
stalìile , e saiehbe così pervenuto a quei tre risuUainenti, che io 
credo di essere stato il primo, ahneno tra noi, di avere osservato. 
Da tutto ciò si vede che l'interpretazione de' fenomeni elet- 
tro-magnetici che io ho tentato di dare, fondata su quei priiìcipj, 
i quali Ella pure, ornatissimo sig. Marchese, ha ragionevolmente 
adottati (i), si accomoda ad essi iii modo, che nulla lascia da desi- 
derare. Ci sia dunque permesso di riguardarla se non come l'uni- 
ca , come la più soddisfacente di quante sono state sinora propo- 
ste. Né certo ad ahhand^ maria ci moveranno i clamori , coi quali 
il novello riformatore delle fisiche discipline, il cavaliere Leopol- 



(i) Ho adottata T ipotesi dei due fluidi eleUrìci senza curarmi del loro 
moto ed ho sostenuto die il magnetico non è che un elemento dell' elettrico. 
Questa opinione è tuttora ferma nella mia mente ^ e siccome ho lasciala da parte 
1 astratta teoria de' vortici, intendo di non esser compreso nella severa stu- 
tenza del cav. Nobili che inappellabilmente condanna il Dualismo all' oblio, 
còme non curo gli acerbi modi di chi perdendo di vista la scienza prende di 
mira piti o meno da vicino la mia persona. Res iiaturales enim (diceva Linneo) 
proprio privilegio mnnitae persistuut , ut quemadmodnm errores in his 
commissi a nullo defendi, ita nec veritates ohseri^ationibus innixae a loto 
eruditorum orbe conculcari possint. Credo dì più dover fin d' ora accennare 
che l'esperiènze del sig. Mourray per scomporre i sali col fluido magnetico 
sono state molte volte inutilmente da me ripetute, e che son riuscito a ma- 
gnetizzare gli aghi dentro /e elici perle quali si è fatta passare una tacita cor- 
rente elettrica , proveniente da una macchina di tal nome e non già da un 
elettromotore, nello spazio di pochi minuti. Debbo prevenire peiò che la co- 
struzione della macchina è affatto diveisa dalle comuni, ed in breve ne darò 
1» descrizione per soddisfazione del suo inventore e dei fisici che ^sollecitamente 
volessero veder manifestarsi un fenomeno che vien però (^e^èe/i co« Zenfecz^ ) 
prodouo dalla macchina ordinaria di qualche forza, lo che altra volta an^ 
unziai. /■' ^ X, 



i54 

^o Nobili , a pag. 25o. de' suoi Nuok>ì Trattati sopra il Calorico , 
l Elettricità , e il Magnetismo, ha cercato di screditare l'opinione 
del Syrnmer , ed i suoi seguaci. A lui che presunie di avere sco- 
perto i veri principi delle cose , sta bene esaltare sovra ogni altra 
una sua Duttrina, e alle lodi di se aggiungere il disprei^io di quan- 
ti non ebbero e non hanno, gli stessi suoi pensamenti. Ma ficil co- 
sa è lo scoprire Terrore, difficilissima il sostituirvi il vero. Il sig. 
IVobili ci ha dato una nuova prova non men dell' una, t he dell'al- 
tra di queste due verità. Ne fa bisogno di allontanarci dal nostro 
argomento per avere esempi della seconda. Legga, ornatissi no 
signore, l'articolo sul Conflitto elettro-magnetico , vedrà se può 
egli credersi sciolto dall' obbligo, che hanno tutti coloro i quali 
intorno alle prime cagioni propongono nuove idee, di ripetere ben 
Spesso veniam petimusque , damusque vicissim. Se non che, ove 
pure proposte avesse le sue in via di tentativo , niuno potrà mai 
perdonargli l'avere in piiì luoghi, e particolarmente in questo 
, sacrificato a bello studio al suo sistema i fatti il meglio stabiliti. E- 
ràno a lui noti, e posso attestarlo , i tre risultamenti che sopra ho 
mentovati; ma poiché a questi non ha egli potuto piegare i vortici 
cartesiani , 'con tutto che abbiano, per una sua maniera di vedere, 
intomo agli aghi calamitati circolazione spirale , ha taciuto i primi 
due, e quel eh' è peggio, si A arrogato il diritto di alterare la 
vera espressione del terzo ; e laddove io nell'Opuscolo J. '• ^^o 
detto . ... « movimenti che in questo (nell'ago) si assennano sono 
diretti o tendono a portare il suo braccio boreale alla sinistra 
deW osservatore , e poco men che perpendicolare al braccio resi- 
noso del filo <, ed il suo mezzo a contatto con questo ; egli invece 
a pag. 326 della detta sua Opera mi ha fatto dire.. . . sono direte 
ti o tendono a portare il mezzo di esso (dell' ago) a contatto col 
filo, e le sue braccia in una direzione prossimamente perpendi^ 
colare a quella del filo medesimo: togliendo così di pianta la 
condizione che fissa la posizione dell' ago nell' equilibrio stabile, 
e che regola tutti i movimenti del medesimo . Ecco V uomo 
tenero dell' onore delle scuole italiane . Ma V esempio non è 
MUOVO; lo notò già, parlando di alcune opinioni di Telesio, 
Bacone in tutti coloro qui cum prius opinentur , quam expe- 
riantur , uhi ad res particulares venturi est , ingenio et re- 
bus abutuntur , et tani ingenium , quam res misere torquent. Io 
avrei volentieri osservato su di quest' opera quel silenzio (certo 
non segno di approvazione ), che hanno tenuto i fisici sulle duo 



l5Sr 

cìie la precedono /' Introduzione alla Meccanica e /' Ottica ; ma 
da che egli prende di qui occasione (pag. 398) di crederli inclinati 
ad abbracciare la sua riforma, io che dell'universale Magistero, 
con che piace al sapientissimo Artefice di sostenere il regno delle 
cose materiali , non so formarmi sì basso concetto, ho creduto do- 
verne dire questo poco, che per altro è più die bastante a mo- 
strare quanto io mi sia alieno dal convenire in questo con lui. (2) 
Sono ec. 

Osservazioni del Cavaliere Leopoldo nobili sopra una 
lettera del sig. Liberato Baccelli prof, di fisica in Correggia 

(La lettera , a cui s' allude si è quella che il suddetto pro- 
fessore indirizzò il 5. maggio p. p. al sig. Marchese Ridolfi, e 
che solamente da pochi giorni comparve pubblicata in Carpi . 
lu tale lettera il sig. Baccelli si propose due oggetti : il primo 
di spiegare secondo i propri principi certi fenomeni elettro-ma- 
gnetici ; l'altro di fare, a modo d'episodio, la sua professione 
di fede rispetto alle mie dottrine . Egli è quest' episodio che 
m' interessa al momento , e mi move a pubblicare su di esso 
le seguenti riflessioni, a pie delle quali sta fedelmente trascritto 
lo squarcio del sig. Baccelli, onde risparmiare a' leggitori la cura 
di rintracciarlo altrove). 

Prima d' ogni altra cosa comincerò dal dichiarare al sig. 
Baccelli che io ben m' avveggio d' onde proceda il modo più 
acre che dignitoso , col quale egli si scaglia contro V opera mia; 
procede dall' aver io severamente giudicato , non già tentato 
di screditar con clamori , V opinione S jmmeriana , e coloro 
che la seguono : nel novero de' quali egli pur si trova ; egli che 
fa capo ai due flt\idi resinoso e vitreo , per 1' interpretazione 
del conflitto elettrico-magnetico . Ma Dio buono ! come mai 
può mostrarsi meno severo verso il Dualismo chi si è forma- 
to lo spirito sulle opere dei più grandi elettricisti , che conti 
la scienza , FRANKLIN , BECCARIA , e VOLTA ! Inoltre va pur 
riflettuto, che allora solo mi permisi di pronunciare solenne sen- 
tenza contro i Dualisti, xjnando ebbi dimostrato all' ultima e- 
videnza , che 1' ipotesi Symmeriana cede al confronto della Fran- 
kliniana anche là dove quest' ultima si riputava più debole del- 



(2) L'Antologia darà in seguito il su» criterio »uU' op«ra del cav. Nubili, 



i56 

ì- altra e rneno'-sodtli sfacente . Dunque a chi prora chiaro e tondo 
che una certa opinione , già stravui^ante per se , è assolatamente 
falsa , non sarà egli lecito di sclamare una volta o V aìlra, che 
quella opinione fa torto alla scienza , ed a coloro che v' inal- 
zano sopra un corpo di dottrina ? 

Passerò in secondo luogo ad assicurare il sig. Professore 
che quando riferii, nel mio trattato del magnetismo, la Legge 
di cui egli reclama V integrità , ebhi tutt' altro in mente che 
l'intenzione d'alterarla col sopprimere la circostanza la quale 
porta il braccio boreale, dell' ago alla sinistra piuttosto che 
alla dritta delV ossen^atore. Mi ha .tara di notare la e /udizione 
della perpendicolarità e del contatto dei due sistemi sul mezzo 
dell'ago; e'" per questo omisi la particolarità della posizione 
in cui si mettono i bracci boreale ed australe dell' ago magne- 
tico rispetto al filo congiuntivo: particolarità per altro che ri- 
conosco per vera, e che mi guarderei bene dall' impugnare, perchè 
essa è conseguenza indispensabile della spiralità de' vortici car- 
tesiani . Forse che il sig Professore non ha fermato abbastanza 
il pensiero sul gioco di questa spiralità : se vi tornerà sopra , 
vedrà non solo, me ne lusingo, cadere sotto di essa i fatti eh' egli 
gratuitamente asserisce ìion aver io potuto piegare ai vortici 
cartesiani , ma di più si preparerà la mente ad intendere la 
ragione d' altre vicende , eh' egli forse ancora non conosce , e 
eh' io pubblicherò quanto pritna in una mia Memoria SUL CON- 
FRONTO de' circuiti elettrici coi circuiti magnetici , E 
SUL CALORE INTESTINO DELLA TERRA. Registrerò in questo scrit- 
to tali schiarimenti sull' indole delle potenze elettriche e ma- 
gnetiche, che il medesimo sig. Baccelli finirà, se ragion vale, per 
convincersi che la spiralità del circuito magnetico non è una 
mia gratuita invenzione , ma la più diritta conseguenza delle 
pili note leggi d' idrostatica . Ed infatti egli non avrà mai ve- 
duto in aria veruna tromba , ne in acqua verun gorgo che non 
sia tortuoso nel suo giro. Piuttosto , sa egli dove direi che tutto 
e opera di fantasia e non di leggi naturali? Nel giro ch'egli fa 
far« ai due fluidi resinoso e vitreo sovra il filo congiuntivo : 
quasi che due fluidi che si vengono incontro per lo stesso canale 
potessero attorcigliarsi insieme, e fossero contro il principio della 
ragion sufficiente^ costretti a scegliere costantemente l' uno la 
via diritta e l' altro la manca . Se fosse dato a Bacone di 
ritornare in vita, non so chi di noi due avesse più da temere 



I 



i5y 



il cruccio di quel filosofo : ma non si parli di questo , e si 
oonchiuda . 

I. eh' io non ho commesso ne commetterò giammai errori 
del genere di quelli di cui il sig. Baccelli m'incolpa. 

II. Che converrà lasciare ad altri il giudicare se il mìsere, 
tòrquent di Bacone si adatti più a me, che ho in tutti i rami 
di fisica seguito i puri principj di meccanica, oppure a chi nel 
suo primo saggio di filosofare assoggetta i fluidi ad una vera 
tortura incompatihile del tutto colla loro costituzione, e suppone 
(Dio gliel perdoni!) che ciascuno dei due fluidi elettrici sia 
sempì'e in guerra con uno dei due magnetici, e sempre in pace 
coir altro. 

III. In fine che tutto mi sarei immaginato, fuorché il nuovo 
edifizio fisico potesse, nell' animo di chi sì sia non che in quello 
del sig. Baccelli , inspirare un basso concetto della maestria del 
sommo Artefice : pensava tutto il contrario , fidato nella mas- 
sima che tanto pili si leva in alto l' abilità di' un meccanico quan- 
to più semplici si dimostrano gli artificj delle sue macchine . 

Io vorrei che il tenore di queste poche parole valesse a 
destare nel mio avversario più placidi e me,no ingiusti senti- 
menti verso un lavoro che allora solo potrà tenersi com' egli lo 
ha dipinto in un momento di tristo umore , quando argomenti 
senza replica lo avranno dimostrato falso ed insussistente in tutte 
le sue parti . E sebbene gli potessi ne' giornali più accredi'ati 
mostrare, il silenzio sull' opera mia rotto già , e ass ù decorosa- 
mente per me , da un FRANcoeuR , pure mi pinc<ì che si pon- 
gano da handa tutte le autorità, e che la sola ragione sia giudice. 
Questa parli ed io V ascolterò in qualunque tuono mi risuoni 
all' orecchio. Reggio li 5. luglio 1822 



RAGGUAGLI SCIENTIFICI, LETTERARI, BIBLIOGRAFICI 
E CORRISPONDENZA. 

Idilli di Luigi Clampoliiii Firenze nella stamperia 
Granducale. 1^22, 

In istìle abbastanza corretto, facile e conforme al genere 
della pastoual poesia ci sembrano dettati quest'idilli del 



i58 
CiampoHnì. Coloro che nmano nel Teocrito Svizzero le sue 
vive e passionate descrizioni, o i teneri e delicati sentimenti 
della semplice campestre natura non lì troveranno certamen- 
te in gran copia, ma non renderanno loro picciol diletto le 
felici imitazioni del Teocrito Si- diano, ^ del Mantovano nei 
colloqui, nelle gare, e nelle risse proprie dei pastori. L'ul- 
timo idillio, eh' è il XIV si distingue dagli ahri non già per 
1' eleganza e spontaneità dei modi che scorgesi in tutti, ma 
pel soggetto, e per certe tinte melanconiche , con le quali il 
celebre Varano tratteggiò felicemente le sue poetiche narra»' 
zioni. Egli è il seguente . 

L Eremita 

Era neir ora che »' estingue il giorno 

E torna il buon pastor co' sacri arnesi 

tjieto cantando al pastoral soggiorno, 
• Allor che in cima d' Appennin sospesi 

Vidi nemhi di pioggia^ e da lontano 

Mugghiare il tuono orribilraenle intesi. 
Mossa stridea la selva, e '1 vento insano 

Menando a cerchio le volnali ioglie 

Di polve ricopria la vetta e il piano , 
Già nella valle il lurbin si raccoglie , 

Già rombn il mormorar della tempesta, 

L' aer s* addensa, e in acqua si discioglie. 
Abbandonato e solo per la mesta 

Campagna, or qui mi volgo, ora in quel loco 

Fin che la notte mi si fa molesta . 
Quand' ecco innanzi agi' occhi a poco a poco 

Sovra d' un monte mi si fu ofTerto 

Il dubbio vacillar di picciol fuoco. 
Allora per cammin selvaggio ed erto 

Drizzando il passo giungo ove in romita 

Spelonca fra V orror d* aspro deserto 
Carco di grave etade un Eremila 

Lungi dal mondo e dal suo ben fallace 

Vivea contento solitaria vita . 
pace, padre, g'i dico, eterna pace 

Il cieKt' accordi; e quegli umile « pio 

Figlio, risponde, il Ciel t' accordi pace; 
Pace e grazia ti piova ognor quel Dio 

Che sua mercede a' miseri sovviene, 

£ fa pago ed acqueta ogni desio. 



iSg 



Come paggio di sol che a ferir viene * 
11 colle in sul mattin, placido voU» 
il santo vaglio le luci serene ; "^ 

£ in questo favellar la man mi tolse, 

E stringendola al sen con dolce afietìtt 
Ne' recessi del cupo antro m'accolse, 

K disse: asil ti fia q^iesto mio tetto, 

Cibo e bevanda il latte, o peregrino. 
Sedile un tasso, e triste donde il lette. 

ladi si pose genuflesso e cbiuo 

Orando innanzi al tronco d' una Croce 
Che dal mesto pendea salcio virino. 

II vento che soffiava da una foce 
L' agitava repente, e ricuopria 
Le squallide radici il prun feroce r 

Dal cavo d' una pietra onde n' uscia 

Gemendo un fouticel tra bianclie spume 
Sorgeva il simulacro di Maria, 

A cui fuliginoso innanzi un lume 

Ardea sospeso dalla volta, e lento 
Scuotea per 1* antro flebile barlume. 

Poicliè de' cibi il naturai talento 
In me fu sazio , tacito levosse 
Il buon vecchio Eremita e 'l fuoco spento 

Coir arrid' esca e col focil riscosse . | 

Gli occhi in volto m' affisse, e tardo in questi 
Accenti sospirando il labbro mosse. 

Garzon, ne so perchè, tu mi ridesti 

In mezzo all' alma un frenàt'i soave 
Che tu per certo mai non conoscesti. 

Oh insolita dolcezza! in me la grave 
Età conforti sì, che 1' ardua meta 
Degli stanchi miei dì toccar non pavr. 

Qual volto! quali sguardi, o mio Filcta, 

Questa è tua vera immago.... un tal sembiante 
Serbavi, lasso! nella vita lieta. 

Ma pugnando sul Pò con ogni fante 
Cadevi il di che all' Itala fortuna 
Fur da Coro e Aquilon le vele infrante, 

E 1' ombra tua sdegnosa or per la bruna 
Saìassta valle vagolando, plora 
Al muto raggio di cadente luna» 

A che morir non mi concesse allora 
Il fato, e non fui là teco sepolto. 
Se per lo duolo ornai couvien eh* io mora? 

O padre mio, di vita i' non fui tolto 

Come fama o' audò^ ma {tarlo e spiro 



i6o 

Ancor ne 11' jmLra tìeìla carne involw . 
Pietosa man sovvenne il mio mailiro 

Lungi ad errar la sorte mi sospinse, 

Finehè conipilo di selt* anni il giro.... 
tyif gli risposi; e quegli mi ricinse 

Delle sue braccia dolcemcotf , e al seno 

Più volte mi seno, finché lo vinòc 
La gioja, e sciolse a largo pianto il freno. 

E perchè non si creda che sieno da noi sfuggile certe 
pìccole mende che si trovano qua e la in ogni componimen- 
to, ma che non debbono farne obliare ai discreti leggitori 
i molti pregi; anzi perchè le nostre lodi meritino qualche 
fede, aggingeremo le seguenti critiche osservazioni . 

V. 2, E toma il buon pastor co' sacri arnesi. Il pastor 
non torna la sera se non col gregge , la verga e la zam- 
pogna. L' agrlcollore poi torna con la vanga, il ràstro ed 
altri arnesi TXXsùciAì qualificati benissimo per sacri', onde ci 
sembra che sarebbe stato detto più propriamente. E torna 
il buon cuLTOR co' sacri arnesi . 

V. 7. MOSSA stridea la selva ec. Mossa ci sembra un 

aggiunto troppo debole, ed anche improprio. Scossa espri- 

. filerebbe meglio a parer nostro 1 elFetto del vento sulli selva. 

V. 2j // del t' ACCORDI pace, noi soscriviamo 

a quanto dimostra il Grassi nel suo saggio di sinonimi 
italiani, che in quest^^-caso debba dirsi più propiamente // 
del ti coNcFDA pace . 

V. 4^- ^^ prun feroce . i^nest' aggiunto dato al pruno 
pare improprio, o almeno troppo forte; lasciamolo al Cairba 
dell' Ossian. 

V. 5i. Scuotea per V antro Jlehile barlume. Un lume 
fuliginoso che scuote per l'antro un barlume è frase che non 
piacerà a tutti. E sarebbe da esaminarsi in questo luogo per- 
chè dopoché r ospite ha mangialo a quel barlume, il vecchio 
riaccende il fuor.o spento per riconoscerlo, perchè non P ab- 
bia acceso prima ec. ec. Finalmente ci pare, che alla penul- 
tima terzina restando interrotta la narrazione , il verso se- 
guente dovrebbe dire. Mentr' io così parlava y ei mi recin- 
se . ec. ec. U. L. 



i6i 

GEOGRAFIA , E SCIENZE NATURALI . 

Nei precedenti quaderni dell' Antologia abbiamo fatto 
conoscere la Società Creograjìca stabilita a Parigi , ed i van- 
taggi che sì fatto stabilimento promette a tutte le scienze 
che hanno una qualche affinità con Ja Geografia. Non sarà 
discaro ai nostri lettori il ritrovare un breve trasunto di 
alcune notizie compilate nello spirito che anima P anzidetta 
Società . 

Nelle memorie accademiche ultimamente pubblicate 
a Boston viene consegnala una serie dì osservazioni meteo- 
rologiche eseguite a Salem per il corso di 33 anni ( dal 
1^86 fino al 1819), il di cui resultato è di sommo inte- 
resse , poiché se ne rileva la differenza positiva tra le tem- 
perature dell'antico e del nuovo mondo. Ecco un esempio 
di due città sotto li stessi paralleli. ^ 

V Lat. Temp. media 

Ant. mondo. Roma (Italia) 4i' ^^•' ^o."" 44-') Teimom. 

Nuov. mondo. Salem (Stati Uniti) ^1." 33.' 48. ^ 68.') Farcnhcit 

Differenza , n.'^ 36/ 

Questa diff*erenza che equivale a gradi 5." 48.' del ter- 
mometro di Réiuimur è minore della metà di quanto si era 
creduto nel passato. 

Il capitano Kotzebne celebre per il recente suo 
viaggio intorno al globo avendo misurato con precisione Je 
montagne delle isole Sandwich COceanìca ), quali da sì 
gran tempo eccitavano la sorpresa dei naviganti ne ha reso 
nota la loro altezza come appresso; 

r Merino Roa — tese 2482,4 

Isola d^Owhyee < Merino Kaah — idem 2180,1 
( Merino Wororai — idem 1689,1 
Isola di Mow^ee — Il più alto pico — idem 1669,1 
Dalle osservazioni barometriche fatte dai sìgg Herschel 
cBabbage, ultimamente pubblicate in Londra, risulta che 
la celebre e pittoresca cascata di Staubbach (Cantone di Ber- 
na) è alta mille piedi inglesi, e che il ponte il quale uttta- 
7\ VII. Luglio j^ 



1 02 

vers.i lo Staubbach al di sopita della locanda di Lauterbrunnea 
ha LUI elevatezza di i485 piedi. 

In una montagna calcarea dello stato d'Indiana (Sta- 
ti Ugniti) ostata perlustrata una caverna profonda più di 
un quarto di miglio , consìstente in varie gallerìe e con* 
càmerazioni , nell'ultima delle quali vp^ionsi dei vestigi di 
pitture dì Aborigeni , fra le quali sembra distinguersi la 
rappresentanza di un selvaggio con 1' arco in mano. 

Sono note le dotte e ingegnose ricerche del sig. Cu- 
vijer , quale ha saputo, per cosi dire , fare risorgere un 
gr.ni numero di animali , le specie d<iì quali più non esi- 
stevano sul globo , e ciò con studiarne le ossa fossili. Egli 
ci ha per tal mezzo somministrato dei dati per arguire quali 
furono le rivolnzioui o Siiano cataolismi che a dilFerenti 
epoche rovesciarono la superficie della terra . Nuove sco- 
perte vengono sempre più a .confermare le sue dottrine- — . 
]Xel distretto di Honter (Ungheria) sono stati non ha guari 
trovati scheletri dì mammouth e di elefanti. — • 11 sig. Man- 
lell in un opera che sta pubblicando intorno ai fossili 
del'e dune meridionali d^ Inghilterra , descrive un gran 
numero di residui organici , fra i quali ossa , denti e squam- 
nie di un monitor di gigantesca dimensione. Altre ossa e 
gusci di varie specie di testuggini di mare e di acqua dolce, 
vestigie impietrite di parecchi animali incogniti , e final- 
mente diciotto specie di pe«ct , cinquanta specie di mollu- 
schi , testacei e varii generi 'di zoofiti scoperti nel calcare 
dì Sussex. — A Rirkdal (Scozia) il prof. Buckland essendo 
giunto neir anno scorso a penetrare nella caverna di un 
monte, di formazione calcare oolitica , trecento piedi pro- 
fonda, alta soltanto da due a cinque piedi, e cento piedi al 
di sopra di un' piccolo torrente , trovò il suolo coperto di 
denti e dì ossa di jene , dì elefanti , di rinoceronti , d' ip- 
popotami appartenenti a specie oggi estinte, come pure di 
cervi, di cavalli, bovi, daini, orsi, volpi, topi d'acqua e 
d'uccelli. L'esame delle località prx)va da una parte, che 
tali animali non hanno potuto introdursi in una cosi stratta 



i63 
oola . e Vile da altra parte le loro ossa non vi sono slate 
trasportate né rotolate dalle acque , onde si conclude phe 
le jene sole vi albergassero , e vi avessero trasportalo per 
ioi*t) nutrimento i corpi dì questi animali, quali in fatti non 
si trovano che appczzati e divorati in franimenti. I denti 
delle jene (di cui fu rintracciata una quantità d^ escrementi 
indecomposti) sono in maggior numero che quelli degli altri 
animali , e per la maggior parte logorati sino alla radice^ 
come se essi' non avessero triturato che delle ossa — -Alla 
storia dei fossili organici aggiungeremo un altro fatto non 
meno curioso, sebbene di natura assai diversa. Nello sca- 
vare in Scozia il canale delf Unione , che attraversa la con- 
tea di Mid-Lothian , nella collina di Wilkie che costeggia la. 
palude di Piuìho, i lavoranti dopo avere penetrato oltre a 
nove piedi nella mota indurita e a sette piedi di sabbia, ri- 
scontrarono un' argilla bleu nerastra moltissimo compatta. 
In questa stratificazione, a quattro piedi sotto al suo limite 
superiore , in contatto con nuova sabbia , essi hanno trovato 
un' ascia dì rame purissimo, larga tre pollici, e lunga pol- 
lici cinque. Tale profondità, e la durezza della materia in 
cui giaceva quest' utensile danno luogo a credere che essa è di 
una origine anteriore al cataclismo che formò quest' ultima 
stratificazione, e quindi (piesto fatto interessantissimo kerve 
di appoggio air asserzione che avanti V invasione delle acque 
dell' oceano esìstevano anche in Europa dei popoli che la- 
voravano i metalli sia per le arti sia per la guerra (i). 



(i) Il banco dcirargilla indurita in cui fu scoperto quell'arnese metallloo, 
giacendo fra due depositi (li s;ibl)ia , prova che vi sono st.ite non ineiìO di due 
inondazioni in epoche diverse quali potrebbero appaiienere alle acijue dolci di 
quel paluduso bacino , piuttosto che alle acque dell'oceano. Noi richiamerenip 
perciò alla memoria dei noflri lettori una scoperta molto analoga fatta a Aix di 
. Pr-ovenza negli anni l'^SG — 88 mentre ivi si ricostruiva il palazzo di giustizia. Si 
tirava la pietra dal taglio impiegato a quest' uso dalla cava di s. Eutropio , 
situata sopra un piccolo colle; era essa ordinata per banchi di colore gri- 
gio poco cupo e della natura di quelle che tenere alla loro sortita dalla cava, 
s'indiivlscono all'aria libera. 1 suoi banchi erano separati gli uni dagli altvi 
da uno strale di sabbia mescolata d'argilla più o mono calcare. Le prime che 



i64 
L' Affrica e specialmente V Egitto sono paesi clie ogni 
giorno più si accomunano con P Europa . Nella Caffreria i 
soldati di un reggimento al siervizio inglese , detto regio 
affiicano, essendo stati licenziati hanno formato sulle sponde 
del fiume Fish una colonia ed una città, alla quale hanno 
dato il nome di Frederlcsbouri^h . Mentre i viaggi dei sig. 
Cailliaud (2) Belzoni e Lioant pubblicati con gran corredo 
di carte piante e vedute ampliano viemaggiormente la sfera 



furono scavate , non ofTilrono alcun indizio di fossili , ma dopo clie li dieci 
primi banchi furono cnvati, gli operai scalzando l' undecimo, posto alla pro-- 
fondità di 4^.» o 5o piedi , restarono sorpresi di trovare la sua superficie co- 
perta di conchiglie. La pietra che componeva questo banco essendo stata tolta^ 
mentre si occupavano a ripulire lo strato di sabbia argillosa che la separava 
dal 19" banco, vi ritrovarono dei tronchi di colonne , framnjenti di pietre 
mezze lavorate e di una qualità afFatfo simile a quella, alla quale appartenevano 
questi bandii ;"vi si rinvennero in<»ltre del conj , dei manichi di ntjartello e 
aitri utensili o frammenti di utensili di Icgno^ e quel che più sorprese , una 
tavola alta circa uu pollice, e lunga d^ ^ a 8 piedi spezzala in varj pezzi, 
ma del quali non ne mancava veruno, onde poterle facilmente restituire la 
primiera forn)a. Le pietre tagliate non avevano io modo alcuno cambiato na- 
tura , ma i frammenti della tavola e degli utensili di legno erano stati coperti 
da un .^gala finissima , e graziosamente colorita . j, La presenza dell* uomo , 
dice il conte de Bournon, al quale siamo debitori di averci conservalo la me- 
moria di questo fatto (Traile de mineralogie voi. 2 ). „ la presenza dell* 
notno aveva dunque prevenuto l'epoca della formazione di questa pittra , e 
quella anche di molto tempo , poiché era già pervenuto a un grado di civi- 
lizzazione , e che le arti gli erano conosciute! „ T^ola del R. 
(2) ¥\n le scoperte interessanti dovute al genio e all' indefessa auività 
del sig. Cailliaud accenneremo quella delle antiche miniere di smeraldo da 
iuì ritrovate^ nel 1817 e 18, nelle vicinanze del monte Zabarà verso il litto- 
rale del mar rosso. Egli non solo visitò uq gran numero di ^scavazioni pra- 
ticate a grand» profondità , ove sopra alcuni punti poterono lavorare fino a 
ijon operai, ma tali le rinvenne quali da più secoli erano slate abbandonate 
diagli antichi cavatori, cioè con le corde , utensili, lampade ecc., e vi rac- 
colse in uaa sol volta fino a dieci libbre di quelle gemme. Questa scoperta è 
tanto più interessante in quanto che sembra dover togliere i dubbi promossi 
dal cav. Luigi Bossi nell' opera sul Sacro Cutino di Genova , e nel suo 
Dizionario geologico (iSi-j), ove egli dice „ non essere stati conosciuti 
■veri smeraldi se non dopo la sóoperta dell' America. , aggiungen -^o poi , 
cilecche si dica de^li smeraldi trottati in Asia , nelC isola di Ceylan ^ nelle 
montagie dell' Etiopia , e deH' alto Egitto non si conosce altra patria si- 
cura di queste pietre se noìi il Perii , dove ne esistono dne miniere in ah- 
cmi Jiloni di granito.. j^ Nola del R» 



i65 
delle nostre conoscenze sopra le maraviglie delPanlico Egitto 
il sig. Gau , arcliilelto pubblica attualmente a Parigi sul- 
1' antichità della Nubia un opera , il di cui merito inlrin.- 
seco , e la splendida esecuzione hanno fissato 1' attenzione 
dell'accademia d' Iscriz^'oni , e del Governo francese^ ed il 
Maggiore inglese Denant \ìi innoltrandosi nelT interno del- 
l' Affrica alla testa di una spedizione riunitasi a Tripoli, e 
protetta da quella Reggenza . Rammentando poi il Zodiaco 
di Dcndei ah, di cui già si fece tanto remore nei giornali, 
noi aggiungeremo che S. M. il Rè di Francia avendone fatto 
l'acquisto per i5o,ooo franehi abbia per «quanto si dice 
approvato il progetto di far situare questo planisfero in 
mezzo alia Vjlta di una sala del Louvre. Gran maraviglia 
per i posteri , quali potranno nella Regia dei diseendenli di 
Enrico IV. contemplare uno dei più rari e preziosi monu- 
menti del dominio dei Faraoni , 

ArcheQlos(ia. La Germania si dimostra avvaloratrice e ge- 
losa custode dei monumenti delle sue antichità, bene atte a de- 
lucidare li suoi annali. 11 principe di Hardeuberg Cancelliere 
di Prussia stabilì, due anni sono, una commissione specialmen- 
te incaricata di conservare e descrivere le antichità germaniche, 
e romane nei paesi del Reno . A questa istituzione 1' Ar- 
cheologia è debitrice dell' opera che sta pubblicandosi dal 
.sig. Dorou , Consigliere aulico a Bona . Fra le ìtQ incisioni 
che corredano questa pregievole raccolta vi distingueremo; 
1 il monumento ivi conosciuto sotto il nome di Tcntenhovg, 
trinceramento, i cui rampari di pietra non offrono alcuna 
traccia di cemento, dove le legioni di Quintilio Varo pro" 
varono la fatale sconfitta descritta da Tacito (Ann. lib. i, 
e- 6o. 6i. ); 2*. la celebre massa di pietre conosciuta sotto 
il nome ài Estcrnsleine (^Eostrae rupcs Sfu rupes picaraut) 
nel paese di Lippe Detmohl . Queste rocce isolate e gigan- 
tesche servirono agli antichi Geraiani , per 1' esercizio del 
loro culto; e sono probibilmcjne gli altari sui quali, dietro 
il racconto del summenlovàlo isterico Oi'/), i Tribmii e i 
Centurioni rOm;ini furono da Ar.ninio fieramente imamlali . 



ìGij ' , 

IncwìUnicnio dell' Egitto^ L' Egitto, antica culiri delle 
acienze e delP arti , sepolta poi per Luiti secoli nella più 
stupida ignoponza sembra prepararsi a riassumere un posto 
fra le colte nazioni .Ismael Gibraltar, noto per i suoi viaggi 
diplomatici in diverse parli d' Europa , ha esternato il pro- 
getto dì creare in Alessandria una scuola simile a quella da 
Ini visitala in Malta. L'attuale Viceré Meliemet Aly ha or- 
dinato la formazione di uno stabilimento -scientifico sul mo- 
dello dei Licei di Francia , ed ha posto aUa direzione del 
medesiliio Noureddin-Eflendi, musulmano commendabile per 
la sua educazione europea . 

Educazione . In molti cantoni della Svizzera si comin 
eia a riconoscere la necessità di dare un istruzione solida alle 
fejiiralne . Fra li stabilimenti ove esse ricevono un educa- 
zione completa merita di esser citalo specialmente T istituto 
fondato a ì^ Verdun nel 1006, sotto gli auspici e dietro i 
principi di Pestalozzi , e d»! i8i4 diretto da M . e Mad. 
Nicilcì'er » Le signorine vi sono ripartite in tre classi; la 
jìfùìia comprende le fanciulle da 8 a 12 anni ^ la seconda 
quelle da 12 a 18 anni e al di là, la tei za le giovani che 
desiderano di essere istitulrici ; queste possono entrare a 
qualunque età, ed hanno la sperasiza dì essere situale con- 
venevolmente allorché sortono dall isliiufo . Un nutrimento 
scMnplice e abbondante, dei freqneiili esercizi fra mezzo alle 
Icz'onì, la cultura di piccoli giardini, ^ dei giochi sono i 
mozzi che si adoprano per conservare la. salute delle alunne. 
INclP educazione morale, il primo scopo è d' inspirare loro 
wnn pietà vera e senza affettazione, che collegandosi a tutte 
le azioiii della vita ne sia il principio e il regolatore. L' i- 
stnizìone propriamente detta , quale si modifica a seconda 
dell'estensione facoltativa delU allievo, consiste nei seguenti 
oggetti: l. 1' istruzione morale~e religiosa; Il . il calcolo; 
lir. la calligrafia; W. la geografia ; V. l'istoria; VF. i 
principi del disegno e del canto per sci mesi circa ; VII'. 
la lingua tedesca; MIF. la lingua francese; IX'. I lavori 
dd d^onne; X\ la lingua italiana; XI. la lingua inglese; 



Xir. il canto e il disegno dopo i sei primi mesi ; XìlF. 
Ja musica istrumentalej XIV . le danze. Le nove prime scuole 
d' istruzione sono comprese nel prezzo della pensione, che è 
di 36* luigi per anno, le cinque ultime sono pagate a parte 
a ragione di tre luigi 1' anno per ciascheduna . Il locale é 
vasto , molto arioso , con un grandioso e bel giardino per 
divertimento degli allievi , ed è prossimo ai bagni del lago 
di Neuchàiel . E. Repetti. 



Memoria sul genere MuSa, e Monografia del medesimo , del- 

V A'^vocato collegiato Luigi Colla ec. stampata nei Tomo 

XKI^^ delle memorie dell' Accademia Reale delle scienze 

di Torino a p. 3'ù3. 

I più grandiosi avanzamenti che abbia fatti la scienza bo- 
tanica, si debbono certamente alle Monografie dei generi delie 
piante, poicliè in e^se Monografìe si vengono ad esaminare esat- 
tamente, parag >nure e descrivere tutte le specie ad un genere 
sottoposte, ed a ben distinguerle fra di loro. P^seinpj luminosi 
ne abbiamo nella Mori-)gra{ia degli astragali, e delle biscutelle di 
Decandolie. della anonacee di DutTai, delle eriche di Androw e dei 
licheni, di Acbarius, dei fuchi di Turner, delle stapeiie di Mas- 
sone e di Jaccjuin, dei trifogli di Savi, e molte altre . 

Tale è la Monografia del genere Musa del Sig. Avvocato 
Colla: genere poco conosciuto di queste esotiche piante, e di'u- 
cili a coltivarsi fra noi, e delle quali mancava alla suppellettile 
botanica una esatta descrizione delle specie, quantunque I.iniìco 
nella sua musa dijfortiaiia avesse trattato di alcuna magiiitral- 
mente . 

Nella IMonog;rafia che ci ha data il Sig. Colla, egli ha fis- 
sati i caratteri delle diverse specie, e tolti i dubbj sopra la più 
comune allevata nelle stufe dei giardini botanici, dove quantun- 
(|ue non di rado fruttilichi mai conduce i semi a perfezione . 

Aveva ei.di avuto la fortuna di osservare nella sua stufa o 

o 

calidario la perfetta fruttificazione di una Musa o Banana^ e 
ne aveva dato prevetìtlvamente avviso in una lettera dei 18 gea- 
lìajo 1820, inserita n 41ii g^zzc^Lta Pieinontese del 20 dello stesso 
mese n. 9;enc! lO dicembri; Utise nulla aduiiaiua dell'Accade. aia 
la memoria di cui si tratta . 



iC)8 

Premelle adunque in essa alcune nazioni generali intorno 
al genere : descrive non solo i caratteri bjtanici, e le note lisio- 
logiclie, ma anche il metodo di coltivazione, i fenomeni più par- 
tJc >lari della di lei vegetazione, gli usi e le virtù: dà in fine la 
più conpita descrizione delle specie conosciute fin ora , accom- 
pjgiifita da tre grandi tavole in rame rappresentanti la pianta 
e la di lei fruttificazione analizzata. Passa in seguito a enume- 
rare i diversi nomi tanto antichi che moderni che sono dati alla 
Musa nei diversi paesi dove fruttifica; esamina i trattiti, le de- 
scrizioni e figure date da diversi autori, e rileva le imperfez^io- 
ni e la confusione dei sinonimi . 

Prima di descrivere la specie di Musa fiorita nel suo orto 
dà la storia delle fioriture accadute in altri orti d'Italia a epo- 
che diverse; (a) in seguito dà e fissa i caratteri generici di que- 
sta pianta, e trova che vi sono fiori ermafroditi fecondi , fiori 
ermafroditi sterili e fiori niasculini. Prende in ciò a riprendere 
Linneo d'inesattezza per i>on aver distinti i fiori ermafroditi steri- 
li dai solamente masculini, privi di g "rme od ovario (h) 

Dopo aver descritti i caratteri generici della fruttificazione, 
dà qualche cenno della struttura della pianta, e si fL'rina a par- 
lare del germogliamento del seme, dalle quali osservazioni, pas- 
sa a fare alcune riflessioni sulla sua coltivazione e sollecito ac- 
crescimjiito , e descrive la maniera più propria di allevarla . 
Propone di separare i polloni che spuiìtano dalla radice nella 
est5te,e questi piantarli in vasi o cassette, ma avverte clij nei 
vasi le barbe non potendosi distendere a lor talento, h.t trovato 
!n<'glio piantarli nel terreno della stufi più spizioso, e cireon- 
dirli a una certa distanza, alla qiiah n')n arrivino le barbe, di 
Yallonea; che così più vegeta la pi uita e più fueihnentij dà frut- 



(a) Bene spesso fioriscojio le Muse nelle nostre stufe ben regolale, e 
«eir anno passato iS'ii fiorirono e fruttificarono nei giardini del R. Museo 
di fisica, di Boboli e del Giardino de' semplici . 

(b) Vedasi musa CUffoìtiaiid di Linneo : la musa che fiori nel 1821 
Mei ciardioo dei semplici aveva i fiori sterili e che caddero con piccolo e 
abortivo pistillo senza fiori veramente masculini . Questa pianta jwljgania 
clù 63 clic nei paesi naiivi non porti a fruito anche i liori che noi troviamo 
«rusafroditi sterili ? poiché sappianjo che il suo ramo di frulli è inolio più 
tìnmeroso di quelli che si osservano nella nostre allevale nulle slufe do\e 
et .tikdii tali piante nitalurauo i frutti ed i sviul. 



io. Non vuole tale pianta un calore minore di dieci gradi, ma 
costante, e molta umidità, (e) Dopo tutto ciò, che appartiene alla 
parte botanica discorre degli usi, e virtù, delle quali lasceremo 
di parlare non potendo nel nostro paese profittarne, come nel 
nativo loro. Finalmente dà l'esatta definizione di tutta la pianta 
e delle altre specie affini , che forma il complesso di questa mo- 
nografia. Crede che molte delle descritte specie , e particolar- 
mente quelle che non producono seme, sienoivarietà e non spe- 
cie, e perciò divide in due sezioni le Muse, cioè in seminifere 
( spc^rmophorae ) e non seminifere ( aspérmae ) , e quindi in 
quelle che portano lo spadice curvo o pendente ( nularis ) e in 
quelle che lo hanno eretto o dii'itto ( erectus )• 

^ Conclude in fine che la Musa comune che si coltiva in tutti 
i giardini d'Italia, e che si è creduta la paradisiaca, non lo è, 
ed è la sapitntum. È per altro da credere che anche la para- 
disiaca qui si ritrovasse una volta. Io conservo nel mio museo 
uno spadice assai lungo pendente, che fiori al giardino di Santa 
Maria Nuova, proveniente da una avuta dal soppresso giardino dei 
semplici 5 il quale conserva i fiori ermafroditi sterili, ed in fine 
molte spate o piuttosto brattee, il quale in tutto si assomiglia 
alla figura pri na che ne dà Linneo nella Musa Cliffortiana , la 
quale è la Musa paradisìaca] ma ora questa specie si è perduta 
nella soppressione dei detti giardini. Inoltre questa del detto 
giardino di Santa Maria Nuova essendo fiorita in circa al 1788, i 
suoi frutti erano molto più lunghi trigoni, e nel maturare la scor- 
za divenne nera, e la polpa era giallo-crocea, sugosa, del sapore 
del popone. Nell'anno 1821 quella del ripristinato giardino 
de' semplici , che è la sapientum ^ fiorì nell'estate, e caddero 
di poi tutti i fiori sterili, e tutte le spate, o brattee pavonazze 
al di fuori, e bianco -verdi al di dentro: i frutti sono iriaturati 
nel marzo del consecutivo anno 1822, ed erano ellittici trigoni^ 
curvi ; Si mantennero verdi sino alla maturità , e poi presero 
colore giallo : si aprirono nella cima , e staccossi la buccia in 



(e) Ci sono aulori clie dicono con ragione die neìl' inverno, nel tempo 
che non fa accrescimento la Musa, non va annaffiata mollo, ma che quando 
spiega nuove foglie, .e che il calore dell'estate si ia sentire si annaffi abon- 
daniemenle, e conservi il calore^ che cosi fruttifica più presto. Nelle nosire 
stufe dove il calore nelV estate va a i§ e 2o gradi suol fruttificare ogni tre 
aunij ed anche più spesso. 



170 
tre parti mostrando la polpa interna molle e come pastosa cli^ 
potè separarsi intera, di colore giallo più chiaro e di odore q 
sapore simile al popone. Lasciando sulla pianta i frutti che si 
aprivano, principiarono a muflare, divenii' nera la buccia e più 
morbida la polpa, con odore vinoso. 

Di un altra memoria del detto autore ci conviene parlare, 
la (juale hu per titolo ad Verbascum cisalpiiiuin, a clarissimo 
medico Joanne Brignoli Noi^ariensi descriptiurij Aloysii Colla 
obsers^atloTieSy con la quale dimostra che il verbàscum Jocniceuni 
il quale nasce nei monti aridi di Torino, è lo stesso del i^er- 
bascum cisalpinum del professore Brignoli. ]Vè soltanto il sig. 
Avvocato Colla si diletta di coltivare piante nel suo giardino, 
che da bravo botanico osserva, certifica , e descrive, come si è 
veduto nelle due sopracitate me"morie, ma per f «cifìtare lo stu- 
dio ai dilettanti di fiori, i quali hanno giardini di piacere, hu 
pubblicato già un opera in sei volumi intitolata Antoiogisfa bo- 
lanico, dove parla dei diversi sistemi botanici, spiega e d-scrive 
le parti delle piante e servendosi del sistema di Linneo ne 
descrive molte: tratta dei giardini e loro parti, delle terre e 
ingrassi e dei modi di coltiva alone delle diverse piante , dando 
cosi un bell'esempio di poter congiungere alle sue serie occu- 
pazioni forensi , quella dilettevole e di sollievo, dello studio bo- 
tanico . 

Possa 1' esempio del sig. avvocato Colla inFpirare in chi è ricco 
di patrimonio e senza obbligata occupazione il genio per la bo- 
tanica , e quello della storia naturale, tanto negletto da noi, e 
tanto coltivato nei paesi oltramontani, tanto più che la, Toscana 
ha materiali di ogni genere in queste scienze, i quali sono con 
avidità ricercati dagli istruiti forestieri e non curati d-i noi, che 
siamo veri forestieri nella patria nostra. O. T. T. 



Testamento di Lcninio dì Balduccio, pubblicalo per intero e il- 
lustrato duil Doit. LuiGi lllGOi.l Biblioti^cario della Riccar- 
diana e accademico residente della Crusca. Firenze nella 
Stamperia Magheri. 1822. 

Il libro del quale annunziamo la pubblicazionc'^, «juantunque 
sia di piccolissima mole, poiché è compreso in sole i iB pagine 
computala una lunga lezione deli' editore che ticu luogo di 



171 

prefazione , e sia il suo titolo così oseiiro da giungere affatto 
nuovo alla maggior parte elei leggitori , merita tuttavia per 
doppio riguardo che sia stimato assaissimo, ed avuto nel nume- 
ro di quelli, cui gli eruditi non men che gli amici dell' uma- 
nità prestano la loro venerazione . Esso interessa ugualmente la 
lingua e la storia patria: quella non solo perchè ap|.ai tiene a quel 
secolo eh' è riguardatouniversalmentee senza contrasto come vero 
e sicuro maestro del toscano idioma j ma ancora , e con più di ra- 
gione, perchè molte voci contiene, o mancanti affatto nel vocaho- 
lario, o prive di esempio d' altro scrittore, che d' altronde sono 
bellissime e quasi tutte comunemente usitate ; questa, perchè ram- 
menta la fondazione di un pubblico stahilimtisto, pel quale non 
so se sia più da ammirarsi la grandezza dell' anima del fondatore , 
oda compiacersi del bene che fu destinato a produrre alia classe 
più infelice della nostra specie . 

Lemmo di Balduccio da Montecatini, recatosi a Firenze per 
dedicarsi alla mercatura nell' anno della nostra salute i333, e fat- 
tosi ascrivere all' arte de' cambiatori, così bene avventurosamente 
avanzò i propri interessi , che in poco tempo ricchissimo divenne. 
Fatto già vecchio,, e non avendo figliuoli da lasciare eredi delle 
grandi suefacoitcà, nell'anno 1 889 prese il ^avio consiglio di edificare 
uno spedale apro de' poveri infermi, ch(^ fu quell> di S. Niccolò, 
detto poi di S. Mìtteo in via del cocomero,, appunto ove són oggi le 
Belle art!. Già lo spedale si edificava sotto gli occhi dello stesso 
Lemmo; ma temendo egli che se mai morisse, come accadde di 
fatti anzi che l'opera condotta fosse al suo termine, potea di leggie- 
ri seguire che il suo pietoso divisamento fallisse, o per trascurag-r 
gine ,0 per mala volontà degli eredi , però risolvette di provvedere 
alla bisogna con testamento solenne, ordinando che l'edifizio in- 
qualunque modo si perfezionasse , e gli assegnò inoltre una dote , 
che di un certo numero di malati servisse al mantenimento . Ecco 
come interessa la storia patria questo testamento di Lemmo-, e il 
])erche era a desiderarsi che per mezzo della stampa fosse sottratto 
alla distruzione del tempo. 

Ma noi dicemmo che questo libro interessa assaissimo la nos- 
tra lingua ; e qu; stf) fu princi])almente il motivo che indusse il eh. 
sig. Pvigoii H pul)bli(arlo . Gli attuali accadenjici della Crusca, che 
con tanto studio e pazienza si stanno travagliando defila correzione 
e dell' aumento del vocabolario, tra le regole a tal uopo di comune 
loro consentimento stabilite, saviamente quella vollero che si os- 



servasse di preferire gli esempi cl?gli antichi ai moderni , e perciS 
si animarono scambievolmente alla fitica di svolgere quante più 
potessero antiche sritture , eziandio di quelle non consultate dai 
loro predecessori , persuasi , come difatti è verissimo , che da per 
tutto rintracciar si possa dei buono, quando che il buon senso, sia 
la guida che conduce l'uomo nelle sue ricerche . Inoltre conside- 
rando che la miglior grammatica e il miglior vocabolario di una 
lingua sono le stesse opere, sulle quali e quelle e questo sono 
stati formati , e che per quanto tempo queste opere rimangono 
raccomandate a una miserabile p^^rgimena, pochi o nessuni si dan 
la pena di legg*;rle, e corron anche spesso il p^-ricolo di depe- 
rire, egli è perciò, che formaron dei voti perche colle sta.npe 
si provvedesse alla pubblica utilità, e alla loro conservazione' . H 
prelodato Editore secondando lodevolmente i voti dell' àccad. -mia 
nel lasso di pochi anni molte opere dal buon secolo ha pubbli- 
cate e illustrate, ed ha fatto palese al pubblico qual partito ab- 
bia tratto da ciascheduna a prò del vocabolario . Da qu^^sta di 
cui parliamo, mostra nella sua dotta lezione preliminare di a- 
ver tratte le voci seguenti , le più delle quali , come abbiam 
detto, mancano nel vocabolario, e alcune vi sono senza nessuno 
esempio. Alborato: pieno di alberi — Appartenimento per ap- 
partenenza — caccia: per cacciata — cappcllanato: ufiziodi cappella- 
no — codicillante e codicillatone : che fa codicilli — congruamente : 
convenientemente — co/zmi^/o: matrimonio (senza esempio) — costrin- 
gente ; che costring;^ — dazione : per Y atto del dare (senza esem- 
pio) « — decernere: decretare, siàhìVwe ^-^ detenimento , arresta- 
ìTìiìnto '-^ essente : che è; e questo ricorre assai volte— " ferniità: 
fermezza vigore '— « monacazione: Tatto di farsi monaco o mo- 
naca — • orti^o: (terra orti va) ad uso d' orto, a differenza di pianta 
ortìi^ay che da'bottnnici è chiamata quella eh* è acconcia a frut- 
tificar negli orti — ovK'enzione (dal lat. obventio) entrata, profit- 
to, rendita — prenome: per cognome— 'f/uitazrone : per quitan- 
za — ser^igiare : far servigi, d' onde 1' ai^gettivo sen^iziato, colui 
che volentieri fa servigi ; mancante d' esempio nel vocabolario 
e l'altro ser'^igiale — spcdaleria : ufizio dello spedalingo — uli- 
vato: terreno piantato a ulivi. Così parimente alle voci scltifc- 
vole e stanchei^ole , le quali mancano nel vocabolario di antichi 
esempi, se vi si pongono quelli del testamento di Lemmo , vie 
più daran forza a quelli del Bembo che vi si leggono . 

Un' UY vertenza dobbiain fare a nome dell'Editore, che ce 



>73 

no ha pregato, ed è, che la voce cattUuimente data nella lezione 
preliminare, come mancante nel vocabolario, è scorsa per una 
svista commessa da lui medesimo, che ora intende di correg- 
gere , perchè niuno abbia a riprenderlo di aver ingiustamente 
aumentate le omissioni degli antichi compilatori . Altre mancan- 
ze nnn sue vi s(mo a notarsi , come a pag. 25 firmitis invece 
A\ firmi tas ; ivi medesimo ove si cita il num. 33 invece del n. 
54: a pag. 4<5. la voce quietazìone invece di quitazioncy coni' è 
stata bene stampata addietro alla pag. 26. e finalmente alla pag. 
81. nuiu. 67. ove si legge pronome mentre dovea dir prenome 
come a-pug. 26. Gr. A. 

prose e Rime inedite d' Orazio Ruccllai , di Tommaso Buona- 
venturi e d' altri. — Firenze per il Magheri 1822. in 8.** 

Questo libro è dedicato al eh. sig. Angiolo Pezzana Biblio- 
tecario della ducal libreria di Parma dal sig. canonico Domenico 
Moreni ehe n' è V editore. Si raccomanda sì per le cose che vi si 
contengono, e si per la eleganza e bellezza dello stile in che esse 
sono dettate. E degno particolarmente d' esser letto il discorso 
del priore Orazio Rucellai contro il freddo positivo , nel quale 
protesta il celebre uomo di ridire altrui le dottrine apprese dal 
gran Galileo, che egli aveva e visitalo nella sua villa d' Arcetri^ 
e udito più e più volte discorrere. Molta sapienza di questo divino 
ingegno trasfuse il Rucellai nei suoi Dialoghi filosofici , i quali , 
sebbene tantp gli abbiano commendali Anton Maria Salvini, il 
Crescimbeni e altri dotti , si rimangon ancora inediti con grave 
danno della filosofia, della eloquenza e della nostra gentile favella. 
Fa voti il sig. Moreni che l' illustre possessore dell' originale di 
quest'opera nobilissima, il quale a buon diritto pone sua gloria in 
averlo, come retaggio d'avito onore , non ha guari di tempo ri- 
cuperato , muovasi al fine a volerlo render colle stampe di pub- 
blica ragione. Noi, cui più volte la lettura di questo manoscritto 
ha arrecato utilissimo diletto , uniamo volentieri i desiderj nostri 
a quelli di lui : e ciò non solo per le cagioni rammemorate , ma sì 
ancora perchè d' esso medesimo è stalo latto compiuto spoglio per 
la futura edizione del vocabolario dt Ila Crusca; la quiile a parer 
nostro tanto più incontrerà l'approvazione altrui, qui^nto più 
abbonderà di esempi tratti da libri editi, i quali possa ognuno, che 
d'uopo w^ abbia o vaghezza, di per se agevolmente riscontrare. 



174 

II Sa!vini e il Crescimbeni , \ quali, come or dicemmo, assai 
lodarono le Prose citi Pvucellai , non si rimasero pure dall' enco- 
miarne -i versi. Il primo ne ammira"/*:? sceltezza la leggiadria e 
la sublimità ; e afferma il secondo , che egli con incomparabiL 
fervore sostenne la cadente toscana poesia , e vendicò dall' in- 
giurie de^ falsi poeti il nobilissimo stile del gran Petrarca. Le 
inedite poesie, che di lui reca il sig. Moreni, confermano il giu- 
dizio di questi due celebri scrittori, come non lo aveano smentito 
ì sonetti filosofici di esso medesimo dati in luce dal eh. si-^. Luiai 
Fiacchi nel volumetto '21." della Collezione cV opuscoli scientifici 
e letterari . Lode pur merita il Ruceilai come traduttore : e il suo 
volgarizzamento , che or si pubblica, della più bella lettera tra 
quelle che Cicerone scrisse a Quinto fratello, cioè la prima del 
primo libro, è prova convincèntissima di ciò che affermiamo. La 
dignità dejl' originale vi è per intero conservata, ne vesligj vi 
appaiono di dettatura sevvil,e. 

Sono da aversi in pregio eziandio le due versioni di Tom- 
maso Buonaventuri , r una del discorso esortatorio d' Isocrate a 
Demonico, l'altra dell'orazione del medesimo a Nicocle intorno 
al Regno: le quali versioni, per la fedeltà, la pulitezza dello 
stile, e il facile andamento, certo non temono il confronto delle 
altre, che di questi moralissimi componimenti sono fin qui com- 
parse in Italia. Ne solo queste traduzioni del Buonaventuri fa ora 
venir a luce il sig. Moreni , ma si anche pubblica di lui non 
poche prose originali. Chi tutte non volesse leggerle ; ma solo 
pago fosse d^i un saggio , quella non trascuri , nella quale pi- 
gliasi a dimostrare , che lo studio della lingua non va disgiunto 
da cjuello delle cose, e che all' eloquenza fa di mestieri la co- 
gnizione delle scienze , sicco/ne alle scienze arreca lustro, orna- 
mento , e perfezione V eloquenza. 

Di questi componimenti, siccome-dei non pochi altri che 
sono compresi nel presente libro , parlato è assai eruditamente 
nella prefazione; la quale contien pure molte notizie derivate 
dai diarj dell' accademia dtUa Ciusea, cui gli autori di essi com- 
ponimenti appartennero. Chiudesi il libro coli' inedito catalogo 
dei nomi e cognomi dtgli accademici della Crusca, che hanno 
V impresa. Il qual catalogo, che reputiamo utile molto, perchè 
ne può opportunamente socc-rrere , allorché si trovano, e ciò 
spesso avviene, quelli accademici appellati unicamente col nome 
che ebbero nel lor collegio , è stato tratto da un codice il;^ g'iabe- 



l^ft 



.73 

djiano , e rettificato con quelìo che già appartenne a Andrea 
Alamanni, detto neU' accademia della Crusca lo Schermito , e 
vice-segretario della medesima. Pertanto da' ciò che in breve 
per noi si è detto , spontaneamente risulta , che deesi saper gra- 
do al sig. Moreni e del putrio zelo, ond' egli di continovo trae 
dalle tenebre bei monumenti dell' ingegno dei nostri maggiori , 
e delle cure eh' ci si dà in iscavar notizie per vie meglio 
illustrargli . 7,. 



Memorie intorno alla storia del Jìegno dì Napoli dal- 
ranno i8o5 al 181 5. Del Tenente Generale Fran- 
cesco PiGNATELLi Strokgoli . Tomo primo ,, Napoli 

i820. 

Le memorie che Jaì contemporanei si scrivono intorbo 
agli avvenimenti che essi hanno veduti, o ne'quali hnnno avuta 
parte, talvolta sono sfoghi di vanità malcontenta di ogni altra 
testimonianza che dello propria, talvolta denunzie di unanìriio 
onesto tontro le colpe degli uomini , e della sorte. In tutti i 
casi però, benché le sentenze che ess,^ contengono non slaii 
decisive intorno alle grandi questioni le quali presenta a ogni 
passo la storia , possono però giustamente considerarsi co- 
me testimonianze autorevoli , e come documenti preziosi . 
Poiché esse danno quasi corpo e movimento a certe figure 
prominenti nel gran quadro delle umane cose, che noi non 
possiamo mai giungere ad abbracciar con la vista nelle sue 
più generali conbinazioni, e ajutano la più profonda filo- 
sofia legando la scienza morale delP uomo con la scienza 
politica della società, e Y incomposta e svariata mistura de- 
gli elenienti della natura di quello, con le ragioni dei 
gr.^ndi rivolgimenti che cangiano 1' aspetto e la condizione 
di questa . Sicché li scritti di tal sorte ci riescono sempre 
cari, e a molti lo sono più delle storie_, del che si ha un 
motivo più forte allorché vi s'incontra dipinto P amore, 
e sia questo pur anche passione degl' individui per la cosa 
pubblica, il che li uomini per quanto degenerati non la- 



17(J 
sciano mai di riguardare con compiacenza, come un dovere 
adempito . Fu conseguenza della mala sorte d' Italia che 
per più di due secoli e mezzo niuno sì trovasse che avesse 
da tramandare alla posterità ciò che egli aveva fatto per 
essa. L'occasione, e la voglia di tali scritti è un poco ri- 
nata in questi ultimi tempi, e noi ce ne rallegriamo^ ed 
alcuni di essi ci hanno fatte anche sperar bene per la ret- 
titudine delle intenzioni con le quali sono essi composti. 

Di questa natura son le ^Memorie del tenente generale 
Francesco Pignatelli Strongoli. L' A. di esse confessa dì 
averle scritte principalmente per discolparsi da certe impu- 
tazioni assai propagate_, e le quali tendono ad attribuire a 
lui la cattiva riuscita di alcuni fatti importanti. La quale 
ambizione sempre onorevole di riputazione , noi speriamo 
che abbia a disporre in di lui favore li animi degli Ita- 
liani alla sentenza de' quali egli si richiama solennemente, 
e con franchezza ; e che sia giudicato che anch' egli abbia 
sostenuta colla sua vita la dignità di un casato che noi 
abbiamo veduto illustrato dalle sventure. L"'A. dice di sé 
stesso che egli passavia presso molti per un atrabiliare e 
stravagante aristarco . Le cose stesse hanno nomi diversi 
in diversi tempi. Forse ai tempi nostri siffatte qualifica- 
zioni son r unico nome che sia rimasto all' animo incor- 
rotto ed alla virtù . Ma questa asprezza solitaria del gen. 
Pignatelli Strongoli non è però tale che non lo lasci stem- 
perarsi talvolta in quelle illusioni, che sono la debolezza 
permessa ai buoni, e che meritano d' incontrare unita al- 
la indulgenza una qualche lode . Si vede da tutto il suo 
libro che in mezzo all' opposizione delle opinioni ed al 
malcontento, egli non ha mai cessato di amar la sua pa- 
tria tale quale egli 1' ha trovata nel corso della sua vita 
politica, e di appassionarsi per essa . Sicché l'animo dell au- 
tore dee guadagnar favore allo scritto nel quale regna 
d altronde un senno tranquillo, e che trae grande interesse 
dalla natura degli avvenimenti che vi son narrali, princi- 
palissimi nella storia d' Italia , e non ultimi in quella 



i'-7 



«leir Europa de' nostri tempi. Vi si vedono rappresentate 
da un lato le mire personali de' nuovi dominatori, e l'ar- 
roganza di una prepotente influenza straniera; dall altro i 
vantaggi delle nuove istituzioni, e di una legislazione più 
ragionata; e la cancrena prodotta nel corpo dello stato da 
lunghe, e invecchiate malattie sociali , e la ferocia senza 
virtù vera, e la potenza delle abitudini, e i vecchi errori 
messi alle prese coi nuovi vizj e colla fortuna. Vi si tro- 
vano anche dei buoni materiali per lo schiari mento del 
problema forse il piiì difficile, e insieme il più essenziale 
in politica, quello cioè delle innovazioni. 

Le parti le più rilev?^ntl di questo libro ci sono sem- 
brate essére il ragguaglio dell'amminislr^szione del regno sotto 
Giovacchino osservata severamente ma a fondo, e la pittura 
del cai^attere inconsistente di questo principe, al quale si deve 
attribuir tanta parte de' suoi cattivi successi. Anche la spedi- 
zione militare nell Italia superiore nel iSif è raccontata eoa 
accuratezza^ e contiene de' nuovi f;itti che possono rettifi- 
care le relazioni che se ne avevano. Finora non vi ò di 
pubblicalo che il primo tomo, il quale finisce coli' anno 
18 14. La guerra del j8i5 formerà 1 argomento del se- 
condo tomo^ che sarà il più importante perii soggetto, e 
per ciò che si referlsce direttamente all' autore , e alla di 
lui giustificazione . G. G. 

ACCADEMIA DEI GEORGOFILl 
Adiinaza ordinaria del di 9 giugno 1^21. 

U agricoltura dei Giudei desunta da Isaja fu il sogL;;etto 
d'una thuta memoria di cui il sig. Dirctt. Cav. Fa])hi oni fece 
lettura. Ben^.! non dal solo Isaia , ma ancora d;)2;li altri sacri 
hm\ , come pure diu jiiu msigni scrittori s;icri e protain aveva 
egli con vasta erudizione ricnv^to le molte e ciiriose notii:ie, che 
egli produsse, concernenti più o meno da presso il sui» soggetto. 
Il numero e la forza di quella popolazione, reslensione del paese 
che ella passò ad occupare dopo l'emigrazione dall' EL^itto , la 
natura e la fertilità del suolo, le specie di j.iante che vi si col- 
tivavano, i sistemi e le pratiche agrarie che vi erano in uso, gli 
f-trumenli che vi 3' impiegavano^ la quantità di seme che fi spar- 
geva sopra una data estensione di terreno , il prodotto che se 

T. ni: Lu^Lo 12 



178 

ne otteneva , le mr^ure di superficie e di capacità, il valor delle 
terre, il prezzo dcg'i aflitLi , sono alcuni d-^ d.iti che il dotlo 
accademico dilucidò colla scorta d'autorità irrefratjabili . 

Accennò di quali fra i prodotti dell'agricoltura facessero i 
Giudei attivo commercio , mostrando splendide prove della rie- 
ehèzz:ì die questo e quella diffondevano sulla nazione nel lusso 
delle vesti ed in ogni genere di magnificenza . 

E poicliè di tanta grandezza e di tanta prosperità potreb- 
he far dubitare i meno istruiti 1' infelice attuale stato di quel 
yaese 5 rammentò quanto concorressero a ridurvelo Nabucco, 
Antioco, Poaqieo , i Giudei stessi, Tito, Oinar, B ^uillon, Sa- 
ladino , e Selim . 

Il sig. Profe5SOT Taddei trattò dell' illuminazione per mez- 
zo del gas cbe potrebbe copiosamente ricavarsi d<« varie sostanze 
«grasse , oleose , ed infiammabili e specialmente dai semi del lino, 
dalla pece resina e dal sego, proponendo d'applicarne l' uso qui in 
Firenze all' illu ninazione di quattro "pubblici stabilimenti fra loro 
poco distanti , cioè deìl' Arcisj)edale di Santa Maria Nuova , e 
dei tre teatri, della Percola, Nuovo, e del Cocomero. G. G. 

S(;iE?:ZE NATUR\T. T Ossrri'az'onì sulle correnti, e g// a- 
niììicdetti del mare delibi Oroenland di Gid'elmo Scoresby il 
giovane ili Una letiera al profei,sore Jurneson . Estratto d «gli ^n- 
iiali di viuggi di Mallebnnn. 

Btn ]>oebi casi si s.m di^i, n-^i qu^li tra le più piccole o- 
^^ere della c! v;?ìzi'^)n!' , io sia rimisto tanto oiuravigliato come lo 
lui nel ved re niigliaia d' aniiiioletti in un mare sempre rieo- 
rjoperto di gbiacci, esporto ad tini t* rnperalura media di quindici 
gradi soft) il g'f^lo, e s )g|j;etlo (almeno in certe occasioni) ad 
a""biacciarsi in tutti i mesi deli' anno. 

Il di 29 e 3o d jUo scorso luglio trovandoci noi attorniati 
da immensi bandii di gbiaccio , e })oco lontani dalle coste dtlla 
Groenlandia oceid 'utale, alquanto al settentrione di quella parte 
die fu scoperti la prima da Arrigo Hudson nell'anno 1607, os- 
servammo nel mare alcuni interessanti fcnooieni . Una singolar 
corrente sujjei ticiale , die non giungeva die a poclii piedi di 
])rut'ondità, ridiia'Tjò d.rpprifOia la mia attenzione. Per mezzo del- 
l' azione di essa XvM'i j piò minuti pezzi di ghiaccio , ò.t\ una 
grandissima quanlilà de'tjuali eravaro.) eircondati, con una ce- 
lerità mair!j;iore di un miii'i^ 1' ora venivano trasi)ortali veisìil 
settentrione. JMa quei pezzi di ghiacciò die avevano otLo o di"Ci 
piedi, o più di gross<'zza n.>\\ rÌL\"vevano ahum visibile imjiolso. 
per conseguenza «pse' massi di ghiaccio all' intorno , e tutti <[tieì 
•]>ezzi di' eri.no di un gran volume sembrava cbe rinK(n;;ssor<» 
j)erfettamente immobili; il camolino delle navi n'era poehisf.i- 
ino inpedit) , quaed » paragonavasi con i grossi pezzi di gidacci ». 
Ma riìpcUo iii picijtìii pc;^*.i la deriva uppurcuic era- di due o 



'79 

ft'e nodi; perciò ìa n^ve era percossa dai colpi raddopjpiciti dei 
piccoli pei-zi di £»jiiaccio portati via dalla corrente ; ed il suo 
cammino ne veniva ad esser molto rallentato. Era molto straor- 
dinaria questa corrente parziale, perchè accadeva in tempo di 
una bonaccia, die durava da due giorni in poi. 

Noi tacemmo molte largUe nella medesima situazione rela- 
tivamente a questa corrente , ed in un acqua che mostrava al- 
cune jnolto straordinarie apparenze. Scorgevansi sulla sua superficie 
nlcune gran maccliie e d^'lle grandi striseie di un giallo verda- 
stro, le quali avevano l'apparenza di un meseuglio di fior di 
zolfo e di senapa . Ogni volta che la nave passava a traverso 
a quest'acqua, separava qut^ste macchi^ o strisce, che più non 
si riunivano ; questa circostanza provava clie la materia che dava 
il colore era aifftto superficiale; e dubitando ch'ella fosse di na- 
tura animale, feci attingere uua certa quantità di quest' acqua 
colorita , e nell' esaminarla col microscopio trovai che conte- 
neva una immensa quantità di animaletti, la maggior parte dei 
quali era di una sostanza di color giallo limonato; la farina di 
essi era globulosa ; apparivano suscettibili di pochissimo molo, 
eccettuatane una parte che pot(;va formare un quir»to del tolale 
che era in una azione continua. Vedjdi alcuni di questi piccoli 
animali avanzare per mezzo di un lento moto di rotazione di 
un centottantesimo di pollice j>er secondo ; ed altri che giravano 
in tondo con una notabile celerilà . Ma il moto progressivo dei 
più. attivi , per quanto distinto e rapido potesse comparire, sotto 
un microscopio che molto ingrandisce^ era in realtà estremamente 
lento ; poiché, in tre minuti non oltrepassava un poiiice. In pro- 
porzione sarebbero abbisognati i5i giorni per attraversare un 
miglio nautico. Si crede generalmente che W conciar aiutato da 
un vento favorevole p<jtrebbe fare volando il giro del globo al- 
l' equatore in una settimana alT incirca . Questi animaletti nel 
mare in bonaccia non metterebbero a valicare questo medesimo 
spazio meiso di 8905 anni . 

L' immenso numero di essi e l'eccessiva loro piccolezza sono 
circostanze di un raro interesse ehe l'esame mi ha fatti) scuo- 
prire in questi animaletti . In una goccia d' acqua osservata con 
un microscopio che ingrandiva le superfìcie 28,224 volte erano 
cinquanta, l'un per l'altro in ogni quadrato di un micrometro di 
ghiaccio di un centottantesimo di pollice di diametro. Ora siccome 
quella gocciola d'acqua occupava sul portoggetti 529. di quei qua- 
drati^ vi dovevano esser dunque 26,4^0 di questi animaletti in 
quella sola gocciola d'acqua presa a caso sulla superficie del mare; 
ed in un luogo dove l'acqua non era delle più scolorite. Quindi con- 
tando sei gocciole per un^i dramma (tre denari) si dovrebbe trovare 
in un gallone di (piest* acqua (che contiene cinque pinte di Fra!i- 
eia) un numero tale di questi animaletti, che superasse il doppio 
della popolazione del globo . C >nic sono lijnitate i' iilee dell' vu>- 



i8o 

ino ret^potti va mente alla iiamerazione ! Quale idea ciò dar ci 
debbo deile inaravij^lie della creazione nei più piccoli oggetti, 
allorquando noi vediamo che più di 36, ooo aninali vivono , tro- 
vano il loro sostentcì mento, e si inu ivono a loro h di' a »io, senza 
nuocersi tra di loro, dentro una sola goccn>la d acqua ' Il dia- 
rnelrodelpiù grand*^ di questi animaletti non era cbe » pollice; 
e quello di molti infra loro non era che di un i 2ooo sola- 

mente . L'armata che Bonaparte cond isse in GoooRussia nell'anno 
i8«2 è stata stimata di 5!)o,ooo uouiini ; ella avrebbe occupato 
uno spazio di centosei miglia e mezzo d' Inglnlterra melteudojli 
a due file, e f;icendo occupare ad ogni coppia due piedi e tre 
pollici. Un egual numero di questi animaletti dispof^ti egual- 
mente a due ti le, ed in modo che si t'^ceassero non avrebbero 
occupato che due piedi è cinque pollici e sei linee. Un mare, 
un oceano abbisogna ad una balena per trovarsi a suo bell'agio. 
Più di cento cinquanta fnillioni di (juesti animaletti si trovereb- 
bero al largo in un bicchier d' acqua . 



Correzioni al VI. Di'^crrso 
Fasci e. X\ III. 

■pag. r)3o V. 6 
E due ragioni di serie si distinguevano: 

delta, V. 2() 
Iia dipoi avuto in commerico 

pag. 534 V. i4 
spogl lavasi a -mano a mano il pestello 

pag. 535 V. '21 
E adop;ravasi per colorire in fresco: ciò 
che non era concesso di fare col!' az- 
zurro delia Magna ne coir oitramari- 
no, insofferenti della calce 



pag. 537 Mj 2 
esso odoperossi misto al bianco di calce 
nei freschi; 

pag 541 V 20 
u' ebbe de' vagiii anziché de durevoli 
colori, così non ne avesse ec. 
pag. 543 V. 21 
soniniinlstniio il fendente dell* ossido 
rt' oro nel precipitato che ne risulta. 



sulla Pittura degli antichi . 
pag. 52 1 e segg. 

E due ragioni di ocre si distiiiguevaif 

ha dipoi avuto in commercio 

spogliauasi a mano a mano il pastella 

E adoperatasi per colorire in frese ot 
ciò die non era concesso di fore 
coti' azzurro della Magna insoffe- 
rente della calce ; ne coli' ollrama- 
rino temperato nel modo che allora 
si iisdi^a . 

esso adoperossi Misto a un certo hian- 
co di calce, detto bianco sangiovan* 
n i, ut' fi escili; 

il' ebbe de' i'aghi anziché de' durevoli 
colori. Così non ne avesse ec. 

somministrano il fondente dell' ossido 
d' oro nel precipitato elicne risulta 



Correzioni da farsi air art. ^Elogio di Ennio Quirino Visconti, 



Pag. 4.^9 V 



4 il di 3i 
jZj7 V. 6 Ictiure 
'\'j6 V. 4^ ■^^ scrivono 



il di 3o 

lettere 

vi si scrivono 



OSSERVAZIONI 

METEOROLOGICHE 

FATTE NELL' OSSERVATORIO XIMENIANO 
DELLESCUOLEPIE DIFìREWZE 

Alto sopra il livello del mare piedi 2o5. 
GIUGNO 1822. 



rmoE^^sssBBmm 



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3 



Ora 



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1 




va 
Ci 





Stato del cielo 



6 



4, 



7 mat. 
mezzog. 
( I sera 



poli" Un. 

28. 3,4 
28. 3,1 
28. 3,0 









19^0 


20,0 


20,8 


22,2; 


21,3 


i9'7 



79 

Ò7 

79 



7 mat. 
mezzog. 
1 1 sera 

7 mat. 
mezzog. 
1 1 sera 



28. 
28. 



3,2 

3,4 



28. 
28. 
28. 



0,0 



2'9 



7 mat. 
mezzog. 
1 1 sera 

7 mat. 
mezzog. 
1 1 sera 



28. 

28 

28. 

^8~ 
28. 
28. 



•^.9 
2,6 

2,7 

2,5 

2,0 

2,0 



7 mat. 
mezzog. 
1 I sera 

7 mat. 
mezzog. 
I I sera 



28. 
28. 
28. 



Ij9 

^7 
1,5 



28. 
28. 
28. 



1,4 
1,1 



Scir, 
Po- Lib 

Scir; 



Sereno. Ventic. 
Sereno, nuv. Ventic. 
Sereno. Venticello 



19,0 


16,8 


87 




Scir. 


21,0 


22,2 


1'^ 




Tr- 


.21,7 
2 1,9 


21,7 
197O 


74 
82 




Os.Sc. 




Ostro 


22,7 


22,2 


67 




Ponen. , 


22,2 


21,3 


75 




Os.Sc. 



S'eretto. Calma 
Sereno. Calma 
Sereniss. Venticello 



20,8 

22,6 
21,9 


19,5 

23,9 
^9^5 

r8,8 
22,2 

^9>1 


84 

71 
85 

■87 

75 
87 




Scir. 

Po.Lib 

Po.Lib: 


20,4 

21,7 
2 1,9 


Scir. 

os.Lib; 

Scir. i 



Sereno. Calma 

Ser. con nuv. Ventic. 

Sereno. Venticello 

Sereno. Calma 

Ser. con nuv. Ventic. 

Nuv. Ventic. 



Sereno. Calma 

Ser. con nuv. Ventic. 

Ragnato. 'Venticello 



i9'5 


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20,8 


21,3 


76 




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92 




20,4 


21,7 


81 




21,7 


20,8 


82 





Scir. 

Ponen. 

Scir. 

Scir. 

Ponen. 

Os.Lib 



I Nuvoloso. Calma 
Misto, Calma 
Nebbioso. Vento. 



Ragnato. Calma 
Ser- con nuv. Calma 
Sereno ncb. Vento. 



o 

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1 


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Stato del cielo 



8 



7 mat. 
mezzog. 
1 1 sera 

7 mat. 

mezzog. 

I I sera 



28. 
28. 
28. 



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28. 
28. 
28. 



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20,4 


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82 




21,7 


22,6 


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21,3 


20,8 


82 




19^9 


19^0 


9^ 




2 1^9 


21,3 


81 




21,3 


20,4 


61 





Scir. ' 
Po. Lib 
Ostro 



Sereno Calma 

Ser. con niiv. Calma 

Ser. nettiss. Ventic. 



Se. Lev 

Lev. 

Scir. 



Ser. neb. Calma 
Ser. con nuv. Vento 
Nuvoloso. Ventic. 



IO 



II 



7 mat. 
mezs^og. 
I I sera 



7 mat. 
mezzog. 
1 1 sera 



28. 
28. 
28. 2,0 



1,0 
1,2 



28. 
28. 

28. 2,5 



2,0 
2,4 



20,8 

2i?9 
22.2 

20,4 
22,2 
21,3 


29,5 
21,3 
21,3 


9'^ 

77 
86 

83 

77 
87 




Tr. 

Lib. 

Lev. 


'9?5 
22,2 

21,3 


Scir. i 
Tr. 1 
Se. Lev 



Ser. neb. calma 
JXebbioso. Calma 
Sereno. Venticello 

j Sereno. Vento 
Nuvoli rotti. Calma 
Sereno. Venticello 



12 



!x3 



7 mat. 
mezzo". 
I I sera 



28. 2,1 

28. 2,3 

28. 2,0 



7 mat. 128. 1,7 
'28. 1,5 



mezzog. 
I I sera 



28. 1,5 



[ I 7 mat.' 
14 mezzog. 
I 1 1 sera 



I7I 
1,0 



i5 



7 mat. 
mezzog. 
1 1 sera 



28. 
28. 

28. 0,8 

28. 0,6 

28. 0,4 

28. 0,2 



i9?9 

21,9 
21,3 

204 

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21,3 
22,2 
22,2 

20,8 
22,4 
23,0 



20,4j 

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20,8 



20,4 

22,2 
12,4 



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20,4 

22,6 

21,7 



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22,6, 
23,5 



16 



7 mat. 


mezzog. 


1 1 sera 


7 mat. 


mezzog. 


1 1 sera 



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22,6 

21,3 
22,6 

21,3! 



92 

81 

78 

SS 

76 
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85 

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87 
88 
69 

77 



,1 I 7 mat. 
i8| mezzog, 
I I sera 



7 mnt. 
mezzog. 
I I sera 



^9 



28. 
28. 
28. 



2, f 

2,1 

2,2 



28. 0,3 
27. 11,9 
27. 11,8 

— Bllllll—l 



Scir. 

Maest. 

Pon. 



Ser. con neb. Ventic. 
Nebbioso. Calma 
Sereno. Ventic. 



Se. Lev 
Po.Lib 
Lib. ^ 



jScLev 
Lib. 
Os.Lib. 

iScir. 
Os.Lib 
Lib. 



Ser. con neb. Ventic. 
Sp. di neb. Ventic. 
Sereno. Ventic. 

Ser. con neb. Calma 
Sp. di neb. Ventic. 
I Sereno. Ventic. 

[Ser. con calig. Calma 
Ser. con neb. Ventic 
^ ereno. Venticello 



. 20,8 
22,2 
22,2 

20,8 
22,6 

22,2 


18,8 
22,2 
22,2 


87 

7^ 
7^ 




19,0 

23,0 

II, 3 


87 
75 
91 





iSc.Lev . 
Os.Lib' 
I Po. Lib 

iLibl . 

Po.Lib 

Scir. 

(Gr.Le. 
Po.Lib 
Lil>. 

Gr. Tr. 
Os. Lib 

Lib. 



Sereno, calig. Calma 
Sereno. Vento 
Sereno. Ventic. 

Ser. con neb. Vento 
Ser. co* nuv. Vento 
Sereno. Ventic. 

! Sereno calig. Calma 
Ser. e n nuv. Vento 
(Sereno. Venticello 



Sereno. Neb. Calma 
Seren !. Calma 
Ser. neb. Ventic. 



Ora 



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Stato del Cielo 



20 



21 



7 mat. 

mezzog. 

I I sera 

7 mat. 

mezzog. 

1 1 sera 



27. 
28. 
28. 



22 



7 mat. 

mezzog. 

1 1 sera 

7 mat. 
23! mezzog. 
1 1 sera 



28. 

28. 
28. 

28' 
28. 
28. 

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28. 
28. 



11,8 
0,0 
0,0 

0,6 

0,8 

1,4 



21,7 
22,8 
22,6 

21,3 

22,8 

23,0 



20,4 

22,6 

21,7 



1,4 
2,0 



2,0 
2,0 

2,0 



V^7 

20,5 
22,6 

22,21 
24,6' 
23,0 ! 



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2 3,0 

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24,8 
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74 


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1 65 


1 



Lib. iSer. con neb. Ventic. 
Po.Lib Ser. con nuv. Vènto 
OstSc. Sereno neb. Calma 



Sereno Ccilig. Calma 



i Scir. 

Po. Lib Sereno. Venticello 
Lev. Sereniss. Ventic. 



7^ 

65. 

j 62 


' 791 1 

72 1 

; 72 . 1 



Scir. j Ser. C^dig. Calma 
Ostro iSer. beliss. Calma 
Scir. Sereniss. Vienile. 



24 



f' 



7 mat. 

mezzog. 

1 1 sera 

7 mat. 

mezzog. 

1 1 sera 



128. 
28. 
28. 

28" 
28. 
28. 



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1,8 
1,5 



1,3 
1,0 

0,3 



23,5 

24,8; 

20,8' 

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22,2'! 



21,7 

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74 
67 




22,8 
24,6 


84 

7^ 


1 


23,0 


72 





Lev. Sereno. Ventic. 
Po.Lib Sereno. Calma 
Pp.Lib Sereno. Caijna 

Tr. Sereno. Calma 
Maest. Sereno, calma 
Ostro Ser. con neb Ventic 



Se. Lev iVe})ì)ioso. V*^ ntic. 
Tr. Ser.con nuv. Calma 
Lib. Nebbioso. Veniic. 



26 



27 



7 mat. 
mezzog. 
1 1 sera 



7 mat. 

mezzog. 

I 1 sera 



28. 

28. 

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28. 
28. 



0,8 
0,5 
0,8 



0,6 
0,5 
0,1 



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22,6 
20,4 

20,4 1 
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57 


1 

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1 
1 



Tr. Sereniss. Ventic. 

iTr. Gr. Ser. con nnv. Vento 
, OsScir Sereniss. Vontìc. 

Se. Lev Ser. con neb. Calma 
Lib. Ser. con nuv. Calnìa 
Os.Lib Ser. cou neb. Calm;5 



28 



29 



7 mat. 
mezzog. 
1 1 sera 

7 mat. 

mezzog. 

1 1 sera 



28. 
28. 
28. 

28. 
28. 



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1,5 
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55 





Gr. Tr. 

Gr. 

Gr.Tr. 

Se. Lev 
Se. Lev 
Gr. Le 



Ser. con neb. Vento 
Ser. con nuv. Vento 
Sereniss. Vento 



vSereno. Calma 

Ser. con. nuv. Calma 

Sereno. Calma 



3o 



7 mat.* 

mezzog. 

1 1 sera 



25. 
28. 
281 



0.9 
1,0 I 

1,0 



20,4 

2 2,2 

21,0 



18,7 


67 




22,4 


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20,9 


82 





Sc.LevjSfr. con neb. Calma 
Po. Lib Ser. con nuv. Calma 
Scir. I Sereniss. Ventic. 



i»TinB?faBBaESjaaM3EuaaEagJMBgt8ffia 



FENOMENI 

DÌ 
VARIO GENERE 



4 Temporale con lampi e tuoni ma pochissima acqua. 

5 Nuovo temporale. 

9 Sulla sera è lampeggiato a scirocco. 
i5 Sulla sera è lampeggiato a tramontana. Nella notte verso le 
ore due si è suscitato un furiosissimo vento^ il cielo si è coperto di nu- 
bi assai minacciose^ ma ben poca è stata V acqua caduta . 

Sommo è stato il caldo che si è sofferto dalla metà del mese in 
poi. In alcuni «giorni il termometro anche nelle abitazioni interne ri- 

A. O 

volte a settentrione e ben custodite è giunto oltre i 24 gradi . Nel giar- 
dino detto dei Semplici è salito ai 28 gradi a mezzo , quantunque espo- 
sto al nord e in faccia ad un muro tutto rivestito di piante. Quello 
deir osservatorio nei giorni 23, 24^ e 25 alle due pomeridiane passò i 
J.G gradi ; ma trasportato in luogo più libero e aperto, ove potesse più 
veramente sentire F effettivo grado di calore dominante nella più gran 
parte della città, oltrepassò i 29 g"radi, benché a sufficienza difeso dal 
colpo immediato dei raggi si diretti che riflessi del sole. E sull'alto 
del campanile del Duomo, ove venne tenuto per qualche tempo so- 
speso esteriormente in modo che potesse ondeggiare nelF aria dalla 
parte delF ombra segnò i 28 gradi e mezzo . 



CONDIZIONI 

DELL' ASSOCIAZIONE 

PER U ANTOLOGIA. 



s 



e ne pubblica ogni mese un fascicolo non minore 
di 10 fogli. Tre fascicoli compongono un volume; ed 
ogni volume è accompagnato da un indice generale delie 
materie . 

Le associazioni si prendono dall' editore G. P. 
Vieusseux , non meno che presso i principali librai 
deir Italia e dei paesi estèri, ai quali verrà accordato il 
consueto ribasso . 

Il prezzo da pagarsi anticipatamente è 

per la Toscana di L. 36 Toscane per i anno )f. ,. 

*^ a ^ i- ' (iranco di 

IO per o mesi > 

* o • V porto 
9 per i mesi > ^ 

^ I i. • • T* 1- ) C franco di' porto si- 

perle altre provmcie Italiane f^ o/?> r • j 11 

^ * t^ 1 r» • I>tr, 3 o suo ai contini della 

e per tutta la Germania v /rr. 

^ j \ì oscana. 

per la Francia / |. f^ compresa la francatura che si 
^ la Svizzera v * paga in Torino per i detti paesi. 

La collezione dell' anno 1821, cioè i primi 12 fa- 
scicoli, viene rilasciata col i5 per cento di ribasso 
^pra i prezzi suddetti . 

I libri , le lettere, e plichi devono essere rimessi 
frandii di porto , 



INDICE 

DELLE MATERIE 
CONTENUTE NEL PRESENTE QUADERNO 



Discorso Riedito di JYiccolò Macc^kiavcllì^a^. ^ 

Del modo di rendere utile T istruzione elementare dei po- 
veri. Filandro „ io 
Discorso recitato nella società Colombaria dal Prof. Gazzerii 27 
Inda{];ini e notizie raccolte dalla Società Americana di an- 
tiquaria ^' j> 4' 
Viaggio di Polyclete o lettere romane del Baron di Tlieis. M. 55 
Osservazioni sull'agricoltura toscana del Dutt. Chiarenti. 

É. Rcpettì. „ ' 72 
Monumenti dell' architettura antica. Lettere del Cv*ute Na- 

pione. Estratto del Conte Cicognara. ,^ 84 

Commento delia Divina Commedia di Dante Alighieri- scrit- 
to da un anonimo inglese, e pubblicato in qiiest' anno a 
Pisa. A. Benci „ io3 

Appendice critica , in risposta alla lettera scrìtta dal Cav. 

Monti al Cav. Tambroni, e inseriti nel giornale arcadico. 1 15 

A- Benci „ ' 
Elogio di Giulio Perticari. A. Benci „ i3o 

Seconda lettera al March. Ridolfi. - Pf'^f' Baccelli „ 14.7 

Osservazioni sopra una lettera del prof. Baccelli. 

Cai'. Leo. Nobili „ i55 
Willi di Luigi Ciampolini. U. L. „ i^n 

Ptugguagli diversi geografici, e di scienze naturali. Repetti ,, 161 
Memoria sul genere Musa, dell' Àvv. Colla O. T. T. 167 

Testamento di Lemmo di Baiduccio, pubblicato dal Dott. 

L* Rigoli. G. A. „ i^i 

Prose e rime inedite d' Orazio Rucellai, di Tommaso Buo- 

navcMtura ed altri. Z. „ 178 

Memorie intorno alla storia del regno di Napoli dair anno 

i8o5—i8i5. del T. Generale Pignatelli Strongoli. G.C. ijS 
Accademia de' Georgofili. Adunanza dei dì 9 Giugno. i8>.2. 

Gazzerì ,, 177 
Osservazioni sulle correnti e gli animaletti del mare della 

Groenlandia. „ 178 

Tavole metcorolo«giche per il mese di Giugno. 



MWWIWHIMia BBa 



ananm^m 










Jxx 
'xx 

l><X 



XX 



ANTOLOGIA 



GIORNALE 



DI 



SCIENZE LETTERE E ARTI 



n; XX. 



AGOSTO 



18^2 



FIRENZE 



AI. GABINETTO SCIENTIFICO E LETTERARIO 



DELL EDITORE 



G. P. VIEUSSE ex 



^ 















*/^#i*.ir 



Ras2i£««SE»:/.iìi£Mexgt? 



PROSPETTI B* ASSOCIAZIONE 



U n allievo del P. Celestino Massucco delle S. P. Professore emerito della Ikt 
Università dì Genova , ove ha insegnato per 26. anni la Rettorica , ha raccolti 
alcuni de' suoi Sciolti^ altri stampati in varie occasioni, e in Genova, e altrov*»; 
altri del tutto inediti, e bramoso di farne un corpo ha intrapreso a pubblicarli 
coi "nostri torchi . Si è desta in lui questa idea non solo da una grata riconoscenzal 
verso il vecchio suo maestro, ma dal sapere altresì, che qiuislì Sciolti non furonéc 
disprezzati dal Paiini, e dal Cesarotti, e che il leggiadro Lahindo, in una cait#^ 
zone già più volte stampata , parla cosi del Massucco 

É Massucco dalla greca 
Fantasia di Sciolti fiìbhro 
Pieno il petto , e caldo il labbro 
Di poetico furor 
La maggior parte di questi Sciolti è diretta ai più illustri personaggi di 
Genova, cosicché gli amatori delie cose patrie non debbono averli discari, poi», 
che rammentano loro epoche le pili gradevoli. La lingua è pura , ma chiara; Itf. 
stile è pieno di verità, non con altissimi voli, ma con bastante decoro. 

L' edizione ne è già cominciti ta in 18.' di curta velina , con caratteri uguali 
a quelli del pubblicato Programma, con nitidezza e buon garbo, in un volume di 
circa IO. fogli. A comodo dei cotfipratori se né a^re un'associazione, che non 
dee per altro durare, se non dalla data di questo prospetto sino al giorno i3. 
del p. V. mese di ottobre 1822 . Il prezzo per li sigg. Associati sarà di 2 fraiÌ^ 
cbi; per tutti gli altri fr. 2 e mezzo. 

Le associazioni si riceveranno in Genova a questa stamperia dei fratepi 
pagano, e dai sigg. libra j Gravier, Frugoni, Ferrando, e a Savona dal signor 
Clemente A Marca» Nelle altre città d' Italia dai distributori di questo manifesto. 
Chiunque ne prenderà dieci copie, ne avrà una di più in regalo . Le spese del 
porto e dei dazi resteranno a carico del compratore . 

Genova 7 agosto i8i2. 

Lì Fratelli PAGAìNfO, stampatori. 

Iliade d* Omero volgarizzata da micheib Lsoyi. i 

Quest'opera si darà in luce, canto per canto, insieme con uno de* subli^ 
disegni di FLAXIMAN, ritratti dal sig. GOZZINI, e inciii a contorno dal sig. L^ 
SINIO figlio, amhidue di Firenze ed artisti di nota perizia ed esattezza. ^ 

Il prezzo di ciascun canto, compresa la stampa in rame, è determinato! 
una lira e mezza d' Italia , '. 

Per comodo degli associati (i quali saranno descritti in fine) se ne pubbl| 

cherà uno ogni mese, incominciando in ottobre; e più sollecitamente, se si potiJ 

I ventiquattro canti comporranno due volumi in 8.* grande, carta real-Gé 

e caratteri nuovi. . 1 

I concorrenti pagheranno al riceverne i quaderni, e potranno sotloscrivcil| 

presso i principali librai d' Italia . J 

Panna i. agosto 1822. | 



ANTOLOGIA 



N. XX. Agosto 1822, 



SCIENZE MORALI E POLITICHE 

Lettere scritte d' Italia dal sig. Chateauvieux al 
sig. PiCTET. Ginevra 1820. 

Al desiderio manifestato dall' editore dell' Anto- 
logia nel I. articolo ( Tom. VI. p. 20. ) che da qual^ 
che amico della verità venisse rilevato ciò che lV i- 
nesatto contenevasi nelle lettere scritte d' Italia dal sis>. 
Chateauvieux, lettere d' altra parte non prive d' in- 
teresse e d'utili notizie per gì' Italiani^ ha latto plauv^o 
gentilmente un lettore del nostro giornale con le se- 
guenti osservazioni relative alla città di Volterra, pre- 
sentata sotto un punto di vista assai sfavorevole dallo 
scrittore francese . 

Volterra non può sottoscrivere al giudizio del sig. Cliatcau- 
vieux , il quale ce la dipinge come un ammasso informe d' antiche 
rovine , e come il tetro soggiorno dell' ombre e della morte . 
Questa pittura , comunque incarnata con i più vivi colori della 
poetica fantasia dell'autore, non potrà certamente illudere co- 
loro che sono stati sulla faccia del luogo , e che ne portano 
impressa nella mente una immagine tratta dal vero , e tutla 
opposta a quella del sig. Chateauvieux. Ma in favore di quelli 
che non conosono la località, e che potrebbero innocentemente 
esser indotti in errore dal ritratto che ne fa quest' autore ima- 
ginoso, è necessario che si rettifichi o piuttosto che si cancelli 
la fallace dipintura per formarla di nuovo. E qui gioverà brc- 

r. VIL J^osto i3 



veniente ayvertire che T immaginazione troppo viva è sovente 
capace di fare aberrare anemie le persone che cercano il vero 
di buona fede , e che non hanno intenzione d'ingannare altrui, 
nia restano ingannate esse medesime, e travedono, perchè preoc- 
cupate da un sistema generale d' osservazioni pregiudicate , a 
cui pretendono legare ciò che realmente non vi si può riferire: 
e questo è uno dei motivi p.-rchè , in tanta varietà cji viaggi 
scritti , pochissimi sono quelli che sono veri in tutte le loro 
parti, e che pongono le cose nel vero punto di vista. Ma per 
ciò che riguarda Volterra , ecco i principali errori del signore 
Chateauvieux , e le loro risposte. 

I*. L'autore asserisce che Volterra è paese d' aria malsana ► 
Pochi sono i paesi in Toscana che godano d' un aria più pura 
più elastica e più atta alla respirazione e alla vista, che la città 
di Volterra. La longevità generale de' suoi abitanti ne fa fede; 
e si ripete ancora il detto dell'iinmortale Leopoldo .- chi respira 
qucst' aria non do^'rehbe nj.orir giammai. Secondo le ultime 
livellazioni del eh. P. Inghii-ami, 1' altezza barometrica di Vol- 
terra presa dalla piazza di S. Michele presso il collegio delle 
scaole pie, è di 266 tese francesi sopra il livello del mediter- 
raneo . Da ripetute osservazioni meteorologiche di confronto 
resulta che il massimo freddo di Volterra è di un grado suoe- 
riore a quello di Firenze, e all' opposto di circa quattro gradi 
inferiore il massimo caldo. I venti che vi spirano più deg'i altri 
sono quelli del sud e dell' ovest ; nell' estate è rinfrescata da 
venticelli terrestri e marittimi» 

11°. Secondo V autore gli abitanti di Volterra son pallidi come 
le ombre , destinati ad una breve vita , e campagnoli per la 
maggior parte. . ^ 

Premettendo che Volterra conta ana numerosa nobiltà ugual- 
mente antica che illustre, un Vescovado, un Capitolo, un Col- 
legio, e un gran numero di Ecclesiastici, di artisti, d' impiegati 
civili ec. lo che falsifica 1' ultima asserzione dell' autore , essa 
conta pure una popolazione attiva , intelligente e robusta. Quan- 
to alla longevità degli abitanti gioverà riportarsene a ciò che ne 
scrisse il sig. D. Antonio Raikem medico condotto di quella città 
nella sua memoria sul Tifo contagioso degli anni 18 16- 17 stam- 
pata in Firenze nel 1818. Dalle di lui osservazioni e dallo spoglio 
dei registri di nascita e di morte delle tre cure della città , 
resulta i.° che la vita media a Volterra è di 27 anni e 7 mesi, 



i83 

più gl'amie per le donne clie per gii uomini in ragione di 3a 
anni e un mese a 24. anni e io mesi . 'jP. Che la proporzione 
fra la mortalità e la popolazione è di i a 33. 3*^. Che vi si con- 
tano 3o individui sopra cento che oltrepassano i 60 anni. 

III. ,, Volterra, dice l'autore, questa capitale del medio evo 
si è separata nella sua solitudine dalle contrade che rinunzia- 
rono ai costumi dei loro antichi e al rispetto del passato.,, 

E vero che i Volterrani serbano molto rispetto per i loro 
illustri antenati, e custodiscono con religiosa venerazione i pre- 
ziosi monumenti dei loro antichi . Ma indipendentemente da eia 
non sono estranei alla moderna cultura ed ai raffinamenti delU 
vita sociale, che a Volterra si sono introdotti del pari che nel- 
r altra città della Toscana. Il Casino, il ridotto delle stanze^ 
un nuovo magnifico teatro, 1' accademia letteraria ripristinata, 
una scuola di bell'arti, un istituto per la gioventù, gli abbelli- 
menti della città e dei pubblici passeggi, lo attestano chiaramente,.. 
D' altra parte Volterra gode di una t'elice centralità che la pone 
ili relazione colle primarie città dello stato. Essa è distante i(i 
miglia da Colle, 21 da Samminiato , 3o da Siena, 33 da Pisa, 
33 da Livorno, 4^ da Piombino, ^o da Pistoja , e 39 da Fi- 
renze. Per questo lato nulla più le manca per divenir floridis- 
sima , che una strada per Livorno lungo l' Era , di cui pende il 
progetto, e un' altra per Massa che diverse comunità hanno già 
cominciata, ed altre sono pronte a proseguire. 

IV. ,? Gli abitanti di Volterra, aggiunge l'autore, scoraggiti^ 
dall'aspetto di tante rovine non pensano neppure a salvare le 
proprie abitazioni dalla sorte che le minaccia, e aspettano con 
rassegnnzione il flagello periodico con cui la natura viene a 
decimarli ogni anno.,, 

Le case di Volterra sono per la maggior parte ben fab- 
bricate, e non solo conservatje, ma migliorate ed abbellite gior- 
nalmente . L' aumento del loro intrinseco valore e di quello del- 
le locazioni mostra apertamente l' incremento della popolazione 
e del commercio. \J industria vi progredisce sì nelle manifat- 
ture (di cui è stata creata anche un utile intrapresa nella casa 
di forza) còme nel lavoro degli alabastri, che eseguiti con mag- 
gior degenza di disegno e di gusto , le assicurano un ramo di 
commercio vantaggiosissimo. Il suo Conservatorio di Educande, 
il seminario, e il collegio godono di un credito meritato, che vi 
la accorrere una numerosa gioventù dalla Toscana e dall'estero/ 



y >«4 

V. ,, Dall' alto bielle torri di \ oUcrra, prosegue l'autore, la 
rista si stjentle lontano sopra sterili campagne, la nudila delle 
quali non è rivestita cbe da pochi cipressi e poche querci. „ 

Tutto questo è poetico e lontano dal vero. Il terreno del 
poggio su cui è posta la città dalia parte di tramontana e di 
mezz;o giorno, nelle due pendici dette 1' una di valle buona, che 
Sì prolunga fino alla riva sinistra dell' Era , e 1' altra di villa 
che scende verso le pianure della Cecina , tutto è coperto di 
vili , d' olivi e d' alberi fruttiferi , che vi maturano frutti di 
squisito sapore. A ponente nella vasta pendice di S. Cipriano 
vi sono molti oliveti e molte vigne che danno un vino generoso. 
A Levante il terreno è più spogliato, ma più atto alla sementa dei 
grani, e coperto di prati maturali e artefatti di trifoglio e di lupi- 
nella . La coltivazione di quest' ultimo fieno è oggi estesa a tutte \e 
colline volterrane, nelle quali la pastorizia trovasi nel migliore sta- 
to. La Maremma Volterrana poi presenta estese e bellissime colti- 
vazioni in terreni che dopo un lungo riposo messi a coltura 
sono d' una prodigiosa fecfjndità . Le vaste tenute delle famiglie 
Gherardesca , Franceschi, Alliata , Dei^ideri, Cardini ec. m.os- 
trano se V attività produttiva sia sbandita da quel suolo, come 
pi'etende il si^. Chateauvienx, senza speranza che vi ritorni, 

CONCLUSIONE 

I cangiamenti fatti da vent' anni (osserva il sig. 
Chaleaivvieux sulla fine de\ i8i3) dimostrano che la po- 
polazione europea eBhe nel diciottesimo secolo un rapi- 
dissimo incremento . Era questo una necessaria conse- 
guenza del generale sviluppo d'ogni specie d' industria, 
e delle moltiplicate relazioni fra gli individui e fra le 
nazioni, insomma dei progressi del viver civile. Gli 
^ economisti, che da un pezzo se n' erano avveduti, non 

poleano per altro assicurarlo; e fu necessaria la guerra 
e la coscrizione, perchè più non rimanesse luogo a dubi- 
tarne, essendo manifesto che i piì^ numerosi eserciti ^ 
usciti dal seno delia Francia per conquistare tanta parte 
di mondo, appena scemarono di due parti e mezzo 
ciascun centina jo de' suoi abitatori. 



i85 
La popolazione dell'Italia ( cresciuta sicuramente 
dappoi) era nel iSiSdi forse 17,3:29,621 individui, che 
è quanto diredi i23y per ciascuna delle quattordici 
mila leghe quadrate, a cui sì estende la sua superlicie : 
popolazione, che oltrepassa di tre nìilioni quella che gli 
antichi statistici le assegnavano^ e di cui proporziosia- 
taniente non possono vantar T uguale né la Francia né 
risole Britanniche. Però metteva allora il Regno Itali- 
lieo 80,000 uomini in arme; altrettanti il Na|>olelano; e 
140,000 il resto d' Italia aggregato alT Impero francese; 
e tanta gerite^ su cui facevansi tante esclamazioni, non 
giungeva al due per cento dell'intera popolazione. Il 
qual fatto, per cui è forza annoverare la nostra fra le 
più fiorenti contrade d' Europa , è tanto più mirabile, 
avuto riguardo alle regioni montuose e malsane ch'essa 
racchiude^ alle sue poche manifatture , e al picciolo 
commercio; ond' è obbligata di provedere altrove molte 
cose lavorate che le abbisognano , e i suoi porti sono 
piuttosto frequentati da bastimenti stranieri che da 
proprj.Gonvien dunque cercare nella sua agricoltura la 
sorgente della sua prosperità; e questa ricerca, la quale 
abbraccia la natura del clima e del suolo, la division 
de' poderi, i vari generi di cultura cosi al piano che al 
monte^ gli animali in essa adoperati, gli sforzi ingegnosi 
per render utili sino le micidiali maremme , può dar 
luogo ad utilissimi confronti^ ed è piena per noi di uu 
grande interesse. 

Il dolce clima d^ Italia (appena è uopo il rammen- 
tarlo) favorisce la vegetazione della più parte delle 
piante, che crescono sull'ampiezza del globo. Quindi è 
facile ai nostri coltivatori la scelta di quelle, che pos- 
sono meglio convenire ai diversi terreni loro affidati. 
Sotto un benefico sole, che ci matura l'uve in su"li albe- 



MS 
' ri* ben disposti ne'iioslri giardini o scliierali a giuste di- 
stanze ne'nostri campii quasi non v'è bisogno di vigne o 
xli foreste. Ove (i) una piccola porzione di suolo può darci 
il vino che vi conforta^ le legne ciie vi riscaldano, le frutta 
che vi consolano, e le frondi preziose, che elaborate nel 
corpo di un verme industre si convertono in seta, lo 
spazio che rimane alle biade è inmienso. Fecondissime 
ne sono le grandi pianure formate dalle alluvioni fra 
l'Alpi l'Adriatico e gli Apennini; ancor più feconde l6 
terre vnlcaniche al mezzodì dell'Italia, dalle rive del- 
l' Ombrone alle estremità orientali della Calabria. Tra 
mezzo a queste due regioni ci rattristano è vero colla 
loro nudità le maremme argillose della Toscana , e le 
montagne calcaree dell' Apennino. Ma è pure gran cosa 
in sì vasto paese come la nostra penisola, clie solo una 
quinta parte dell^ sua superlìcie sia sterile: V opposto 
della Francia, la cui carta geoponica appena ce ne mo- 
stra fertile aUrellanta. 

L' incredibile divisione delle terre in tutta Italia, 
eccetto nelle maremme, moli])lican(lo i coltivatori e i 
mezzi di coltivazione, ha viepiià contribuito a renderle 
j)roduttive. Questa divisione non indicata, per vero 
dire, dalla natura, ma voluta da una saggezza calcola- 
trice era in nso fin da' tempi de" Romani, che facevano 
lavorare dagli schiavi i tanti loro piccioli poderi. Abo- 
lita col tempo la servitù^ gli schiavi divennero mezza- 
iuoli, non ad altra condizione che di ripartire co' pa- 
droni F annuo frutto de' poderi istessi e delle proprie 



(i) Questo sistema di affidar la vite al moro gelso non è 
seguito in Toscana, e neppure si usano a tal uopo alberi frut- 
tiferi, ma con molta ragione si antepongono loro l' Acero y V Or- 
no , I' Olmo ce. {IVoia di un agricoltore toscano) 



% 



fatiche. Se di ciò non abbiamo memoria certa, è però 
agevole il farne congettura; uè altro di meglio si è saputo 
proporre per le colonie e per le campagne della Polo- 
nia e della Russia , ove ai negri e ai servi della gleba 
noli può ormai più ritardarsi T emancipazione. In al- 
cune delle più ricche parti d'' Italia, ai mezza] noli fu- 
rono poi sostituiti i fìttajuoli , che pagano una rendita 
fissa per quanto dura il tempo della loro locazione. Quasi 
per tutto però si sono conservati que' coltivatori che 
dicemmo più sopra ; ed alla loro conservazione princi- 
palmente debbono le nostre campagne la loro prospe- 
rità . Perciocché i possessori interessati al buon esito 
della cultura, r aiutarono e l'aiutano con que' mezzi 
pecuniarj , che mancano ai coltivatori ; e questi non 
non possono mai essere ingrati, poiché, dovendosi divi- 
dere in uguali parti il raccolto^ se non vogliono danneg- 
giare sé stessi, bisogna che arricchiscano i padroni (2). 
Che se dai vantaggi speciali dell'agricoltura voglia al- 
zarsi il pensiero a quelli dell' ordin morale, non è ulti- 
mo beneficio di un sistema economico opposto a quello 
degli affitti in danaro, il dar continua occupazione ad 
una classe d' uomini , che forse non ne avrebbe altra 
più innocente o più utile , e il legarlo d' interessi e di 
benevolenza con una classe laboriosa, il cui dispregio è 
segno della massima corruzione e del massimo decadi- 
mento della società . 

A qual epoca siasi fra noi sostituito 1' avvicenda- 
mento, che or si costuma, alla cultura triennale usata 
dai Romani, non è facile precisarlo. Forse non conviene 
salire più in là della fine delle crociate, allorché fu por- 



{'?.) Il ragioHarncnto dell'autore è giusto, ove però nei mezza- 
ioli non sia mala fede. [Nota di un a^ricvlior toscano) 



9 



i88 
tata d'oriente la pianta del grano {mtco, accresciuta 
r industria e la ricchezza pubblica , e esposta ai nostri 
prodotti novella uscita. Quella pianta del grano turco 
a chi ben guardi deve apparire un vero tesoro per V ita- 
lica agricoltura. Essa si alterna co' cereali , serve agli 
.stessi usi, non impoverisce il suolo, (3) lo mantiene fria- 
bile e aperto agli ir.flussi delF aria, e il prepara ad accò- 
gliere il frumento, che deve succederle. Dei prati è inu- 
tile il far qui parola, poiché 1' abbondanza dei naturali 
dispensa quasi in Italia dai pensiero degli artificia- 
li. (4) L'avvicendamento fra noi è destinalo a fornire 
il più possibile di sostanze alimentarie per T uomo , 
Quelle che possono servirealla sua industria si riducono 
al lino, alla canapa ^ alla seta, ad alcune piante per la 
tintura, e a quella del cotone, ultimamente introdotta 
ne' dintorni di Napoli. 

Sembra che l'avvicendamento^ ormai sostituito in 
tutta Italia alla cultura romana , ne abbia aumentati 
di un terzo i prodotti. E quest'aumento era ben ne- 
cessario per compensare le perdite fatte, in grazia del- 
l' abbandono delle maremme, si feconde ne'più bei tem- 
pi dell'istoria di Roma, a cui sono vicine. Se però la 
propoizione fra i prodotti degli antichi e de' moderni 
tempi è ristabilita, se ne deve gran parte di lode anche 
alla cultura cananea, introdotta ne' gioghi dell'Apenni- 



(3) Qwesta sentenza ci semhra contruria all' osservazione. 
ì\ gran turco non cresce nei luoghi sterili, e solo dà buon pro- 
cotto nei fonili ubertosi . 

(4) Non ostante l' ablioncl.mza dei prati naturali nelle diverse 
pianure d' Itnlia, sarebbe facile il dimostrare quanto 1' industria 
è cresciuta per questo lato anche in Toscana, ove sono attual- 
mente praterie artificiali in gran numero. [JV. di un agricol. tos.) 



189 

HO (5) al tornar de' nostri crociati dalle terre orientali; 
cultura che converti in giardini il suolo più ingrato^ e 
creò sorgenti di ricchezza in luogo del nulla . Qual lun- 
ga e incredibil fatica ; quale sovrabbondanza di popo- 
lazione essa abbia richiesto è facile imaginarlo. L' auto- 
re prende piacere a ricordarcelo ; indi ci avvisa che ili 
terreni arliliciali di tanto costo conie quelli formati 
nelle nostre colline calcaree un solo palmo non è perduto 
un solo albero non è nudrito^ i cui fruiti non siano pre- 
ziosi. ,5 Ivi, egli dice, la vite stende i suoi tralci lungo 
le mura ; fa viva siepe ai verdi sterrati , e li corona dei 
suoi grappoli e delle sue foglie . Negli angoli di quelle 
mura, che servono d' appoggio, veggonsi belle piante di 
fichi ivi cresciute quasi in luogo d'asilo. Per tutto ver- 
deggiano gli olivi i granati, i poponi, i legumi, onde il 
coltivatore in picciolissimo spazio raccoglie quanto è 
d' uopo al nutrimento della sua famiglia . „ Ei nota in 
seguito come la metà del prodotto di sette jugeri, divìto 
spesso in più di venti sterrati, basta ad alimentare una 
casetta di cinque persone. Indi prosegue a dire in enco- 
mio della cultura cananea, la quale ormai abbellisce la 
più parte dei colli e delle falde montane delF Italia; ^, 
che per essa numerose popolazioni più non vivono se non 
dei prodotti dell' olivo; pianta preziosa, che oggi, come 
già un tempo, servir potrebbe di simbolo alla campestre 
felicità ed alla pace dell' universo. „ ' 



(5) Questa espressione non è esatta/ tal eultura non scorge- 
si su i giogbi dell' appennino , ma bensì sulle colline, che ne 
iTiramano, come è da vedere specialmente nella riviera di Ge- 
nova, ove quei colli serìibrano veri giardini. I giogbi disir Ap- 
pennino cbe 1' industria e il sudore dell' uomo ha tentato di 
lionihcare , non sono cangiati nell' Eden , ma in molti punti 
colla distruzione delle foreste è sparito ogni genere di profitto . 

{IVota di un a^ricoltor toscano.] 



290 

Tale cultura sembra aver avuto origine nelle nìou- 
tagne del Libano, quando V uman genere vi era forse 
affollato all'intorno; e di là passò cogli Arabi in Ispa- 
gna, ove ora languisce non meno che in Palestina . As- 
sai tempo innanzi che i crociati la recassero in Italia , 
era stata dai Focesi portata a Marsiglia; e già fin d'allora 
vestiva di viti^ invece di olivi, le alture che chiudono la 
valle del Rodano. Di là risali verso il settentrione, inol- 
trandosi appoco a poco nel paese dei Druidi e in altri^ se- 
condo che vari casi glie ne aprivano la via . Cosi sulla 
fine del secolo decimosettimo venne^ per le emigrazio- 
ni de' protestanti, a Rifugiarsi in riva al Lemano „ fra 
quei colli, di cui il piiì eloquente degli uomini descrisse 
il nobile e ridente aspetto.^, Ivi accrebbe a segno il va- 
lor territoriale, che parte del suolo montuoso intorno a 
Vevay, di nessun pregio innanzi all' arrivo de' prole- 
stant, oggi si vende 10,000 franchi per ogni jugero. Essa 
è il pili sicuro indizio della prosperirà delle contrade 
ove si trova, poiché annuncia gran popolazione, impiego 
di grandi somme, sicurezza deìV avvenire. L' autore 
dice di non averla mai osservata in nessun luogo della 
terra, senza pensare agli antichi, a cui se ne deve V inven- 
zione, e rallegrarsi che vi Sia pure qualche cosa, la quale 
sopraviva alla distruzione dei popoli, ai quali è almeno 
conceduto di tramandarsi in eredità l'arte d'abbellire 
e render fruttifere le campagne. 

E' noto che in Italia non si usano quasi altri ani- 
mali che buoi in servigio della coltivazione : quello per 
altro, che asserisce Fautore, di non aver cioè veduto iH 
essa un solo cavallo attaccato all' aratro, deve conside- 
rarsi come fatto particolare, non generale: chiunque ab- 
bia percorso la Lombardia ci è testimonio del contrario. 
Ma è pur verissimo che i buoi sono più economici dei 



191 
cavalli, (lacchè oltre il risparmio degli arnesi e dei fer* 
ramenti , ci danno quello del Jor valore primitivo ; e 
r uno aggiunto alF altro si computa di 120 franchi an- 
nui per paio d'animali. Che se ne' climi del settentrion.e 
si preferiscono i cavalli ai buoi, ciò è voluto dalla natu- 
ra, le quali ivi diede ai primi gran dimensione e gran 
forza, ai secondi grassezza e indolenza; mentre nelle la- 
titudini meridionali fece questi agili e vigorosi, e quelli 
piuttosto graziosi e leggeri al corso, che abili alle rusti- 
cali fatiche. 

Quattro ra^ze di buoi, non compresi i bufali, si di- 
stinguono in Italia: quella di color fulvo del Piemonte, 
che trovasi pure nei mezzodì della Francia; quella Un- 
gherese dalle corna lunghissime, laqual non ha pari per 
la pazienza e la sobrietà; quella di Lombardia, prodotta 
dall' accoppiamento de' tori della razza pur dianzi ac- 
cennata colle vacche della Svizzera; infine una africana 
di color chiaro sparsa nelle maremme di Napoli. Tutte 
forniscono animali eccellenti al lavoro; ma la terza sol- 
tanto dà vacche abbondanti di latte e quindi buone nu- 
trici . Non sembra che l'Italia sia inferiore alla Svizzera 

all'Olanda per la quantità de'bovini, dacché nella 
sola campagna di Róma ne pascono all' incirca 67,000. 

1 picciolissimi poderi , però , si numerosi nel centro 
specialmente della penisola , non avendo con che alle- 
varli, si troverebbero a pessimo partito , ove la cultura 
pastorale d^elle maremme non sovvenisse al loro bisogno. 
In queste maremme sono pur razze di buoni cavalli , 
necessarissimi agli usi di tutta Italia. Vi pascono inoltre 
due milioni di bestie lanigere, preziose al grande com- 
mercio pei ricchi lor velli (6) e al picciolo pei formag- 

(6) Il miglioramento delle lane dopo V incrociamento delie 
nostre pecore colle merine è sensibijle . {JV. di un agr. tose.) 



J92 

gì che si fanno col loro latte. Cosi la natura sostituisce 
in ogni clima una razza d'animali ad un' altra in servi- 
gio deir uomo; gli asini e i buoi ove mancano i cavalli; 
e le pecore feconde ove le vacche sono sterili . 

Gli Italiani, per lor parte, hanno saputo secondare 
eaiutarla natura, introducendo a differenti epoche nella 
loro patria tutti que' miglioramenti rurali, che la vista 
delle differenti parti del globo ad essi suggeriva. Dal- 
l' Olanda imitarono le praterie e i canali d'irrigazione; 
dal Belgio V arte di far succedere senta interrompimento 
una raccolta ad una altra, dall'oriente trasportarono il 
grano turco, la vite, il gelso e l'olivo, e quell' industria 
che prepara il suolo a si preziosi vegetabili; dai popoli 
pastori presero l' uso di allevare numerosi armenti, con- 
ducendoli secondo le stagioni dal monte al piano j più 
tardi si avvisarono di seminare il riso venuto dall'India 
ne' loro terreni più umidi, cangiando così le paludi in 
giardini, e ai nostri giorni tentarono con successo di tras- 
portare a Napoli la cultura delle colonie. Tanti sforzi 
e tanta intelligenza produssero quella ricchezza , the 
potrebbe col tempo divenir maggiore, ed essere vie me- 
glio distribuita, e ammirata con più ragione dagli stra- 
nieri . 

Questo, anzi che effetto della coltivazione, la quale 
non può ormai fare altri progressi, sarà effetto dell' am- 
ministrazione rurale perfezionata. ^S'iffatta amministra^ 
zione, più che dalle leggi, sembra dipendere dalle isti- 
tuzioni, dai costumi, dalle abitudini d' una nazione. E 
però necessario che la scienza legislativa se ne occupi 
savissimamente, poiché in essa è riposta per così dire, 
la ragione prima della pubblica prosperità . Ora i soli 
fatti possono servire ad una scienza esperimentale come 
tutte le altre ; e fra questi fatti i più degni di studio 



293 . 

sembrano gli opposti. Quindi V autore^ premes^ro che non 
può darsi alcun sistema uniforme d'economia politica ^ 
poiché non vi ha nulla d'uniforme nel dominio delT u- 
man genere^ si fa ad istituire un confronto fra V Italia 
e r Inghilterra poste in condizioni di fortuna differentis- 
sime, sebbene abbiano fra loro molte relazioni di so- 
miglianza. 

Perocché Tuna e T altra sono egualmente bagnate 
dal mare e abbondanti di porti; V una e l'altra fornite 
di strade, di canali, di quanto può servire al comodo e 
all'unione degli stati fra loro; T una e T altra soggette 
da lungo tempo a IT imposta territoriale o diretta , me- 
glio ripartita per altro in Italia^ che in Inghilterra; l'una 
e r altra assai produttive pel buon sistema d' avvicen- 
damento (-y) adottato nella loro agricoltura; e in uguale 
spazio di terreno quasi popolate ugualmente. Conviene 
però dire che le dissomiglianze siano ancora più grandi 
se i risultati , come ognuno vede , sono dall' una parte 
uno stato di agiatezza si, ma insieme di languore^ dal- 
l' altra una vita vigorosissima . 

L'Inghilterra, fatta civile dai popoli del setten- 
trione, ricevette da essi il feudalismo e le gran divisioni 
de' poderi che ne sono la conseguenza . L' uno cadde e 
le altre rimasero; ma fu loro saggiamente applicato il 
principio fecondo della division de' lavori, che rispar- 
mia tempo, forze e spesa, onde il prodotto nctto^ cioè 
l'unico prodotto vero è tanto maggiore. I vantaggi del- 
la professione di coltivatore parvero quindi si grandi, 
che si formò appoco appoco quella classe di cittadini ad 



(7) Questo non è abbastanza perfetto fra noi. La propor- 
zione delle nostre semente cereali è troppo forte comparativa- 
mente alle leguminose, tuberose qq. {Nota di un agsicoL.tosc.) 



'94 
essa dedicati , che chiamano lìttaioli ; classe che dal- 
lo stesso desiderio di arricchire fu coadotta a tentar nel- 
la coltivazione ogni specie di successivi miglioramenti . 
Frattanto le braccia, che, per la divisione de' lavori, più 
non abbisognarono all' uopo de" campi, furono impiegate 
in altri generi d'industria . Ma la division de' lavori ad 
essi pure applicata, e P invenzion delle macchine che 
suppliscono air opera dell' uomo, mentre perfezionarono 
e moltiplicarono le manifatture, lasciarono senza occu- 
pazione molta parte di popolo, che cercò guadagno nel 
commercio o si volse alle colonie . I progressi perpetui 
dell'industria giunsero così ad addoppiare o triplicare 
il reddito annuo della nazione, e a fare che la sua ric- 
chezza, che chiamasi mobile superasse quella, che non 
si può trasmutare di luogo. I gran capitalisti allora giun- 
sero a ripartirsi tutta la superficie del suolo inglese, spo- 
gliandone, per necessaria conseguenza dell'ordine stabi- 
lito , i piccioli possessori. Di questi nacque una classe 
laboriosa e produttiva , ma senza interesse per la cosa 
pubblica , anzi nemmeno per V industria privata , che 
mai non potea condurli all' agiatezza . L' aumento enor- 
me delle imposte avendo alfin cangiato il regolator co- 
mune del prezzo delle loro giornaliere fatiche, U valor 
cioè delle biade, e \' istesso prezzo più non corrisponden- 
do realmente alle stesse fatiche , il legislatore fu obbli- 
gato di provedere al male che ne veniva. Ei lo fece per 
due vie direttamente opposte l'una all'altra, forzando 
cioè i possessori ad una tassa in soccorso de^giornalieri, 
e vietando ad un tempo P importazione delle biade dal- 
l' estero , onde i possessori avessero un compenso nella 
vendita più cara delle proprie . Legislazione, dice l'au- 
tore, che può sembrare bizzarra, ma che si deve repu- 



à 



1^5 
tare saggissinia; poiché fu l'opera della necessità (8). Par 
cìi^ egli colli venga con quegli economisti , che chiamano 
la tassa pei poveri non una limosina, ma una restituzione 
o il pagamento di un diritto . Quanto poi al conciliare 
con essa la proibizione (per vero dire non assoluta) d'iti- 
trodur grani in Inghilterra, ci pare eh' egli usi argomenti 
ingegnosi piuttosto che convincenti. Essiposs ono vedersi 
nel libro, dacché non sono di natura da venir riportati per 
estratto . Qui basti accennare che si riducono a questo: 
che tal proibizione non ha solo per iscopo di favorire i 
capitalisti possessori, ma molto più di conservare la classe 
dei fìttaioli, ira le cui mani soltanto oggi riposa la pros- 
perità rurale della nazione . Dopo di che egli sembra 
costretto a confessare; che il bel sistema d' economia po- 
lìtica degli Inglesi, il quale ha tanti vantaggi, é pur pieno 
di pericoli, e che il minimo accidente, in mezzo ad una 
combinazione di cose tanto forzata, potrebbe avere spa- 
ventevoli conseguenze. 

L' Italia contenta dei doni^ che ha ricevuti dalla 
natura, ne seconda lo sviluppo con mediocre fatica (9), 
ma con sicura intelligenza. Essa ha conservate, come ere- 
dità de' Romani , le piccole divisioni de' suoi terreni, 
efl'etto deir antico sistema, e della gran popolazione di 
una repubblica, lungo tempo sovrana dell'universo. 
JJ abolizione della schiavitiì pose su questi piccioli ter- 
reni de' mezzaiuoli , che non avendo capitali per assi- 

(8) Dura necessità! la quale produce un sistema economico 
così forzato, che può turbarsi per il minimo accidente con grave 
pericolo della cosa pubblica. 

(9) Non convenghiamo intorno a ciò col chiarissiino autore 
purcbè egli non liuiiti il suo ragionamento alle pianure d' I- 
talia; e crediamo anzi che si possa asserire non esservi cultura 
più f.. licosa di quella delle c\o?>\.xg v\A\mQ. [N.diun agi\ tose.) 



196 

curarne ai possessori V affiUo in danaro, promisero To- 
pera delle loro braccia, e T annua metà de' naturali 
prodotti. Essi, per diligenze o fatiche^ mai non potea- 
no in si picciolo spazio arricchire in guisa da cangiare 
la propra condizione. Ma, come dai grandi guadagni , 
sono essi lontani dai grandi bisogni, sicché mai non si 
trovano debitori d'alcuno (io). Se non che la loro onesta 
mediocrità è accompagnata da troppo ozio (11): lavorato 
il podere e nudrita la famiglia essi e i loro subalterni pos- 
sono interamente riposare. Ecco dunque forze e tempo 
perduto; il che se non pregiudica alT agricoltura , la 
quale ha per se le primizie di questo tempo e di queste 
forze, nuoce ad altri generi d'industria. Malgrado, in- 
fatti^ r intraprendenza d'alcuni uomini illuminati e 
doviziosi, r opportunità de' luoghi, l'abbondanza delle 
materie prime , quasi nessuna fabbrica ha prosperato 
in Italia, per mancanza di operaj , a cui i lavori della 
campagna sembrano promettere più facil lucro con me- 
no fatica. A differenza dell' In^jliilterra , ove i coltiva- 
tori formano al più la metà della popolazione, T Italia 
si compone di essi per quattro quinti , fra cui pochi 
fittajuoli e il resto castaidi. La classe di questi è felice 
nella sua indolenza ; mentre la classe piià industre , 
sebben poco numerosa , è spesso miserabile . Quindi 
mentre le campagne sono floridissime , quasi tutte le 
città italiane .vanno decadendo. L'economia del prodot- 

(10) I proprietari non la penseranno certo sempre così. 

(■li) Lo spazio dì terreno assegnò* to in Toscana a ciascuna 
famiglia colonica è tale che non le lascia ozio nella generalità 
dei casi . Ed è ciò tanto vero che è Spesso impossibile senza 
danno del podere di staccar qualche individuo dalla famiglia 
colonica per valersene come giornaliero nei fondi intieramente 
spettanti al padrone. {IVota di un agricoltore toscano) 



197 
lo de' capitali al più assicura in Italia la loro conserva- 
zione ; la grande industria produce in Inghilterra un 
continuo aumento. Fu però tempo, in cui la prosperità, 
di cui oggi si vanta T Inghilterra, parve singolare all'I- 
talia : )) In quel tempo , di cui tu odi ragionar sovente 
in riva alF Arno e alla Brenta^ i' Italia serviva di de- 
posito al commercio di tutto il mondo ; i suoi vascelli 
trasportavano soli in Europa i prodotti dell'Asia ; le sue 
vesti j i suoi abbigliamenti servivano di modello agli 
altri popoli; e le manifatture uscite dalle fabbriche 
fiorentine erano la meraviglia del mondo. Allora i tesori 
di questo accumulati nelle mani de' suoi cittadini li 
rendevano i più ricchi e potenti , com' erano i più in- 
dustriosi )) . 

Un antico proverbio diceva , che l'agricoltura fio- 
risce in proporzione delle braccia che vi s' impiegano ; 
nìa l'esempio delT Inghilterra ha mostrato il contrario. 
In Italia, ove quel proverbio potrebbe ancora se^nbrar 
vero , è perù certissimo che si sarebbero potute pel 
semplice mezzo della division de' lavori risparmiare 
molte braccia ne' campi , e farle servire altrove con 
maggior profitto della nazione. 

La classe de' coltivatori è la fonte , da cui viene 
quel soprappiù di popolazione onde si nutrono le altre 
classi industri . Dipende però dall' amministrazione 
rurale adottata in ciascun paese il modo, con cui questa 
popolazione si distribuisce. In Inghilterra dall'agricol- 
tura corre verso l'industria manifattrice o commerciale: 
in Italia sì concentra e si conserva nell' agricoltura - 
Quindi r Italia abbonda di materie prime che ne sono 
il frutto; ma costretta a spendere parte del loro valore 
nelle materie lavorate dagli esteri, nulla può accumu- 
lare. L' Inghilterra , che di materie prime aon è molto 
'\\ VII. Agosto 14 



abbondante^ le raccoglie d' ogni parte ^ e rivendendole 
ili opera fa immensi guadagni . Una terza nazione, la 
quale non avea terre da coltivare, si diede per còsi dire, 
a render fruttifero TOceano. a Sola la Francia per la sua 
posizione , la sua estensione e il genio de' suoi abitanti 
parve assumere il triplice carattere di cultrice de' cam- 
pi, di manifattrice, e di navigatrice. Ma finora essa non 
ha passata, a nessun riguardo, la mediocrità. Perocché 
è meno copiosa di prodotti che V Italia , meno abile 
nell'opere di mano che F Inghilterra , e meno avven- 
turata in mare, di quel che sia l'Olanda )) . 

„ Una nazione può prosperare anche non applican- 
dosi che ad un solo genere d'industria, nel quale sia 
eccellente, o che in particolar modo le convenga. Quin- 
di la popolazione nudrita in Italia dal solo prodotto 
della sua agricoltura non è minore di quella nudrita in 
Inghilterra pel doppio prodotto dell' agricoltura e del- 
l' arti. Mentre però l'Inghilterra tocca i più alti segni 
dell'opulenza , e contribuisce energicamente ad accre- 
scere co' suoi ingegnosi trovati la civiltà universale, par 
che r Italia abbia messo un sigillo alle pagine della pro- 
pria istoria, e non curi altre glorie o altri vantaggi ,,. 

Dopo quest'ultima sentenza (che noi già non vo- 
gliamo prendere alla lettera^ per giusto rispetto ad altre 
meno rigide che sono nel libro) il sig. Chateauvieux , 
passa ad esaminare, se l'Italia ebbe mai dal suo ordine 
gerarchico verun motivo di pensare a nuovi modi d'am- 
ministrazione rurale, da cui quell'ordine dipende. Quin- 
di egli presenta un quadro delle abitudini, dei costumi 
degli interessi d' ogni classe de' suoi cittadini, ove s'in- 
contra buon numero di osservazioni eccellenti, come 
quelle sulla nobiltà divenuta borghigiana, sulla pover- 
tà degli artieri , suW esercito italiano dell' epoca in cui 



^90 
.icriveva. La conclusione si è^ che se la Italia non havvi 
classe che le proaieLla grandi vantaggi, non iiavvene 
però alcuna che faccia temere, come In Inghilterra, 
danni o turbamenti; clie ciascuno degli individui com- 
ponenti queste classi ha un posto determinato e un'esi- 
stenza sicura; che le due classi più numerose, quella 
de' possidenti e quella de' coltivatori godono di una 
sorte abbastanza felice^ perchè Tuna attiri a sé tutti i 
capitali e Faltra tutte le braccia; che insomma l'Ita- 
lia , divenuta da due secoli essenzialmente e cjuasi 
unicamente un paese agricola, non sembra che per lun- 
go tempo sarà mai altro neli' economia generale d'Eu- 
ropa. La qual uuìile condizione si chiamerebbe sventu- 
ratissima , se potesse appena essere d'impedimento a 
quella grandezza, che appartiene al carattere, indipen- 
dentemente dalla dovizia e dal potere. Ma di tale gran- 
dezza l'Italia ha in sé tutti i germi ; memorie del pas- 
sato ; sentimento giusto del presente , imaginazione 
insieme e prudenza; passioni vive; pensieri elevati, 
quanto insomma può onorare gli individui e le nazioni. 
„ Veramente la sua istoria moderna (dice l'autore 
neir ultima lettera scritta da Firenze nell' ottobre del 
1 8 iG ) genera non so quale scoraggimento^ e sembra 
dimostrare che 1 Italia andò incontro, non provide ai 
proprj destini. Ma la ragione di questo, egli soggiunge, 
è in tutta quanta la sua istoria, non in una sola parte 
di essa,,. E qui si fa a peicorrerla rapidissimamente, 
dalla caduta del romano impero fino agli ultimi avve- 
nimenti, fino all' epoca , cioè, in cui la patria nostra , 
quasi per primo saggio della sua risvegliala energia, da- 
va senza sforzo 3oo,ooo valorosi all'ammirazione dell' 
universo. I signori di quell'impero non lasciarono al- 
l' Ilalia , che una corruzione profonda , per cui si trovò 



200 , 

senza difesa contro Farmi dì Odoacre, I barbari ne 
sbandirono ogni avanzo di civiltà , e non le diedero in 
cambio che un'oligarchia militare, da cui fu tutta in- 
sanguinata e divisa. La vergogna e la disperazione for- 
mò alfine queir alleanza famosa , di cui la posterità 
rispetta le nobili intenzioni. « I Guelfi vollero rendere 
alla loro patria la sua indipendenza e la sua gloria. 
Quanti vi avevano cuori generosi in Italia, o spiriti 
ardenti animati dalle antiche rimembranze, tutti si uni- 
Tono neir istesso disegno. Essi non ottennero un suc- 
cesso compito; ma creando un' opposizione mostrarono 
un nuovo scopo, a cui dovevano tendere gli sforzi del 
popolo y,. L'amore dell'indipendenza^ prosegue l'au- 
tore , se non restituì l' Italia allo stato di vera nazione, 
vi fé' sorgere delle repubbliche, e queste vi richiamaro- 
no la civiltà ^ cioè r industria ;, il commercio, le ric- 
chezze , il genio dell'arti da lungo tempo esigliato. Sven- 
turatamente questa civiltà non era quella de' costumi, 
ma soltanto dello spirito e de' talenti. Mancò agli Italia- 
ni la forza morale necessaria ad eseguire ciò che sapea- 
tìo concepir così bene. Quindi il loro paese fu di nuovo 
in preda a genti , che altro non sapeano che guerreggia- 
re , e che incivilite dal loro esempio seppero congiun- 
gere allo studio dell'arti quello della ragione^ e colti- 
vando lo spirito aggiunger grandezza al proprio carattere. 
Gli Italiani, per altro, avrebbero fatto altrettanto pri- 
ma di loro , se il sistema politico di Filippo II e di 
Carlo V non gli avesse assoggettati, per cosi dire, ad 
una specie d'interdetto morale, di cui a ciascuno son 
note le conseguenze. Ma alfine, per la forza de' tempi 
e di tante mutazioni del mondo, quest' interdetto fu 
tolto, e non v'è braccio erculeo, che possa imporlo di 
nuovo „ , 



j^ Ma è da temersi, dice l'autore non sappiamo con 
quanta ragione, che l'Italia risorgendo si limiti come 
la Russia ad imitare uno straniero incivilimento ^ che 
la privi d'originalità. „ Egli crede giusto il suo timore al 
vedere come appariscano oggi fra noi più traduzioni ^ 
che creazioni ; e chiama dovere di tutti gli uomini^ a cui 
l'ingegno e il sapere ne danno i mezzi, l' opporsi a 
questa tendenza imitativa. Se non che essi vivono iso- 
lati , sotto governi diversi ^ ne possono formare un tri- 
bunale ^ che giudichi le opere dell'intelletto o dell'im- 
maginazione. Importa dunque di riunirli, perchè la 
critica privata è generalmente senza verità e senza uti- 
lità ; ma diviene rettissima ed ailìcacissinoa , quando 
esprima in certo modo la puhblica opinione. 

Al qual proposito V autore ci parla di alcune isti- 
tuzioni letterarie e scientifiche della sua patria, le quali 
non hanno veramente nome di accademie, ma più di 
queste contribuiscono a propagare i lumi e il retto senso 
di tutte le cose. ,, La Svizzera , egli dice^ divisa in ven- 
tidue stati non può avere luogo principale a metropoli j 
e solo il suo vincolo federativo le dà quell' unità e quei 
nome, che gli abitanti delT Alpi mai non pronunciano 
senza un dolce battimento di cuore* Però gli uomini , 
che al pie di queste montagne coltivano le arti o le let- 
tere, non pensarono a fondare alcuna sovranità lette- 
raria; ma bene contrassero fra loro alcune libere allean- 
ze, che appellarono società , onde accomunare il loro 
amore per la patria, e offerirle insieme le loro fatiche. „ 
Tali società non hanno sede fissa ; ma si adunano a 
tempi determinati e diversi in diverse città, finché ab- 
biano percorsa tutta quanta la terra della patria. „ Esse 
ispirano 1' emula/ione , senza eccitare la gelosia; legano 
d'un nuovo vincolo i^li uomini più distinti deli' EUe 



'2Q'2 

zia , il caro vincolo dell' amicizia ; im|>i^iuiono^ per cosi 
dire il carattere nazionale alle nazionali produzioni , e 
servono a conservare quel carattere prodigioso. Servono 
altresì a serbare quella semplicità di costumi, a cui la 
Svizzera deve in parte il suo lustro. Perocché ciascuna 
delle città , ove le adunanze successivamente si Lenso- 
110^ apre le sue porte agli artisti ed ai dotti , per rice- 
verli colle forme dell antica ospitalità. Tali giorni di 
riunione sono giorni di festa , in cui sembra che i 
fratelli siano visitati dai fratelli. Sovente questi giungo- 
no a piedi, e a piedi parimente se ne ritornaiio. Ma por- 
tano alle loro case un tesoro di nuovi lumi , e di dolci 
sentimenti , che la prossima riunione, da loro vivamen-* 
te desiderata, non farà che aumentare. „ Simili società, 
egli aggiunge, sarebbero molto opportune all'Italia che 
al pari dell'Elvezia oggi non ha metropoli, ma i cui 
abitanti hanno pur nome e lingua comune, e gloria let- 
teraria da difendere insieme. I più ragguardevoli fra 
essi , raccogliendosi periodicamente, or in questa or m 
quella delle varie città , che il tempo ha maggiormente 
nobilitate, potrebbero far sentire all' arti e alle scienze 
il beneficio di una patria comune, e stabilire una specie 
di areopago^ le cui sentenze sarebbero inappellabili, 
perchè sarebbero veramente nazionali. 

M. 

jissunto primo della scienza del diritto naturala di O. 
RoMAGNOsi . Milano, per Vincenzo Ferrarlo i8'20. 
Un volume di pag. 212. 

Mentre la più parte delle scienze riposandosi su fatti 
Qpxù e costanti lusinga 1' animo umano colle sembianze 
di una stabile certezza, molte delie scienze morali e poli- 



2o3 

ticlie sembrano ancora ingegnose raccolte dì congeiiure 
probabili . 

Cosi il diritto naturale vìen fondato da alcune scuole 
su un miscuglio posticcio di leggi antiche e di tradizioni^ 
da altre su visioni iranscendentali, da altre su mal definite 
analogie religiose; da altre finalmente su convenzioni e 
rinunzie che veramente non furono mai, e cjuand' anche fos- 
sero state, non sarebbero né eterne nò indeclinabili . In una 
parola lo slato di questa scienza è ancora ai giorni nostri 
simile a quello della fisica prima di Galileo. Ora quando 
avverrà che un ingegno elevato intraprenda a creare que- 
sta scienza trnendola non da precarj supposti, ma da fatti 
veri e costanti ? 

Se il recente volumetto che diede al pubblico il ce- 
lebre autore della Genesi del diritto penale non riempie 
totalmente 1' antico desiderio de"* filosofi: si può almeno 
asserire che finora nessun altro scritto toccò più davvicino, 
lo scopo. L'' autore facendosi legge perpetua della più ri- 
gida esattezza, intraprende il suo esame dnll' uomo indivi- 
duo collocato in seno aJla natura, e quindi lo accompagna 
dalla più informe società di mano in maiìo fino alla più 
incivilita; appoggiandosi indeclinabilmente ai fatti^ ed in- 
nalzando alla dignità di assioma scientifico ciò che parve 
finora meno arrendevole all'evidenza. Il suo metodo di 
ricerca segue tutte le fasi della società umana^ e colla sua 
pieghevolezza ed universalità tutte ne abbraccia le circo- 
stanze . 

Ecco quei tratti principali che ne abbiamo trascelti 
per dare di questo libro f£ualclie ragionevole idea a chi 
per avventura non lo avesse accora veduto. Ma è vera- 
mente malagevol cosa l"* estrarre le idee principali, da uno 
scritto che nulla presenta d' accessorio e dove nulla vi ha 
che a mano libera si possa sfrondare . Cominciamo collo 
schierare qui le principali ricerche interno a cui ci parve 



X 



204 

eccupato Y autore . S'otloporremo poi alcuni brevi s^'iggi dei 
modo con cui ciascuna d' esse fu sciolta. 

1 Su quali fatti reali si appoggia il diritto di natura? 
(V«di neir opera i § i, 2, 3, 4» ^) 

2 Quali sono i diritti fondamentali dell'uomo? (§6) 

3 ìy uomo per esercitare i suoi diritti deve entrare in 
società? (§ j, 8) 

4 Come debb' essere questa società? (§ g, 10, 11, 12) 

5 Quali slimoli ha l'uomo ad entrare in società? (§. i3 14) 

6 Quali effetti produce sull' individuo la società? (§ i5) 
y Come 1' uomo in società conserva i suoi diritti nativi? 

(§ 16, 17, 18, 19, !4o, 21.) 

8 Come si può in società mantenere ed estender 1' egua- 
glianza? (§ 231, 23, 24.) 

() Come si assicura in società la certezza delle recipro- 
che transazioni? (§25^) 

10 Come le società umane debbano assecondare l'impe- 
ro delle circostanze? (§ 26.) 

11 Come la società abbisogna di un diritto positivo, e 
quali ne sono i limiti? (§ 87, 33.) 

1 2 Come la società può giovarsi delle opinioni religio- 
se? (§ 34, 3y.y 

I. L' uomo è perpetuamente sospinto da un desiderio 
insaziabile di ben essere^ il quale è il prossimo e il lon- 
tano fine d' ogni azion sua . Ma non ogni azione può con- 
durlo al suo bene. L'uomo giace in seno alla natura, as- 
sediato d' ogni parte da un ordine ineluttabile di beni e 
di mali . Gli è quindi forza scegliere cosa da cosa e azione 
da azione, e dedurre dai rapporti reali e neceesarj con cui 
si sente avvincolato alla natura^ una serie di regole alla 
propria vita . L' intero sistema di queste regole costituisce 
la legge di natura . E la forza delP uomo spronata dal bi- 
sogno e frenata da questa legge _, compone il sistema delle 
sue facoltà e de' suoi diritti. 

Questa legge porta la sua sanzione e la sua inviolabi- 



ao5 
ììik con se stessa , ed è necessaria ed immutabile finché la 
mano di Dio non travolge quelF ordine di natura su cui 
ella si fonda . 

II. Qualora 1' uomo eserciti conformemente a questa 
legge la sua forza, ha la facoltà di determinarsi per pro- 
prio personale impulso , ha quella di non soffrir ostacolo 
da chicchessia, e quella puranche di abbatterlo a forza qua- 
lora gli si attraversasse. Le quali tre facoltà propriamente 
dette dominio, libertà e tutela costituiscono insieme collegate 
V autorità personale d' ogni individuo. 

Ili Questa autorità personale , questo libero esercizio 
delle umane facoltà non può ottenersi da un uomo isolato. 
La sola società de' suoi simili può emanciparlo da uno stato 
di stupidezza ferina , e di mortale debolezza . 

Però r uomo associandosi a^ suoi simili non si condaa- 
uà ad una nullità individuale . 

La società è per gli uomini alleanza di commercio e 
d' ajuto scambievole . 

Perchè questa alleanza si annodi bisogna che la legge 
delP interesse colleghi le menti , i cuori e le braccia di tutti 
gli associati . Poiché la legge dell' interesse è cosi assorbente 
ed imperiosa per gli uomini come la legge della gravità per 
i corpi . E si otterrà questa unificazione del sociale interesse 
e dell' interesse personale se in società e per mezzo della so* 
cietà 1' uomo vedrà soddisfatti i propri naturali bisogni . 

IV Ma come mai debb' essere questa società ? E egli 
per diritto di natura necessario che 1' uomo il quale igno- 
rante ed inerme errava già per la gran selva della terra giun- 
ga poi attraverso di mille vicende fino a fondare forti e 
floride società , quali le vediamo, con un completo ordine 
economico (agricola-commerciale), morale e politico? 

Riguardo all' ordine economico siccome la vita caccia- 
Irice e la pastorale esigono vastissimi territori per assai pic*^ 
ciole popolazioni, così pel sempre maggiore incremento della 
specie umana diventa impossibile ad un popolo il più vi 
vere su un terreno die pocaazi gli bastava . Le emigrazioni 



2o6 

le guerre le stragi vicendevoli clie (juliid} nccessariaments 
nascono non ponao prevenirsi, se non accrescendo coli' agri- 
coltura gli spontanei prodotti del suolo. L' interesse indivi- 
duale vi sospinge gli uomini coli' incentivo delle proprietà 
riconosciute ed assicurate. La sovrabbondanza da un lato 
e il bisogno da un altro introducono le prime relazioni com- 
merciali , da cui germogliano nuovi bisogni , e nuove rela- 
zioni. Questi fatti si veggono nelle storie di lutti quanti 
i popoli Europei . 

Riguardo all' ordine morale , può dirsi che ai bruti 
l'istinto è norma bastante nel ristretto cercliio dell' unifor- 
me lor vita, poiché le loro passioni non infrangono mai le 
leggi della loro conservazione. Ma 1' uomo nel soddisfaci- 
mento dei SUOI vasti desideri non ha altra guida che 1' espe- 
rienza e la ragione. Ora né questa né quella individualmente 
basterebbero ai bisogni dell' uomo se in seno alla società non 
ritrovassero sussidio e perfezionamento. Le menti rozze e i 
cuori ineducati di una società barbara non producono che 
disagi e delitti , le arti le scienze la religione e le leggi si 
richieggono a fondare F esercizio della reciproca giustizia e 
ad assicurare il vincolo sociale. 

Riguardo ali ordiiie pubblico, se si osserva ncU' indivi- 
duo umano, la debolezza della mente , 1' intemperanza del 
cuore, la ristrettezza delle forze, appare la necessità di un po- 
tere che valga ad illuminare, interessare , e rinforzare la li 
berla degli uomini aggregati reprimendone le aberrazioni, ma 
non oltrepassando que' rapporti reali di fatto, che lo rendono 
necessario . La forma di questo potere non e arbitraria ma 
deve atteggiarsi giusta il vario sviluppo e le diverse età a 
cui la gran legge di natura sospinge le società umane. 

V. La natura predispose il cuor dell'uomo alla società. 
^5gli debole e bisognoso del suo simile contrae con luì un 
inavvertito ricambio di soccorsi , d'' onde germogliano poi 
quelle affezioni benevole, che tanto ponno nelle men perfet- 
te società e precedono le piti esatte nozioni della giustizia . 
Questo senso morale incolto e variabile si deve dal clvilo 



20^ 

governo raffinare colla lenta azione delle leggi e della reli- 



gione . 



VI. L'uomo in società può raggiungere P altezza della 
sua natura, ed estendere liberamente l'uso delle proprie fa- 
coltà, assistito dai lumi , dall'industria e dalle forze dell'in- 
tera società. Nuovi bisogni creano nuove industrie^ e la nuo- 
va industria dà un valor prodotti vo a chi la esercita , e 
quindi un valor sociale a chi non Io aveva. Egli prende parte 
nel movimento prodoltivo, e con ciò può esercitare nella 
sua sfera i diritti attribuitigli dalla natura. Intanto la forza 
sociale raffrena i' intemperanza dell' individuo , che vien. 
moderata da reciproche transazioni fino nelle piò minute 
funzioni della vita. 

Difatti ogni indivìduo si può considerare come un cen- 
tro d' immensa attivila. La coesistenza degli altri individui, 
il loro vicendevole commercio, la potenza delle leggi , della 
religione , dei coslun\i e di lutti gli altri motori sociali co- 
spira a moderare in tutt' questo potere, e a contenerlo nel- 
1' orbita più utile a tut i. Cosicché 1' ordine morale al pa- 
ri del fisico emerge da uno scambievole contrasto di più 
forze indefinite. Che altro è mai la discrezione sociale e 
l'urbanità stessa , se non una perpetua transazione d amor 
proprio, che gli individui fanno per risparmiarsi a vicenda 
un urto inutile e dannoso ? 

VII. Ornai il d ritto naturale non sospinge indistinta- 
mente l'uomo al suo meglio j egli ve lo guida per una distin- 
ta via , qual è la sua più felice conservazione e il suo più 
rapido e completo perfezionamento. Ma il diritto anche ve- 
stendo questa nuova forma non ha perduto i suoi primitivi 
caratteri. L'autorità personale resta inviolata. Lo stato dell' 
uomo è ancora utile , indipendente , e libero, 

L' uomo adattandosi all'ordine voluto dall' arbitra natu- 
ra ed entrando in società cammina direttamente al suo utile. 

L'uomo in società esercita la sua relativa indipendenza; 
e in faccia alla natura alla cui rozza influenza si va sempre 
più sottraendo, e in faccia a" suoi simili coi c[uali non è te- 



nulo che sd un ricamLlo d'officj rimanendo libero disponi" 
tore del proprio avere; e in faccia al poter civile il quale 
non può farselo servo, ma deve egli slesso servire a lui. 

h' uomo in società è libero poiché per di lei mezzo 
rimuove i più forti ostacoli che gli iujpediscono l'esercizio 
de' suoi poteri. Poiché non é libertà la facoltà di bruteggiare 
e di delinquere, e T impotenza al mal fare forma il vero 
trionfo della legale libertà. Egli é obbligato à concorrere 
alle opere sociali, ma concorrendo a sostenere una potenza 
che lo perfeziona e lo difende, promuove il proprio bene e 
serve a se stesso. 

Vili Gli uomini sono eguali, cioè i loro diritti sono 
egualmente inviolabili. Il diritto in se vuol essere distinto 
dall'oggetto materiale sul quale si esercita. Un uomo che 
pili attivamente adoperando le proprie forze si acquista mag- 
giori godimenti , non viola 1' eguaglianza , benché un altro 
suo simile lasciando impigrire le proprie facoltà sia restato 
men polente. La società però proteggendo i deboli contro le 
violenze de' forti mantiene fra di loro 1' eguaglianza de' di- 
ritti , non ostanti le diseguaglianze di fatto. 

IX. Gli uomini non hanno e colla natura e con sé stessi 
altre comunicazioni che le fisiche ed estrinseche; cosicché 
jion ponno giudicare le cose com'elle sono ma come appajono. 
Ili quindi essenzìal condizione all' esercizio de' diritti e de' 
doveri interumani , che si ricerchino nelle cose alcuni dati di 
certezza. Queste norme notificative e probatorie escludono 
come funeste negli alti sociali, le congetture, le sospicioni , 
le incerte prove; rendono necessarie le scritture, i processi, i 
pesi, le misure, le monete, i segnali e si estendono indefinita- 
mente in tulle le umane transazioni , soggiacendo a dogmi 
rigorosi di diritto benché credute comunemente arbitrarie ed 
accessorie . 

È un fallo che non tutte le circostanze concedono un 
agevole esercizio ai diritti dell'uomo. L'uso della forza uma- 
na non è sempre opportuno; anzi se vien fatto fuori di tempo 
porta il male in luogo del bene che si intendeva. \i è una 



209 

forza ìnesìslìbile in Hatnra , che ravvolge i popoli e le cose 
di variazione in variazione. Mirate questi campi , questi orti, 
queste città, queste macchine, questi scritti, tutto insomma ii 
mondo delle nazioni atteggiato su quello della natura , e di- 
temi se sia questo il mondo dell' uomo condannato ne' boschi 
a pascersi di ghiande? Dacché questa legge di natura innega-, 
bilmente esiste ne consegue che le umane società debbano covi 
opportuni provvedimenti a secondarne 1' impero 3 al che un 
perfetto dovere e diritto le sospìnge. 

XI. Il poter sociale per soddisfare a' suoi doveri deve 
agire in qualche modo determinato^ e quindi dar vita ad un 
sistema di leggi positive. Queste debbono e-ssere conformi 
air ordine naturale. Non è vero che il diritto citile parte ag' 
giunga e parte detragga al diritto naturale ; poiché nascendo 
questo dall ordine imperioso de' beni e de' mali deve essere 
tanto esteso, flessibile, e moltiforme , quanto lo sono le cir- 
costanze necessarie che guidano i destini dell'uomo. Posto- 
che tutte le leggi debbano tendere al meglio possibile nulla 
resta aJ esse d' arbitrario, e persino una picciola formalità 
giudiziosamente stabilita sarà di diritto necessario^ se ne' rap- 
porti reali delle cose è posto il suo fondamento. 

Il poter sociale è una macchina d'ajuto per sostenere 
ed assecondare l'un'one umana. Gli individui creandolo colla 
alleanza di tutte le loro forze non rinunziarono ai proprj 
nativi diritti, anzi si procacciarono un mezzo per meglio e- 
serci tarli. Riunendosi per esister bene non rinunciarono al 
diritto di esister bene, né intesero di servire ai magistrali ma 
di servire a sé stessi e alla necessità della natura. Il poter 
civile non può oltrepassare questi limili senza degenerare iu 
assurda violenza. 

L' atto della associazione che non è alicnamento e morte 
de' diritti personali , ma solo un concerto di forze per sup- 
plire alla debolezza individuale , non può sottoporre al poter 
civile tuttociò che non percwte le relazioni scambievoli degli 
associati. Le funzioni di questo potere si riducono tutte ad 
una gran tutela che coli' educazione^ colle leggi , colle prò- 



2Ì0 

tedure, colle pene, colle ricompense e colle guerre prepara a 
ciascun individuo il piti libero esercizio delle sue facoltà. 

Persino in ciò che riguarda il prevenire i mali futuri, 
la pura necessità deve esser limite del governo civile. E in 
ciò primo de' suoi doveri è guardarsi dal dar causa egli 
•tesso al delitto, fomentandone le quattro fonti piìi feconde 
quali sono il difetto di sussistenza _, di vigilanza e di sicura 
e spedila procedura . 

XII. Né' la religione naturale né la rivelata può essere 
in conflitto coir ordine vero sociale^ dacché questo è rigi- 
damente fondato ed atteggiato su quell' ordine di natura 
che fu stabilito dalla stessa divinità. 

Nelle cose religiose il poter civile deve limitarsi a ciò 
che tocca il sociale commercio e 1' ordine interumano . E 
la natura stessa de' rapporti religiosi, e i diritti nativi del- 
l' individuo gli vietano d' intrudersi ne' sentimenti interni . 
Il sussidio che la politica può trarre dalla religione nasce 
dall' influenzi , che le si può dare su tutti gli oggetti in- 
teressanti lo stato , e che si può estendere fin dove il nud© 
potare della politica non giunge. 



Da questi scarsi tratti colti qua e là , accozzati senza 
legame , e spogli della luce che emerge da una analisi vi- 
gorosa e perspicace , 1' intelligente lettore può trarre una 
bastevole idea della pienezza di questo scritto _; come fra 
il volume delle vesti che lo nascondono si può qua e là 
travedere e rilevare l'andamento di una avvenente corpo- 
ratura . 

Una mente versata in questo genere di studj s'accorge 
a prima giunta che quest'opera é perpetuamente suffulta da 
quel rigido principio che le leggi son fondate sui rapporti 
reali e necessarj delle cose. Questa massima che sfuggì i- 
nosservata dalla mente di Bonnet , e di cui egli stesso non 
seppe conoscere il pregio e la forza , pare profondamente 
sentita dai nostro autore. Ella s'insinua in tutte le sue o- 



211 

pere e vi introduce ima tenace ed inconcussa unità. Cosicché 
sembra ornai dal fatto dimostrata erronea quella sentenza , 
con cui Bacone escluse quasi dal novero delle scienze le pò- 
litiche e le morali , dicendole figlie delle opinioni e quasi 
del capriccio (^doetrinis quae in opinionibus hominum pò- 
sitae sujit y veluti politicis et moraìibus) sentenza che lo 
slato di queste scienze dal secolo' di Bacone fin quasi al no- 
stro fece fatalmente sembrar vera. 

I comuni filosofi deducono da un bisogno di natura 
luti' al più il dovere che ha 1' uomo di entrare in società ; 
ma dopo di ciò non parlano più di natura, né deducono 
da lei una sola legge, quasiché l'uomo le si fosse divelto 
di mano. Allora a fondare i loro teoremi di diritto succe- 
dono le rinunzie e le convenzioni , cui favoleggiano aver 
l'uomo conchiuso in quell'istante in cui si associò a' suoi 
simili. Ma Puomo selvatico e brutale entrò forse in società 
per una risoluzione esplicita , libera , illuminata ? o non piut- 
tosto spinto da un bisogno irresistibile vi si trovò senza sa- 
pere di esservi entrato? Poiché nel suo stato ferino d'onde 
poteva egli trarre 1' idea di società ? D' onde 1' idea di di- 
ritto , di dovere, di rinunzia , di convenzione ? E se egli 
nulla sapeva di tuttociò, come poteva conchiudere a prima 
giunta un patto e patto tale, che fosse eterna fonte ai do- 
veri e ai diritti di tutta la sua posterità? 

Al contrario nel sistema del nostro autore quella stessa 
necessità di fatto, che spinge l'uomo ad unirsi indistìnta- 
mente al suo simile, ricompare ad ogni epoca dell'umana 
società. I fatti si cangiano ; si cangiano i bisogni ; ma è 
sempre la natura che li germoglia , e la necessità che li 
sanziona. Non vi é convenzione né arbitrio sociale che valca 
a sottrarne l'uomoj cosicché é proscritta da un lato la li- 
cenza, e dall'altro l'oppressione. A qualunque delle quali 
se la società si abbandona , trascina di mina in mina gli 
uomini che ha in se stessa riuniti. Poiché in seno alla na- 
tura non si cammina alla felicità se non per quella via, che 
ci segnò la mano stessa della natura. C. C. 



'Jil'2 



General Report ec. Rapporto generale sullo stato 
agronomico , e politico della Scozia steso per V uso 
della società destinata a promuovere V avanzamento 
della agricoltura , e delV economia interna . Sotto la 
direzione del Gav. Gio. Sinclair. Baronetto, e Presidente^ 
della detta società . Edinburgo i8i4- Voi. 5. in 8. con 
un volume di tavole in rame . 

L' opera che noi annunziamo merita di servir di 
modello a tutte quelle , nelle quali si voglia dare un 
ragguaglio statistico di qualsisia paese . Un uomo singo- 
lare ne concepì il progetto, delle rari e felici opportuni- 
tà ne agevolarono Y esecuzione, molti uomini illumi- 
nati concorsero a perfezionarla . Il Gav. Sinclair sapeva 
che il miglior mezzo per promuovere ii bene dei suoi 
compatriotti era quello di far conoscere i progressi della 
loro industria, le cure dalle quali erano derivati , gli 
errori che potevano averli ritardati , e le conseguenze 
di già ottenute non meno che quelle che erano da spe- 
rarsi . Gon la quale lodevole intenzione aveva studiati 
lungamente i sistemi dell' agricoltura di Scozia, e pub- 
blicata da principio la somma delle sue osservazioni , e 
dei suoi giudizi su quelle in un opera che intitolò ^n 
account ofthe sjstems of husbandrj adopted in the 
moreimproved districts ofScotland. Nel medesimo tem- 
po una società formata da un atto del parlamento bri- 
tannico, e destinata a migliorare Tagricoltura, e la pub- 
blica economia neir interno del regno sodisfaceva con 
successo all'oggetto a cui era stata richiamata. Gredè 
essa necessario di cominciare i suoi lavori con un esame 
rigoroso dello stato di tutta l' isola , e ordinò perciò a 
persone istruite dei ragguagli particolari di ciascun di- 
stretto deiringhil terra, e della Scozia, i quali ragguagli 



2 ! 3 

tostocliè raccolti; furono piibblìcati ^ invitando ciascuno 
a indicare le correzioni e le ag<^iunle da Tarsi . Ed una 
seconda volta fu dalla società medesima esaminato io 
stato di tutto il rei» no, allorché richiese 'dei nuovi ras:- 
guagli separati d'ogni provincia ^ o contea modeihiti 
però sopra un piano uniforme, onde la situazione^ e le 
pratiche di ciascheduna provincia potessero fra loro più - 
facilmente paragonarsi. Di più aperse quella società es- 
tesa corrispondenza con tutti i dotti dei regno , e con 
alcuni di fuori, i quali somministrarono utili informa- 
zioni , ne pubblicò alcune cose delle più importanti ^ e 
i^ece poi conoscere varie opere sopra soggetti particolari, 
le quali nella medesima occasione furono scritte ^ e a 
lei presentate. 

Cosi fu formata una collezione di fatti interessanti 
e di utili riflessioni^ la più ricca di quante sono cono- 
sciute; se non che l'estensione troppo grande delle ma- 
terie ne rendeva impossibile o poco agevole a chiunque 
lo studio. Per la qual ragione fu giudicato conveniente 
di porre in ordine le raccolte notizie , e ridotte a som- 
mi capi pubblicarle sotto una forma che tutte le com- 
prendesse in più piccol volume. Tale fu il progetto 
concepito dal Sinclair, e tali furono le opportunità fa- 
vorevoli che egli incontrò per compilare un nuovo pro- 
spetto dello stato delTagricoltura in Jscozia più completo 
del primo, e per aggiungervi tutto ciò che alia pubblica 
economia si riferiva . 

Ed egli si limitò alla Scozia sola, e non abbracciò 
]' Inghilterra, perche queste due provincie sebben riu- 
nite conservano tuttora delle dilferenze sostanziali in 
molli rami della loro interna economia, e perchè era 
di parere che uu luilivo delT una^^o dell' altra non do- 
T. FU. Jgosio i5 



21 4 

vesse parlare dei sistemi e delle pratiche di f[Liella , 
della quale non avea perfetta conoscenza . 

E in uìtimo luogo per questa sola parte del regno 
unito poteva ritrarre grandissimo vantaggio da un opera 
intitolata The statistical account oJ'Scotland, la quale 
contiene un minuto ragguaglio di ciascuna parrocchia 
dato dal ministro ecclesiastico in quella residente : do- 
cumento prezioso, autorevole, unico in Europa, e ri- 
guardato per il più fedele di quanti mai ne son comparsi 
in simil genere . 

Sulle quali basi inalzò il suo edilìzio e perchè que- 
ste erano solide, egli riesci nella sua intrapresa : inutil- 
mente però si presumerebbe di fare altrettanto per ogni 
altro paese, il quale non fosse stato da molti avanti con 
pari impegno e successo studiato. Siccome poi molte e 
di vario genere erano le materie, associò a se tali colla- 
boratori da far sì che ognuna fosse dottamente trattata . 
Abbiamo voluto finquì far sapere come fosse riunita 
e compilata 1' opera che porta il titolo da noi annunziato 
e pubblicata a Edinburgo nel i8i4 in cinque grandi vo- 
lumi con bella edizione, arricchita da una carta della 
Scozia, e da molte tavole in rame. Peraltro potrebbe 
dirsi che i primi tre volumi formano soli T opera come 
quelli che contengono un completo ragguaglio statistico, 
mancandovi solo le più minute particolarità di non e- 
guale interesse per ogni classe di lettori. Per riparare 
alla qual mancanza è aggiunta un appendice di due vo- 
lumi utile più specialmente agli Scozzesi, pei quali nin- 
na cosa può dirsi di lieve importanza che sia relativa al 
proprio paese (a) 

Premesso tutto ciò, noi ci tratterremo un poco ad 
esaminare le cose principali che s' incontrano nel libro 



21 3 

del Sinclair; e come troveremo frequenti occasioni di 
far valutare quanto contribuiscano al bene universale 
le istituzioni ^ le quali possono estendere dei benefizi 
proporzionati ad ogni classe di una popolazione , così 
speriamo che il nostro esame non resterà senza frutto . 
Peraltro, poiché la cultura dei terreni considerabilmente 
perfezionata negli ultimi tempi in Lscozia merita un più 
profondo ^ particolare studio, ci proponghiamo un tal 
soggetto per altri articoli limitandoci qui a parlare I. Del 
suo stato territoriale IL Del goi^erno civile ed eccle- 
siastico. 111. Della condizione dei suoi abitanti^e delle 
proprietà . 

1". Stato territoriale della Scozia 
Il clima di Scozia è certamente rigido ma non al 
pari di quello dei paesi egualmente settentrionali, per- 
chè da varie circostanze locali miti<^ato. La sua figura 
notabilmente allungata lascia avvicinare V uno all' altro 
i due mari che la circondano, i quali s'insinuano anche 
neir interno per i frequenti di lei golfi; e i laghi,, i fiu- 
mi, i canali occupano non piccola parte della sua super- 
fìcie . Dal che ne segue che una gran massa di vapore 
acquoso sovrasta in tutta 1' estensione del paese ^ il qual 
vapore decomponendosi continuamente cagiona V umi- 
dità, le piogge, le nebbie, e mitiga la temperatura; e ciò 
particolarmente accade ove le montagne non si oppon- 
gono alla sopravvenienza dei nuovi vapori. E in verità 
potrebbe dirsi che le montagne costituiscono il carattere 
distintivo della Scozia, poiché tagliandola in più dire- 
zioni ne occupano le due terze parti. La sola terza parto 
che rimane e forma le cosi dette basse ì(ìyvq(Jo^\> lands) 
situata fra levante e mezzogiorno può dirsi in piano. In 
quest' ultima l'agricoltura fiorisce; ma nelle prime, alle 
quali fu dato il nome di alte tcvve (ìiii^Ji-Ia/ids) sì con- 



fììS 
tenp^jno elementi non meno importanti della forza, e 
delia ricchezza della nazione, specialmente per l'abbon- 
danza dei minerali. Quelli che vi sono più frequenti 
sono il piombo, il ferro, il carbone, lo stagno, il bismuto, 
il cobalto, lo zinco; e talvolta l'argento e Toro vi si 
trovano anch' essi ma in piccole dosi . Forse non sareb- 
be aiì'atto irragionevole la speranza che le montagne di 
Scozia nascondessero fra i loro strati di granito delle mi- 
iriere d'argento ricche al pari di quelle di Norvegia: i 
metalli di minor valore furono trovati da principio alla 
su|)erlìcie anche in Sassonia, in seguito i preziosi ad una 
consiclenibile profondità . (b) 

Ma il minerale il più utile, e il più anticamente 
messo in Cv»mmercio dalli Scozzesi è il carbone. Il Papa 
Pio 11. nella sua descrizione delF Europa dice di aver 
vedute in Scozia nel 14^0 delle pietre nere date in ele- 
mosina ai poveri. Da quell'epoca sicuramente il carbo- 
ne si fa servire ai comodi della vita^ ed ora il consumo 
ne e calcolato ascendere a 2,5oo,ooo tons (tonnellate) 
all' anno . La qual somma sembrò grandissima a taluno 
e tale da dover produrre in brevissimo tempo la man- 
canza di questo minerale: nia è vano questo timore, 
poiché ricercando la ({uantità di carbone che può spe- 
rarsi di cavare ancona in Scozia si è trovato che il solo 
cosi detto gran campo del carbone situato neUix direzio- 
ne di S. O. al N. E. può somministrare quella quanti- 
tà per 3ooo anni, e ciò indipendentemente da altri due 
campi situati nelle due estremità meridionale^ e setten- 
trionale . 

E la pietra calcarea abbondante in molti distretti 
della Scozia è tenuta in gran pregio, perchè saggiamente 
giudicata non meno necessaria alla costruzione degli e- 
dilìzi che utile all'agricoltura. Il ferro, ed il piombo ; i 



11^ 
quali come abblam detto vi abbondano^ recano molta 
utilità all' industria ; e gli altri nietalii, e il granito^ il 
marmo, il quarzo, e molte varietà di pietra da editìzi 
s' incontrano nei differenti distretti . 

Ha la Scozia molti laghi ragguardevoli per la loro 
bellezza , e la maggior parte ancora per la loro estensio- 
ne . Le isole , le rive, e le prossime colline presentano 
generalmente delle situazioni singolari, le quali risve- 
gliarono talv^olta Fimaginazioiie dei poeti , olFrirono dei 
superbi originali ai pittori, e fissarono l'attenzione di 
tutti . 11 lago Loinond e i suoi circonvicini separati da 
varie colline alle quali per la bizzarria della loro forma 
fu dato il nome di Trosacks (e) formano uno spettacolo 
nuovo, grandioso, e piacévole. 1 quali laghi poi abbon- 
dando tutti di buon pesce, sostengono uno dei rami più 
importanti del commercio interno ^ somministrano oc- 
cupazione,, e lucro a molti individui, e un cibo delica- 
to aoli abitanti. 

1 suoi fiumi sono molti , rapidi, ed abbondanti di 
acqua ; e tali da offrire dei facili trasporti col mezzo del- 
la navigazione . Benefizio essenziale , e senza del quale 
vana sarebbe l'industria, e le fatiche degli uomini re- 
sterebbero il più delle volte senza prodotto . La qual 
massima fu quanto doveasi apprezzata in Scozia, e ve- 
dremo ben presto quante utili conseguenze siano deri- 
vate da questa giusta persuasione. Da ciò che è stato detto 
circa alla forma della Scozia e delle sue coste (d) chia- 
ramente apparisce che esse sono di grandissima esten- 
sione in proporzione della superficie, e che in conse- 
guenza molti luoghi hanno diretta comunicazione col 
mare . Le navi scejidendo e risalendo pei ^o\Ìì esportano 
i prodotti, caricandoli in maggior vicinanza dei luoghi 
noi quali furon raccolti ,e importano le merci straniere 



2lS 

quasi al luogo del loro cojisumOj(e)e danno vita al com- 
mercio interno , facendo circolar le raccolte , e gli uo- 
mini , e gristrunienti necessc^ri all' agricoltura e alle 
manifatture. Alle quali oppotui^ità presentate dalla na- 
turai situazione della Scozia e dal libero corso delle sue 
acque altre ne ha aggiunte F industria . Dopoché i fiumi 
quasi tutti erano stati ridotti navigabili per la ma^^gior 
parte del loro corso, non pochi canali furon costruiti 
per mettere in comunicazione uno con un altro fiume, 
e fino r uno con l'altro mare. 11 canale che unisce la 
Forth e la Glyde il piii ardito di quelli di Scozia tra- 
versando r intera isola mette in comunicazione il mare 
Atlantico col mar Germanico permettendo per esso il 
passaggio a quei vascelli i quali s' immergono a otto pie- 
di di profondità, (f) 

Egualmente facili e numerosi sono i mezzi di tra- 
sporto per terra nell'interno del paese, il quale non mol- 
to indietro potea dirsi mancante di questa importante 
comodità. Allorché la Scozia divenne provincia del re- 
gno unito, le prime strade vi furono costruite per ser- 
vire ad estendere il potere del nuovo governo , e a quel 
solo oggetto per lungo tempo servirono . Sono opera del- 
li ultimi 35 anni quelle tante strade, le quali hanno mes- 
se fra loro in comunicazione tutte le città , e tutti i vil- 
laggi, e le città e i villaggi, con tutti i porti. Il qual 
successo è prova della bontà dei regolamenti mantenuti 
in vigore, e della perizia di chi alla direzione di tali o- 
pere sopraintende . E di fatti poiché principale interesse 
dei possidenti si è che le strade si facciano , e fatte si 
mantengano, ne fu ad essi con ragione lasciato il pen- 
derò, e furono obbligati a concorrere annualmente con 
denaro, e operanti in proporzione delle rendite loro : ma 
essendo poi giusto che ognuno il quale gode d'un be- 



219 

iiefizio ne sostenga gli aggravi fu stabilito di più clie una 
piccola tassa fosse pagata lu vari punti delle strade da 
chiunque passasse. E poiché il Governo non potea diret- 
tamente regolare un'operazione così vasta, e così suddi- 
visa , le amministrazioni locali furono incaricate d'in- 
vigilare alla costruzione,ed al mantenimento delle strade, 
tanto più che erano esse più in grado di ricavare il mas- 
simo profitto dalle circostanze locali, e di occuparsi con 
più attenzione e assiduità dei più minuti particolari. La 
qual saggia misura risvegliando fra le amministrazioni 
dei diversi luoghi una lodevole emulazione ha prodotte 
delle felicissime conseguenze. 

Dall' accrescimento delle strade nasceva la neces- 
sità di costruire dei ponti, ond^ continuare le comunica- 
zioni interrotte dai fiumi, dai torrenti, o dai canali . 
Abhiam detto che moltissime strade in un breve periodo 
di tempo sono state costruite in Iscozia, ma ancor più 
recente è T epoca in cui s'incominciò la costruzione di 
quei ponti, i quali traversano ora tutti i grandi, e i pic- 
coli fiumi in modo che esiste una catena di comunica- 
zioni non interrotta dai confini dell' Inghilterra alla più 
settentrionale estremità dell' isola : dei quali ponti fatti 
di pietra , o di legno, o di metallo, o anche di una con- 
binazione di questi materiali è generalmente lodevole 
r artifizio . I progressi di quest' arte in Iscozia possou 
dirsi senza esempio: ascendono quasi a i5o8 i ponti di 
varie dimensioni o costruiti già , o molto avanzati 
sotto la direzione dei commissari per i ponti e strade 
nel settentrione della Gran Brettagna (g) 

//. Goi^erno disile ed Eccl(^siastìco 

La Scozia vide cominciare i suoi bei giorni dopo 
l'unione politica di essa coli' Inghilterra avvenuta nel- 
l'anno ^i^o^- e poicliè i. vantaggi di quest'unione sono 



ora arrivati amalurilà^ la Scozia è fra Inlll li òlali d" Eu- 
ropa ciuelio che abbia più consolidata la sua prosperità 
e messii in miglior accordo la sua condizione politica 
coi bisogni delia sua situazione , e del tempo . La qual 
prosperità essendo fondata in gran parte sui buoni co- 
stumi è tanto più rispetlabiic ^ e più vera , quanto ha 
minor fasto d'apparenza, e rende la nazione scozzese 
deona d essere osservala'da chi esamina le condizioni 
dei popoli a profitto dell' umanità. E di questa felicità 
son causa molte cose date alla Scozia o dai la natura , o 
dalla bontà delle istituzioni. Fra le quali debbonsi an- 
noverar come le principali la tendenza religiosa del po- 
polo , la vita agricola ed in molti luoghi pastorale^ la 
posizione segregata^ la mediocrità delle ricchezze^ e la 
loro distribuzione assai meno disuguale che in Inghilter- 
ra^ il commercio men vasto (h) e la libertà senza troppa 
ambizione . Poiché a coloro che restano a vivere in cùsa 
loro nulla manca per una esistenza politiga libera e tran- 
quilla; ma benché molti Scozzesi abbiano gran parte 
neir amministrazione delle cose inglesi , pure il gran 
teatro degli affari, e tutta la piritica più ambiziosa non 
è appresso di loro, ma in Inghilterra. La qual circos- 
tanza e tutta a guadagno della moralità del popolo- 

Sotto l'antico regno scozzese la feudalità ed il cle- 
ro erano potenti in Iscozia più che in qualunque altra 
parte d' Europa. Quindi la loro storia è piena di guer- 
re intestine , d' agitazioni , e d' atrocità. 1 nobili di pri- 
mo grado già prepotenti per le ricchezze , investiti per 
diritto ereditario di molti dei primi uffìzj dello stato , 
dominavano facilmente dai loro castelli un paese mon- 
tuoso , e scarso allora di grandi città. Fattisi necessarj 
jielle guerre continue coli' Inghilterra , e riuniti fra loro 
in associazioni essi arrivarono a soverchiare l'autorità 



221 



dei re ridotta quasi ad no nome, e ad un uome poco rive- 
rito. I re non ei^bero più altra forza che nei castelli;, de' 
quali possedevano anch' essi un buon numero special- 
mente in vicinanza della capitale , ne poteano più difen- 
dersi dai baroni altro che combattendo con loro , come 
con uguali. Ma spesso i baroni prevalsero, e assassinarono 
Giacomo I.;, il quale si era provato più efficacemente 
de" li altri a introdurre in Iscozia delli ordini più mo- 
narciiici^ simili a quelli che avea veduti osservarsi nella 
vicina Inghilterra durante la sua prigionia : e uccisero 
in battaglia Giacomo 111., e a molti altri re usarono 
violenza^ o gli imprigionarono onde disporre a loro ar- 
bitrio del nome reale. Ma poiché Giacomo VI divenuto 
re della Gran Brettagna fece passare a Londra la corona 
scozzese Tanno i6o3^ i nobili scozzesi restarono troppo 
ineguali di forze a fronte di un principe tanto più gran- 
de e sostenuto da armate indipendenti da loro . Però 
irritati da Carlo I. e appoggiati al malcontento del po- 
polo per le cose di religione, vennero in campo un al- 
tra volta più forti che mai per l'accordo che il comune 
pericolo avea stabilito fra loro. Ma la rivoluzione che 
sopravvenne ricoprì tutto , e la prepotente forza del 
popolo sommerse anche loro nel rovesciare il trono, ed 
abbasso la loro possanza, per sempre. Sinché la restaura- 
zione avendo poi per un momento come ringiovanita 
la monarchia , i re per farsi più forti sulle rovine del- 
la feudalità si trovarono a dar la mano al popolo, e 
questo accordo fra i re ed il popolo stabili in Iscozia 
per le cause stesse, e nel modo stesso come in molte 
altre parti di Europa ^ una monarchia temperata. Al che 
poi si aggiunsero dopo avvantaggiate le cose inglesi 
col cambiamento della dinastìa j dei migliori ordini 
politici , e maggiore eguaglianza di diritti fra i citi adi- 



3 22 

ni. Ma le conseguenze di Lanlì scompigli e 1' aristocra- 
zia ancora non ben ridotta alla moderazione si univano 
tuttora all'avversione degli Scozzesi per uno stato di 
soggezione talvolta sentito di fatto, e sempre prevalen- 
te neir opinione, e la Scozia stette ancora molto tempo 
prima di rassodare la sua unione colT Inghilterra , e 
mettere in attività le sue forze. E una causa di divisio- 
ne era mantenuta dopo il cambiamento di dinastia dal 
favore che i nobili conservarono verso quella delli 
Stuardi j più favorevole della nuova ai privilegi dell'a- 
ristocrazia. Sicché la Scozia fu molto tempo in sospetto 
al governo inglese per il favore che il pretendente vi 
avea trovato, e contrasto lungamente l'unione dei due 
parlamenti aborrita dai nobili, come quella che dovea 
finire d' annichilare il loro potere , e sospetta a molta 
parte della nazione come cosa nuova , e come che 
fosse un consegnar nelle mani dell' Inghilterra V ul- 
timo avanzo di nazionalità. Ma fatta l'unione nel 1707, 
e scordato aifatto il pretendente dopo V effimera inva- 
sione del 1745» la Scozia ha cominciato a stabilirsi tran- 
quillamente in quella condizione, che è resa necessaria 
dalla contiguità dell' Inghilterra , e dall'attuale stato 
d'Europa; ed avendo essa avanzato rapidamente in 
questi ultimi anni di civiltà , e di ricchezza , è venuto 
ora il suo secol d' oro per le arti d' ingegno ( i ), insieme 
coir epoca della sua maggior prosperità ( 1 ). 

La rivoluzione religiosa in Iscozia fu violenta in 
proporzione della ricchezza e della potenza che avea il 
clero, della parte che egli avea presa nei pubblici affari 
e della relazione di tutto questo cogl' interessi del po- 
polo . Perciò abbandonato il cattolicismo essi passaro- 
no di salto alla setta presbiteriana che è come una 
democrazia religiosa . Ma i re favorirono sempre più 



« meno ìa religione episcopale^ donde principalmente? 
ebbero motivo i frequenti sconvolgimenti^ i quali tur- 
barono li ultimi regni degli Stuardi , e die non cessa- 
rono se non con la totale estinzione di questa famiglia. 
E appunto alienati in tal modo gli animi delli Scozze- 
si^ ruinò la fortuna di Carlo l. 

I benefizj ecclesiastici furono aboliti in Iscozia in- 
sieme con le dignità. Non vi sono altri preti die parro- 
chi j e questi sono eletti dai rappresentanti della nazio- 
ne, e subordinati all'amministrazione secolare. Né fra 
questi si distinguono in grado altro die certi die essi 
ó^idiixidiWQ presbjteries ^ i quali presiedono alle cose li- 
turgiche radunati in sinodi particolari , i quali dipen- 
dono poi per li affari più gravi da un sinodo generale , 
nel quale si regola tutto ciò che appartiene alla religio- 
ne , coli' intervento di un commissario del re, e senza 
altro appello che al parlamento britannico. La Scozia 
ha 988 preti, 89.) parrocchie, -yS presbiterati, e quin- 
dici sinodi particolari (m). 

Le leggi della Scozia differiscono in parte da quel- 
le delF Inghilterra. Fondate le prime principalmente 
su degli antichi statuti contengono appena qualche trac- 
cia del diritto comune, il quale forma la base delle se- 
conde. L' amministrazione della giustizia è separata. 
Le corti supreme di giustizia per il civile , e per il cri- 
minale risiedono a Edimburgo, e vi sono poi altre tre 
corti di giro, le quali si adunano successivamente co- 
me in Lighilterra in varii luoghi del regno. 

in. Della condizione degli abitanti 
e delle proprietà . 

L^ ignoranza, e l'oscurità conseguenze necessa- 
rie di una infelice situazione politica tennero lunga- 
mente compresso il genio delli Scozzesi, i quali la 



224 

.spiegarono largamente tostocliè la libertà delle discus- 
sioni e della difesa dei propri diritti fu stabilita, e l'e- 
loquenza e le artiche F accompagnano o la perfezionano 
nacquero;, e crebbero a maturila: La coniidenZcT pub- 
blica si consolidò, il commercio si estese, i costumi si 
addolcirono, le arti e scenze divennero oggetto di co- 
mune studio, e soprattutto furon presi savissimi prov- 
vedimenti per r educazione della crescente gioventù. 

Ogni .parrocchia ebbe un maestro di scuola^ sicché 
in breve tempo appena si potè trovare in tutta la Sco- 
zia un contadino^ un lavorante a giornata, un cavator 
di carbone, il quale non sappia leggere e scrivere (n). 
Così restarono assicurati i timori dì coloro i quali cre- 
deano di veder le campagne incolte , i greggi senza 
pastori, le manifatture senza operaj ove T istruzione 
elementare fosse stata conmne. 1 cavatori delle miniere 
di carbone hanno ciascuno una piccola libreria nella 
<juale cercan sollievo nelle ore del riposo dalle penose 
fatiche del loro mestiero ; e gli abitanti delle mojitagne 
più settentrionali occupati continuajnente nei lunghis- 
simi giorni d' estate coi loro bestiami , consacrano poi 
gran parte delle egualmente lunghe notti d'inverno 
ììlla lettura se istruiti, all'istruzione se ignoranti. Ma 
il carbone si cavava, e gli armenti erano guardati avan- 
ti che le buone istituzioni fossero estese in Iscozia, e il 
carbone si cava, e gli armenti si guardano anche at- 
tualmente da individui i quali godono tutti i bene[i^j 
dell' istruzione. E in niun paese l'industria è maggiore, 
le proprietà più apprezzate e meglio conservate, la 
prosperità più universale, e più solida, e i delitti più 
scarsi. Le tavole statistiche di questi ultimi anni mo- 
strano per il piccol numero dei processi^ e delle con- 
danne^ essere la Scozia il paese d'Europa che abbia 



225 

pili moralità^ e colpiscono specialmente per una diffe- 
reaza vistosa coli/ Inghilterra. 

Le quali osservazioni premesse sulli abitanti della 
Scozia in generale , in tre classi li divideremo cioè in 
possidenti , in persone che wono d' industria , e in 
poderi, e di ognuna parleremo separatamente. 

Possidenti. Molte cause concorsero al rapido avan- 
zamento dell'agricoltura in Scozia; alcune delle quali 
dipendono dalle leggi y alcune dal fatto dei possidenti 
medesimi , alcune dalle circostanze locali. Fra le prime 
le principali sono la sicurezza delle proprietà protetta 
da ottimi provvedimenti, la facilità della trasmissione 
dei possessi eseguibile con forme tali da tor di mezzo 
ogni questione, T esenzione del pagamento in generi di 
qualunque tassa: fra le seconde è utilissima la pratica 
che assicura per lungo tempo al coltivatore quei diritti, 
ciìC egli acquista tentando degl' importanti migliora- 
menti ^ pratica che promuove a un tempo l'interesse 
del coltivatore e del padrone del fondo ; del pari utile 
è la diffusione dei sistemi migliori di cultura frutto 
del li studj dei coltivatori , i quali conoscendo le buone 
teorie le riducono in pratica con vantaggiò, sprezzando 
difìicokà credute insuperabili, e accelerando i progressi 
della più utile fra le scienze. E in terzo luogo, la più 
importante delle cause della prosperità delle campagne 
scozzesi che abbiam detto dipendere dalle circostanze 
locali si è il vasto campo che il paese medesimo offre 
air esercizio dell' industria. Le piantazioni alle quali 
resta ancora grandissimo spazio promettono certa e larga 
ricompensa a chi le eseguisce: I minerali abondanti 
]iella parte montuosa sono di considerevole utdità : la 
pesca, il bruciamento dell' alga per le manifatture del 
sapone e dei vetri,!' educazione dei bestiami sono tut- 



226 

te sorgenti ricchissime alle quali T industria può attin- 
gere. In tal modo il premio seguendo d'appresso la 
fatica del coltivatore lo rende più ardito ^ più attivo _, e 
r obbliga ad essere studioso per divenir migliore. 

Per le quali ragioni potremmo digià chiamar for- 
tunati i possessori di beni stabili in Scozia, se non aves- 
simo argomenti per meglio dimostrarlo Ha quel paese 
come ogni altro dei piccoli^ e dei grandi possidenti : i 
piccoli attendono per la maggior parte essi stessi alla 
cultura dei loro terreni, e poiché tutto di loro ne è il 
profitto ben può credersi che ad aumentarlo con ogni 
premura si afì'atichino : i grandi affidano le proprie pos- 
sessioni a dei coltivatori in affitto, ma con tali condi- 
zioni che inspirano fiducia e attività in questi, rendono 
comune il loro interesse con i veri possessori, assicu- 
rano un pagamento proporzionato alla somma delle ren- 
dite, rendono reciproci i vantaggi senza che T industria 
inceppamento, e la mala fede impulso ricevano. Ln 
coltivatore il quale temesse di non raccogliere i frutti 
di un miglioramento da esso imaginato, perchè avanti 
r epoca della loro maturità può aver perduto il diritto 
su quelli , non ardirà d' eseguirlo ; o se d' altronde sarà 
costretto a divider con altri ciò che derivar può esclu- 
sivamente dalla sua industria o poco premuroso trascu- 
rerà i mezzi d'esercitarla, o poco fedele nasconderà i 
resultati dei fatti esperimenti. Un altro coltivatore al 
contrario, il quale sia certo del tempo che a lui rimane 
per godere il profitto dei propri lavori, il quale sappia 
che aumentando le rendite dei terreni eh' egli coltiva 
non auinentano proporzionatamente i suoi aggravi, è 
naturalmente stimolato a perfezionare le sue pratiche, 
col qual mezzo sempre le migliori s' apprendono , e si 
rendono comuni. Di pari condizione di quest' ultini» 



sono i coltivatori scozzesi non proprietarj, i quali non 
ijervili operanti^ o imperiti mercenari^ ma abili teorici, 
accurati osservatori^ ottimi pratici tanto si fan distin- 
guere da un mezzo secolo in qua. E le rendite del paese 
aumentate dopo quelT epoca considerabilmente rendono 
prospero il corpo intiero della nazione^ e vi conservano 
Fagio^ e la tranquillità (o). 

Persone le quali vivono d' industria. Della pii^i 
importante fra le classi di persone che vivon sulla loro 
industria in Iscozia cioè a dire dei (ittajoli ci è stato 
necessario parlare alF articolo dei possidenti. Restereb- 
bero da farsi conoscere i modi coi quali questa loro in- 
dustria si esercita^ ma poiché (issammo di tralasciar per 
ora tutto ciò che ai sistemi dell' agricoltura scozzese ha 
relazione, non altro aggiungeremo in tal proposito; e 
parleremo invece dei manifattori e commercianti. 

Le manifatture di Scozia sono grandemente este- 
se, e ogni giorno progrediscono sebl^en le più impor- 
tanti non vi fossero stabilite prima della metà del se- 
tolo passato . Gran parte della popolazione , e gran 
numero di capitali sono costantemente impiegati nelle 
manifatture della lana, del lino e del cotone le più 
A/antaggiose al paese ; alle quali poi debbonsi aggiungere 
le altre dei cappelli , della carta , del ferro , del cuojo, 
dei vetri, delle terraglie, del sapone, del sale, del ta- 
bacco ec; e il valore di tutte insieme si calcola ascen- 
dere a quattordici milioni di lire sterline per anno. 

Il commercio è esteso, e utile in Iscozia. Appar- 
tenevano a questa provincia nell'anno 1812 numero 
2708 legni mercantili; il qual numero alla fine del- 
l' anno 1 8 1 3 era amiientato a 3 1 5 1 ; e questi legni espor- 
tando i prodotti e le manifatture del paese riportano 
dall'Olanda, dalla iVorvegia, dalla Svezia principa\- 



228 

niente, e poi dal rimanente d'Europa, e ancora dalle 
altre parti della terra ciò che manca alli Scozzesi, e ciò 
che ai comodi, e al lusso della vita può servire. 

Così r agricoltura, le manifatture, ed il commer- 
cio ajutandosi a vicenda costituiscono la fortuna della 
popolazione. Ne fra gl'industriosi debbon tralasciarsi 
gli impiegati nella navigazione, nella pesca, nell'esca- 
vazione e lavorazione dei minerali, e nei pubblici lavori 
numerosi in maniera che a niuno, il quale voglia man- 
car puote occupazione. I soli infelici privi di fortune 
proprie , e inabili al lavoro rimangono a costituire la 
terza classe di quelle nelle quali abbiam divisa la po- 
polazione di Scozia , quella cioè dei poveri. 

PoK^eri. E questa classe d' individui scarsissima 
nella Scozia , la proporzione dei poveri alimentati coi 
fondi pubblici non supera uno per 60 sulla massa degli 
abitanti, e la spesa del loro niiuilenimento appena può 
dirsi ascendere al i per cento sulla somma delle ren- 
dite territoriali. La quale scarsità di poveri è un nuovo 
benefìzio per quel paese, ed un nuovo argomento del 
comun desiderio di occuparsi . Le leggi riguardanti i 
poveri, se leggi posson dirsi esistere in Iscozia si re- 
strinsfono a facilitare e amministrare delle volontarie 
contribuzioni. Le quali sono pagate alle porte delle chie- 
se dai concorrenti, e più particolarmente nelle occasioni 
dei matrimonj , battesimi . e funerali. E come Tammi- 
strazione dei fondi appartenenti ai poveri fu giudicato 
dovesse esser gratuita , e un dovere pii\ che ad altri in- 
combente ai parroclìi , a questi è dessa principalmente 
affidata, se non che i più distinti e più facoltosi dei par- 
rocchiani formano unitamente al parroco respetti vo una 
specie di consiglio dal quale dee indicarsi la maniera 
della distribuzione del provento delle tasse suddette. 



2 29 

Le quali restando talvolta insufficienti sono aumeutat(^ 
da altre temporarie che i componenti quel consiglio 
d'amministrazione decretano, e nella maggior parte 
pagano, essendo essi, come fu detto, i più facoltosi, e 
per conseguenza i più imponibili. Il qual sistema non 
distrugge totalmente , anche iu quest'ultimo caso, la 
spontaneità di contribuire, essendo i medesimi che im» 
pongono e sono imposti. La bontà di questi semplicis- 
simi provvedimenti per i poveri è dimostrata dal fatto^ 
e dal confronto di altri paesi e specialmente delT la- 
ghi i terra ove le troppe leggi sui poveri hanno prodotti 
de^rli effetti rovinosissimi. In Iscozia al contrario, e 
questo basti per tutti li argomenti da addursi in favore 
di quel sistema , il numero dei poveri non aumenta , 
anzi diminuisce mentre la popolazione cresce con stra- 
ordinaria rapidità. Conta vansi nell'anno 1755 in Iseo- 
zia 1,255,663 abitanti, i, 5 14,999 nell'anno 1791; e 
1,700,000 neir anno 1801. (o) 

Termineremo quest'articolo aggiungendo una sola 
riilessione ; In Iscozia più tardi che altrove penetraro- 
no i buoni lumi , e furono stabilite le buone istituzioni; 
in Iscozia più presta che altrove si sparsero i primi, e 
produssero felicissime conseguenze le seconde : ove cer- 
cheremo noi la spiegazione di un tal fenomeno? Noi non 
possiam convenire nell' opinione che il clima renda gli 
uomini buoni o cattivi , dotti o ignoranti; se esamine- 
remo qual differenza principalmente passi fra i sistemi 
della Scozia, e quelli di altri luoghi, noi la troveremo 
nella premura di educar la gioventù : forza è dunque 
accordare che da una sa^fs^ia educazione ooni bene de- 
riva , come ogni male può derivare da una cattiva, o 
da nessuna . 

Ferdinando Tartini Salvatici. 
T. ^n. Agosto 16 



/ 



NOTE 

(a) Fra i libri che danno ragguagli più estesi delle diverse 
parti di Scozia dee annoverarsi come uno dei più importanti 
la descrizione della città di Glascovia, e delle pubbliche istitu- 
zioni che sono in essa, pubblicata nel!' anno 1820 da Giacomo 
Cleland e della quale è sUdo reso conto in un articolo dell* E- 
dimburgh Review n* 66. 

(b) Il Dott. Maculloch insigne geologo sta lavorando a una 
descrizione di tutta la Scozia, della quale egli ha già pubblicato 
ciò che riguarda le molte isole situate al nord ovest di essa. 
La Scoria è terreno tanto più favorevole alle osservazioni geo- 
logiche in quanto che essa contiene in poco spazio tutte le 
diverse specie di formazioni . La sola piccola isoli di Arran è 
stata chiamata un microscopio geoloj^ico, e par che basti a ri- 
spondere a C(doro che vogliono sottoporre a un sistema troppo 
esclusivo la composizione dei globo. Li strati nella Scbxia, come 
nel!' Inghilterra seguono una direzione quasi costante dal S. O. 
verso il N. E., la qual direzione si osserva anche negli accidenti 
esteriori del terreno con una leggera inclinazione verso Toricnte, 

(e) Queste belle situazioni hanno acquistata maggior ce- 
lebrità e son divenute più care alli Scozzesi per i poemi di 
Walter Scott. Questo poeta vivente è stato chiamato l'Ario- 
sto della Scozia, e può meritar questo paragone per la fertili- 
tà della sua immaginazione e per le bellezze della sua poesia 
descrittiva. Inferiore fra gli Inglesi solo a Lord Byron perla 
potenza del genio , egli ha potuto divenire il poeta nazionale 
per la popolarità dei soggetti che egli ha trattati , cari agli 
Scozzesi principalmente, e punto stranieri a^li Inglesi dopo la 
felice unione, la quale ha confusi insieme e legati di scambie- 
vole fratellanza li interessi di questi due popoli . Se Byron è 
il poeta favorito di coloro che sono agitati da delle sensazioni 
violente , o che ne vanno in traccia , Walter Scott è il poeta 
di tutti, ed a tutti caro, e se quegli è più ammirato, e più 
universalmente celebre, questi forse è più letto nella Gran 
Brettagna. Nei suoi molti poemi, e ne' suoi romanzi, egli ha 
illustrate le antiche cose scozzesi, e talvolta le inglesi, e prin- 
cipalmente nei romanzi, egli ha presi a descrivere i costumi e 
opinioni correnti delle varie epoche le più celebri nella storia 
delia Gran Brettagna, mettendo in azione quelle particolarità, 



23 l 

che li storici son costretti a omettere , e ottenendo così per 
mezzo della finzione quella evidenza completa che la storia nega 
ai più dei lettori . Argomento degnissimo e che meriterebbe di 
aver dei seguaci presso tutte le nazioni, e che evitando i vizi 
principali dei romanzi storici , li pone al di sopra di tutti li 
altri romanzi. Walter Scott è l'esempio della maggior ricchezza 
che il compor libri abbia mai fruttato ad alcuno scrittore . Sì 
conta che egli abbia avuto a quest' ora dai librai per la ven- 
dita delle sue opere oltre a cento mila lire sterline, alla qual 
somma non arrivò lo stesso Voltaire. Egli ebbe nell'anno 1820 
il titolo di Baronetto. 

(d) La qualità delle coste ed i lunghi seni che son formati 
dalle imboccature dei fiumi anche poco considerabili della Gran 
Brettagna debbon contarsi fra i principali vantaggi che la na- 
tura abbia accordati a quell' isola per il commercio del mare . 
Così Londra, Bristol, Liverpool, Hiill, Edimburgo, Glascovia 
hanno nei fiumi sui quali son posti dei porti immensi, e sicu- 
rissimi, i quali continuandosi nelf interno somministraiio poi 
per le tante loro diramazioni naturali ed artificiali dei facili 
veicoli di esportazione per tutta quanta la Gran-Brettagna. 

(e) Fra i mezzi principali di accrescimento che ha avuti il 
commercio in questi ultimi anni devono essere annoverate in 
primo luogo le barche a vapore. Enrico Bell cittadino di Glasco- 
via ebbe il vanto di introdurlo il primo in Europa nel 1812. se pu- 
re non ha a dirsi piuttosto che egli divida anche il merito dell' in- 
venzione colTamericano Fulton, i successi del quale non gli erano 
conosciuti che per la sola fama. E da quel tempo in poi Gla- 
scovia ha sempre mantenuta in gran credito la manifattura di 
queste macchine maravigliose, ora perfezionate d'assai; e per 
r estensione del suo commercio, e per 1' opportunità del suo 
sito ne ha esteso 1' uso forse al di là d' ogni altro paese in 
Europa. Ventisei battelli a vapore percorrono oe;ni giorno la 
vasta imboccatura della Clyde, che apre a Glascovia la comu- 
nicazione col mare, ed è raro che. da quelle belle sponde non 
se Jie vedano fumar quattro o cinque in varie direzioni. Vene 
ha che arrivano alla portata fino di 200 tonnellate. Il termi- 
ne medio della loro velocità è fra le sette e le otto mi"lia 

o 

l'ora. Prima dell'introduzione di essi si calcolava che 5o per- 
sone passassero e ripassassero ogni giorno fra Glascovia e 
Greenocìi città situata a 26 miglia dalla prima all' estremità 



elei fiume. Ora si cojota che questo numero sia portato a quat-» 
tre o cinquecento. Le barche a Tapore si son rese comuni in 
tutta la Scozia per la navigaiionc delle coste rlei fiumi, e dei 
laghi, e per la comunicazione coli' Irlanda, e coli' Inghilterra. 

(f) Un altra gigantesca intrapresa, la quale è vicina ad 
esfeer compita a spese del governo , è il cosi detto canale di 
Caledonia, il quale lungo la fila dei laghi che traversano la 
Scozia dal N. E. al S. O- dee condurre da Inverness a Fort 
William, dove cominciano i seni di mare, pei quali Fort Wil- 
liam comunica coli' Atlantico. Siccome il passaggio fra la punta 
settentrionale di Scozia, e le isole Orcadi, e di Shetland è spesse 
volte pericoloso, e specialmente lo stretto di Pertiand, o Pert- 
jand Frith ( Frith è derivato da fretam ) il quale darebbe il 
passaggio più corto , ha la corrente la più violenta , il nuovo 
canale si fa tanto grande da poter portare dei legni grossi fino 
♦Ile fregate inciusivamente . Una difficoltà potrebbe incontrarsi 
ne' venti, i quali entrati una volta in quella lunga foce di b'ghi, 
potrebbero impedire alle vele il passaggio per lungo tempo. 
Ma dicono di «ijssersi aesicurati coli' esperienza che i venti non 
regnano mai costanti nella direzione dei laghi. E in tutti i 
modi le barche a vapore bastano ad assicurare 1' utilità dellin- 
trapresa. Da Inverness a Fort William son 60 miglia. Ma il 
canale non è abbisognato che per sole 18 miglia, traversandosi 
per il rimanente i laghi, i quali però è stato necessario alfon* 
^iire in molti punti. Il lago Ness è lungo 34 miglia, il lago 
Oich 3 miglia, il lago Lochy i5 miglia. Era compito nell'anno 
1819 da Inverness fino a tutto il lago Ness, sicché i bastimenti 
venivano già a Fort Augustus alla punta meridionale di questo 
Ingo. Vi volevano per finirlo tutto altri tre anni. Il canale è 
fondo 22 piedi e largo 60. Ma la spesa maggiore' sta nelle ca- 
teratte delle quali ne erano già fatte otto fino a Fort Augustus, 
ma da questo luogo fino all' Atlantico ve ne abbisognano mol- 
te più . 

(g) I Romani percorsero ì' isola tutta intera . Si era cre- 
/ (àuto da prima che essi non avessero oltrepassata la latitudine 

d'Inverness. Ma il Gen. Roy nella sua grand' op^ra sugli avanzi 
delle cose militari dei Romani nella Gran Brettagna ha provato 
coi monumenti che questi conquistatori avean penetrato anche 
in quella punta di terra in cui finisce la Scozia al settentrione, 
(h) A questa proposizione fa eccezione Glascovia e un tratto 



a33 

poco esteso di paese ali' intorno ricchissimo di manifatture , e 
di commercio forse al di sopra di ogni altra parte? della Gran- 
Brettagna . Ma il rapido avanzamento che la località e T indu- 
stria hanno procurato da pochi anni a quella contrada > e la 
popolazione mista delle emii^r.i aioni della vicina Irlanda , fanno 
sì che comparisca ora quasi una colonia nella Scoria, tanto ess«» 
differisce nella condizione economica , e nei costumi dal rima- 
nente di quello stato . Merita di esser consultato il libro di 
Cleland da noi citato nella nota (a) per conoscere a quanta po- 
tenza siano giunte le manifatture iu Glascovia e Paisley e La^ 
nark; piccoli borala pochi anni fa ora rivalegj;iano per 1' espor* 
tazione delle tele di cotone con le città pìh opulente. Le macchine 
maravigliose che vi si adoprano e l' immensità dei capitali i, 
quali vi sono stati impiegati hanno condotto questo ramo di 
commercio a quilla estensione che non può udirsi raccontar 
senza meraviglia , e che si aumenta ogni giorno per l' aggiunta 
di nuove' fabbriche . La sola Glascovia coi suoi sul)horghi si 
conta che fabbricasse nelT anno 1818, io5 milioni di yards di 
tele di cotone (un yard è tre piedi) per il val<ire di cinque mi- 
lioni e 200 mila lire sterline. Al che se si aggiungono le fab- 
briche gigantesche di lavori di ferro onde escono le macchine 
e i bastimenti a vapore , e poi tante altre manifatture meno 
considerabili , si potrà formarsi un' id{>a della snjisuiata fortuna 
alla quale è giunta quella città. Nell'anno 1816 partì da Gla« 
scovia per Calcutta il primo legno scozzese che veleggiasse alle 
Indie . Ora la Scozia invia direttamente la maggior parte dei 
suoi prodotti in qualsisia paese . 

Kel 17^)8, anno susseguente all'unione, la popolazione di 
Glascovia era 125766. Nel 1791? ^Qk,^']d. Nel 1811 , 100,749» 
Ora r aumento straordinario degli edilìzi in città e 1' ostcjjsione 
dei subborghi fanno giudicare che essa sia portata a i4o,ooo, 

(i) L' università di Edimburgo ha ottenuta ai di nostri 
tanta celebrità da g ireggiar con le piìi fonose . Non è antica 
poiché cominciò con un sol Professore intuno al i5So; uè vi 
è gran lusso d' insegnamento poiché i Pr.jfesiiori son ventisette 
e si mantengono sopra le tasre delti solari, i quali pjgano cias-^ 
cuno secondo le lezioni da due a quattro ghinee all' anno , Ma 
il solo Professor di chimica ha più di 5oo scolari. Le cattedre 
dì teologia sono eccettuyte e mantenute dall' università. Ne par- 
rebbe che !a divisione dc'ic ciillcdre dovesse esser punto fa/)» 



234 

revole ai Luoni studi, giacché sotto i noviii di filosofia morale, 
e di (ilosofia naturale comprendono sotto due soli nriaestri la 
maggior parte dello scibile umano . Ma dettavano da queste 
cattedre un Dugald Stewart , e un Playfair e avevano per col-- 
leghi e Leslie , e Gregory , e Jameson, e tanti altri pei quali 
la Scozia è divenuta madre di molto sapere a tutta Europa . 
E i Professori sono scelti dal magistrato , e il magistrato è com- 
posto di artigiani e di mc^rcanti . Questa università non somiglia 
punto le due famose dell' Inghilterra, le quali sanno ancora dei 
vecchi tempi, e sono istituzione conservatrice degli ordini an- 
tichi e tutta cosa nazionale . Quella di Edimburgo al contrario 
ampliata in tempi recenti ne segue l' indole , ha minor peso di 
saper classico , e di antica filosofia , e più di ragione morale e 
])olitica. Anche la medicina vi fiorisce molto, e lo studio di essa 
ricliiama a Edimburgo gran numero di stranieri, mentre non 
vi hanno che Inglesi a Cambridge, e a Oxford. Le due vec- 
chie maestre dell' Inghilterra alzano già li occhi con gelosia verso 
della nuova rivale, e contendono con essa opponendo l'autorità 
dell'uso ai nuovi dettami della ragione. La qual contesa è la 
stessa che si riproduce da per tutto sotto varie forme, ma me- 
no aspra in Inghilterra che altrove, poiché ivi l'uso non è ancora 
affatto decaduto in una inerte decrepitezza, né il vero vi com- 
parisce sempre o sfigurato dallo spirito di parte o violentato 
dalla compressione. 

(l) Nel solo Edinburgo si costruivano nell'anno 1819 otto- 
cento case , e quella che chiamano città nuova , e che é tutta 
fabbricata da pochi anni, è già di grandezza eguale all' antichi. 
(m) Il numero dei cattolici si è aumentato d'assai in que- 
sti ultimi anni per li Irlandesi , i quali hanno emigrato nelle 
città manifatturiere di Scozia. E quanto la tolleranza in loro 
favore sia divenuta maggiore basti a provarlo un fatto sola 
Dentro la memoria dei nostri uomini ebbe luogo in Glascovia 
un tumulto , la prima volta che si volle accordare ai pochi cat- 
tolici che vi erano allora il pubblico esercizio del loro culto . 
Ora i cattolici sono oltre a tredicimila e la loro chiesa situata 
Bella parte la più frequentata della citta è uno dei più belli 
edifizj che essa contenga. 

(n) Deve farsi eccezione per li abitanti delle isole poste 
all'occidente della Scozia, i quali vivono per lo più della pe- 
5ca^ e sono incolti e miserabili. Può consultarsi per una cogni- 



235 

ìlone esatta eli quel paesi il libro citato dal dolt. Maculiceli, e 
il voi. 66 delia rivista d'Edimburgo. Egli è in quelle isole e 
nelle coste adiacenti che si parla tuttora il celtico, la lingua 
d' Ossian , poco differente da quella cbe è adoprata in alcune 
parti d'Irlanda e nel paese di Galles. Ma le più frequenti co- 
municazioni col rimanente dell'isola, e T abolizione delle vec- 
chie costumanze , e dell' antico loro singoiar modo di vivere , 
hanno fatta andar quella lingua in disuso , siccbè appena si trova 
ora chi non parli l' inglese , e può presagirsi che in breve il 
celtica sarà ri.lotto in Iscozia alla condizione di lingua morta . 
Insietne colla lingua è rimasto in quelle sole parti il costume 
di vestirsi all' antica foggia scozzese , e qualche maggiore os- 
servanza dell'antica suggezione dei casati ( clans ) al loro capo 
( cbieftrain }. Ma il cambiamento degli ordini politici in Iscozia, 
e l'aumento immenso delle città a danno della popolazione delle 
campagne hanno già quasi distrutta quella specie di aristocrazia 
patriarcale che avea conservata in Iscozia la mostra del modo 
onde era retta in antico la parte settentrionale di Europa, ed 
ora ne resta poco altro indizio, che l'udir chiamate nel modo 
stesso tante famiglie , tanto che li Scozzesi son sempre distinti 
da un picrol nùmero di casati. Ma all' epoca in cui si temeva 
un' invasione francese nella Gran Brettagna questi casati ascoi-' 
tarono ancora la voce del loro capo (giacche la sola vanità fa 
SI che il principale di un clan si conservi religiosamente i suoi 
titoli per farsi riconoscer per tale) e furon levati da questi dei 
reggimenti i quali essendo tutti sotto lo stesso nome di fami- 
glia , bisognò che li individui che avevano lo stesso nome di 
batlesiuio si distinguessero per numeri , ed è sotto questi numeri 
the alcuni di loro son designati tuttora. Y. 



(o} Un' opera recente ha valutata la popolazione della Sco- 
ria nel 1821^ a 2091,014- 

. Nota di G. R. P. 



'206 

ITPOAEroMENA TOT KOPAH. z. r. A. 
Discorsi preliminari del Corai, 

Ben noto ai nostri lettori deve essere il nome di 
Corai . Più volte con lodo lo abbiam rammentato , ma 
ben è tempo che in più soddisfacente maniera si ap- 
paghi per noi alla brama che provar debbono quanti 
^ ol"ono con interesse lo Sijuardo alle cose della moder- 
na Grecia^ di aver maggior contezza di un uomo che 
più lV ogni altro ha influito sui progressi della propria 
nazione . 

Vivendo lungi dalla sua patria in una delle più 
eulte capitali europee , dedicando intieramente alla li- 
losofia e alle lettere gli ozj lasciatigli dalla sua lìlan- 
tropica professione, l' influenza del Corai non fu quella 
d' \\\\ eloquente fanatico che andasse peregrinando fra 
5 suoi, spacciando dottrine che non potevansi intendere, 
non quella d' un. inquieto fazioso che tentasse agitar la 
sua patria e farla poi vittima della sua seduzione e della 
propria follìa. Ma fu quella d'un buon cittadino, d'un 
sincero amatore della patria , d' un vero fd oso fo . Egli 
vide la Grecia avvilita e serva , ma riconobbe altrtjsì 
che la propria ignoranza non meno che l' oppressione 
de' suoi dominatori la ritenevano in quel misero stato, 
e nella sola dispersione di questa ignoranza scorse aper- 
ta la via per cui potesse risorgere. « Per ricondurre la 
Grecia, die' egli, in condizione diversa da quella nella 
quale a' dì nostri ritrovasi non seppi mai scorgere, ne 
tampoco oggi scorgo altio mezzo possibile fuorché 
r Istruzione . j, (i) 

(i) Pi clini, p. a/Ii. 



E di quesla istruzione da se stesso in tanta copia 
raccolta in Europa si valse per rischiarare la sua patria 
co' lumi della filosofia . Mentre con oeni studio e non 
lieve dispendio pubblicava in Parigi delle edizioni di 
classici greci^ che per la munificenza patriottica di al- 
cuni amici a lui congiunti nell' opera, spargevansi per 
le scuole, e gratuitamente ancora donavansi a que' gio- 
vani, ne' quali V amor dello studio trovava inciampo 
nella scarsezza de' mezzi; egli ne faceva da dotti ragio- 
namenti precedere ogni volume, ne' quali oltre le ne- 
cessarie notizie storico-critiche de' rispettivi autori si 
contengono ottime ammonizioni ora dirette a' suoi gio- 
vani concittadini per animarli allo studio, per riempierli 
di patrio amore ed infondere nell'animo loro sentimenti 
di pura morale; ora rivolte a' padri ed ai maestri per 
l'ottima direzione de' figli e discepoli alle loro cure 
affidati; ora ai ricchi perchè a prò' della patria facciano 
uso de' mezzi che la Provvidenza ad essi concesse^ sia 
col fondar delle scuole nel proprio paese, sia con man- 
dar de' giovani ad istruirsi presso nazioni più incivilite. 
Lo studio della linoua ellenica e la coltivazione della 
lingua moderna vi si raccomandano con ogni forza di 
argomento; la formazione di grammatiche , di diziona- 
rj, di enciclopedie, di libri utili d' ogni genere vi è sti- 
molata, ed accennati ancora ne sono i materiali, disteso 
il piano, proposti i mezzi. Tutto in somma in questi 
preliminari è diretto a far nuovamente risplendere fra 
i suoi concittadini la luce della scienza, e lo stile ne è 
tale che simile al trattato di Longino, che schiudendo in 
altrui le fonti del belìo, ne offriva in se stesso un nuovo 
nobilissimo esemplo, così gli scritti del Gorai servono 
e serviranno ai nuovi scrittori della Grecia di guida in- 
sieme e di modello; cosicché mentre la Biblioteca el~ 



lenica merita per Y accuratissimo testo deo^li anticlii 
scrittori T attenzione di tutti i filologhi dell'Europa, 
presenta poi ne' discorsi del Gorai il più bel monumen- 
to della moderna letteratura de' Greci . 

Ben meritava che si isolasse un tal monumento, 
distaccandolo dalla mole delT opera alla quale era con- 
giunto. Furono raccolti i preliminarj del Gorai, e se- 
paratamente vennero con altri suoi discorsi stampati, 
ed è sotto questa forma che li abbiamo adesso sott' oc- 
chio e che ne facciamo parola. Ma sempre fissi nel 
nostro proponimento di far si che la letteratura delle 
straniere nazioni divenga fralle nostre mani una sor- 
gente d' interesse non solo per la sua novità ma puran- 
che per i suoi rapporti con noi, ci limiteremo per ora 
a dar conto di uno di questi discorsi prefisso alla tradu- 
zione dell'opera famosa italiana Jei delitti e delle pene 
già pubblicata dal nostro autore. 

Dopo alcuni cenni sui pregi dell' opera, sull' influ- 
enza che ebbe in Europa ; sulla vita dell' autore; sui 
cangiamenti che nell' edizioni francesi v' introdusse 
r Ab. Morellet (2) e sulla propria sua traduzione , pro- 
cede a parlare di quella oscurità in cui a bella posta rav- 
volse il Beccaria varie parti dell' opera sua, e per la quale 
venne da molti anche fra i suoi concittadini accagionato; 
ma così la discorre il filosofo greco. 

((Hanno le verità filosofiche questo pericolo , allor- 
quando senza prudente discernimento si spargono fra 
deboli ascoltatori , che producono V effetto medesimo 
che forti bevande produrrebbero in debole stomaco; 
quando per sventura disciolgonsi i vincoli dell' unione 



(2) Di quest' uomo morto nel 18 ig all' età di 92 anni si 
sono r anno scorso pubblicate in Pariiji curiose memorie . 



I 



politica^ la parte ingiuriata de' cittadini^ per questo ap- 
punto che ha sofferta ingiuria, crede che ad esvsa ogni de- 
litto appartenga. Più non badano a quanti misfatti hanno 
commessi o commettono eglino stessi, ma s'irritano dì 
quanto soffrono dagli altri . Quindi i terribili e innu- 
merevoli mali, quali già accompagnarono i cangiamenti 
politici delle democrazie della Grecia , e quali poco fa 
li abbiamo veduti nella rivoluzione della Francia. De- 
ve dunque il filosofo filantropo ammaestrare enimma- 
ticamente i potenti, o mentre a questi proclamala giu- 
stìzia deve nel tempo stesso insegnare a credere ai deboli 
che dell* ingiustizia non devesi far vendetta con altre 
ingiustizie . Questo è il solo mezzo verace da illuminare 
gli uomini; di questo si servi Socrate (3) e al medesimo 
in molte parti del suo libro volle adattarsi il filosofo 
italiano. » 

Unite alla traduzione del Goral sono molte dotte 
annotazioni, che non male comparirebbero ancora a- 
dattate a nuova edizione italiana , nelle quali sono rac- 
colte le idee comparative di antichi legislatori e filosofi 
affinchè, dic'egli «apprendano i giovani greci, che i germi 
d'ogni sapere conservansi ne' volumi decloro padri. ... 
ed è gran vergogna, soggiunge che li coltivino gli stra- 
nieri e ne godano i frutti, mentre neppur sappiano i 
Greci esser quelli di loro avita eredità. » 



(3) Non voglio , (liceva egli agli Ateniesi , uè soffrire ingiu- 
ria , ne ingiuriare altrui ; pur se fosse mai necessario che do^ 
vessi o soffrir 1' uno o far l' altro, sceglierei piuttosto ilsoffrire 
ingiuria che il farla . 

àhKèiV. {ìlAal. èv To^yiac) 



,, Ma è giunta (così prosegue a discorrere) è giunta 
finalmente quell" ora bramata invano dai nostri infelici 
maggiori . » 

5^ I Greci d'oggi giorno benché molto lontani dal- 
l' antica gloria de' propri antenati, sono però senaa dub- 
bio molto più illuminati di quello che non sarebbero 
state molte altre nazioni, se avessero sofferto anche sol- 
tanto una parte delle sventure della Grecia. Dotati di 
fisiche prerogative, e instruiti adesso da una educazione 
più accurata e che va sempre più perfezionandosi, essi 
mostrano a tutti quelli che senza passione esaminano le 
cose, che ben possono alcune circostanze infelici render 
intieramente deserto il più fecondo terreno , ma non 
rapirgli eziandio la sua fìsica fecondità; poca pioggia del 
cielo, e poca cultura basteranno ad abbellirlo nuovamen- 
te qual prima . » 

((Gli odierni Greci tanto sono persuasi, che noJinltro 
rimedio rimane ai mali loro fuorché la luce della scien- 
za y che disprezzando tutte le difiìcoità e tutti gì' impe- 
dimenti, e non curando i pericoli accorrono da ogni 
parte in Europa per acquistare que' lumi con i quali i 
padri loro e viventi rischiararono le altre nazioni; e do- 
po morte ancora rischiarano i moderni Europei . » 

Non possiamo citar questo passo senza abbandonar- 
ci ad alcune riflessioni che si destano nelTanimo nostro. 
Abbia m veduto centinaia di giovani greci abbandonar 
jjatria e parenti, e spargersi per le università dell'Italia 
della Francia, dell' Inghilterra e della Germania: li ab- 
biam veduti giungere fra noi quasi in pia peregrinazio- 
ne, richiedendoci come per grazia qualche raggio riflesso 
di quella luce, che in tanta copia vi sparsero i loro mag- 
giori. Strano variar di vicende! Accorrevano già un 
tempo in Atenei giovani Romani per adornarsi del gre- 



24l 

co sapere^ ora vengono i Greci a ricercarne qualche scin- 
tilla in Italia perciiè riviva neJla loro misera patria. I 
figli de' Grisolara , de"* Lascari ^ de' Gazi (per tacer de- 
gli antichi ) domandano supplichevoli ai discepoli di 
quelli di far loro parte de' beni clie i propri padri lascia- 
rono . Né invano il domandano; amica li accoglie 1' Ita- 
lia; Essa che già sono tre secoli offerse ai raminghi ed 
esuli Greci un ricovero e una patria novella, apre nuova- 
mente le braccia a' loro discendenti e posssono essi iu- 
tuonare il canto della cetra Tebana . 

TeùìJih; ^è. Ile, àòa.vocT(i3V 

liiovoù ÒqìiìzqvÌxv 

' Pinci. Olimp. Fili. 

Ma noi parliamo come di cosa presente, né peosia- 
tno che già tutto è cangiato. Un colpo precipitato ha in- 
volta la Grecia in nuove e più tremende sciagure ; un 
grido di sollevazione e di guerra, creduto la voce della 
patria ha richiamata la greca gioventù. In armi si sono 
cangiati gì' istrumenti delle arti, in campi di strage i 
ginnasi , e la luce di morte splende sulla via di quei 
giovani, che dal lume della scienza dovevano esser gui- 
dati sul cammino della gloria . Chi senza rabbrividire 
può contemplare lo stato presente de' Greci ? o chi senza 
orrore può volger gli occhi al futuro? A Dio non piaccia 
che nostra facciamo la causa della rivolta; se compian- 
giamo i traveduti e i traditi, non, pei'ò meno condan- 
niamo i sediziosi. Non sono le antiche memorie che ci 
si fanno innanzi, quando ci rivolghiamo a quella lotta 
tremenda nella quale si sbranano gli oppressori egli op- 



'2 4-1 * 

pressi, senza che di questi migliore si faccia la condizio- 
ne, di quelli minore la crudeltà; sopprimere ancora 
possiamo i sentimenti che T umanità e la religione e' i- 
spirano. I nomi di Greco e di Turco, di Cristiano e di 
mussulmano, di tiranno e di schiavo, j>ossono per 
un momento confondersi nella denominazione «enerale 
d' uomo ; può obbliarsi che la Grecia è la terra combat- 
tuta, e trasportarsi la scena d'azione in qualunque an- 
golo del nostro globo. Ma non però potremo mai diver- 
tirci da quell'interesse, che desta una pugna ineguale , 
quando ostinato è il conflitto , quando sacra è la causa 
del debole, quando funesto è l'esito che si attende. 

Nostro malgrado portiamo lo sguardo nel tetro 
grembo dell'avvenire. Un nuovo secolo di gloria si pre- 
parava alla Grecia; lontani da lei, ma per lei lavorava- 
no nel silenzio i suoi figli- Portavano que' giovani in 
seno la sapienza de' secoli scorsi dopo il cader della 
Grecia ; vi portavano i germi di quella che doveva splen- 
dere sul suo risorgimento e ricondurla alla primiera sua 
gloria. E questi giovani cadono in campo, e la barbarie 
e le tenebre fanno trofeo de' loro cadaveri , e più tetre 
si spargono ad ingombrare la Grecia! Il loro ritorno 
dovea segnar T epoca della rigenerazione della patria, 
e segnerà forse quella dell' intera sua distruzione lì 

Abbiam forse dato troppo libero sfogo a' nostri pen- 
sieri , ma non potendo non fortemente sentire , ci era 
impossibile l' impedire che di quella forza partecipasse- 
ro le nostre espressioni. Richiedesi altra giustificazione? 
Noi abbiamo sott' occhio gli scritti del Gorai , e questo 
Gorai è di Scio ! ! 

Pure se possiamo ancora illuderci con più lieti 
prospetti ; se possiamo sperare che a' que' pochi studio- 
si che tuttora fra noi si rimangono siano per restare de' 



citta ti ini e una patria da illuminare , li esorteremo a 
meditare sulle opere del nostro autore , e lasciarsi gui- 
dare da' suoi saggi consigli. Ei cosi parla : 

yy Si accresca, o studiosi giovani della Grecia, il vostro 
ardore per illuminare la Patria, e richiamare in lei Tantica 
gloria de'nostri maggiori. Rammentatevi che siamo i di- 
scendenti degli Omeri, degli Aristoteli, de' Fiatoni, de' 
Tucididijde'Sofocli, edi mille uomini simili. Rammen- 
tate quanti affanni sostennero questi uomini maravigliosi 
per onorare la patria, quanta gloria ebbero in vita da 
quella, quanta anche ne ricevono in morte dalle saggie 
nazioni di Europa . Molti ira quelli spatriaronsi come 
voi oggidì vi spatriate, per raccogliere quanto di van- 
taggioso trovavano presso le altre nazioni, ed arricchir- 
ne la propria patria. Principalmente avvertite che la 
vostra gioventù non v' inganni nella scelta del bene, 
affinchè dopo molte l'atiche e dopo lunga assenza non 
con mani Yuote torniate o colme de' mali dell'Euro- 
pa (4). È al certo piena d'innumerevoli beni l'Europa, 
ma contiene ancora molti principj di corruzione , e 
tende molte insidie alla gioventù inesperta. „ 

Qui segue il Goral ad ammonirli contro la troppa 
indulgenza ne' piaceri, e ad esortarli ad applicazione 
indefessa, indi così prosegue: 

„ Voi siete adesso i maestri e gì' istitutori della 
Grecia , e verrà tempo quando la Patria avrà da voi a 
richiedere delle leggi. Gome dunque potrete ad altri 
insegnare la giustizia e la virtù, come potrete ammae- 
strarli ne' doveri del buon cittadino, nella sommissione 
alle leggi del governo, come guidarli sulla via della 
'" ' — ' ■ -. , 

(4) *A/a*;^f 02^ loi S^vipov^le ^éveiv Kcveivls véecr^'ot; 

'UiaS^ B. 298 



244 

felicità, se andrete vagando come selvaggi, o dirò mealio 
come indomite belve nel tenebroso laberinto della sfre- 
natezza ? — La maggior parte di coloro che si condan- 
nano dalle leggi, sono puniti perchè non presero cura 
di frenar le passioni nella loro giovine età. — Uomo 
malvagio non diventa alcuno in un momento, e le pas- 
sioni non sono in principio se ikon piccole scintille. — t 
Quando la ragione le governa s^i fanno luce che splende 
in tutte le opere del giovane, e si trasmette alla patria 
sua ; ma quando si lascino errar senza freno, accendono 
incendio devastatore, ad estinguere il quale altro più 
non ha forza se non la punizione della legge. — Ma 
come ardisco nominare le leggi ? Devono queste atter- 
rire animi ignobili e vili . . . . ec. „ 

Ci sentiam tratti quasi senza avvedercene a tra- 
scrivere questo discorso; ma già per convincere ognuno 
di quanto abbiamo asserito, cioè che l'amor patrio ani- 
ma lo spirito filosofico del Gorai , e detta con quasi pa- 
terno amore i saggi consigli eh' egli indirizza alla nuova 
generazione de' suoi concittadini , i nostri estratti son 
più che bastanti. Potrà ancora ravvisarsi , benché in 
debole traduzione , che la maschile eloquenza non è 
perita fra i Greci, e che le attiche grazie non hanno da \ 
essi ritratti i loro favori. — -Ma i nostri lettori debbono 
giudicarne per se stessi , e giacché in altro luogo ab- 
biam dato un esempio di moderno scrivere greco, ed 
abbiam detto che molto ne varia il modo secondo il 
genio degli scrittori , crediamo prezzo dell' opera il con- 
tinuare in greco T estratto che di mal animo abbiam 
qui sopra interrotto : 

E^evpsls KaÀcclcilci, òri èev ccfKs7 16 ycc fj.vjv st^ìx^cìIs 
ìiocìCov ivxvViov liov póiJLuv, àÀÀct (léÀav ^vìlvi^ àiro <rà^ 



^45 



à^ii'éi To VX fxyjv sTpo^coKOils lì^v TOilpiSxy OCA/! à fi ce fi Vi jj. a. 
Àoyi^elai Kcù To vct /x^ Iviv ù)(psXi^(rci7s . U poSolyjg 70^ 
7rc&lpiè^0(; yivelca o;^; u.òvov ocrlig zvoiysi lcc(; ttxjKoìc, cìv1\\ì 
uìIh'q èy^ùpolic, ccXXk Kcù 0G'li;$èvèÀ£e7 T^v ttI oc ')(^eiavl !/[(;, 
Sév ev^vèilyi'J yv'jLV^h'ivlviQ^ S^su Ipjv òo^sÀel }ìcù1x T^vlag 
IpÓTHi; fjLÌ Ida- y.oTov; la. Aìv sìvai Tup^S'o^ov, xv Ice ocv- 
è'pxTO^a, ^u>cri (òhi^ ccjèpxro^oov . ccXXcc ICov Y.XXv,v ìk^óv. 
.^vy^^v la, (ppov^iMC&TCì TpéTsi vie shcii èÀsvùépctJv\bv)(^uiv 
cppovì^fxoùla. Z'éit; 'exjls Iz; cùkocùq TrÀvjpoiiiJ^évcig XTO loprx y.z. 
Àcc 1/ic TpoyoviJivi; àpslv^g ccKH^<j'fJLCilci kcìÌ 7rcepci^eiy[xcilcc, cog'- 
leyjv^uvsv'sli clv Sev Ice fxiij.Vi^vils^voey^otla.G'loiiìyfìè )ioù cct' 
avi oc Vccv^pzTo^a cc')(^psiS(Tlspoi. nspi(rlpél/c&l$ lo\jg ò^cpù^A- 
IJLOvg, 00 véof €Ìg oAx Ix iji^^p'^, y^ot\ YS^sle civ axvey xtò Ix 
a-yj ;xs pivxs^vì^'éy^yj TpoTxl pxgl oióul sg^OTOii^g 1^ [JLS7 g . Txpx 
^siyixxlx xv^pstxg Xpslì^g )ix) (ToCpixg ivojij^ivx locrxulx odx 
xv:Jùyivcc3'y.o>xsv sii x <T jyy pxijt.ij.xl xl ^v vuLslspiJìv Tpoyavcvv. 
^uÀ/iOyicrùijls xv eivxi Umov jcx) kxXov va y/Xv^^óoiLS^òx elg 
Ixulx; Ixg Txl pxy x^ixg ^y^x p\g vx hi^(jùfMSV y.x\ i^jjLSlg ihxg 
àvh'pxyx^ixg. vx v7ro(^époòiJ.ev òvsiSi^i.[isvoi xto Vx oìààx 
'èùv'^y uigxux^iQt lijgTpoyoviKijg vjijlwv èuysveixg kx) Jò^tj;, 
ègé^vog vjXiùfQVyUg xvoo(p6Àìg (òxpog Ivig yii';. y- 7. A, 

„ Voi o giovani della Grecia avete anime greche.- — - 
j Ben sapete non esser bastante il non aver oprato del 
male contro alle leggi , ma vi si chiederà conto di quan- 
to bene^ sendo in vostro potere^ pur trascurate di fare. 
JNon basta il non aver tradita la patria^ ma a colpa vi 
sarà ascritto il non averla beneficata. — Traditore della 
patria lassi non solo colui che ne apre le porte a' nemi- 
ci^ ma ancora colui che non si muove a pietà per la sua 
miseria^ che non ricuopre la sua nudità, non le giova 
per ogni modo e con ogni fatica. — Strano non è che 
nìenino i servi vita servile; ma i pensieri d'aninie gre- 
che debbono essere pensieri d' anime libere. Avete pie- 

T' VII. Jgosto 17 



ne le orecchie di tanti bel racconti ed esempj dell'avita 
virtù , che correte pericolo se non gì' imitate , di render- 
vi ancor più vili de' servi stessi . — Volgete o giovani 
gli occhi in ogni parte, e vedete se alcuna delle moder- 
ne riazioni abbia tali progenitori quali noi li abbiamo';, 
se abbia tanti esempj riuniti di valore, di virtù , di sa- 
pienza , quanti ne troviamo nelle opere de' nostri mag- 
giori. Riflettete se sia onorevole e retto il vantarci di 
questi pregj de' padri nostri , senza mostrar noi pure 
le stesse virtù ; di soffrire di essere oltraggiati dalle altre 
nazioni come indegni della nobiltà e della gloria de' 
nostri antenati, come popolo ignorante, come inutile 
peso della terra (*) 



?; • 



(*) In queste ultime espressioni allude il Cerai ad alcuni 
viaggiatori che hanno sparso ne' loro scritti varj oltragii;j con- 
tro a' moderni greci. — ^ Anche lord Byron vilipende non poco 
il carattere greco, quantunque ahbia fatto la Grecia il soggetto 
d'uno de' suoi più bei canti; citeremo la seguente stanza. 
(Childe Harold. Gmt. II.) 

Yet are her skies as blue , ber crags as wild , 
Sweet are her ij;roves and verdant are ber fields, 
Her olive ripe as when Minerva smiled, 
And stili bis honied \V<'altb Hymettus yields ; 
There the blytbe bee bis fragrant fortress builds. 
The freeborn wandcrer of her mountain air; 
Apollo stili ber long-long summer guiids, 
Stili in bis beams Mendeli's marbles giare, 
Art, Glory, Freedom fail, but Nature stili io fair. 



che con qualche libertà potrebbe tradursi : 

. Sono ancora i suoi cieli al par sereni 
E l'ombra de' suoi boschi al par ricrea, 
Son le rupi selvaggie , i campi ameni , 
E come allor che Palla gli arridea 



347 

Certo clje deve ancor essere una lingua non di- 
spregevole quella che porge al pensiero si bella via da 
farsi palese, e non indegna occupazione degli studiosi 
della lingua ellenica, e agevole al tempo stesso, sarebbe 
r unire a questo studio qualche cognizione della moder- 
na, dandosi a qualche ricerca suirai'iinità di queste due 
lingue. Alcuni cenni già ne abbia m dati in questo gior- 
nale , e r opera che abbiamo sott' occhio ci porgerebbe 
ampia materia a curiose indagini storico -etimologiche 
sull'alterazioni di antichi vocaboli e modi di dire , e sul- 
r introduzione di nuovi; ma i nostri limiti non ci per- 
mettono il farlo, né per dir vero ci sentiremmo dispo- 
sti a tentarlo. Le minutezze etimologiche, le sottigliezze 
critiche, richiedono una diversa disposizione di spirito, 
e quasi con scherno rigettiamo la fredda analisi delle 
parole , quando cose di tanto rilievo ci si fanno innan- 
zi. — -Avendo mostrato nel Corai V interprete del Bec^ 
caria, l'espositore a' greci di un capo d'opera di filosofia 
legislativa italiana , non possiamo sotto altro aspetto 

E dell' ulivo il frutto ancor maturo , 
E dell' Inietto il mei soave e puro. 
Ivi ancor forraa T odorosa cella 
* La libera per l'aria errante pecchia; 
Eebo ancor le sue lunghe estati abbella , 
E ne' marmi di Mendeli si speccbia,- 
Ed arti, e Gloria, e Libertà son spente, 
Ma del pari è Natura ancor ridente. 
„ E qui toglieremo occasione di protestarci contro Fuso che 
sembra prevalere fra gli oltramontani che vengono a visitare 
d«;' paesi più favoriti dalla Natura che il proprio, di farsi leci- 
to il dire quanto più male possono contro il carattere e le isti- 
tuzioni di un popolo, purché ne abbiano lodato il bell'azzurro 
dei cielo, o la verdura de' campi. — Sembrano credere che eoa 
hjdare il mon(\o fisico si siano meritata pienci licenza da vitu- 
perar» il morale, „ 



^4^ 

mirarlo, ne seguirlo filolpgo, dopo essergli stati al fian- 
co come a legislatore e a filosofo: 

Se dalle leggi dell' antica Grecia compose Roma 
le sue dodici tavole , e la Piomana Repubblica fu così 
debitrice alla Grecia di non poca parte del suo splen- 
dore; renda 1' Italia alla Grecia ciò che ne ebbe un 
tempo, e possa da pari effetti esser seguita questa re- 
stituzione. Dopo che la nostra Toscana ha ricevuto si 
gran benefizio dall' opera filantropica del Beccaria; dopo 
che alla Germania e alla Russia si è estesa la sua in- 
fluenza , e si estende pur anco adesso sull' impero Bri- 
tannico; possa ancora la Grecia ricavarne una sorgente, 
di lustro. — Possano al cessar de' funesti sconvolgi- 
menti che ora la straziano , tornarvi la quiete e la pace 
ed esser queste consolidate per sempre da imperturba- 
bile unione che appoggiata sui principj invariabili della 
giustizia e della equità stabiliti dal filosofo italiano le 
faccia venerare il nome di Beccaria insieme con quelli 
de' Licurghi e de' Soloni. — 

E. M. Ellenofilo 

LETTERATURA. DRAMMATICA 

SARDANAPA1.0 ; I DUE FOscARi ; CAINO: Tragedie di 
LORD BYRON, in 8. MuiTay , Londra, 1822 . 

In uno degli ultimi quaderni della Rwista d' E- A 
dimburgOj troviamo un articolo assai lungo intorno alle 
tragedie di Lord Byron qui annunziate . 

Trattan' losi di un poeta si celebre ^ ed , oltracciò , 
di un' ami' si , che ne par molto franca ed accurata e- 
stimiar. di far cosa piacevole ai nostri lettori, dandone 
qui la versione . 



^49 

E perchè nostro unico intento è quello di farne 
conoscer le opere ^ cosi quanto al merito letterario, co- 
me alle massime , senza ingerirci d' alcuna circostanza 
particolare, tralascerem tutto ciò che può alludere alla 
persona e a controversie private, o a fatti locali e poli- 
tici, la cui notizia potrebbe muovere appena la curiosi- 
tà di qualche Italiano . 

Così, anche per isminuir la mole di cotesta scrit- 
tura, ne abbiam pretermesso quel passo, dove si quali- 
fica il sig. Walter Scott come ingegno superiore a Lord 
Byron . Nella qual opinione (per quanto può valere il 
gmdicio di uno straniero) non possiam consentire. Può 
darsi che quegli lo avanzi nella facilità, nella copia del 
dire , e^wdla varietà de' caratteri e degli affetti: anzi ef- 
fettivamente noi lo crediamo . Ma rispetto a profondità 
di pensamenti^ ad evidenza d' imagiui , a gagliardezza 
di passiojie, e ad una certa originale sprezzatura di gui- 
se, none veruno scrittor brittannico vivente^ che vinca 
r autor del Corsaro e del Cialde HarolcL 

Vero è, che per quel che concerne il gusto così nel 
genere delle cose come ne' modi, non sapremmo affer- 
mare essere quel di Lord Byron il vero. E non direm- 
mo neppure, eh' ei sia per fare in appresso cosa migliore 
di quei due poemi; parendoci, esser egli andato ne'compo- 
nimenti successivi perdendo ognor più in energia , senza 
acquistar nella parte delia varietà . Ma sfolgora qua eia 
nelle sue produzioni una luce così manifesta, ch'esser 
non potrà mai offuscata del tutto dallacalìgine del tem- 
po . E una luce sanguigna, soggiungeranno i suoi avver- 
sari. E sia . Cosi fatta suol apparire la luce di alcune co- 
mete, e deir istesso bel pianeta di Marte . 

Il peccato originale di Lord Byron, quello che i^^li 
tirò addossa tanto biasimo, e la pericolosa tendenza 



25o 



morak" de' suoi scritti , e quel sempiterno trasfondere i 
più significanti tratti del proprio carattere ne' personag- 
gi cli'ei crea. Noi non entreremo in quest'ultima parte, 
avendone detto abbastanza (se non troppo) V autor del- 
l' articolo . Ma riguardo alia prima, non possiam dissen- 
tire da lui . Mal si può leggere in fatti alcuna delle opere 
di cotesto poeta, senza deplorare la meschina comparsa 
e direni' quasi lo scherno, che ottien da lui la virtù . La 
quale, ove pur non fosse che un nome voto, esser do- 
vrebbe nondimeno accarezzata e riverita , se non altro 
perchè un tal nome giovasse a rattemprare i triojili del 
vizio. Anche l'umanità ha verso gli scrittori i suoi dritti. 
E chi non sente , o almanco non mostra riguardo pe' suoi 
sentimenti, esser potrà forse ammirato; — -ma non lo- 
dato mai . M. Leoni. 

Lo scrivere un buon componimento teatrale, od an- 
che un buon poema drammatico, esser deve impresa più 
malagevole di quello che per noi si credeva. Non già che 
si estimasse mai molto facile: ma non si può non esser 
colpiti dalla circostanza che in tempi comparativamente 
rozzi, quando si badava meno ai mezzi dell'arte, e la poe- 
sia non aveaper anche raccolto tutti i suoi materiali, si 
ottenea più frequentemente e più di leggieri lo scopo. 
Dalla metà del regno d'Elisabetta sino al declinare di 
quello di Giacomo, il dramma costitui la[piùbelia e splen- 
dida parte della poesia d' Inghilterra, ed anzi della sua 
letteratura in generale . E, da cotesto tempo sino alla 
rivoluzione, perde, è vero, una parte della sua vivezza 
e originalità: ma occupò sempre il più insigne e ragguar- 
devol posto ne' letterari annali britannici . Noji cosi 
può dirsi però dell' ultimo secolo, in cui la poesia in- 
glese cessò affatto di esser drammatica. E comecché al- 



cuni scrittori di gran nominanza e perspicacia teiitasòer 
cotesto campo, una volta sì fertile; non ne ritrasser non- 
dimeno alcun lustro , ne lasciaron dopo di se onorati 
trofei . L' ingegno di Dryden non apparisce mai si me- 
schmo come nelle sue tragedie, E il contrasto è per ve- 
rità umiliante, quand' egli in un temerario cimento ^ 
diretto a rinnalzare il coloiito , o ad arricclnre la sem- 
plicità di Sliakspeare, deturpa con oscurità, o disforma 
con gonfiezze la schietta passione e intemperanza d'An- 
tonio e Cleopatra , o introduce nella magica solitudine 
di Prospero e sua figlia le maniere degli amoreggiamenti 
mondani o le caricature di una semplicità affettata . Av- 
vegnaché fosse Olway -privilegiato della dolce e molle 
dizione dell' età precedente; non ne avea tuttavolta nò 
il vigore ,nè la varietà, nò T invenzione. 11 foco di essa 
sfulgorò in qualche vampa viva e irregolare nelle mai 
ordmale scene di Lee: e si andò all' ultimo estinguendo 
nelle ceneri, e laneuenti bra^e di Rowe . 

jy indi in poi la scuola degli antichi autori dram- 
matici Inglesi è stata deserta. E appena ci è lecito dire 
che se ne sia stabilita una nuova . In vece di un irre<jo- 
lare, ma solido intreccio; di un dialogo ricco; di bei 
divagamenti fantastici y di magiche concezioni poetiche 
di una rapida successione d' incidenti e caratteri ; di 
un morbido e sempre vario stile e di uj)" ondosa e plana 
versificazione ( qualità pro^vrie di cpiei maestri degli 
aurei tempi), non si hanno che componimenti paci- 
fici^ ristretti dalle forme, elaborati, pomposi; meschi- 
ne istorie ; pochi personaggi ; caratteri fermi, e den- 
tro i termini della convenienza; ma fuor di natura 
e vóti di spinto ; una locuzione timida e scolastica ; 
ricerche industri e metodiche ; turgide e sentenziose 
declamazioni: e un verseggiar allo e sostenuto, ma in- 



crescevolmeiite monotono . Delle quali uiutazloni non è 
per altro da accagionare uno scadimento di genio tra 
gì' Inglesi : perciocché agli abbagli più gravi trascor- 
sero appunto in sì faMiì materia gì' ingegni più eccelsi. 
Dell' infelice riuscimento di Dryden si è fatto già uà 
cenno . U esquisito gusto , e sottil perspicacia di Addi- 
son non partorirono che la solenne noja del Catone.' 
La vivace fantasia e i generosi affetti di Thomson si raf- 
freddarono e venner manco appena che toccò la verga 
del dramma . Tanta è infatti ne' suoi lavori di tal sorta 
la congerie delle ampollose puerilità , che mal si può 
concepire esser elleno scaturite da quel medesimo in- 
gegno, che cantò le stagioni e il Castello delV indolenza. 
Anche il gagliardo intelletto , e V eloquente senso mo- 
rale, e sublime stile di Johnson, i quali conferirono al 
suo discorso ordinario un tuono troppo tragico e sunluo- 
50 , lo abbandonarono affatto nel tentativo di scrivere 
una tragedia . Tantoché la sua Irene non pur è inde- 
Sfna dell'imitatore di Giovenale e dell' autore di Ras- 
selase delle vite dei poeti inglesi'^ ma non è in sé stessa 
che una serie di fredde e nojose declamazioni. Se dun- 
que cotesti famosi luminari della letteratura briltaimi- 
ra, dal primo declinare del dramma, sin quasi a' dì no- 
stri, né accrebber nuovi onori alla scena, né alcuno da 
essa ne derivarono, è superfluo il dire^ non aver avuto 
miglior fortuna quelli che entrarono in campo con mezzi 
più deboli. La sposa dolente , di Gongreve; la {vendetta 
di Young, e il Douglas di Home (non aggiungeremo la 
Madre misteriosa di Walpole anche per andar a grado 
di Lord Byron), sono quasi le sole tragedie dell'ultimo 
secolo, oggidì fluiiigliari: e appariscono ad evidenza ope- 
re di una generazione più stanca, e infemminita, la 
cui timidezza, ed esagerate maniere^ dimostrano quan- 



a53 
to ella fosse inferiore a qua' grandi, eh' ella tuttavolta 
pretese, non d'imitare, ma di sbalzare dal posto. 

Ma il nativo gusto del popolo Inglese esser non 
potea sedotto, e pervertito in tal guisa. E quando a' tem- 
pi della regina Anna, ebber gl'ingegni perduto l'auto- 
rità di scrittori viventi , un simil gusto retrocedè con 
trasporto alle norme di prima, ed ebbe risolutamente a 
vile ogni più regolare ed accurato dramma successivo . 
Shakspeare , che si era prima usato discreditare, e fin 
anco schernire, come il poeta di un età barbara, fu re- 
staurato nell'antica supremazia. E quando ne scom- 
parve la prole legittima a casa , si salutò con esultanza 
dalle genti straniere la spuria, e si accolse col massimo 
entusiasmo all'arrivo. Le imitazioni di Schiller e Kotze- 
bue comecché caricate e contorte dalle abberrazioni di 
tin gusto volgare e viziato, ritennero nondimanco un tal 
fondo degli antichi dram^mi d' Inghilterra , sui quali 
apertamente si foggiarono , che subito divenner quivi 
più popolari d' ogni altro recente lavoro de' suoi mede- 
simi artefici; e non fecer che richiamare vie più il no- 
stro affetto verso i nativi e legittimi regolatori. Però 
seguitarono le ristampe di Massinger,e Beaumont, e Flet- 
cher, e Ford e de' loro contemporanei; e vide la luce 
una lunga serie di tragedie e novelle tutte studiosamente 
stese ad imitazione degli antichi modelli . 

Ma non intendiam già di sostenere, essere il no- 
stro abituai sentire al tutto scevro da illusione intorno 
al merito di que' sommi , consacrati, com'è' sono nella 
nostra imaginativa , da un' ammirazione , nata in noi 
di buon'ora, e attualmente congiunti nelle particolari- 
tà, negl' incidenti, e nelle bizzarrie dello stile, alla 
considerazione della loro eccellenza intrinseca . Che 



anzi vogliamo supporre, doversi a una lai circostanza 
r osar noi appena chiedere a noi slessi , con una certa 
fermezza /e senza un'interna scossa, o conturbamento^ ' 
qual accoglienza sarebbe per incontrare uno de' dram- 
mi irregolari di Shakspeare, come per esempio la Tem- 
pesta o il Sogno di una notte di mezza Estate , se 
comparisse ora per la prima volta senza nome , o con- 
tezza , o preparamento d'alcuna sorta. iNe possiamo 
continuare cotesta pericolosa supposizione in tutte le 
possibilità, che ne lascia travedere, senza provare al- 
cunché di simile a un senso di empietà e profanamento. 
Contuttociò , sebbene la nostra fede non sia del tutto 
esente da superstizione ; dobbiaui credere non pertanto 
eh' ella sia la vera. Perciocché, quantunque il tempo 
aver possa santificate molte cose^ dapprima soltanto^ 
comuni' e alcune associazioni accidentali abbian con- 
ferito una certa attrattiva a ciò eh' era in sé stesso in- 
differente; siam nondimeno indotti a credere, esservi 
stata una santità primitiva , che il tempo non ^ece che 
maturare ed estendere; e un'inerente incentivo, donde 
quelle associazioni ritrassero tutta la loro forza. E quan- 
do schiettamente e con posatezza ponghiam l'animo 
nelle opere de' nostri primi scrittori drammatici^ ne 
sembra veramente che dopo tutti gli strazj dellii criti- 
ca , e le deduzioni concernenti gF intrecci impossibili , 
i caratteri fantastici , le bizzarre f«rme del discorso ^ le 
stravaganze, le indecenze e gli orrori d' ogni fatta , ri- 
manga sempre una tal facilità e dovizia di pensieri e di 
stile; vigor d'invenzione^ perspicacia, e novità di con- 
cetti; sveltezza di fantasia; semplicità e forza d'affelli, 
e, soprattutto, una tal copia d'imagini, e una sì dolce 
morbidezza di verso, che indarno si cerca altrettanto 



_ ^- fr 

2o:> 



cosi ne' primi , come negli ultimi tempi. Ond' è che 
quelli sopravanzano nella nostra opinione qualunque 
altro poeta antico e moderno . 

L' inferiorità de' recenti imitatori di que' grandi 
si palesa sovrattutto nella mancanza di speditezza di 
modi , di varietà e di grazia. Senza parlare degli altrui 
meriti, o difetti, apparisce ne' loro tentativi una certa 
sollecitudine e fiitica, che ne svela subito la timidezza, 
e insiem V ambizione. Il che può derivare in parte dal 
troppo evidentemente loro essere, o saper d'essere^ 
imitatori. Più che ad emulare il genio de' proprj mo- 
delli , aspiran essi a copiarne la maniera. E non iscri- 
von già come quelli farebbono oggidì , ma come esti- 
mano , che fatto avrebbero essi medesimi due secoli 
addietro. Ravvivan coloro l'antica fraseologia; ripetono 
giuramenti venerandi: ed emulando i più bei tratti fa- 
miliari di quell'età classica^ stupiscono al non esser 
presi pe' redivivi spiriti di quegli antichi. Il che singo- 
larmente deriva dal non naturai dialetto che parlano , 
e dall'imbarazzo del travestimento : in nessun de' quali 
si potrà spiegar mai la libertà e i delicati tratti di ca- 
rattere , che sono la vita del dramma, e costituirono 
un de' meriti precipui di que' che lo portarono un tem- 
po tant' alto. Un altro cattivo effetto dell'imitazione. 
e massime di quelhi che si aggira su modelli di forme 
ineguali in un età critica , è la pratica di estimarsi ac- 
conci a ritrarsi, i soli passi più splendidi ed esquisiti. 
Dal che, in primo luogo, resulta, ridursi tutta la nostra 
gara ad occasioni, nelle quali il riuscimento è più di- 
sperato che mai: e, in secondo luogo, gli stessi esempi 
di un' accidentale prosperità di successo , mancar della 
grazia ed efficacia lor propria , perchè privi dello spicco 
e ombreggiamento ed apparecchio che avrebbouo rice- 



256 r 

Yuto senza fatica in un lavoro men fastidioso. Talmeiì- 
techè r opera , a vece delle calde , e native^ e sempre 
varie grazie di un effusione spontanea , non fa che acqui- 
stare il falso e languido lustro di una composizione^ 
stesa a foggia d'esperimento in un idioma straniero, o 
di una serie di splendidi squarci di varia norma e te- 
stura . 

Cagion principale di si fatti inconvenienti ^ ne 
sembra essere un' irragionevole timor della critica , non 
già di quella, che, esercitata con ponderazione e indul- 
genza, è più presto diretta ad avvalorar T ingegno che 
ad ammonirlo: ma bensì di queir industre e miserabil 
derisione, che mai non tace fra le oziose brigate, e 
troppo è presente ali animo di coloro, che aspirano alle 
osservazioni della critica vera. Ma noi tenghiam per 
certissimo , essere i men tocchi dalle bellezze di un' o- 
pera di genio quelli che sono i più destri a discuoprirne 
i falli. Coloro , che ammirano e assaporano la poesia 
più esquisita , sono una classe d' individui al tutto di- 
versi da quelli , che ne trovan fuora le macchie e i di- 
fetti: e che ^ accorti a disvelare un plagio, o una negli- 
genza grammaticale, e lodevolmente industri a dichia- 
rare un passo oscuro ^ sono ugualmente inchinevoli a 
farsi gioco di un espressione che apparisca esagerata , e 
a porre in dubbio il senso di un'altra della massima 
semplicità . E vano lo aspettare le lodi di cotal gente : 
perciocché essa non loda mai. E per verità non merita 
che se ne disarmi la critica. La fama e popolarità vien 
solamente dal plauso de' veri e caldi amatori della poe- 
sia: ne quelle si risenton molto de' cavilli de' fastidiosi. 
Par nondimeno, che i moderni scrittori di più fecondo 
ingegno sieno esposti alla censura di que' grammatici e 
insignificanti riprenditori. E quelli temon tanto d'er- 



aS^ 



rare, clie difficilmente lascian correr F immaginazione 
a qualche bei tratto. Dimodoché sembrano , in gene- 
rale , più intenti ad esser sicuri che originali. Non si 
ardiscono di spiegare una florida e larga maniera di 
scrivere , per paura che la gente fredda e maligna gli 
accusi di gonfiezza. Si astengono dalle tenere guise, per 
ischifare di esser derisi come queruli ed infermicci. Né 
sono vaganti e imaginosi al par de' loro eminenti pre- 
decessori , a fine di non esser presi a scherno come in- 
gegnosi signorini , i quali abbian sognato , avere i numi 
soffiato in essi un'aura poetica. 

Per cotal modo , il timor del ridicolo, che haii 
sempre davanti, reprime ogni movimento dell'animo, 
dalla cui libera espressione dipende al tutto la riuscita 
de' loro tentativi. In guisachè, per evitare il biasimo di 
chi non può né ricever diletto da essi , né procacciar 
loro nominanza, perdono incautamente la miglior con- 
giuntura di satisfar quelli che più son capaci di gustare 
le loro eccellenze , e dalla cui sola ammirazione deve 
in ogni caso dipenderne il grido. Il qual timore dei 
morsi della critica ne sembra di vero accompagnato da 
poca magnanimità e saviezza. E noi crediam ferma- 
mente , non essere per iscriver mai con la grazia e l'e- 
nergia degli antecessori colui, che non iscriva con una 
parte del coraggio de' medesimi , e della loro indiffe- 
renza rispetto alla censura. In somma , al riuscimento 
di un' opera d' imaginativa , il coraggio è almeno così 
bisognevole come l'ingegno. Perciocché, senza di quel- 
lo non si otterrà mai quel franco animo e possesso di 
sé medesimo , sì acconci ai liberi divagamenti dell' in- 
telletto ; e molto meno l' interna fiducia ed esaltazione 
di spirito , necessarie compagne d' ogni più alto conce- 
pimento. Manco bisogno d' ardire avean per avventura 



^58 
gli autori passati, onde assicurare a sé stessi cotesti 
avvantaggi : attesoché il pubblico era di que' giorni e 
jiien critico , e più inchinevole ad ammirare che a 
schernire. Ma nelle loro scritture è facile rintracciar 
tuttora i segni d' un' altiera coscienza delle proprie 
forze e prerogative, e di un generoso disprezzo de' so- 
fismi , ai quali potevano andar incontro. Noi non co- 
iiosciaiìio a' dì nostri che un solo , il qual si sia eman- 
cipato da cotesta vii soggezione alla censura volgare, e 
dal timore di essere scoperto in fatto. Ed é l'illustre 
autore del JVa^erlej ^^ dell'altre novelle, per le quali 
si stabilì nella letteratura inglese un'epoca sì luminosa, 
e tale, da esser forse ricordata al pari d'ogni altra de- 
gli annali Britannici. Noi non ci tratterrem ora a dire 
quanta parte del suo riusci mento si debba ascrivere 
air impavida tempra del suo ingegno: ma sostenghiamo 
non potersi leggere alcuno de' suoi mirabili magisteri , 
senza sentire , aver Y autore avuto al massimo grado 
a vile il biasimo di piccole imperfezioni ; disdegnato 
l'ignobil fdtica di un' accuratezza perpetua, e trasfuso 
quindi ne' suoi componimenti quello spirito, e facilità 
e varietà ^ che ne rinfrescano la memoria de' tempi mi- 
gliori , e danno lustro ed eflìcacia ai copiosi e lucidi 
passi , ai quali potè così aspirare. 

Sembra , in qualche rispetto, non esser Lord By- 
ron mancato d' intrepidezza. Certamente né fu molto 
docile al consiglio, né miolto sofferente della censura. 
Se non che dubitiamo; esser ciò in lui un effetto più 
di avversione al biasimo , che di superiorità d' animo 
nel sostenerlo. Tantoché , a vece di provare , che egli 
è indifferente alla critica, mostra soltanto, che la pau- 
ra e la repugnanza di essa agiscono sulla sua mente con 
pili forza dell' ordinario. Un censore , che mirasse uni- 



cameiite a dar noja , bramar non potrebbe al certo 
deli' efficacia delle sue pratiche un miglior testimone 
dell'amaro disprezzo^ e superbo disdegno di cotesto 
poeta. Il quale è tanto più tocco dalla severità de' rim- 
proveri , quanto più vivamente dichiara di prenderli a 
ciancia: e vorrebbe schivarli , quando non potesse vit- 
toriosamente combatterli. Ma comunque ciò sia , noi 
giudichiamo, non essere questi ultimi sforzi dramma- 
tici stati fatti trascuratamente , o senz' impegno. A noi 
pajono ahixeno composizioni elaboratissime: nella qual 
circostanza troviamo in fatti la prima loro caratteristi- 
ca , e la chiave del maggior numero delle particolarità 
che contengono. 

A considerare cotesti drammi come poemi , ne 
sèmbran pesanti, verbosi, inornati, mancanti insomma 
della passione e gagliardezza, e alletto e vigore, ancor 
pili della copia dMmagini ^ e nova impronta di concet- 
ti , e soavità di versiticazione, proprie delle altre scrit- 
ture di quel chiaro poeta. Son essi per la più parte 
pomposi , prolissi , allungati da grandi apparecchi per 
nna catastrofe^ che mai non arriva; e ne deludono con 
piccoli cenni di cose d'una più alta importanza, rada- 
mente sparsi qua e là per molte nojose pagine di fastosa 
declamazione» Pare altresì aver qui 1' egregio autor€? 
non pur dato bando alla concentrata forza sensitiva e 
all' idee vive e potentissime della sua prima poesia 
(del che non sappiamo indovinar la ragione ); ma pur 
anco all'animata e melodiosa tempra del verso , ov' e- 
rano innestate, ed essersi creato un ritmo, così lontano 
dall'elasticità e gagliardia de' suoi primi componimen- 
ti, come dalla morbidezza e solidità degli antichi mae- 
stri del dramma. Vi sono alcuni versi dolci, e molti 
di peso e vigor grande : ma .il generale andamento di 



260 
una tal poesia è tedioso è disarmonico. I suoi versi non 
isfa villano come ben temprate, e forti e lucide lancie 
nelle mani de' suoi personaggi : ma son maneggiati a 
guisa di bastoni grossolani in una mischia senza sangue. 
In luogo della graziosa familiarità e idiomatiche me- 
lodie ^ che spiccano in Shakspeare, cade troppo spesso 
in maniere ignobilmente prosaiche, allorquando cerca 
di accostarsi al piano stile del dialogo. E, ne' passi più 
eminenti , lo disfigura talvolta con imagi ni basse e co- 
muni , più che mai discordanti dalla general magnifi- 
cenza della dizione. 

Come drammi, dobbiam dire altresì, esser così 
fatte tragedie povere d'interesse, di carattere, e d'a- 
zione; almeno per quel che concerne le due ultime. 
Perciocché nel Sardanapolo V interesse non manca ; e 
comprende inoltre bellezze tali^ che ne fanno passar 
sopra agli altri difetti. Nessuna può vantar nondimanco 
effetto e varietà drammatica. E nasce nell'animo mostro 
il sospetto, esister per avventura nella tempra o abi- 
ludin mentale di Lord Byron alcunché di ftilmente 
contrario a quelle prerogative , da render vana la spe- 
i^anza eh' ei sia per conseguirle giammai. Egli è troppo 
poco tocco dalle ordinarie fralezze ed affezioni umane, 
per ben riuscire a descriverle. 

„ L' alma sua , come un aslro a parte giace (*) „ . 

Ne tien esso lo specchio davanti alla natura , né 
afferra i colori de' circostanti oggetti: ma simile a un' 
accesa fornace spande soltanto il cupo fulgore delle 
sue vampe sulT angusto spazio che irraggia . Egli ne 
porse neir altre opere alcuni gloriosissimi quadri della 
natura, qualche splendido pensamento, e inarrivabil 



(*) His soul is like a star and dwells a part. 



261 
tratto di carattere. Ma dominan per tutto i sentimenti 
medesimi. E in particolare i iuoi ritratti , comechè al- 
quanto variati nelT abbigliameiito , e nell'attitudine^ 
sembran tutti derivati da un egual tipo. Childe Harold, 
Giaurro, Corrado , Lara , Manfredo , Caino e Lucifero, 
non sono clie un individuo. Si trova V istessa vernice 
di voluttà nella superficie, T istesso verme di misan- 
tropia nel torso, e in tutto quello ch'ei tocca. Non può 
Lord Byron delineare i casi della vita sotto molte sem- 
bianze, né trasferirsi nella condizione de^ caratteri , 
tanto diversamente modificali ^ dai quali esser dovreb- 
be popolata ia scena. Da cbe lo distoglie forse così Tin- 
tensità del sentire, e T elevazione delle proprie vedute, 
come r altezza dell' indole o dell' ingegno. Ond'è , che 
il suo dar persona agli eroi del dramma non è che un 
continuo figurar sé medesimo. Sarebbe per avventura 
meglio per lui , e certamente anche pe' suoi lettori se 
ciò non fosse. Perciocché l'uno, piegando l'animo a 
una pili schietta ed estesa tendenza verso degli uomini, 
otterrebbe una fama più grande (e quello altresì che 
assai più della fama si ha in pregio); e godrebbono gli 
altri di una poesia più varia, e ad ogni modo, di tra- 
gedie migliori. Non è nostro intendimento di fare a 
quel nobil autore una predica intorno all'orgoglio, e 
alla mancanza di carità: ma ci estimiamo autorizzati a 
dichiarargli , che lo insister sempre su gli stessi argo- 
menti e personaggi, è indizio di povertà d'ingegno, e 
che la gente si stancherà all'ultimo delle splendide sue 
dipinture d'individui misantropi, o fuorusciti^ o pa:&zi^ 
e delle loro innamorate. 

Un uomo dell'ingegno di Lord Byron, il quale 
aspirasse a rinomanza drammatica , emular dovrebbe 
il più insigne scrittore di simil genere. Pensi adunque 
T, FU. Agosto 18 



Lord Byron a Shakspeare^ e ne ammiri la bella e gran- 
de esteiisioM di car<uLere, sciolto da (jualunque artifizio 
soverchio , o impulso a far menzione di sé medesi- 
mo (*). Quanto pare aver egli studiato nella natura , e 
come rare volte pensato a sé stesso , o richiamate alla 
fantasia le sue più felici invenzioni ! Che bisogno infatti 
ne aveva egli? La natura si mostrava sempre inesauri- 
bilmente aperta avanti a lui : e la freschezza e varietà 
con che rallegra ad ogni ora i lettori aver debbono avu- 
to costanti atrattive anche per lui. S» guardi, a cagioii 
d'esempio, V Amleto. Qual carattere! Come pieno di 
pensieri e raffinatezza ! e di fantasia e individualità! 
„ Quanto infinitamente ampio nelle facoltà! e deciso 
ed ammirando nella forma e nella movenza ! La bel- 
lezza dell'universo, il paragone degli animali! ,^ Con- 
tuttociò, chiusa che sia la tragedia, si cercherà invano 
un'egual traccia, così nelle diverse opere del medesimo 
autore , come in qualunque altra parte. Ove uno scrit- 
tore ordinario avesse colpito per caso in un carattere 
di tal sorta , lo avrebbe inserito a forza in ogni occasio- 
ne , e ridotto a cenci. Sir Giovanni Falstaff è , in se 
medesimo, un incomparabil complesso di spirito, e le- 
pidezza. Ma se si eccettuano le due parti dell' Arrigo 
TV, non sarebbe rimaso alcun vestigio di un individuo 
cosi fatto , se non si fosse imposto air autore di conti- 
nuarlo nelle Donne di buon umoix di Windsor. Non 
ras.sembra esso ne a Benedick né a Marcuccio, né a Sir. 
Tobia Belch , né a verun altro arguto personaggio di 
Shakspeare, né questi somiglian tampoco fra loro. Otel- 
lo è tra le invenzioni drammatiche una delie più fiere 
ed atte a far colpo. Ma messa una volta quella tragedia 

(*) Il testo dice egotism. 



u63 
da banda, non si sa più nulla di lui. Simile a un uomo 
reale ^ il personaggio creato dal poeta ^ scomparso una 
volta, non si riproduce sotto altro nome mai più. Lord 
Byron ^ posto in luogo di Shakspeare ^ avria popolata 
la terra di tanti Otelli negri. Che tracce degli antece- 
denti drammi di quel grande si trovano nel re Lear ^ 
o di questo ne' successivi? Nessuna. Tanto è Shakspeare 
lontano dal mostrarsene conscio , che quella tragedia 
avrebbe potuto scriversi da qualunque altr'uomo. Alie- 
no dal ricondursi una sola volta a quel vasto pelago di 
dolore , lo lasciò stare da sé, inaccessibile, e senza 
riva. Qual altro avrebbe potuto astenersi dall' inondar 
la scena di lacrime, derivate da una simil sorgente? 
Ma è tempo oramai che ci dipartiamo da Shakspeare , 
per venir finalmente alle tragedie che abbiamo sotto 
occhio . 

Rinnova Lord Byron in un breve proemio la sua 
protestazione contra il riguardare alcuno de' suoi dram- 
mi come stesi col minimo intendimento di darli alla 
scena : e si mette ad un tempo dalla parte di chi a- 
derisce alle Unità, come essenziali all'esistenza del 
dramma, secondo le norme ^, osservate sino a' dì nostri 
nella letteratura di tutto il mondo, e mantenute pur 
tuttavia fra le più incivilite nazioni ^, . Le quali opinioni 
non sembrano a noi bastevolmente solide: e avvisiamo 
non poter esse trovar mai favore con persona , la cui 
mente abbia un vero carattere drammatico. Non sa- 
rebb' egli V istesso come se un oratore componesse un 
discorso da non doversi recitare? Un dramma non è 
puramente un dialogo , ma un* azione \ e suppone di 
necessità , dover seguire alcunché davanti agli occhi di 
gente raunata. La qual circostanza, comunque partico- 
lare alla parte scritta , derivar dovrebbe la particolarità 



sua propria da simigllaiite considerazione. Lo stile vuol 
essere un' accompagnatura dell' azione j e diretto ad 
eccitare gli affetti, e tener vivo T attendi mento degli 
astanti. Ove un autore non abbia sempre questo Del- 
l' animo , e non iscriva colla presenza ideale di una 
varia e disiosa assemblea , potrà esser forse poeta ; un 
buono scrittor di drammi non mai. Pero, se Lord By- 
von mira soltanto a introdurre nelle sudate sue scene il 
vivace spirito del dramma ; e non sonte alcuna propen- 
sione per lo effetto scenico; e non ha sempre la fanta- 
sia popolata dai personaggi cli'ei crea; e, nello stendere 
una veemente invettiva, non imagina il tuono con che 
Ja reciterebbe Mr. Kean (*), e non si figura anticipata- 
mente i lunghi applausi della platea , può in sì fatti 
casi assolutamente persuadersi, aver egli i sentimenti, 
e r ingegno in una total dissonanza colla scena. E per- 
chè mai serbar dovrebbe la forma ed escluder l'effetto? 
£i può di vero produrre un dramma simile al Caino o 
una visione più dolce, come il Manfredo , senza sug- 
gettarsi a una censura legittima. Ma se con un regolar 
subietto, capace di tutta la forza e delle più eflicaci 
grazie del dramma, non può o non vuole spiegar tanto 
i suoi mezzi , da toccar di terrore o di piacere un' udien- 
za ; ei non è 1' uomo di cui bisogniamo ; e sciupa in 
simiglianti lavori il tempo e l'ingegno. Un ragiona- 
mento didattico e un' eloquente dipintura, non potran- 
no mai compensare , in una tragedia , un' inopia di 
spirito e ritrovamenti drammatici. Oltre di che il 
vero senso e la poesia, come sono ^ star debbono da sé 
soli, senza l'insignificante baja de' caratteri. 

Per quel che riguarda la pretendenza di Lord By- 



(*) Celeberrimo attore vivente. 



2»65 
ron, di porre al di d' oggi in campo le Unità , come 
norme osservate nella letteratura di tutto il mondo , „ 
ella è un mero ghiribizzo, una contradizione: e, se 
mai uomo lo fu, è il nostro seniore una legge et se stes- 
50, 5, un privilegiato libertino, „ che, stanco della 
passata sfrenatezza, intende ora di far penitenza enUo 
i confini delle Unità ! La qual novità pute non poco 
d' affettazione; o se contiene alcunché di sincero, dee 
consistere in questo: cioè, che con liberarsi da tanto 
avviluppamento d'azione, a fine di render più sempli- 
ce l'intreccio, e ridurlo entro i termini j)rescriui, può 
il poeta empire i vóti con lunghe discussioni , e prender 
per sé il dialogo tuttoquanto. Perciocché noi dichiaria- 
mo aver tenuto noi stessi per niente si fatte Unità , 
anche dopo la critica di Dejinis sul Catone di AdJison, 
da noi letta nella nostra infanzia , salvo che V unità 
deir azione, della quale sembra per verità non fare iì 
nostro autore gran caso. Il dottor Johnson portò, a no- 
stro avviso , una simil questione al suo vero punto. E 
se Lord Byron presume di venir alle prese con un 
tant' uomo , estimiamo richiedersi un braccio assai piiì' 
robusto di quello, che atlopra ad atterrare i nostri poeti 
di corte. Laonde aggiungerem solo, che quando i moderni 
s'impegnano a scriver tragedie di una mole uguale, e, 
in altri rispetti, su V istesso disegno di quelle d'Eschilo 
e di Sofocle , non sarà chi faccia eccezione intorno al 
loro aderire all' unità ; non vi essendo , in tal caso ^ al- 
cun bastante impulso a violarle. Ma per quel che con- 
cerne la poesia drammatica inglese, mantenghiamo, 
sorvolar essa alle Unità , appunto come fa Tiraagina 
ziene. Il solo pretesto per adottarle , è il nostro metter 
per vero, esser la scena attualmente, e in realtà il me 
desìmo punto, sul quale si rappresenta una data a/ione^ 



260 
taicliè sì fallo luogo esser non possa trasportalo in un 
altro. Ma simigliante supposizione è palesemente affalto 
discorde dall' esperienza , e dal vero. La scena è pura- 
mente considerata come un luogo ^ dove si può eseguire 
ad arbitrio ogni data azione: ond' è che è lecito tramu- 
tarla: e così avviene appunto nella fantasia qualunque 
volta l' azione stessa il richiegga. Che ad ogni altro 
scrittore piaccia nondimanco d'insistere sopra un unità 
come questa, ne può parere solamente assurdo. Ma che 
vse ne assuma la difesa da uno^ i cui drammi esser non 
debbono mai rappresentati, ed altro non hanno perciò 
che una nominai relazione a qualche scena e località , 
ella è cosa capace di vincere ogni credenza. 

]l danno, e, invero, l'inconvenienza di sacrificare 
più alti oggetti a una formalità di tal sorta , si spiegaa 
pertanto al massimo grado in uno di cotesti drammi^! 
BUE FoscARi. Tutto l'intcresse si aggira qui sul più gio- 
vane di essi , che, tratto da un invincibil desiderio del 
loco nativo , rompe , a disgrado della legge e delle sue 
conseguenze^ Fesiglio^ e si riconduce in patria. L'uni- 
ca maniera di render manifesto un tal sentimento con 
farlo congiunto a patimenti maravigliosi^ sarebbe a no- 
stro giudicio , stata quella di presentarlo alT udienza , 
col cuore logorato nel bando, e risolutamente inteso a 
toglier di mezzo il grande intervallo che lo disgiunge 
dalla contrada materna , o farlo vagare in affannosa 
incertezza ai contini. Allora avremmo potuto raccorrà 
un qualche lume de' suoi motivi e di un così straordi- 
nario carattere. Ma perchè un simil disegno sarebbe 
stato contrario ad una delle Unità, noi veggiamo dap- 
prima il giovane Fòscari quando torna dalla tortura , e 
successivamente allorché vi è condotto di nuovo nel 
Palazzo Ducale, o si attacca ai muri della prigione del- 



267 
la sua città trafìtto dal timor di lasciarla. Oad' è che 
siam presi più da stupore che da compassione alT udire 
in una lunga sua querimonia, esser que' dolorosi effetti 
provenuti^ non dalla sventura , ma puramente dal suo 
caldo amor per la patria. 

Ma ora vuoisi disaminar le tragedie. E rivolgendoci 
al Sardanapalo yCÌ sentiam quasi pentiti della rigidez- 
za d^dcuna delle fatte osservazioni; o almanco propensi . 
a dichiarare^ non esser elle strettamente applicabili a 
cotesto lavoro^ al quale non manca al certo né bellez- 
za y né forza . E comecché 1' eroina abbia molti tratti 
comuni colle Msdore e le Gulnare della poesia non 
drammatica di Lord Byrun . è nondimeno da confes- 
sare, essere il protagonista, nelle sue mani, un carattere 
nuovo. Anclie in questo si scorge per verità quel corag- 
gio e disprezzo della gloria , del sacerdozio, e della mo- 
rale, i quali distinguono gli altri personaggi, prediletti 
dal nostro autore : ma non è né misantropo, nò gran- 
demente altero: talcliè si può riguardare in complesso 
come uno de' più giocondi, e amabili , e reverendi vo- 
luttuosi che ne fosser mai presentati. Nel concepire Un 
simii carattere, si è Lord Byron , con molto buon con- 
siglio, attenuto alla natura e alla fantasia più presto che 
all'istoria . Il suo Sardanapalo non, è un effemminato, 
consunto nelT ignavia , dissoluto, di nervi infranti , e 
sentimenti esausti; non lo schiavo delT indolenza e di 
abitudini infette: ma si uno zelante divoto del piacere^ 
un epicureo principesco , tutto condiscendenza, tripu- 
diante nella lussuria kisino che può , ma talmente ac- 
costumato alle delizie, e "satollo de' godimenti , che i 
travagli ei pericoli, quando sopraggiungono senza esser 
chiamati, non gHspirano né commozione, ne terrore. Di 
maniera che si vede trapas-sar dal bu»ichetto alia mischia, 



2G8 
cornea una musica, o a una danza, abbigliato dalle grazie^ 
e guidato dalla gioja , dalla gioventù, dall' amore . Ei 
si trastulla con Bellona , come suo sposo novello , e per 
sola ricreazione e passatempo. Tantoché si addicono alle 
sue mani ugualmente la lancia die il ventaglio; e non 
men lo scudo cbe lo specchio . Ei gode insomma della 
vita, e trionfa nella morte: e V anima sua, maggiore di 
qualunque infortunio, sorride così nella prospera come 
neir avversa fortuna. La filosofia epicurea di Sardana- 
palo gli somministra, nella sue conferenze con T aspro 
econfidenzial consigliere Salemene una bella opportunità 
di porre in contrasto i funesti suoi vizi d'infingardag- 
gine e amor del piacere ad esso imputati, con l'esaltate 
virtù de' suoi predecessori , Guerra e Conquista . E noi 
non potremo far meglio che incominciar con un sagjsjio 
di cotesto dibattimento caratteristico . È Salemene fra- 
tello della negletta regina . E la controversia nasce dal- 
r allusioni del monarca a lei . 

Sardanapalo. Pensi eh' io dunque offesa 

Abbia la sposa mia. Libero parla. 

Salemene. Penso! Tu offesa 1' hai. 

Sarà, Ti acqueta, e m' odi . 

Tutta di sua condizion la possa 
E lo splendore eli' ha : la reverenza 
De' sudditi e gli omaggi: intero il dritto 
Di chi all'impero nacque; e degli eredi 
Dell' Assiria la cura . A lei mi avvinsi 
Come sogliono i re: sol per la forma: 
E l'amai come il più suol de' mariti 
Amar le mogli. Se per vo? si estima. 
Che, ad un Caldeo simìi, cultor de' campi, 
Alla compagna mia tutto mi doni, 
Mal conoscete me, gli uomini, i regi. 
Sai. D'altro favella. Io di dolermi sdegno: 
Ne uno sforzato amor cerca la suora 
Di Salemene dal re stesso Assiro, 



a69 

Né à* assenso degnar potrìa tua fìamm* 
Con basse estranie femmine divisa, 
E Ionie schiave. La regina tace. 
Sard. Il fratello non già. 

Sai. Sol delle genti 

A te, signor fo risonar la voce. 
Molto regnar non può chi troppo sprezza. 
Sard. Scortese, ingrata razza, a servir nata! 

Ella susurra, il so, perchè il suo sangue 
Sparger non volli mai, ne fra le arene 
Dt4 deserto a perir guidai le torme; 
JVè di loro ossa biancheggiar le rive 
Feci del Gange, ne con fiera legge 
Le schiere decimai (i), ne delle fronti 
De' miei vassalli co' sudori eressi 
Vaite, eccelse piramidi, o famose 
Babiloniche mura. 

Sai. Assai più degni 

Son di popoli e re trofei simili, 
Che feste e cetre e canti e compre donne 
E profusi tesori e generose 
Virtù neglette. 
Sard. D' trofei tu parli ? 

Io cittadi fondai. Lavor di un giorno 
Anchialo e Tarso per mio merto furo . 
Che uiai, se non distruggerle, potea 
La guerriera ava mia, di sangue ingorda, 
Semiramide CdSta? 

Sai. E ver: tuo tutto 

Di quelle moli è il vanto, opra di strana, 
Subita fantasìa, da versi espressa, 
Vergogna loro e tua ne' di futuri . 
Sard, Vergogna mia ? Per Baal ! Ancor che industre 
Magistero mortai, non son de' versi 
Più belle le città . Scemarne il vero 
Non può tuo biasmo. Delle umane cose 
L'istoria tutta è in lor compresa. Ascolta.- 

(ì) Così dicevano i RomaDÌ pel puair* i soldati eoo ucciderne d' ogaii 
dieci uno, per 1' «empio degli altri. Il Ti ad. 



\ 



tino 

„ Sardanapaìo re, d' Ancidarasse 
„ Figlio, in un giorno Ancbialoi e Tarso eresse.- 
„ Satolla il ventre ed ama. Il resto è nulla „ 
Sai. Saggi, sublimi pensamenti! Oh degni 

Che al suo popolo avante un re gli scriva! 
Sard. Forse altre norme, il so, più a te son care : 
j, AI re obbedisci : a lui le schiere accresci 
^ Ed i tesor.- spargi tuo sangue a un cenno: 
;, Ti prostra e adora ; o ti solleva e suda „ . 

O in varia guisa. „ Conto ostili squadre (2) 
,, Qui trucidò Sardanapaìo. Questi 
„ I lor sepolcri sono, e i suoi trofei,,. 

Tal vanto io lascio a chi a conquisti anela. 
Solo a temprar delle terrene cure 
La soma al popol mio, sì che alla tomba 
Senza lamento s'incammini, aspiro. 
Wuiia io prendo per me, che a lui dinieghi . 
Tutti mortali siam. 
Sai. Fur come numi 

Gli avi tuoi riveriti. 
Sard. E nella polve, 

Dove gelido e spento il fral ne giace, 
JXumi non pur, ma ne mortali or sono. 
Ben nume è il verme, che sen fea satollo; 
E sol morìo quando mancò del pasto . 
Uomini eran que' Dei; guarda 1' erede. 
Mille mortali cose a me d'attorno 
Sento; ma nulla di divin, se quello 
Non è che tu condanni : un dolce impulso 
Che alla pietade ed all' amor mi porta, 
Ed a perdonar; se il mio sirnìl trascorre ; 
E ad esser (ciò eh' è uman) meco benigno. 

Ma la principal attrattiva ^ e V vero Angelo del 
dramma, è Mirra, schiava greca di Sardanapaìo, bella, 
magnanima , affettuosa, eterea creatura, che invaghita 
del generoso e infatuato monarca, si vergogna d'amare 

" I l - — 

(2) Il testo dice cinquantamila persone. 



un barbaro, e pone in opera tutlo il suo predominio su 
r animo di quest' ultimo, per nobilitarne ed abbellirne 
resistenza, e armarlo contra i terrori della sua fine . La 
sua voluttà è quella de^ cuore; F eroismo , quel degli 
affetti. Se la parte , eh' élla prende nel dialogo , qualor 
si consideri il franco ardimento del suo carattere, ap- 
parisce talvolta un po' troppo sommessa , è però sempre 
qual poteva addirsi a una schiava Greca, a un' avvenen- 
te fanciulla Joniana, in cui V amore della libertà e '1 dis- 
prezzo della morte erano rattemprati dalla coscienza di 
ciò che ella tenea per un affetto ignobile ,e da un inter- 
no senso di convenienza e decoro in risguardo alla pro- 
pria condizione. Lo sviluppamento di un tal carattere 
e de' suoi effetti è talmente sparso nella tragedia , che 
la pili parte delle citazioni , con le quali ne andremo il- 
lustrando l'estratto, si troveranno a quello relative. 

Neir abboccamento, a cui ci siam riferiti, le ram- 
pogne di Salemene hanno rimossa dalla presenza del Re 
la sua prediletta schiava. Partito Salemene, Sardanapalo 
chiama nuovamente Mirra, e le narra gli avvertimenti 
da lui ricevuti. La risposta di lei ne dà insieme un'idea 
della nobiltà , e delicatezza del suo carattere. 

3I/'rra, Ben feo . 

Sard. Sì parli tu, pur or bersaglio 

Degli aspri modi suoi ? tu, da mia vista 
Già rimossa per lui con tal rampoijna, 
Che a lacrimar e ad arrossir ti astrinse ? 

Mirra. Far più spesso il dovrei. Però me a dritto 
Salemene sgridò. Ma di perigli 
Parlar t' udii. Per te?. . . 

Sard. Sì, per le trame 

Tenebrose de' Medi e d' inquieti 
Popoli armati. Oltre non so. Di sorde 
Minacce favellò, d' arcane mire j 

L insidie mille. Il suo tenor ti è noto.- 



Disamabiì, ma integro. Or vieni. In "bande 
Sì ponga un tal pensiero, e quel sottentFÌ 
Del notturno convito. 

Mirra. Ad altre cure 

Volger la mente or dèi. Forse che sprezzi 
I suoi consigli tu? 

Sard. Che dunque temi ? 

Mirra, Temer 1 son green; ed ho la morte a vile: 
Schiava, 1" idea di libertà mi è dolce . 

Sard. Ma ond' è che color cangi ? 

Mirra. Amo. 

Sard. Ed io stesso 

Non amo al par di te? Più della vita, 
Più assai del regno io t' amo, a cui nimico 
Pende forse il destin.- pur non pavento. 

Mirrai. Quando colui, che al popolo dà legge, 

' Se stesso obblìa, vuoi tu che altri il rimembri j 

Sard. Mirria! 

Mirra. Me torvo non guatar . Sì spesso 

Te sorrider vid' io su questo petto, 
Che più assai d' ogni pena a me que' truci 
Sguardi improvvisi acerbi son. Monarca, 
Tua suddita son io: signor, tua schiava: 
Uomo, ti amai: per qual fatale incanto 
O mia colpa, non so. Pur, benché greca, 
JE nimica de' re sin dalla cnna; 
E schiava, e avversa alle catene, e nata 
Nella Ionica terra, e men pe' ceppi. 
Che per 1' amor verso un estranio abietta. 
Io mi accesi di te. Se questa fiamma 
Alto crebbe così, che ogni altro senso 
Minor divenne, non io dunque il dritto 
Aver potrei di procacciar tuo scampo ? 
• Sard. Mio scampo? che di tu? Non securtate, 
Solo amor da te cerco. 

Mirra. E senz' amore, 

Securtate dov' è ? 

Sard. Di quella io parlo. 

Che dalla donna vien. 

Mirra. Da lei F istesso 



2^3 

princìpio emerge dell' amana vita : 

Ai primi accenti ella ammaestra: il primo 

pianto all' uom terge: e allor che al basso incarco 

Di vigilar sa gli ultimi momenti 

Di lui, che gli fu guida, altri si tolse, 

Entro r orecchio della donna spesso 

Il sospiro ne muor, 

Sard. Quanto, o mia Mirrai^ 

Faconda sei! Son musica i tuoi dettij 
Possenti come il generoso coro 
E' del tragico canto, ond' io sovente 
Parlar t' udii, diletto almo sollievo 
Del tuo bel suol. Non pianger deh! ti acqueta. 

Mirra. Non pic«ngo io già . Ma non parlar, ti prego, 
Né della, patria mia, ne de' miei padri. 

Sard. Pur te più volte rimembrar ciò intesi. 

Mirra. E' ver: non volontario un qualche accento 
Fuor delle labbra a me talor ne sfugge. 
Ma il cor mi fiede chi di lor favella . 

Sard. Come or vuoi dunque procacciar mio scampo? 

Mirra. Di chi 1' impero tuo fondò primiero 
Pensa agli annali. 

Sard. No; troppo di sangue 

Macchiati ei son . Che vuoi ? Fu il regno eretto; 
Ne a me novelli edificarne or lice. 

Mirra. Conserva il tuo . 

Sard, Goderne almanco io spero. 

Ma, deh, non più. Meco all'Eufrate scendi. 
Pronta è la nave : acconcia l' ora; e adorno 
Il real padiglion per lo solenne 
Convito della sera: e, al giunger nostro, 
Fiammeggerà così, che un astro opposto 
Agli astri sembri, onde cosparso è il cielo. 
L' un appo 1' altro assiso, e di ghirlande 
Cinti di freschi fior, là noi, simili . . . 

Mirra. A vittime. 

Sard. Non già, Mirra ; simili 

Ai re pastor' sarem della beata 
Età patriarcal, che più lucenti 
Gemme non conoscean delle corone, 



^74 

Onde larga è V estate; ed i trtoniì 
Cari avean sol non d' uman sangue aspersi. 
Il secondo alto ^ che contiene le particolarità della 
congiura d' Arbace , la scoperta che ne siegue, mercè la 
vigilanza di Salernene^ e 1 troppo temerario e precipi- 
tato perdono^ conceduto a'ribelli, da Sardanapalo, è, nei 
complesso^ e faticoso e vóto d'interesse. Improvvise 
novelle di tradimento e sollevazione soprarrivano a tur- 
Lare il regio convito alT aprirsi dell'atto terzo ; e quindi 
il crapulone si trasmuta in un eroe; e '1 greco sangue di 
Mirra s'innalza a"'suoi magnanimi ulìci. Vivi e gagliardi 
sono i passi che seguono. Un niessaggiere dice; 
Ad affrettarti a vestir l' armi, o sire, 
Salemene m' invia. Sol per brev' ora 
Ti nnostra in campo . Tua presenza sola 
Più assai potrà che i tuoi guerrier' non ponno. 
Sard, Orsù, a me T armi ! 
Jì^irra. E vuoi?. .. 

Sard. Voler non deLLo? 

L'armi a me! Grave mi saria Io scudo: 
Però si lasci . Sol di un lieve brando, 
E dell' usbergo ho duopo. 
Mirra. O quanto io t' amo, 

Sard. Sempre il credei . 

Mirra. Ma ti conosco or solo. 

Sard. (i) Su via, V usbergo ! — e il bàiteo poi. Ch' io '1 ferro 
Or stringa. — E l'elmo ov'è? — Questo m' è adatto: — • 
]Vo : ponderoso è troppo. Errasti, o Sfero; 
L'altro cimiero io vo', d'un diadema 
Intorno cinto . 
Sfero. Per le gemme troppo 

A me fulgido parve, onde tua sacra 
Fronte in rischio a por abbi . E' questo in vero 
Men ricco assai, ma di miglior metallo. 
Sard. A te parve di' tu? Che' fra i ribelli 
JNovprarti degg' io? Schiavo! Tuo solo 

(i) Al maiiclosi. 



2^5 

Incarco è l'tìLbedir. Vanne: ti affretta: 
No: tarda è 1' ora. Andrò senz' elmo in campo. 

Sforo. Questo ti allaccia almen. 

Sard. No: smisurata 

Sul mio capo saria cotanta mole (2). 
Bitratti, o Mirra, in più secura parte. 
Perchè, con 1' altre di tua scliiera, altrove * 

Gita non sei? 

Mirra. Perchè mio loco è questo. 

Fuor che a quel sopravvivere, cui sacri 
Fur gli affetti miei primi, o d' un ribelle 
Preda giacer, tutto ad osar son pronta. 
Corri: e risplenda il tuo valor nell'opre. 

Mentr' ella è scorsa dal clamor della zufìli , soprag- 
giuiige un soldato, al quale domanda come si conduca 
il re^ e quei le risponde: 

Come a un prence si addice. Io gir di Sfero 
In traccia debbo, perchè un' altra lancia 
Rechi e )' cimiero al re. Col capo ignudo, 
Infra i perigli ei di pugnar non cessa. 
Noto ai ribelli, come a' suoi, n' è il volto : 
E la serica benda e 'l crin diffuso, 
Troppo al chiaror dell' imminente luna 
La presenza ne svelano. Ogni dardo 
Contra la bella chioma, e le leggiadre 
Forme, 'l serto real drizza il nemico . 
Combatte il re come tripudia a mensa (i). 

Mirra. No, no : 1' amar tal uom non è disdoro. 
Quasi a bramar tratta or son io, che nato 
(Né il bramai pria) di greco sangue ei fosse. 
Se il vestir della Lidia Gufale i panni, 
E maneggiarne la conocchia, a biasino 
Tornò d' Alcide già, quei, che da' verdi 
Anni sino ai maturi, in molle vita 
Immerso, a un tratto un Ercole diventa, 

■■ ■ III I t^mmmm^ 

(2) Sana lo stesso che portare il Caucaso. È una montagna iul 
lìtio capo. Coii il testo, 
(i) Parte, 



2y6 

E lieto dal banclietto al campo vola 
Come a un letto d' amor, degno per certo 
E' degli affetti di donzella argiva, 
Di un argivo cantor, d' argiva tomba. 
Un uf. Tutto è perduto; ne più scampo resta. 

Dove Zames ne andò ? (2) 
Mirra. Ratto trapassa, 

Senz* altro dir, che senza scampo è tutto 
Perduto. Ebben! cbe più a saper mi avanza? 
Un regno, e un re; tredici età; la vita 
Di mille prodi e mille, e la fortuna 
Di cbi riman ; tutto in que' brevi accenti 
E' chiuso. E in un col mio gran sire io stessa, 
Ad un acqueo simli picciolo globo, 
Clic coir onda si frange che lo porta, 
Nel nulla svanirò . 
Poco appresso ella si scaglia fuori tra le angosce, a 
incontrar la sorte, che suppone imminente. Sardanapalo 
rintegra nondimeno col valor la battaglia, e si ricondu- 
ce con tutti i suoi seguaci dentro la reggia . La scena, che 
viendopo, è veramente da maestro. 

Sard. Infranto son: fate ch'io '1 fianco posi. 
Sai, Ecco il trono, signor. 
Sarà» Non può tal loco 

Air alma ed alle membra oj9frir quiete . 
Un umil seggio rustical mi basta, (i) 
Or più sciolto respiro . 
Sol. E' questa, o prence, 

Della tua vita la più splendid' ora . 
Sarà, E la più faticosa. — Ov' è il coppiere? 

D' acqua alcun sorso a me ! Su via . 
Sol. Mai, credo, 

Un tal comando non t' usci di bocca . 
D' ogni tuo consiglier benché il più austero. 
Più vermiglia bevanda a te opportuna 
Io stesso penso, 

(a) Parte. 

(1) Si reca una seggiola . ' 



-*77 

Sarà. Tu dì sangue al certo- 

Parli. Assai ne fu sparso. Io quest/ notte 
Il puro ad apprezzar licor di Bacco 
Appresi. Il sen ne confortai tre volte; 
Ed altrettante con vigor, che i mennbri 
Mai non conobber pria, centra gì' infidi 
L'assalto rinnovai. Sai tu, fratello, 
Dove Mirra vid' io? 

Sai. Tra V altre donne», 

Simili, estimo, a impaurite cerve. 

Sard, JVo : del giovin leon pari alT irata 

Madre, Col gesto e con la voce, e i vivi 
Occhi e le sparse chiome, ella i miei pi'odi 
A incalzar sospingea le avverse schiere* 

Sai, In ver? 

Sard. Non fu Sarda napa lo il solo, 

Che questa notte si mostrò guerriero, 

A riguardarne mi fermai le accese 

Gote, e i grandi occhi neri, che frai lunghi 

Ondeggianti capei splendean com' astri . 

Più rilevate su la bella fronte 

Eran le azzurre vene; ampie le nari 

Oltre l' usato avea; disgiunti i labbri; 

E della pugna tra il fragor sua voce 

Si distinguea così, qual di un liuto 

Per mezzo a un suon di cimbali: discorde, 

Ma non repressa : ed abbagliante n' era 

Delle braccia il candor più assai che il ferro, 

Che, a un estinto guerrier di man fuor tratto, 

Stringea . Della vittoria un' inspirata 

Profetessa alle schiere ella parca; 

O, a salutarne come proprj figli, 

Scesa dall' alto la vittoria istesiìa . 

SaL [i] Mirra ! 

Mirra. Prence, 

SaL Tal core in questa zuffa 

Spiegato hai tu, che se il signor non fosse 



(2) In disparte e ritirandosi. 



S78 

Della mia suora... Ma indugiar non debbo. 
Caro bai tu il re? 

Mirra. Sardanapalo bo caro. 

Sai. Re il brami ancor? 

Mirra Quel cb' esser dee luì bramo. 

Sai. Ebben: se tal tu l'ami, e prence, e vivo, 
Fa die più mai nelle lussurie antiche 
Sé non deturpi . Sui suo spirto al certo 
Più assai puoi tu, che in queste mura il senno, 
O i ribelli di fuor. Ch' ei non ricada ! 
Mirra. Non dubitar . Io del tuo spron per questo 

D'uopo non bo . Quel cbe una donna puote.... 
SaL Tutto da un core, al suo simile, impetra (3j 
Sard. Di che con l'aspro mio fratello, o Mirra, 
Sussurri tu? di gelosia la vampa 
Me presto accende. 
Mirra. (4) Ed a ragion; che in terra 

TJom non respira, cbe di lui più merti 
Di una donna V amor, più di un vassallo 
La reverenza, di un guerrier la fede. 
Di un re la stima, e lo stupor del mondo. 
Sard. Lui sublima, se vuoi, ma tempri» il foco. 
Udir non debbo i tuoi soavi labbri 
Facondi in quel, che me a tua vista oscuri . 
Pur ben' ti apponi- 
L' atto quarto si apre con Mirra, inquieta sulle lor- 
h\àe visioni del re, che. sorgendo esferrefatto, narra 
con eccessiva prolissità un fiero sogno in cui gli coni- 
parver davanti Nino e Semiramide. La pittura della fem- 
mina conquistatrice è tutta volta espressa con gran forza. 
Gredea Sardanapalo di sedere a banchetto con tutti i 
suoi predecessori . E cosi dice a Mirra ; 

Sard. Sovra lo scanno ove seder tu a mensa 
Suoli, tuo dolce volto infra gli astanti 
Disioso cercai: ma cime! un fantasma 



(3) Salemene esce. 

(4) Sorridendo. 



Sol vi scopersi . Grigie cliiome avea, 
Appassite sembianze, occhi sanguigni, 
Sanguigne mani, orrida faccia, a quella 
Di uno spettro simil; femminea veste; 
Fronte di un serto cinta, e tutta impressa 
Dai solchi dell' età. Pur di lascive 
Brame ne ardean l'atre pupille, e sete 
D'alta vendetta discopria col ghigno. 
Rapprese addentro mi sentii le vene . 
Mirra Tutta, o signor tua vision fu questa ? 
Sard. Ei nella scarna destra, ai lunghi artigli 
Di un uccello simile, una spumante 
Coppa stringea di sangue; e nella manca 
Colma un' altra di .... no ; questo non Vidi 
Che il volto distornai. Ma in giro assisa 
Era una schiera di scettrate larve. 
D'aspetto varie, di pensiero uguali. 
Sì; Mirra. Ma colei, che là rimase, 

A me incontro lanciossi, e i labri na' ars© 
Con sozzi baci. Ambe le tazze a terra 
Indi gittò . Scorrere a noi d' attorno 
Mi parver que' veleni, e un doppio, orrendo 
V Fiume formar. A me colei si avvinse: 
Immoti rimanean gli altri fantasmi. 
De' simulacri al par de' nostri templi. 
Da lei fuggir volea, qual se remoto 
Suo nepote non già, ma il figlio istesso 
Stato foss' io, che ne punì 1' incesto. 
Ma invan: che più. a mie membra ella si avvobe. 
Succede a questa un' altra scena inutile^ e poco na- 
turale fra il monarca e la regina , la cui tenerezza versa 
il traviato Sardanapalo risveglia in lui molto commovi- 
mento e rimorso . Ella è scritta con un' accuratezza 
che annoia, e termina (per verità molto più tardi di 
quel che dovrebbe) con Salemene , che trasporta fuori la 
svenuta sorella . La forza de' sollevati si va via via in- 
grossando. Sardanapalo esorta Mirra a fuggire il crescente 
pericolo. Questa ricusa fermamente : ed ei le soggiunge: 



'^8o 

Sard. Tu dell' abietto tuo destili favelli-. 

Mirra, E' vero: e in cor più che tutt' altro il sento, 
Se ne scevri l'amor. 

Sard. Perchè noi fuggi? 

Mirra. Torre il passato non potria mia fuga, 
PJon restaurarmi ne 1' onor, ne il core . 
Qui rimaner, qui cader vo ." Se avvenga, 
Che tua la palma sia, de' tuoi trionfi 
Vivrò a goder. Non piangerò, ma teco, 
Se avversa fia, dividerò tua sorte . 
Di me pur or non dubitavi, o sire . 

Sard. Io mai non fui del tuo coraggio incerto : 
Incerto son dell' amor tuo sol oggi. 
Vòlto in un paradiso io questo regno 
Per opra mia credei ; di piacer novi 
Nunzia ogni luna. Della plebe i gridi 
Figli d'amor pensai: voce del vero 
La voce degli amici; e mia mercede 
Di una femmina i labbri. Oh! si, mia Mirra, 
Unica ei scn mercede mia . Ti appressa; 
E di un bacio mi avviva . Impero e vita 
Or mi si tolga pur. A. l'ile tu sola 
Esser tolta non puoi. 

Mirra. No, mai. 

Sard. Di quanto 

In terra v' ha di luminoso e grande 
Spogliar può 1' uom : disperse andar le schiere; 
I regni minar; mancar gli amici; 
Fuggir gli schiavi; ognun tradir; più iniquo 
Esser quei che più dee : solo non langue 
La fé di un cor, che senza vii disegno 
Ama.- ed e tale il mio. Ponilo a prova. 

Il quinto atto presenta con colori piuttosto languidi 
il riuscimento della ribellione. Salemene è ucciso. E il 
re, nonostante una disperata resistenza, è ributtato den- 
tro la reggia e i giardini . Egli dispensa allora i suoi te- 
sori agli amici : e sforzandoli a imbarcarsi sul fiume, 
tuttora aperto allo scampo, domanda a' suoi fidi vetera- 



281 
Ili il solo ed. estremo servigio d' innalzare nella sua cu- 
mera un ampio rogo intorno al soglio, e lasciarlo quivi 
con Mirra . Dopo di che impone a medesimi di dar fiato 
alle trombe, aliurehè , usciti dalla città y si troveranno 
colle navi in salvo. Noi chiuderemo i nostri estratti con 
pochi frammenti dell'ultima scena. Ecco l'addio di 
Sardanapolo alle schiere; 

Sard. Ultòni e veri aniici miei! la forza 

Tolgon gì' indugi al cor. Partite or tutti, 

E ratti. Esser dovria subito ed uno 

L' addio, quando per sempre altri si lascia ; 

O di un' eternità sembianza prende 

Alcun momento. Itene: e il ciel vi arrida! 

Or più a compianger non son io : ma forsCj. 

Più che per (Questo, pe' trascorsi giorni. 

In mano degl' Iddii resta il futuro, 

Se pur vi resta. Lo saprò, tra poco. (1) 

Mirra. Fida a te fu coletta gente. E sempre 

Un conforto, o signor, quando 1' estremo 
Sguardo si posa su amorosi volti . 

Sard. E amorosi non pur, ma vaghi, o Mirra. 
Mi porgi orecchio. Se per mezzo al foco 
A trapassar nel!' avvenir di un salto, 
Or (poiché lungi n' è il momento appena) 
Senti ribrezzo in cor, libera parla. 
Non ti amerei già meno; anz-i più forse, 
Te veggrndo minor della tua tempra . 
Fuggi-' ti affretta. 

Mirra. Una vuoi tu che allumi 

Delle faci, o signor, sotto alla viva 
Lampa raccolte, che perenne avanti 
All'ara arde di Baal? 

Sard, Sì: tua risposta 

E' questa dunque? 

Mirra. Lo vedrai tra poco. 

• ' I — ' '111 1 ■ . 

(i) Pania parte cen j so!(!.'ili. 



282 

Succede una lunga Invocazione del re alle ombre 
de'suoi maggiori, al fin della quale comparisce Mirra con 
una fiaccola accesa^ e una tazza di vino^ e dice: 

Mirra, Ecco accesa la fiaccola, che agli altri 
Noi scorger dee. 

iSard. Ma ond' è cotesta coppa? 

Mirra. Usanza è defili Achei libare ai numi. 

Sard. E mia libar tra gli uomini. Non anco 
Obbliai tal costume: e, benché solo, 
Alla memoria degli allegri e molti 
Conviti ancor berò de' dì trascorsi . 
Ma sospendi, mia Mirra. Al passo estreme 
Mi segui tu d'ogni timor disciolta? 

Mirra. E creder puoi, che una donzella argiva 
Non osi per amor quel che ti'a gF Indi 
Vedova donna per usanza affronta ? 

Sard. Solo il segnai dunque si attenda. 

Mirra. Io n'ardo. 

Sard. Addio, Mirra! L'amplesso ultimo prendi. 

Mirra. Ultimo? Oh! mal ti apponi. Altro ne resta. 

Sard. E' ver,.- confuso dal vorace foco 
Fia '1 cener nostro . 

Mirra. Addio, terra ! E tu stessa, 

D' ogni altra region la più gioconda, 
Mia dolce Jonia, addio! libera e bella 
Serppre e felice sii ! Tuoi son miei voti 
Tuoi, tranne un solo, i miei sospiri estremi. 

Sard. E questo? 

Mirra. E' tuo. (1) 

Sard. Pon mente! 

Mirra. Ebbcii ? 

Sard. Addio. 

Assiria ! Molto a me diletto fosti. 
Suol de' miei padri e mio ; ma in te la cuna 
Più che l' impero amai . Di gaudio e pace 
Sazio ti feci: — e mia mercede è questa! 
Nulla or più ti degg'io: ne pur la tomba . (2) 



(1) Pania dà il segno colla tromba 
(a) Sale il rogo. 



a83 
Mirra ! 

Mirra. Presto sei tu? 

Sard, Come la face 

Che impugni. (3) 

Mirra. Acceso è il rogo . Ecco ! ti seguo (4) 

Dopo aver cosi lungamente favellalo di un tal 
dramma (che per noi si giudica il migliore de' tre an- 
nunziati) ci si potrà scusare^ se poco diremo degli altri. 
1 due Foscari sono a nostro avviso , un opera sfaliita . 
I sentimenti , dai quali depende qui V interesse , sono 
così peculiari ^ o sforzati, che non destan la minima 
commozione: e tutto T affare si aggira intorno ad acci- 
denti^ ben lungi dall' esser piacevoli, o naturali. Il più 
giovane Foscari soffre due volte la tortura (e una volta 
ne sono testimoni d' udito gli astanti) unicamente per 
essersi infinto un traditore , onde aver campo di ritor- 
nar da un esiglio non meritato; e perde air ultimo, per 
una mera e pazza adesione a un tal sentimento , la vi- 
ta : mentre che il vecchio Foscari assiste in un profondo 
e irremovibil silenzio al supplizio del figlio, per tema, 
che sebbene si estimi innocente , il mostraìrsi tocco 
dal suo miserabil destino , lo avvolga nella colpa di 
esso . Intantochè si vanno consumando quegF inesplica- 
bili orrori, egli. Doge, non si ardisce di muover né ma- 
no né piedi ; non di volger occhio o far moto ; a cagio- 
ne della nimistà di un certo Loredano, che signoreggia 
il consiglio de' dieci (nessuno sa né il perché , né il 
come), e avviluppa in ultimo e padre e figlio nelle sue 
reti, quantunque né mài si scostino da una passiva ob- 
bedienza , né resistali per verun modo a suoi disegni. Ma 
se nulla tentano quei disgraziati per disfar le trame 
del loro avversario incapace di rimorso, lo paga dei tor» 

(3) Mirra accende il io[^o. 

(4) QuiiuJo MijTu e p'V liiuiiiisi «ìli rogo, si cala il aipi^rio. 



284 

to Miiriiia, jiiogiie del giovane Foscari , Con disfogare 
tutto il veleno della sua lìngua centra l'abbominato op- 
pressore . Al che si trasporta senza limite o misura ^ e 
con una veemenza pari a quella della regina Margherita 
nel Riccardo III. Anche Loredano è^ in ogni occasione 
accompagnato da un senatore , detto Barbarigo , specie 
di confidente, o caro, die (per quanto ci è dato di pe- 
netrare) si presenta coli' unico fine di sgridarlo con de- 
licati cavilli e opponimenti, e secondarlo poi colia sua 
personale assistenza ed autorità . Anche in questa trage- 
dia vi hanno tuttavolta alcuni splendidi passi, comecché 
per la più parte estranei al suo scopo immediato . Di 
questo dramma non daremo che un saggio. Marina, che 
si sforza d'indurre il marito a rassegnarsi alla sentenza 
del bando, gli ricorda esser la sua diletta Venezia stata 
appunto fondata da gente esule. 

Marina. Pur tu sai come al Tartaro (lavante 

Color fuggendo in queste isole un tempo, 

Coir antico vigor, retaggio solo, 

Che da Roma portaro, a poco a poco 

Una Roma del mar crebbero . E un danno, 

Che al ben sì spesso è guida, u te la forza 

Torrà del cor? 

/. Fosc. Se da mia cuna, ai vecchi 

, Patriarchi siuiìl, con greggi e armenti 
Foss' io partito d' altri lidi in cerca; 
Ovver come i Giudei fur da Sionnc, 
O dall' armi del crudo Attila a queste 
Infeconde isolette i padri nostri. 
Stato espulso foss^ io, dato a mia terra 
Qualche lacrima avrei, molti pensierL 
Poi co' compagni della mia sventura 
Altra casa a crear, ed altro stato 
Indi rivolta avrei la mente: e forse 
Ciò sostener potrà. Ma questo, oh! questo.. i. 

Gianna. Non manco sosterrai. Di mille e mille 



a85 

Tal fu la sorte, ed esser dee. 
/. Fosc. Sol note 

A noi son V opre, il numero e gli eventi . 
Di chi vita novella in altra terra 
Fu serbato a condur. Ma olii può i cuori 
Annoverar, per dolor muto infranti 
Al dipartirsi, o poi? chi gl'infelici, 
A morte tratti dall' interno morbo. 
Che i verdi campi del natio paese 
In mezzo all' onde, alle commosse luci 
Dell'esule figura, e con si viva 
Di ver sembianza, che ritrarlo appena 
Dal volger quivi il passo ad altri è dato? 
Più non rimembri tu la melodia, 
Che del mesto aipigian, lungi dall' alto 
INfevoso padiglion delle sue balze, 
Le memorie consola . E' a lui quel suono 
Dolce velen, che ne consuma i giorni. 
Tu fralezza ciò chiami? E' foiza, io stimo, 
D- ogni onesto sentir sorgente e vita. 
I^uUa amar può chi 'l suol natio non ama. 
Marina. Dunque alla patria tua l'animo piega. 

Ella in bando ti tragge. -— • 
/. Foscarl Ah ! tu mai lungi 

Da Vìnegia non gisti, e mai sue belle 
Mura in distanza 1' occhio tuo non vide; 
Mentre ogni solco del fugace legno 
Altro aprirne parca dentro al tuo core . 
Tu tramoiiLare il sol su le native 
Torri mai non vedesti, e de' suoi raggi 
Con la porpora e l'oro ornarne il capo: 
E dopo un lungo ed inquieto sogno, 
Che le ojBTerse al pensier, le luci aperte 
Unqua non hai senza vederti altrove . 

Del Caino dobbiamo dire, che sebbene sia copio- 
samente sparso di bei tratti, e mostri forse più gagliar- 
dezza che qualunque altro lavoro drammatico di Lord 
Byron ^ ne spiace nondi manco oltremodo, che e' sia stato 



messo in luce . Grave scanclolo darà in grenerale un si- 
mil componiiiienlo alle persone pie , come acconcio a 
far nascere le più travagliose dubbiezze e perplessità in 
molte e molte coscienze, che altramente non sareboono 
mai state esposte a sì pericolose perturbazioni . Nel qual 
caso non è niente meno che assurdo il porre avanti, non 
potersi aspettar che Lucifero parli come un teolugo or- 
todosso; eia conversaziòìie del primo ribelle e del primo 
omicida, esser debba molto sana; olo addurre in difesa 
di que' titubanti coUoquj V autorità di Milton o degli 
antichi scrittori di componimenti di tal genere. 

Il fatto sta , esser qui l' intiero argomento (ed è 
per verità un argomento non poco studiato, e specioso) 
diretto, in generale contra la bontà e potenza d'Iddio^ 
e la ragionevolezza della religione ; né apparito , nep- 
pur in via di tentativo, la minima risposta alle repu- 
gnanti dottrine con tanta forza inculcate. Il Demonio 
e 1 suo pupillo, assoluti padroni del campo, non incon- 
trano altra opposizione che quella di deboli testimonian- 
ze e ribrezzi, tutt' altro che acconci a combatterli. Lun- 
gi dair esser cotesto blasfema argomentativo una mera 
sconcezza fortuita , che nasca nel corso di un' azione ri- 
volta agli ordinari affetti dell' umana natura, esso cos- 
stituisce per lo contrario il gran fondo del componimento 
del quale non occupa manco di due terzi . Talché si 
crederebbe a fatica, aver avuto l'autore altro in mira 
che di raccomandare simiglianti dettami , o discutere 
almen la questiona a cui danno luogo . Noi non aggra- 
yerem certamente Lord Byron d'avere scritto un saggio 
intorno all'origine del Male , e partitamente discorso 
queir ampia é intrecciata materia con la forza che si 
sarebbe aspettata e permessa in una bella disputazione 
filosofica. Ma non è f>iusto lo ariromentar per un lato 



287 
con tanta parzialità , ed amore in nome di Lucifero e 
di Caino ^ e sottrarsi per V altro a queir obbligo di ris- 
pondere, al quale non potea non essere esposto un dis- 
putator filosofico. IN è par convenevole il trattare un 
simil soggetto in una forma, che, qualora i sentimenti 
sien perniciosi , non fa che addoppiare il pericolo e pre- 
cluder quasi agli oppugnatori la possibilità di una re- 
plica . 

La filosofia e la poesia sono ottime cose al luogo 
respettivo . Ma secondo il nostro giudizio , elle non van- 
no bene insieme (a). Povera e pedantesca specie di poesia 
è quella che d^ altro non si compiace se non di sotti- 
gliezze metafisiche , e astratte deduzioni dell* intelletto 
e non poco sospetta è V altra , che tende a stabilire le 
proprie dottrine , colla scorta delle passioni, e della fan- 
tasia . Comecché si fatti argomenti sien di poca levata 
nelle scuole , non ne conseguita già , esserne insignifi- 
cante V effetto nel mondo . Il male di tutti i paradossi 
poetici consiste anzi in questo: cioè, chea motivo de'li- 
miti e del fine della poesia, la quale rappresenta soltanto 
vedute ovvie e passeggere, non sien essi mai portati a 
ima giusta prova argomentati va.. Un' allusione a un sug- 
getto dubbio, passerà non di rado per una conchiusiono 
definitiva : e vestita di bella lingua , può lasciar dietro 
a se impressioni le più pericolose che mai . Laonde av- 
visiamo, doversi i poeti ristringer di buona fede alla 



(a) Se il dotto autore di quest' articolo intende di alUidere 
a quella filosofia, che si riferisce a controversie religiose, con- 
venghiam di buon grado nella delicata sua massima. Ma per 
tutt' altro, ne perdoni, se, con la Divina commedia alla mano, 
dissentiamo da lui. E non è forse pieno di sana e splendida 
filosofia anclie il Sa^^io siflV uomo'^ Lfom. 



288 
stabilita credenza e morale del proprio paese , o agli 
attuali iìffettì e sentimenti degli uomini; sbandire dalla 
repubblica delie lettere que' poetici visionari sofiòti , ì 
quali senza concedimento d'autorità o ragione, presu- 
mono di dar teorie, conformi alla loro febbril fantasia. 
Ne' tribunali della morale i poeti son testimoni fuor di 
eccezione; ed è lecito ai medesimi il deporre intorno a 
fatti, buoni o cattivi . Ma noi non consentiamo nel loro 
sommario favorito; estimando esser eglino giudici sos- 
petti , e di rado avvocati sicuri , allorcbè si tratta di di- 
scutere subietti gravi, e^iiassime universali . Sul qual 
punto non ci tratterrem nondimeno di più. E contutto- 
cliè su questa ed altre materie si pensi per noi cosi di- 
versamente da lui , da reputarci obbligati a render 
pubblico il nostro dissenso ; non dubitiam tutta volta j 
cb'ei sia persuaso, non poter la pubblicazione de* suoi 
sentimenti arrecare alcun pregiudizio ai lettori . 

Piispetto alla questione concernente T origine del 
Male , intorno a cbe si aggii'ano questi suoi versi , pare 
a noi non aver esso né portato alcun lume novello su 
così fatto argomento, nò oscurata la conoscenza, che 
mix né avevamo. Tantoché riman tuttora avvolto nel- 
V alta e impenetrabil caligine di prima . Può , è vero , 
Lord Byron averne ricapitolati alcuni tratti in più con- 
cisa e nobil maniera degli antichi padri o teologi: ma 
il resultato è il medesimo. Non v'ha strada poetica alia 
nietafisica . Il nostro autore rappresenta le tentazioni 
di Satanasso a Caino come sempre successive, e coinci- 
denti con qualche precisa scontentezza, e cupa disposi- 
zion di quest' ultimo . Talché Lucifero é poco più che 
il personificato dèmone della sua imaginazione. Senza 
di che , le colpe e follie , alle quali é tratto Caino , non 
appariscono quivi né casuali, né provenienti da cagioni 



2^9 

passeggiere ; ma sì da un' interna furia ; da una condi- 
zione di niente^ che sa di frenesia; da un animo disgu- 
stato di se e di tutto ; e invaso da un' ostinata^ insaziabil 
bramosia di sapere^ piuttosto che di felicità; e fatalmente 
propenso a vagheggiar più presto il cattivo lato delle 
cose che il buono . Il che ne mostra gli spaventosi effetti 
del non rintuzzare una simil tendenza dello spirito (la 
quale è forse la colpa , che infetta più di leggeri T uma- 
nità) posti davanti in un punto di vista efficacissimo : 
sino al qual segno la lezion morale da trarsi da un si- 
mil componimento , sì può con giustizia dir apprez- 
zabile . 

Dopo quel che si è detto del tenore di cotesto 
dramma , i nostri lettori non si aspetteranno di vederne 
qui molti pas5Ì. E di vero ne rimane appena lo spazio. 
Il primo dialogo tra Lucifero e Caino è pieno di subli- 
mità. Il cupo primogenito della donna , descrive nel 
seguente modo la comparsa dell' Angelo ribelle : 
Caino. E chi ver me s' inoltra ? una sembianza, 
A un angelo simìl : nfia di un aspetto 
Austera più, eh' eterea tempra mostri . 
Ma ond' è eh' io tremo? Più temer lui forse 
Degli spirti dovrei, che le infiammate 
Continue spade alto rotando vanno 
Anzi alle porte, a cui sovente attorno 
JVeir ora del crepuscolo mi aggiro? 
Pria che la notte sui vietati muri 
E gì' immortali arbori posi, ond' ombra 
Il loco ottien, dai Gherubin' difeso, 
Al cupid' occhio procacciar là tento 
Alcuna vista del giardin, mio giusto 
Retaggio primo. E s' io da quegli spirti, 
Di foco armati, non ritraggo il passo, 
Perchè temer chi alla mia volta or move? 
Pur di quelli più assai tremendo ci parmi, 
Né di lor \M\o men, ne quanto sembra, 



Ch' ei fosse «n giorno, od esser possa: Il duolo 
A sua tempra imjnortal par che s' innesti . 
Dopo alcune alte e misftiche salutazioni, così e- 
sprime Caino le brame del suo spirito altiero ed am- 
bizioso . 

Caino. Di serpi e frutti e piante i miei parenti 
A me parlan talor . Io del giardino, 
Cui di lor paradiso il nome danno, 
Le porte veggo, donde 1' igneo brando 
Me con essi tien lunge. Il peso io sento 
Della fatica e di continue cure. 
Al lor che un mondo, ove, al paraggio, un nulla 
Mia forma appar, contemplo in giro, il tutto 
Su r ali del pensier che in me si desta, 
Signoreggiar potrei . Pur a me solo 
Credei finor miseria tanta affissa . 
E' domo il padre mio. L'ardir, che un giorno, 
A rischio ancor di sempiterna pena, 
Andar lei feo della scienza in traccia. 
Scordò la madre. Un pastorello industre 
E' il mio german, che offre del pingue gregge 
Le primizie a Colui, che al suolo impera 
Di non dar frutto di sudor non molle . 
Più mattutine degli augelli, un inno 
Canta Zillah, mia suora: e la mia dolce 
Adah, ella stessa, il rio pensier che m'ange, 
Figurarsi non puote. Uu sol finora 
Io non trovai, che al mio tenor si accordi . 
Chiede successivamente al suo tremendo Visitatore 
che cosa sia la Morte, nel terror della quale è condan- 
nato a vivere . E dice (b) 



(b) Pare, che la giovin famiglia del genere umano avesse 
dovuto essere assai prima d' allora familiarizzata colla morie 
degli animali jilcuni de' quali soleva Abele offerire in sacrifizio, 
Mal si può per verità concepire, eh' ella fosse tanto addietro da 
non conjetturare che cosa fosse la morte. 



291 

Gaino, Dice mio padre, ch'ella è orrihll cosa: 
Piange la madre mia quando si noma. 
Gli occhi solleva Ahele al cielo: e a terra 
Zillah gli ahhassa, e con sospiri prega. 
Adah si affissa in me senza far motto. 
Lue. E tu ? 

Caino, In mio petto un' inquieta schiera 
Di pensieri ineffabili si affolla, 
Quando di questa onnipossente morte. 
Che inevitahil sembra, altri mi parla . »— • 
Di lei, nel gran deserto della notte, 

Lo sguardo in traccia volsi : e allor che sotld 
I muri ampj dell' Eden gigantesche 
Larve al baglior delle fiammanti spade 
De' Cherubin' vid' io, là con intente 
Luci guatai, del suo venir presago: 
Che insiem colla paura in me il desire 
Di scoprir nacque T orrido portento, 
Che tutti ne scotea ; ma nulla apparve. 
Dal vietata giardino allor le stanche 
Pupille torsi, e ai tremoli splendori 
Le sollevai, di che l'azzurro è sparso. 
Morir dovranno ei pur? 
Lue, Forse : ma lunga 

Stagione a te sopravvivranno e a' tuoi. 
Caino. In ver ? W esulto . Io non vorrei che giunti 

Fosser da morte. Sì leggiadri e' sono! 
Entra Adah, sposa di Caino , e raccapriccia ali' au- 
dace ed empio discorso, seguito fra esso e lo spirito. 
Magnifico è nondimeno il passo , dov' ella parla del 

fascino , che questo esercita sopra di lei . 

Adali. Air immortale, che mi sta davante, 

Risponder non poss' io, ne averlo in ira. 
Io con timor, non da piacer disgiunto, 
Lui contemplo, non fuggo. Una gagliarda 
Forza è negli occhi suoi, che sul suo volto 
Costringe gii occhi miei • Mi batte il core : 
Terror colui m' inspira; e a sé mi tragge. 
Dell, Caino., Caino, a lui mi togli ! 



99» 

E più avanti ella dice a Lucifero . 

Ta infelice sembri.- 

Noi dunque pur non rendere infelici . 

Io piangerò per te . 
Lue. Lasso! Ahi, quel pianto! 

Se mai sapessi or tu qual ampio fiume 

Versarne ancor si dee I 
Adah, Da me? 

Lue. Da tutti, 

Adah. Da chi? 
Lue. Da mille abitatori e mille 

Della deserta e popolosa terra, 

E dalle turbe dell' oscuro inferno. 

Di che il germe hai nel sen. 

Neir atto secondo il Demonio trasporta il suo dis- 
cepolo per tutti i limiti dello spazio, e in molto super- 
bi e oscuri termini gli espone i destini de' mondi passati 
e futuri . Lungo e molto soggetto ad eccezione è il vi- 
cendevol cambio delle loro parole . Noi scerremo non 
pertanto un breve squarcio di una tempra più dolce. 
Lue. A le più belle 

Terrcce cose le pupille appressa, 
» JE la beltà n' estima . 
Caino. Il feci. E quella, 

Che più a' miei sensi feo lusinga e al core, 
Quanto da presso è più, tanto è più cara. 
Lue, Opr^ d'illusioni Qual fia l'oggetto, 
Che visto da vicin, più bello appaja 
D' altro, bello non men, da lungi scorto? 
Caino. Adah, sorella mia. Le stelle tutte 

Del cielo; della notte il cupo azzuro, 
Chiaro fatto da un orbe, che uno spirto 
Sembra, o di spirti un mondo: i più soari j 
Calori del crepuscolo; il ridente 
Spuntar dell' aureo sole; il suo sereno, 
Ineifabile occaso, che le luci 
Di dolci stille m' empie allor che al bass» 
Del grand' arco declina, e sento il core, 



Che lieve lieve colle nubi il segue 

Celeste padiglion: l'ombrosa selva; 

Il verdeggiante ramo, il molle canto 

Del vespertino augel, clie d'amorose 

IVote artefice sembra, ed alla voce 

De' Cberubin' si mesce, allor che il giorna 

Su le mura dell' Eden si dilegua; 

IVulla è questo al mio cor, nulla allo sguardo, 

Del volto d' Adah in paragon . Lei sola 

Per contemplar, io dalla terra gli occhi 

Volgo e dal eiel . 

Lue. Bella è colei, si come 

Esser del mondo puote in sull' aurora 

I Donna mortai, e florida e vivace 

Prole uscir può dai mattutini amplessi 
Della coppia che prima in terra apparve. 
Pur tutto è illusion . 

Tutto il secondo atto è impiegato in cotesta escur- 
sione oltra i confini del mondo. Lucifero restituisce indi, 
queir audace peregrino alla quiete della sua casa , al- 
l' amorosa moglie, ed al florido figliuoletto . Caino trova, 
quest' ultimo addormentato al rezzo ; e cosi gli parla: 

Caino. Oh come vago egli è! Vedi sua gota: 
Col color della rosa, onde cosparso 
E' il suo lett©, gareggia. 
Adah». Ed anco i labbri 

Con quanta grazia son tra lor divisi ! 
jVon baciarlo per or. Non fia che molto-s, 
A risvegliarsi ei tardi. Oniai trascorsa 
E' dei ripaso del merigge l' ora. 
Duro il turbar saria calma sì dolce. 
Caino, Ben parli. Sinché dunque i lumi schiuda^ 
Io frenerò il mio cor. Sorride, e dorme! 
Dormì e sorridi pur, picciolo erede 
Di un mondo, men di te giovane appena, 
Lieta e innocente è ancor per te la vita . 
Còlto il frutto non hai . Tu ignori, o infante^ 
Che niidp sei. Giungere il tempo debbe, 
T. FIL Agosto 9.Q., 



A 



^94 

Chfì per colpa non taa, ne mia; la pena 
Forzj» ti fia soffrir. Ma in pace or dormi . 
In più profondo e placido sopore 
S' im porpora n sue guance, e delle lunghe 
Palpebre in sul coiìHn treman le ciglia, 
Di color fosco sì come il cipresso. 
Che sul capo gli ondeggia. Oh vedi, vedi! 
Come delle pupille il chiaro azzurro 
Traspar di sotto! Ancor nel sonno è vivo! 
SogKa ei forse. Di che? del paradiso. 
Sì, d' Edt n sogna pur, tu, cui fu tolto 
Il tuo retaggio. Altro or non è che un sogno; 
r4 ì^è tu più mai, ne i figli tuoi, né i padri, 

In quel giardino volgeranno il passo. 
Adali lo rimprovera, e tenta di cacciar lungi quel 
molesto v-^pirito : ma senza frutto. Il bambino si sveglia; 
ed ella dice : 

Adah. Mira, Gain, come sorride, e tende 

Le picci(»lette braccia, e i larghi, azzurri 
Oi ( hi ne' tuoi, par salutare il padre, 
Affissa! Ei disioso a te si porta, 
Qual se la gi'ja gli prestasse l'ali. 
Non favellar di pene . J Cherubini, 
Di figli privi, a te i piacer paterni 
Invidiar potrian. Lui benedici! 
parole ancor non ha; ma fia che grato 
Il t^uo si mostri e '1 tuo medesmo core. 
Sopraggiunge Abele , e rimembra al fratello il fatto 
accordv) di sacrificare insieme. Dopo qualche contrasto, 
acconsente Caino con faccia torva : e Abele consacra la 
propria offerta con di vota preghiera . Avendo noi stu- 
diosamente schifato di trascrivere i passi ributtanti; non 
possiamo su questa massima, riportar l'indirizzo di 
Caino r ultimo odioso esperimento del demeritante te- 
nore di questo dramma straordinario. 

La catastrofe segue poco appresso : ed è condotta 
con grand' eifetto ed arte drammatica. L'uccisore è an- 



goscioso e confuso: i genitori lo sgridano, e lo ributtan 
lungi da essi. Lo abbraccia la sposa con caldo e non ti- 
tubante affetto : ed erran così ambidue nella Yasla so- 
litudine deir Universo. 

— Disaminate cosi le tragedie , ne restaix ora a 
dire alcune parole intorno a certe doglianze , espresse 
dal nostro poeta nelF Appendice ai Due Foscari . Ei 
si rammarica quivi altamente della detrazione, di cui 
fu il bersaglio \ e afferma , essere i suoi lavori stati ri- 
cevuti con favore di gran lunga men grande di quel che 
avesse ragione di aspettarsi. Su di che dobbiam dichia- 
rare y che stranamente s' inganna. Tutta la nostra espe- 
rienza non ci ricorda un autore, le cui lamentanze 
rispetto air accoglimento del pubblico sien manco fon- 
date. Perocché questo apu mostrò mai tanta costanza e 
sollecitudine come verso r ingegno di lui, ne praticò 
mai una sì lunga e segnalata indulgenza come verso i 
suoi falli. Si debb' essere accorto Lord Byroa sin da 
principio , eh' ei contrariava tanto le massime e i pre- 
giudizj de' pili co' suoi sentimenti , quanto li dilettava 
colle doti mentali. Tutta volta mai non v' ebbe autore 
così universalmente e caldamente lodato , così gentil- 
mente ammonito , e così dolcemente pregato ad esser 
più cauto nel far pubbliche le proprie opinioni. Ma egli 
si prese, al solito, il plauso, e ributtò il consiglio. Cre- 
sciuto in fama e in autorità , non fece che aggravar 
maggiormente i suoi torti , e aderire con più tiasporto 
che mai a tutto quanto gli si era messo davanti come 
degno di riprensione ; e non prese congedo dal Cliildo 
Ilcirold y se non per collegarsi col Don Gio\fanni,. Che 
si sia dappoi, e in pubblico e in privato, favellato di 
lui con ammirazione men pura , e 'l suo nome si ricordi 
ora così spesso per ìu lode come pel biasimo ; e 1' esul- 



296 

tanza ^ con che gF Inglési salutarono un tempo il più 
insigne decloro poeti viventi^ sia congiunta oggi alla 
non piacevol memoria della tendenza de' suoi scritti , 
ella è cosa che tutti sanno; ma tale, a nostro giudicio, 
da non recar maraviglia ad alcuno fuorché all' istesso 
Lord Byron. — Ed è vero altresì , ed anche naturale , 
che i vili e i bacchettoni, i quali ecclissò colla gloria , 
e indispettì col talento, e umiliò colla noncuranza, ah- 
bian tratto vantaggio dal disamor dominante, per di- 
sfu;;are in goffi soprannomi e scurrilità plebee la loro 
infelice malizia. Ma si accerti Lord Byron , che il di- 
samore non si è ristretto a que'soli, e ch'essi non a- 
vn-bbono osato mai di assalir un autore , che di tanto 
li sopravanza, ove non gli avesse incoraggiati co' pro- 
prj suoi falli , alienando a un tempo i suoi naturali 
fautori colla protervia dell' insistenza. Sappia Lord By- 
ron , non esser noi né spigolistri , né poeti rivali , né 
detrattori del suo nome , né amici de' suoi detrattori. 
]\on pertanto gli dichiariamo (e di vero più con dolore 
che con mal aìiimo ) , creder noi realmente , che il gran 
corpo della nazione inglese, la religiosa, l'ingenua par- 
te di ess:i , consideri V indole delle sue scritture come 
immorale e perniciosa, e guardi con rincrescimento e 
riprovazione la sua perseveranza in lavori di simil tem- 
pra. Benché sinceri ammiratori dell' ingegno di Loixl 
Byron , e presi costantemente da interesse e da una 
specie d'orgoglio per la sua fama noi stessi , non pos- 
siam tuttavia non aver per vera e giusta la censura , di 
cui si è fatto cenno. Insomma , 1' accusa portata contra 
Lord Byron , sta in questo : esser le sue composizioni 
rivolte a distruggere ogni fidanza nella virtù e nel vero, 
e a render ridicolo ogni eìilusiasmo e solidità di pas- 
sione : e ciò eseguirsi per esso non pur con massime ed 



esempi dirotli e in Togge imponciili e lusinghevoli j ma 
coir oiTerire altresì ad ogni ora la più perversa man- 
canza di cuore in coloro eh' ei rappresentò di passaggio 
come tocchi dai più puri ed esaltali affetti, non che in 
que' medesimi insegnatori , che furon dianzi cosi dol- 
cemente patetici neir espressione de' più alti concetti» 

— Può per verità l'epicureo ralh-'grarsi colle sue 
orgie , e il lascivo abbandonarsi alle sue delizie, senza 
pregiudizio degli astanti , ove questi sappiano o credano, 
esservi dilettanze più pure e sublimi, e maestre di una 
via più felice. Ma se il sacerdote, mentre gli risonano 
ancor sulle labbra esortazioni di purità e di pace , tra- 
passa dair altare alla più profana e abietta libidine ; e 
la matrona, che incantò tutti i cuori colla dolce santità 
de' suoi conjugali e materni costumi , si distacca a un 
tratto dalla corona de' proprj figli, per disfogar bru- 
talmente i vizi più vili ed infami, dichiariam con fran- 
chezza, esser le nostre idee intorno al retto e all'iniquo 
totalmente stravolte ; scossa da' fondamenti la nostra 
speranza nella virtù ; e finita per sempre ogni fiducia 
nella fedeltà e nel vero. 

— Per si fatta guisa noi ci siamo studiati di addi- 
tare il verme , che rode gli splendidi fiori della poesia 
di Lord Byron, o più presto il serpe che vi si cela di 
sotto. E se questo non porgerà orecchio alla voce del- 
l' incantatore , il suo glorioso giardino, bello e ridente 
quale, sarà totalmente deserto, e se ne deplorerà 
l'esistenza come un laccio, teso all'incauto ,,: 

M. Leoni. 



^9^ 

BELLE ART], 

\ 

Lettera del M. Rido l fi al Prof, P et ri ni con- 
tenente, V esame chimico di un antico dipinto alV en- 
causto . 

A lei 5 sig. professore, che tanto si è occupato in- 
torno ai colori adoperati nelle antiche pitture, non di- 
spiacerà certo d' aver contezza d'un mio lavoro uUi- 
niamente eseguito per rintracciar la natura delle tinte 
e della mestica impiegate in un prezioso non meno che 
antico dipinto esprimente il ritratto di Cleopatra già 
ferita dall'aspide in mezza figui'a al naturale, (^p'cdi 
la tavola qui unita). 

Quest'opera si trovava nelle mani del sig. D. Luigi 
Micheli, conoscitore illuminato e collettore intelligente 
di vari oggetti concernenti le belle arti, quando ei si 
risolse d' onorarmi della sua fiducia , incaricandomi 
d' esaminar chimicamente quella pittura, la quale oltre 
all'essere stimabile per la correzione del disegno e per 
l'espressione che l'anima , offre ancora un colorito tanto 
brillante ed un impasto così singolare da non potersi 
supporre eseguita a olio , o a tempera il che accresce 
interesse a di lei riguardo. 

E il quadro in lavagna , assai compatta e bigia stra ; 
e cinque sono i colori che vi compariscono adoperati: uu 
verde ^ due rossi, un giallo e un bianco, che l'arte sì 
ma non la scienza può patire che si annoveri tra le 
tinte, ond' è che domando indulgenza per questa co- 
moda ma non propria espressione. 

Niun tratto di pì?^inello si manifesta nel dipinto, 
e sottilissimo è lo strato che le tinte formano sul piano 
della lavagna. Le ciKuai ed i panneggiamenti presi eia- 



2^9 

SGuiio isolatamente sono cosi bene impastati e sfumati 
da comparir fusi come se fossero smalti, dei quali han- 
no in qualche modo la lucentezza e dirò anche 1' appa- 
renza vetrosa ; ma si osserva fra il campo e il contorno 
della figura una marcatissima diseguaglianza di piano, 
altre simili se ne vedono fra le vesti ed il nudo e fra 
questo e gli ornati, i quali tutti hanno un rilievo consi- 
derabilissimo. L'aspide massimamente si distingue per 
questo da tutto il resto^ e tanta verità ne riceve che par 
vivo e fa paura. Ho creduto di dover notare queste par- 
ticolarità non già per spiegarle, ma per invitare altri a 
riflettere intorno ad esse se gli parranno quali a me 
parvero 5 interessanti. 

Un impasto di terra verde di cipro e di carbonato 
di rame costituisce il color verde adoperato in tutto il 
campo di questa tavola esprimente una cortina; il tri- 
tossido di ferro ha somministrato il rosso col quale è 
dipinto il manto della figura , il solfuro rosso di mer- 
curio servi per le ombre delle pieghe di quel manto 
medesimo; un ocra gialla venne impiegata per imitar 
r oro degli ornamenti muliebri, e un bianco calcare 
bellissimo (T uso del quale fatalmente si è abbando- 
nato in pittura ), dette i chiari e i reflessi di lume. La 
materia adoprata per dipingere le carni non fu analiz- 
zata perchè non volle il proprietario far un torto si ma- 
jiifesto al quadro raschiandolo in parti cosi visibili e 
à' altronde si ben conservate. 

La mestica che tutti questi colori inviluppa , è so- 
lubile in etere, e coir evaporazione del suo solvente si 
mostra di color giallastro, fragrante di un odore che 
rammenta quello della mirra ; è solubile in alcool , in- 
solubile in acqua, (a'ozi questa intorbida le soluzioni 
àlcooliche ) brucia esalando fumi simili a quei che la 



3oo 
<:cra olFre io simili circostanze^ e non si fonde clie ad 
una temperatura superiore a quella che liquefa la cera. 
Da questi caratteri credei che si trattasse di un miscu- 
.glio di una resina colla cera^ né seppi attenermi ad al- 
tro partito per venirne in chiaro clie al seguente , il 
quale diminuendo l'intimità del miscuglio operato dalla 
fusione, permise che si giungesse a separar quei due 
principi , che prima muluamente strascinavansi in so- 
luzione . 

Sciolsi il tutto a caldo con ammoniaca caustica , 
precipitai quindi con acido idroclorìco , e la sostanza 
bianca fioccosa così ottenuta , lavata diligentemente e 
seccata non fu più tutta solubile in alcool assoluto e 
fieddo, ma solo in parte vi si discioLse, restando la cera, 
e con esso andando la resina che riottenuta per evapo- 
razione parve mostrare tutti i caratteri del mastice. Le 
projx)rzioni costituenti questa mestica sono una parte 
in peso di cera e due di mastice. 

Giunto a questo resultato sciolsi in della nafta 
distillata nelle proporzioni indicate della cera puris- 
sima e del mastice in lacrime, e ne formai cosi una 
vernice assai densa ; impastai con essa del tritossido di 
ferro, e con un pennello applicai questa tinta su di 
una lavagna; presto asciugo il tutto, ma la tinta non 
avea alcuna lucentezza e mostrava tutti i tratti delT an- 
damento del pennello. Lasciai allora situata orizzontal- 
mente la lavagna ed appressai a qualche distanza dalla 
tinta una lamina di ferro infuocata . Tosto la tinta sì 
fuse e remossa la sorgente del calore raffreddossi , pre- 
se lucentezza e solidità , e sparvero i segni lasciati 
dal pennello. Su quello strato di colore portai delie 
pennellate isolate fra loro d'altri colori impastati in 
simil vernice, e feci loro provare la solita fusione , che 



3oi 
sì riprodusse ancora nella prima tinta. Dopo il raffred- 
damento trovai che le tinte non si erano mescolate^ che 
restavano anzi a differenti piani, ma che quella che 
avea provato due fusioni avea perduto della sua luci- 
dezza. Allora ripetei l'esperienza nel modo stesso, dan- 
do però una sola fusione generale alla mia rozza pittura 
i^appresentante un piano rosso che serviva di campo a 
due liste parallele una verde, e una gialla, le quali 
eran poi tagliate ad angoli retti da altre due liste che 
una bianca ed una nera. Dopo la fusioue e succes- 
sivo raffreddamento tutte le tinte comparvero lucide, 
i contorni si eran mantenuti assoluti e tanti rilievi e- 
sprimevano quanti realmente ne avevano . Sopra altra 
lavagna condussi due liste parallele che una rossa e 
r altra verde a breve distanza fra loro; essendo le tinte 
ancor fresche le sfumai col pennello leggermente ba- 
gnato nella nafta, e come suol dirsi nell'arte imparen- 
tai le due tinte. La fusione non alterò le cose ansi ne 
migliorò r effetto . 

Io non credo d' averle detto , sig. P. alcuna cosa 
di nuovo , e nù par di sentirle citar ahiieno Plinio fra 
gli antichi, Fabbroni tra i moderni , che intorno alla 
pittura encaustica ci hajmo dati dei precetti, e mi pare 
ancora di vederle accennare certe pitture fatte ai dì 
nostri con somiglianti processi , ma credo solo di aver 
provato che quel quadro è anteriore al decadimento 
della pittura, ed è greco (i) o romano, presso i quali 

(0 Essendo greco qnesto quadro, Timomaco ne potrebbe 
esser V autore. Plutarco racconta che Tiinomaco conobbe Cleo- 
patra nel 714? allorcliè .si recò in Grecia a cercare Antonio. 
Augusto, trionfante, avrà voluto ornare secondo il costume il 
suo carro col ritratto della vinta rei^ina , poicliè col darsi lu 
morte avea essa sottratto a tale ignominia la propria persona 



popoli quel modo di dipingere era in usanza ^ poiché 
dopo il risorgimento della pittura, dopo T invenzione 
dell'olio, ristoria dell'arte non cita quella maniera di 
pittura come adoprata giammai in alcuna scuola , dal 
che ne viene doversi tener qael dipinto come cosa 
preziosa, la di cui perfetta conservazione ad onta del 
tempo e di mille vicende dovrebbe far nascer voglia ai 
moderni di ripristinare la pratica dei loro primi maestri. 
Sono ec. C. Kidolfi 

SCIENZE MORALI 

V art de plaire et de fixer ^ oii conseils aujc femmes^ 
etc. par L' Ami. — Parigi presso F. Didot. 1821. 
Un voi. la.** 

Il nostro Crudeli scrisse un' Arte di piacere alle 
donne y da cui potrebbe credersi imitata questa di pia- 
cere agli uomini y quasi per farle un contrapposto. Ma 
Crudeli avea brio, imaginazione graziosa quantunque 
un po' licenziosa, e tanto giudizio da non dare ad uno 
vScherzo l'aria di una cosa seria. L'autore del libric- 
ciuolo, che annunciamo , divide gravemente la mate- 
ria in sei parti , 1' una consecrata ai mezzi naturali di 
piacere , 1' altra consecrata all' abbigliamento, la terza 

Augusto stiìTiava Timomaco e presso di se teneva \ Ajace , la 
Medea, l'Oreste, l'Ifigenia e la Gorgoir^, tutte opere del suo 
pennello. A chi dunque meglio che a Timornaco poteva Augu- 
sto dirigersi per ayerne il ritratto ? L' Ej^itto non avea allora 
pittori cele}3ri , in Roma decadeva quest' arte , Timornaco era 
uno fra i J^uoni imitatori d'Apelle, e la Cleopatra delln quale 
ci siamo occupati serba tutti i caratteri della di lui maniera di 
dipingere descritta da Plinio li. 



So3 
^onsecraia al portamento della persona ; e cosi proce- 
dendo di consecrazione in consecrazione infilza precelti 
assoluti sulle cose più futili e arbitrarie^ come sulle più 
importanti e invariabili. 

Da principio fummo tentati di rìderne; ma la ri- 
flessione, in seguito^ ci mise in cuore tutt' altra dispo- 
sizione. Un Pope, un Parini, un Pignotti, volendo 
pungere con fina ironia la leggerezza del bel sesso ili 
ciò che di sua natura è gravissimo, o le gravi cure che 
si prende per ciò eh' è sì lieve, avrebbero potuto con- 
fondere ad arte le cose meno confondibili, onde far 
sentire vie meglio la necessità di distinguerle. Il iibric- 
ciolo del sig. l'Ami (vero o finto nome che questo sia) 
sembra destinato a far credere che il serbar fresca la 
carnagione o il cuore intatto da perigliose passioni ; lo 
scegliere un cappellino in armonia colP abito o le oc- 
cupazioni più proprie a perfezionare lo spirito ; Faver 
cura di un mobile elegante o di una tenera prole sieno 
f^ose della stessa natura e importanza. 

Non si comprende, leggendolo, a chi sia diretto^ 
se ad oneste spose o a donne, che la pubblica indul- 
genza suol chiamare galanti. Colle prime non era con- 
veniente l'estendersi in particolarità, che sarebbero 
soverchie, dettando leggi alla toeletta d' un serraglio. 
Colie seconde il parlar di morale doveva sembrare uno 
scherno. L' autore per altro (bisogna essere esatti) non 
parla che di alcune convenienze morali, e leggerissi- 
mamente. Nelle unioni , che costituiscono la famiglia , 
e sono la prima base della società, necessitano le virtù: 
nelle relazioni d'altre specie, che qui ci astenghiamo 
dal qualificare, bastano i riguardi. Quale insulto al co- 
stume , perù , il mostrare che queste relazioni possano 
essere contate per qualche cosa dallo scrittore, che vie-> 



>5o4 

ne in tal guisa a conceder ìoro pubLlicamenle ia sua 
approvazione ! 

Che se la mente del sig. l'Ami fu da ciò lonta- 
nissima^ come allora sliiggirà egli al rimprovero d'aver 
tenuto più volte alle savie donne un linguaggio che 
deve farle arrossire; di aver loro proposto quello che 
può renderle seducenti , o serbare più a lungo l'impero 
delle lor grazie, non quello che può renderle degne di 
onore e di non frivoli affetti? Le virtù non aggiungono 
forse pregio alle grazie; non sono anzi le grazie per ec- 
cellenza y che fanno piacere chi le possiede, anche dopo 
che ojjni altra attrattiva è scomoarsa? Ma non crediamo 
eh' esse possano appartenere a quella donna, che , per 
non soffrire V incof/todo delle grida d' un bambino , lo 
avrà (secondo i precetti del sig. l'Ami) tenuto costan- 
temente lontano dal proprio appartamento in braccio 
alla nudrice o alle cameriere , contentandosi di fargli 
delle visite frequenti. Lasciamo star Rousseau e le pa- 
gine eloquenti del suo Emilio, che hanno rivendicato 
air infanzia il seno materno, da cui la mollezza e la 
superbia l'aveano divelta con tanta barbarie. L'autore 
dell' Art de plaire domandi ad un gran pittore suo 
compatriota , il sig. Gerard , se una bella e giovane 
donna, col suo caro bamboletto in collo, fra uno 
sposo che l'adora, e un vecchio genitore, che gusta 
in contemplarla le supreme dolcezze della canuta sua 
età, non sia fatta per piacere più delle galanti ch'egli 
vuol 1 usi nomare ? 

Considerando più a lungo il picciolo suo libro , 
ci assale, non vogliamo occultarlo, un pensiero tri- 
stissimo. Gli scritti più leggieri portano quasi sempre 
r impronta del tempo e della società , che li vede com- 
parire. Questo del sig. Y Ami indicherebbe, per av- 



3ofi; 

Yciitiira ^ che oggi la Gondizion naturale della donna 
più non fossa conosciuta nelle classi più urbane della 
sua patria ; che una vernice leggiadra fosse sostituita 
alle vere e importanti qualità ; che tutto si riferisse al 
piacer fisico o ad uno stato dell' anima tanto sensuale e 
delicato, da escludere ogni idea di forza e di virtù ? 
Fortunatamente ci è corsa alla memoria una folla d'al- 
tri scritti , eh' escoiio in Francia alla giornata , e che 
provano almeno la resistenza degli uomini buoni ai 
principi e alle pratiche , da cui verrebbe il disciogli- 
mento de' primi nodi sociali. Cosi avesse anche l'Ita- 
lia baste voi numero di scrittori , dalla cui amabilità il 
bel sesso potesse ricevere lezioni di saggezza ! O almeno 
gli scritti francesi^ che dicevamo, fossero tra noi diffu- 
si^ come lo sono altri d^ indole affatto opposta. 

Noi certo non avremmo parlato àeW Arte di pia- 
cere , non degna , né per la sostanza ne per la forma , 
d' alcun ricordo dell' Antologia , se la sollecitudine del- 
l'autore o dell' editore di mandarla a' libraj della no- 
stra Italia non vi ci avesse obbligato. Del resto l'indole 
dell' opera , piuttosto che 1' opera stessa fu per noi sog- 
getto di considerazioni. Quanto all'opera in sé, la lunga 
diceria del suo frontespizio, e il lenocinio delle vi- 
gnette che lo adornano ci fecero sospettar subito, che 
fosse una delle tante ciarlatanerie, che nelle città di 
tutte le eleganze si ha V arte di render graziose. 1 pri- 
mi capitoli poi ne inclinarono a crederla scritta per gli ' 
interessi d' un profumiere, a cui premeva di dar credito 
alle sue acque miracolose di Cipro e alle sue essenze^ 
di sanità , piuttosto che per quelle di un sesso, a cui 
non si mostra benevolenza , che cominciando dal rispet- 
tarlo. Ora, malgrado l'opportunità d'alcune regole d'i- 
giene e di gallusopistria , o la giustezza d'alcune altre 



3(>^ 
che chiameremo d'urbanità e di costume, quell'opera 
non merita gli sguardi delle donne gentili. Intorno alle 
prime, ove sieno educate, già sanno quanto basta; e 
quelle cose che ad esse (come V autore avverte ) non è 
decenza di fare in presenza dliltri, ad uno scrittor ve- 
recondo non è lecito di loro dirle colle stampe. Delle 
seconde troveranno facilmente ottimi libri, che tratti- 
no con pili conoscenza e dignità . Il nuovo Galateo del 
Gioja , per nominarne soltanto uno recente e italiano, 
riuscirà loro cosi istruttivo , che non sappiamo ciò che 
abbiano ad aspettarsi di meglio dagli stranieri . Esso 
potrebbe dare al sig. T Ami un esempio del modo, onde 
si debbono considerare le pratiche esteriori della vita , 
e insegnargli anche un' altra cosa importante , cioè di 
non proporre se non cose essenziali e generalmente 
praticabili, schivando di far credere che le classi meno 
agiate poco importino allo scrittore , quasi non fosse 
suo ufficio che di lusingare la vanità e la ricchezza. 

M. 

SOCIETÀ' SCIENTIFICHE E LETTERARIE . 

Commentari dell' Ateneo di Brescia per gli anni 
i8i8 e 1819. — Brescia 1820. 

Questi commentari sono tutt' altro che una novità 
quantunque a noi trasmessi recentemente. Il parlarne 
sì tardo potrebbe sembrare inopportuno; ma il uon par- 
larne affatto sarebbe dimenticanza biasimevole. E bene 
che i coltivatori de' buoni studi in Toscana sappiano ciò 
che si fa dai loro fratelli di Lombardia . Al conoscersi 
iien dietro l'amarsi e V ajutarsi per onore della patria 
comune. 



So; 
Cominciamo dai tre discorsi del sig. barone Ugoui 
presidente dell'ateneo Bresciano , i quali precedono ai 
commentari . Il primo , di' è il piìi lungo, è anche il più 
importante: cosa che notiamo, poiché accade cosi so- 
vente il contrario. In esso l'autore, dopoavere esposto 
ciò che negli ultimi anni^ antecedenti al 1818, fecero 
per le lettere e per le scienze alcuni individui, ascritti 
air ateneo , mostra desiderio che qualche cosa imprenda 
P ateneo medesimo^ onde lasciare durev ci memoria della 
sua esistenza' e progetta, la continuazione degli scrittori 
d' Italia del Mazzuchelli . Si meraviglia che gli Italiani 
ancora non vi abbiano pensato , contentandosi di rice- 
vere dagli stranieri le vite di quelli, che gli stranieri 
dovevano da loro imparare a conoscere. Si lagna dei 
Francesi specialmente, come fatti per alterare tutte 
le notizie biogratiche , e ne cita in prova la stessa 
Biografia Unis^ersale . Quanto alla Biografia de vi- 
venti (e in ciò tutto il mondo è d' acconlo con lui) 
la riguarda come un libello da accusarsi piuttosto al 
tribunale della moral politica che a quello della sto- 
ria e della letteratura. Ma la miglior risposta, che ci sia 
concesso di fare, egli dice, agli errori e alle calunnie de- 
gli esteri è la continuazione proposta, per la quale gli 
eredi del Mazzuchelli possono somministrare materiali 
già preparati dal loro benemerito antenato. Avvisa però 
che tale continuazione richiederebbe altro piano, altra 
critica, altra fdosofìa che non quella dell' opera primi- 
tiva; che è quanto dire (il proferiremo noi francamente 
in vece sua) converrebbe non proseguire, ma rifondere 
quest' opera in una nuova , degna de' tempi in cui vi- 
viamo. Accenna in fine alcuni mezzi di agevolarne la 
fatica; e promette ai soci, che vi si consacrassero, tutti 
i soccorsi che saranno possibili all'ateneo. Questo diiì- 



3o8 
corso (tranne il cerimonioso cominciamento^ in cui^ per 
altro si fa [)alese V ingenua modestia dell' autore , e V ix- 
puslrufe finale^ che sente quell'entusiasmo che i Fran- 
cesi appellerebbero de cornmande) merita d' esser letto. 
Ci siam fermati sopra di esso, perchè ci sembra cV un 
generale interesse. Quello^ che segue, è una specie di 
> apologia delle sedute dell'ateneo, in cui non si udirono 
che versi. Mentre l'autore si aiuta a quest' uopo colle 
lodi retoriche della poesia, fa sentire abbastanza quanta 
gli gravi d'esser ridotto ad usare di un simile artifizio. 
Si consola, per altro, che invece dei sonetti e delle can- 
zoni , di cui si riempiva in passato l'incredibile vuoto 
delle nostre accademie, siansi recitati all'ateneo oltre 
diversi volgarizzamenti di classici, alcuni saggi di tra- 
gedie, unico genere di composizioni poetiche, in cui sia 
ancora da sperarsi qualche alloro . Nel terzo discorso , 
più breve di-gli altri , parla del vantaggio delle società 
scientdìche e letterarie per la comunicazione dei lumi 
cosi fra 1 membri che le compongono, come fra il resto 
degli studiosi , deplora la perdita recente d'alcuni soci 
deir ateneo; e si applaude, che fra i nuovi si annoveri 
il sig. Giacinto Mompiani, nome caro a tutti i buoni 
e sacro alla riconoscenza della patria . Egli narra come 
il solo zelo di questo cittadino filantropo bastò ad apri- 
re in Brescia la prima scuola di mutuo i^isegnamento ^ 
che fosse veduta dai Lombardi : altri rammenta quei 
giorni^ in cui il sig. Mompiani fu a coadiuvare in Mila- 
no colla sua opera e co' puri lumi alcuni uomini ragguar- 
devoli, che si erano proposti d' imitarlo. 

Ne' commentari , che vengono appresso^ il signor 
segretario Bianchi dà primieramente contezza di ciò che 
nel biennio già indicato si lesse all' ateneo dai soci com- 
ponenti la classe di letteratura . Dice poche parole d' ab 



3o9 
cune sue odi di Pindaro (alla versione del quale va da 
parecchi anni faticando) e si compiace di aver potuto 
dare qualciie chiarezza ad un passo della seconda delle 
Pilioniche, trovato oscuro dallo stesso Hey ne . Paria ili 
set:;uito d'una nuova traduzione dell'Eneide fatta dalT/V- 
rici ^ la cui verseggiatura, secondo le sue espressioni , è 
stimata universalmente così virgiliana^ che ciascuno de- 
ve augurare di tal versione il meglio possibile. I nostri 
lettori non ignorano che il bravo Arici trovò nel volga- 
rizzamento delle Georgiche un emulo (il sig. Leoni ) a 
cui il barone Tigoni, ragionandone nelT ultimo volume 
del suo supplemento al Gbrniani, non dubitò di dare la 
palma. Aspettiamo dunque con impazienza di vedere 
r uno al confronto delT altro anche nella versione del 
maggior poema di Virgilio ; dacché, sebbene il sig Arici 
abbia principalmente fama pel verso didascalico, venuto 
M' arma idrumque cano potrebbe come il suo epico, 
far sentire ad un tratto, suoni grandi e inaspettati . E 
singolare Todierna gara de' nostri cultori delle iMuse nel 
vestire di forme italiane il poema del cantore di Enea . 
Poiché, oltre i signori Arici e Leoni , sappiamo dal se- 
gretario dell' ateneo essere fra i traduttori anche il sig 
Bucellani, e dagli annunzi tipografici di Venezia anche 
il sig. Pagani Cesa. Ciò sembra indicare un'opinione 
assai generalmente diffusa in Italia che si possa far me- 
glio del Caro; e questa opinione (ora che si sa un po' più 
d' una volta cosa voglia dir tradurre) è assai naturale. 
Dalle versioni il sig. Bianchi passa ad alcune tragedie , 
e ci fa conoscere la Clorinda e il Conte d' Essex del siof. 
Niccolini, il Tebaldo de' Brusati del sig Bucellani , la 
Piosmuadain Ravenna e il Coriolano del Cav. Gambara. 
Ci piace di vedere tanti lodevoli sforzi in una medesima 
carriera : V emulazione li renderà più fervidi; e il talento 

T. VII. J^OStO M 



3io 
giugnerà così più presto alla meta . Rendendo conto del- 
la proposta dei presidente, riguardo alia continuazione 
degli scrittori d' Italia , il sig. Biauciii annuncia clie 
gli eredi Mazzuclielli han negato i materiali che si spe- 
ravano; ma die non per questo 1' ateneo si ritrarrà dal- 
l' impresa . Facciamo plauso all' ateneo ; ed astengliia- 
moci da inutili riflessioni intorno alia ritrosia degli eredi. 
11 segretario finisce il prospetto de' lavori di letteratura 
discorrendoci di varie memorie antiquarie del dottor 
Labus, e in seguito di vari elogi e vite d' uomini illustri 
fra le altre ^ di quella d' E. Q. Visconti scritta dal sig. 
Labus medesimo , di cui loda lo stile. 

Fra i lavori scentifìci, di cui poscia egli dà raggua- 
glio, se ne trovano alcuni del dottore Zandateschi, re- 
lativi alia sua Flora Bresciana. In varie parti della no- 
stra penisola noi vediamo oggi il lodevole desiderio di 
far conoscere V erbe e le piante , di cui la natura la 
adorna. Avremo cosi tra non molto una grande e com- 
pita Flora Italiana. Un altro lavoro importante eie 
sembrato la dissertazione del cav. Sabalti sulF odierno 
stato dell' idrometria , scienza che il segretario gode 
sommamente di veder coltivata nella patria di quel 
Castelli che tanto la illustrò. 

Neir articolo, che riguarda le arti meccaniche, ci 
ha .molto fermato la manifattura de' tappeti , stabilita 
a Praolbino dai sigg. fratelli Bellandi negozianti in Bre- 
scia y e già portata a un centinajo di telaj . Que' tappeti 
hanno V orditura di lino e la trama di lana , prodotto e 
prodotta, preparato e preparata nella provincia. Essi, 
dice il segretario^ hanno grandissimo smercio nel Regno 
Lombardoyeneto, come superiori di molto per fortezza 
durevolezza di colori e bellezza di disegno a quelli di 
Baviera. I signori Bellandi, animati dal buon successo 



^11 

propongoiisi di estendere la manifattura ad altre qualità 
di tappeti; cioè di tutta lana a due rovesci ad uso di 
Francia. 

Fra i lavori appartenenti all'arti liberali^ di cui 
è parlato ne' commentari , si distingue la raccolta delle 
più pregievoli pitture, che adornano Brescia , illustrate 
e incise a contorno dal sig. Sala . Chi sa che fra queste 
pitture ve ne sono forse nove del Tiziano , e parecchie 
del Bassano , di Paolo Veronese, del Rubens, del Tin- 
toretto, del Bresciano Moretto, deve avere molto cara 
la loro incisione. I commentari ce ne presentano un 
saggio in quella d'una tavola bellissima del Procac- 
cino . Essi ci ragguagliano in seguito d' alcune altre 
dei due fratelli Anderloni abbastanza rinomati; di al- 
cuni graziosi dipinti di donne gentili , che non pos- 
sono far meglio coi loro pennelli che abbellire la sala 
d' adunanza dei dotti del loro paese; e d' un ritratto di 
Canova, inciso a colori dal sig. Sergent-Marceau . Il se- 
gretario autore di questi ultimi commentari (a cui non 
si può rimproverare che un po' di ridondanza accade- 
mica nel principio , e un po' di trasposizione nella sin- 
tassi^ che può chiamarsi anch'essa uno de' nostri vizi 
accademici) avrebbe dovuto coronarli col gran nome 
del Prassitele italiano, il quale basta solo alla gloria 
dell' Ateneo, di cui è corrispondente . 

LETTERATURA. POESIA. 

Il sig. Professore Giuseppe Borghi , autore di una 
traduzione di vario metro delle Ismiche di Pindaro (Pi- 
sa, presso Niccolò Gapurro 1822. Un voi. in S^:) ci ha 
inviata la seguente versione del secondo Idillio di Teo- 
crito, LA Maga come un saggio di quella completa 



3l2 

dei primo dei Bucolici che egli va preparando. Cre- 
diamo far cosa grata ai nostri lettori inserendola nel- 
r Antologia , perocché non dubitiamo che ne pren- 
deranno essi buon augurio per la delicata e difiicile 
impresa a cui si è posto questo letterato e poeta; la 
quale egli conduce unitamente alT altra più ardua e 
malagevole ancora , la versione vogliam dire in metri 
chiabrereschi di tutte le odi del principe de'Lirici. Nel 
tempo stesso ci professiamo debitori di un articolo in- 
torno a quello che sopra dicemmo aver lui pubblicato 
di quest'ultimo lavoro, e in un prossimo numero ren- 
deremo conto di uti' opera che ha riunito il suffragio dei 
dotti e degli uomini di gusto. L. M. 

PI TEOCRITO SIRACUSANO 

LA MAGA 

Idillio IL 

Dove i fdlri, e l' allor? Tutto a recarrai, 
Testili, or vola. Di^ purpureo pnnno 
Cingi intorno quel vaso. Alfin coi carmi 
Tentar vo' 1' idol mio fatto tiranno . 
Cadde, e cohii non riede a visitarmi, 
Il dudicesmo sol, né dassi affanno 
Di risaper, se ancor siam vive, o morte, 
Wè più bótte r ingrato alle mie porte. 

Certo altrove Ciprigna, e V inquieto 
Amor gli fero indirizzar le piante; 
Pur domani all' agon di Timageto 
Vo' comparirgli non attesa innante; 
E il perchè chiederogli osa indiscreto 
Di e 'SÌ travagliar la dolce amante: 
Or con magìe V assalirò. Tu lieta 
Splendi, o Luna : a te^ Dea, parlo segreta. 



3i3 



Parlo ad Ecate inferna, onde son colti ^ 
Da tema i cagnoletti allor che muove 
Fra 1' urne, e 1' atro sangue de' sepolti .• 
Salve, terribil Dea, reggi mie prove; 
Fa, ck' eguali ai velen tulli raccolti 
Di Circe, e dì Medea questo si trove, * 
E a quelli pur di Perimeda bionda : 
Dell ! Cutretta lo tragf*i a questa sponda , 

Ecco già la farina in grembo al fuoco 

Primamente si strugge. Or via che pensi? 
Spargila., sciagurata . A noi si poco, 
Testili, attendi? Ove n'andar tuoi sensi? 
Che dar)que, dimmi, scellerata in giuoco 
Il mio misero amor da te pur tiensi ? 
Spargila, e òi: Tossa di D<1G aspergo.' 
Deh! Cutretta lo traggi al nostro albergo. 

Delfi me tiene in angosciose doglie, 

10 brucio sovra Delfi il sacro alloro, 
E come questo nell' aduste foglie 
Beve r incendio, e crepita sonoro, 
IVè cenere di lui pur si raccoglie, 
Così la carne del fellon, che adoro 
Col fuoco vorator cambi sostany*^!: 

Deh ! Cutretta lo traggi alla mia »^tanza ° 
Come alla fiamma stemperar m' è dato 
La molle cera per divin favore. 
Tal possan gli occhi miei veder stemprato 

11 Mindio Delfi di cocente amore: 
E tal pur, come ruotasi agitato 
Qnest' eneo rombo in tortuoso errore, 
Vener V aggiri alle mie soglie intorno : 
Deh! Cutretta lo traggi al mio soggiorno, 

Or le crusche arderò . Neil' atre foci 
Tu Radamanto dalla salda mente, 
E quante son laggiaso alme feroci 
Basteresti a domar, Delia possente: 
Le cagne per cittade aìzan lor voci, 
Testili, ah! sì ne' trivj ella è presente; 
Il rame, i! rame senza indugio fiedi : 
Deh ! Cutretta lo traggi ali© mie sedi . 



liccf» taeeionò ì venti, a nun ^. ^....^, 

Ma nella calma altrui, dentro il mio petto 
Però sopito il mio dolor non tiice, 
Che tutt' ardo per lui d' immenso affetto/ 
Eppur r ingrato, onde perdei la pace, 
IVIe rese alle sue brame indegno objf tto, 
Me non vergine ornai, lassa! ne moglie: 
Deh! Cutrctta lo trnggi a queste soglie. 

Tre volte io libo, e nel libar favello, 

O venerabii Diva, in questi accenti.- 
Se femmina al suo fianco, o garz.oncello 
Conducesse giammai lieti momenti, 
Di lor si scordi, qual Teseo rubello 
Della sposa real dai crin lucenti 
Scordossi in JXasso, come suona il grido.- 
Deb! Cutretta lo traggi a questo lido. 

L' Ippomane d' Arcadia infra le zolle 

Nasce virgulto, e se talor 1' ban morso 
Vanno messe in furor per ogni colle 
Le cavalle, e i dèstrier doppiano il corso* 
Tal Delfi io possa rimirar qual folle 
Air obliato albergo aver ricorso, 
Dall' aurea lizza ritorcendo il piede: 
Deb! Cutretta lo traggi alla liiia sede. 

Delfi, Delfi crudel perdea reciso 

Quest' orlo estremo delle lunghe vestì, 
Questo, che a filo a fìl getto diviso 
A incenerirsi nei carbon funesti: 
Ahi lagrimoso amore, ahi come affiso 
Alle misere mie carni, snggesti, 
Qual nera sanguisuga, ogni mia vena: 
Deh! a me, Cutretta, T idol mio rimena • 

Doman, pestando ria lucerta, un pieno 
Vaso di tosco mescerò più forte: 
Tu questo intanto prendi atro veleno. 
Testili, e n' ungi del fellon le porte, 
Dove quel cor, che mi volò dal seno 
Stringon, né a lui ne cai, dure ritorte: 
Poi sputa, e di; l'ossa di Delfi aspergo: 
Deh! Cutretta io traggi al nostro albergo. 



•3i3 

Or clie soletta sor», gli affanni miei 

Come sl\)gar potrò? D'onde proporrne 

D'incominciar? Clii mi feri? Coa bei 

Canestri al bosco della Dea triforme 

D' Eubulo iva la figlia, e intorno a lei 

Superba lionessa, e belve a torme 

In solenne venian ordin distese. 

Odi, o Luna, il mio amore onde s' accese. 

Cura oltre morte ancor la mia nutrice, 
La Tracia Teucarila pregò tanto, 
Percbè seco n' andassi spettatrice , 
Suoi lari avendo alle mie soglie accanto, 
Che alfine io la seguii, troppo infelice! 
Di lungo bisso in prezioso ammanto, ^ 
E sotto il vel di Gleariste avvolta . 
D* onde nacque il mio amore, o Luna, ascolta. 

Quand'ecco a mezzo della via maestra. 

Dove a Licon si stende ampio terreno. 

Gir vidi Delfi d' Eudamippo a destra : 

Biondo più eh' Elicriso il mento avièno; 

E dopo i bei sudor della palestra 

SI riluceva all' alma coppia il seno. 

Che men bello, o mia Luna, è il tuo splendore' 

Or intendi, onde nacque il nostro amora. 

E come il vidi, qual furor mi colse, 

Quai palpiti, me lassa, allor provai! 

Sfiori la mia bellezza; al termin volse 

La pompa, ne mirar seppi, o bramai: 

Jfè so ben quindi chi di là mi tolse, 

Ma struggendomi in fiamme egra penai 

Ben dieci notti, e dieci giorni orreisdi. 

D' onde nacque il mio amore, o Luna, intendi. 

Simile al sasso il mio color si fea, 

Di crini era la fronte impoverita, 

E questa mia sembianza si vedea 

D' ossa solo e di pelle rivestita : 

In quai case non fui, qual si potea 

Per me più ricercar maga perita ? 

Ma Torà sen fuggla senza conforto. 

Intendi, o Luna, onde il mio foco è sorto. 



3i5 

Aiiln «;cc)])ci'sì alla mia finte il core/ 

Testili ab! trova alle mie dure pene 
Qualche rimedio. In tormentoso amore 
Quel Mindio garzoncel presa mi tiene . 
Va dove Timngeto al bel sudore 

I forti addestra: ivi t'apposta; ei viene 
Qui spesso, e qui seder suol 1' idol mio. 
Odi, o Luna, il mio amor d' onde partìo. 

E quando ei solo fia, cauta 1' appella 

Col cenno, e dì : Simeta a se ti chiede; 
Poi qua mei guida. La fedele ancella, 
Come ciò seppe, a quella volta incede ; 
E seco indi condusse alla mia cella 

II vago Delfi, che coir agii piede 
Discorrer sulle soglie appena intesi, 

{ Odi, o Luna, d' amore onde m' accesi.) 

Gelida i' venni quasi neve alpina, 

E grondar mi scntla giù per le gote 
Largo sudore com'austral pruina, 
]Nè seiorre a un detto sol seppi le note, 
Quanto abnen balbettar lingua bambina 
Alla diletta madre in sogno puote ; 
Ma irrigidita qual cristallo apparsi. 
Odi, o Luna, d'amore odi com'arsi. 

Guatommi il crudo, indi abbassando il guardo 
Dolce s' assise, e favellò: Simeta, 
Quanto poc' anzi di Filin gagliardo 
prevenni il corso in afferrar la meta, 
Tal, chiestomi a volar senza ritardo 
In questa, ove ti stai, parte segreta, 
La mia tu prevenisti ora più cara. 
D'onde nacque il mio foco, o Luna, impara. 

Venia, pel dolce amor giuro, i' venia 

Fra r ombre a te, come il desio mi sprona. 
Di tre, o quattro miei fidi in compagnia, 
Recando i pomi in sen, eh' Evio ne dona; 
E cinta insiem di verde pioppo avria, 
Arbor sacro ad Alcide, una corona 
Con porporine bende in sulla fronte. 
Odi, o Luna; il mìo amore end' ebbe fonte. 



3i7 

E se cortesi por n' aveste «eccito. 
Dovrei bearli, ch'agile e vivace 
Su tutti i vaghi io sono, e il tuo bel volto 
Sol che baciassi, i' sare' stato in pace: 
Ma se V uscio sbarrando, a noi pur tolto 
L'ingresso ne venia, più d'una face 
Qua saria corsa j e più d' una bipenne • 
Odi, o Luna, il mio amor d' onde ne venne. 

Pria dunque i^ deggio benedir quel punto. 
Che cortese la madre ebbi d^ Amore, 
E poscia te, mio ben, se ornai consunto 
Non fui per opra di cotanto ardore; 
Poiché mezzo infiammato alfin son giunto 
Al fianco tuo: che amor vampa maggiore 
Del Liparèo Vulcan sovente aduna. 
D'onde nacque il mio foco Intendi, p Lun»^ 

Ei colme di furor trasse animose 
Le verginelle dall' asil romito, 
E dal tepido ancor letto le spose 
Tolse agii amplessi del fedel marito. 
Disse : io credula troppo all' insidiose 
Voci, per mano a folleggiar V invito, 
E, per non prolungar narrando V ore, 
Mi faccio, amica Luna, ostia d' amore . 

]Vè sino ai scorsi dì resemi trista, 

Kè mesto il feci; Ma quest' oggi allora. 
Che pel sereno cielo in rosea lista 
Dal mare i corrid or traean l' aurora, 
La madre di Melisso, e di Filista, 
Onde imparo a trattar tibia sonora, 
Venne a miei lari non attesa, e questa 
Tra cento pur mi die nuova funesta. 

Che Delfi è amante, ma se d' uomo affetto, 
O di donna sei prese erale incerto: 
Pur sa, che vino generoso, e schietto 
D'alcuno ei mesce alla salute offerto: 
Poi sorge frettoloso, e il caro tetto 
Va, come dice, a incoronar d' un serto. 
Ciò narrommi 1' amica, e ornai convinta 
Son troppo ahimè ! eh' ella non siasi inlìata , 



3i8 

Poicliè tre sempre, o quallro volte al giorno 
Solca venirne, e presso me riporsi 
La doriese ampolla: or fé ritorno 
Il dodicesmo sol, ne ancor lo scorsi. 
Che dunque ad altre sue delizie attorno 
Erra quell'empio, e il cor chiude ai rimorsi? 
Però mi giova eh' assalito ei peni 
Dagli amatorj miei neri veleni . 

Che se a tradirmi ancor segue il superbo, 
Giuro alle Parche, di spietata morte 
Fia colto air improvviso, e il fato acerbo 
Trarrallo a visitar le stigie porte, 
S'egli è pur ver ch'entro mie ceste i* serbo, 
Come posso vantar, tosco sì forte, 
Qual mescere insegnomrni uom peregrino, 
Che dall' Assiria a noi volse il cammino . 

Ma tu, cui mesto il mio pregar salìo. 

Salve, o gran Diva, e incontro all'oceano 

Piega i destrier, mentre a soffrir rest' io. 

Siccome impresi, il mio dolore insano. 

Addio, lucida Luna, o stelle addio. 

Voi che solete per 1' aereo vano 

Le ruote dal silenzio alto condotte 

Accompagnar della tranquilla notte. G. BORGllì 

BELLE ARTI. 
SULLA PITTURA DEGLI ANTICHI 

DlRCORSO VII. 

Delle prove Jatte ultimamente sulV azzurro oltrama^ 
rino e sul bianco di calce preparati col metodo 
già disusato dei vecchi maestri . 

Al Gay. Giuseppe Tambroni. — Roma . 

Questo è pure ^ orna tìssimo signor mio, quello 
ond'era desiderio da lungo tempo fra gli studiosi delle 
arti : che alcuno intelligente e appassionato promotore 



3i9 

^^^liU migliori praticlie pittoriche si volgesse a ritentare i 
metodi abbandonati o smarriti di preparar quei colori 
di cui pili si ammira la bellezza e la solidità nelle ope- 
re dei vecchi maestri. Ella si è mosso a farlo , ed era 
cosa da lei ; nò piccolo è T obbligo che di ciò debbono 
averle gli artisti. E le è anche piaciuto per sua bontà di 
trasmettermi notizia dei primi passi che per di lei cu- 
ra sono stati fatti ultimamente in cotesta città ritornan- 
do sulle ti-acce degli antichi modi di preparare il bel- 
lissimo oltr amarino y la lacca della gomma-lacca , e il 
bianco sangìovanni per la pittura ; di che io sono in 
debito di renderle le maggiori graziceli^ io so. INè po- 
teva giungermi più a proposito, perchè io già meditava 
conformi prove, la lettera in che Ella mi ragguaglia 
delie sue: la quale è invero per me un caro documento 
non tanto del suo amore per le arti, quanto della 
gentilezza dell'animo suo, che non sdegna abbasarsi a 
discorrere con i minori di sé le cose in cui Ella è mae- 
stro. Dal quale atto di cortesiai non è bastato a ritenerla 

Faver io liberamente espresso in qualche particolare 
deirarte opinioni disformi dalle sue: bello e ricordevole 
esempio che ella dà di candore e di nobilita di pensare, 
ch'io non so dirle di quanta ammirazione mi abbia com- 
preso; non perchè io non ne credessi piti che capace 
r animo suo; ma perchè io riguardava alia povertà del- 
l' ingegno mio, e alle presenti condizioni delle lettere 
fra noi ; dove il contradire anche modestamente ad un'o- 
pinione, basta perchè altri che la promosse, o che l'ha 
per sua vi si ostini e si sdegni, e ne muova ama- 
re parole. La quale disposizione d'animi , dirò il vero^ 
non pur mi conturba, ma mi sgomenta» Ben^io godo a 
pensarle che ella non siasi disanimato per questo, né per 
le contrarietà che una irragionevol consuetudine frappo» 



Zào 

neva ai primi ci i Lei tentativi per riprii^tiiìarc i metodi^ 
già disusati, degli antichi maestri in quello che riguar- 
da alla preparazione dell' azzuro oltramarino e del bian- 
co di calce. Certo che non so qual consiglio fosse quello 
dei moderni, che nel preparar quell' azzurro, trascurati 
i documenti degli antichi^ si appigliarono al metodo 
d' infuocare in prima il lapislazuliy o la lazulite orien- 
tale, per trarne il colore; cosa che innanzi al secolo xv 
non era usata. Né altra ragione pur deduce vasi di que- 
sta pratica fuorché quella di agevolare con ciò la mate- 
rial divisione delle parti della pietra ond' è da separarsi 
il colore: perchè posta la pietra in un crogiuoletto fra 
carboni ardenti tanto ch'ella arroventasse, e gittata (?osi 
rovente nell' acqua fredda . o nell' alcool , o nelT aceto 
stillato (a), riusciva men dura a tritarsi e con men fa- 
tica riducevasi in polvere. E intanto che questa pratica 
prevaleva, e che da tre secoli era da tutti generalmente 
seguita^ ninno eh' io mi sappia aveva mosso dubbio se 
in questo infuocar della pietra qualche parte di colore 
propriamente si disperdesse o s'indebolisse; finché Ella, 
ornatissimo signore, pronunziò l'opinion sua in una 
delle erudite note al Trattato della pittura del Cen- 
nino da Lei pubblicato l'anno decorso^ condannando 
apertamente quest' uso. La quale opinione so bene che 
venne contradetta dall' autore del vocabolario delle arti 
del disegno pur' allora pubblicato in Milano; allegan- 
dosi r autorità di due eie' più illustri chimici deir età 
iiostra Klaproth e 77ieVz<2/Y/, come quelli clTe si fossero 
dichiarati a fovore di quella pratica di arroventare il 



(a) Vedansi /' arte vetraria dì Antonio Neri; il dìzwnario 
di chimica di Rlaproth , e Voulf , art. Lapislazuli"^ -, il Trat- 
tato di Chimica di XUenard-^cdiz. seconda. 



321 

lapislazuli e raffreddarlo di subito rselF acqua o ueìV a- 
ceto, e avessero opinione che il fuoco non recasse alte- 
razióne veruna alle parti coloranti (b) . Ma io confesso 
ingenuamente di non sapere su qual fondamento sia de- 
dotta questa autorità. Perche nell' ultima edizione del 
trattato di chimica teorica e pratica di Thé/iard, e nel- 
la edizione italiana del dizionario di chimica di Ktct- 
prothy non trovo sentore dell'opinione ad essi attribui- 
ta : anxi non lasciano essi di ricordare che ad un fuoco 
veemente il lapislazuli si trasforma in uno smalto gri- 
gio o biancastro, e che gli acidi potenti pur vagliono a 
scolorare affatto questa pietra. E Klaproth aggiunge 
che a un calor rovente il colore dell' oltremare perde 
di vivacità (e), e \\ Thénard biasima altamente V uso 
invalso presso i fabbricatori di colorì di spengere nel- 
Faceto il lapislazuli affuocato; con che (die' egli) ne va 
perduta un^ parte, stantechè quest' acido , sebben de- 
bole, pure ad una temperie elevata è capace di offen* 
derne il colore (d). Le quali parole stanno veramente 
in aperta opposizione colla sentenza che l'autore del vo- 
cabolario milanese avrebbe attribuito a questi due chi- 
mici. Ma che vale il contendere afforzandosi sulF altrui 
autorità piuttosto che s\AV esperienza e sulla ragione? 
Niuno certamente ha più di me in riverenza i gran 
nomi : ma V autorità di Klaproth^ e di Tliénardy o di 



(b) Vocabolario compendioso delle arti del disegno -^To^ 
mo II. png. 4i5. — ^Milcìiio per ì Vallardi 1821. 

(e) Dizionario di cliiinica citato Art. Lapislazuli 
(d) Les marchands de couleurs soni dans V habitade de je- 
ter le lazidite dans le vinaigre ; ils en ptrdent par là une 
certaine qua utile', parce qiie cet acide, cpioique faible, cn al- 
taque la couleur à une tenipe'rature éleifce . The'nard— 'Tr. de 
Cb; Tom. U* ed. 2. png. 206 



3a2 

qualunque è il più ♦rande tra i fisici rlelFetà nostra, o^ 
delle passate, non mi muoverebbe a favor di un opinio- 
ne di cui io non conoscessi il fondamento in un'espe- 
rienza degna del titolo che i^^co/ze dava agli esperimenti 
decisivi (e). Né tale credo che sia stata fatta sinora 
fuorché da cotesti Prof. Agricola^ e Pericoli, che Ella 
ha mossi a ritentare il metodo ricordato dal Genuini di 
preparar V azzurro oltramarino, e a operar coli' azzurro 
cosi preparato; e che ne hanno avuto ottima prova. 
Perchè io credo senza più , che i primi che falsarono 
r oltramarino deir antica maniera col lapislazuli bru- 
ciiito,~t>kre alla facilità di cavamelo che forse gli se- 
dusse, restassero illusi dal più fosco e più pieno colo- 
re ottenuto nella polvere del lapislazuli , e anche 
iieir oltramarino separatone, si che credessero aver 
conseguito da quella nuova maniera miglior partito. 
Ma fu tentato egli mai un esperimento di confronto che 
provasse quale delle due ceneri dava miglior colore e 
più schietto, veduta per riflessione o per rifrazione, quale 
riusciva più trasparente; quale delle due meglio accen- 
devasi del suo proprio lume d'azzurro adoperata sia 
ne' freschi, sia colle comuni tempere, sia all'olio; qua- 
le infine dava un color più stabile e più permanente; 
più atto cosi ai lavori condotti d'impasto, come alle 
più gentili velature? Cosicché non era da riguardare 
air apparenza del colore tratto dal lapislazuli colf uno 
o coir altro de' due contrarli metodi, e fondar su questa 
il giudizio a favor dell' uno o delF altro. Qual più bello 
azzurro e più vivace all'occhio che quello di Prussia o 
di Berlino (cianuro idrato di ferro)! Pur se non si 
adoperi con infinita precauzione ( benché non si tratti 



(e) Evperimenlum crucis. 



323 

che a tempera) ei dà male prova : e in qualunque mo- 
do si adoperi egli tira sempre all'opaco^ e si digrada 
alla lunga^ più o meno^ in una tinta verdavStra o neric- 
cia . E quar esperimento di confronto erasi egli Hfa Ito 
per conoscere se oltre la qualità del colore tratto dal 
lapislazuli coir uno o coli' altro de' due metodi^ il mo- 
derno e r antico, avevasene maggior copia da questo o 
da quello? Che pure era di non lieve importanza il 
commettere alla esperienza la risoluzione di un tal dub- 
bio : stantechè troppo cara cosa è quest' azzurro , il 
quale nei principi del secolo XIV aveva tal prezzo in 
commercio, che un oncia di esso cambiaVasi per un 
fiorino o per una dramma d'oro (f), vale a dire coti 
un ottava parte del peso di questo metallo: al ca- 
der dell' ultimo secolo un' oncia di esso, ottenuta dal 
lapislazuli bruciato cambiavasi con otto fiorini o poco 
nieno^ vale a dire con un peso presso a poco uguale d'oro. 
Sicché noi eravamo ridotti ad aver più presto invidia 
agli antichi che animo di seguirli nel far uso di questo 
raro colore; fortunati essi anche in ciò che (conside- 
rato pure il maggior valore dell'oro ai loro tempi) eb- 
bero a men caro prezzo l'oltramarino, e poterono quin- 
di adoperarlo con maggior profusione. E fortunatissimo 
in tempi più vicini ai nostri fu Luca Giordano , cui 
la magnificenza di una privata famiglia fiorentina pose 
in grado di adoperare a talento suo questa preziosa tinta 
in quei celebrati a freschi per cui la Galleria riccar- 
diana splende maravigliosa . Quivi l' oltrainarino è 
sparso cosi a larga mano che reca stupore , non pur nei 
panneggiamenti azzurri^ nelle arie, e nelle marine, 



(f) Yed. i documenti qllegati nelle notizie inedite della 
sagrestia pistoiese de' belli arredi e del camposanto pisano del 
professor Ciampi: Firenze 1810. 



3a4 
ma nelle ombre e nelle carnagioni medesime, dove è 
industremente adoperato velandone i rossi di ferro , le 
ocre è altri colori caldi per averne i violetti ed i verdi 
bellissimi (g) . 

Or quello che sarebbe di un' inestimabile benefìzio 
per l'arte, cioè l'avere a minor prezzo l'azzurro oltra- 
marino, pare che dal ripristinare l'antico metodo poss^ 
con fondamento sperarsi. E già le prove di che Ella mi 
ragguaglia, ornatissimo signore, ne confermano in que- 
sta opinione ; si che grandissimo obbligo dovranno 
averle anche per questa parte gli artisti. Perchè essi 
querelavansi con ragione della eccessiva rarità di questo 
colore, e già conveniva che se ne disusassero pel trop- 
po di lui prezzo . 

Di maggiore studio , e di più diffìcili prove vi sarà 
d'uopo, cred' io, a ristabilire l'antico metodo di prepa- 
rare la lacca dalla gomma-lacca , bellissimo tra i colori 
rossi di che si valsero i vecchi maestri nelle loro tavo- 
le. Se io avrò da qualche esperimento a cui medito _, 
una prova soddisfacente, mi recherò a pregio di dar- 
gliene, signor mio, una pronta notizia. 

Frattanto, ottimo pensiero è stato il suo, di riten- 
tare la preparazione del bianco di calce al modo pre- 
scritto dal Genuini, e di commetterne la prova ì\^\ fre- 
schi. Non avrebb' egli procurato grandissimo servigio 
all' arte , quegli che ci rendesse un bianco cosi lucido , 
così trasparente, e cosi inalterabile per la pittura a 
fresco, quaF è quello che risplende tuttavia maravi- 

[^) Una erudita illustrazione di questo celebre a fresco 
il quale in una Leila poesia o invenzione alleijorica presen- 
ta i varj casi della vita umana , sta pubblicandosi attualmente 
in Firenze in corredo delle tavole in rame che ne sono state 
incise. 



3.r. 



2D 



glioso in molti dei cliplnti elei quattrocentisti ? L già 
non vi è bisogno d'aver molta perizia dell'arte per in- 
tendere che gli effetti del lume e dell' ombra non pos* 
sono rappresentarsi bene senza un tal bianco; e die 
senza di esso non può aversi rilievo né splendore nei 
dipinti. Or Ella , mio signore, ha acquistato questo me- 
rito coir arte quando ha restituito nelle sue ragioni 
l'antica pratica ricordata dal Cenn'uio , disusata dai 
moderni^ di preparare il bianco sangiovanni. Nò mi fa 
maraviglia che nelle prove ritentatene l'effetto abbia 
corrisposto all'espettazione; e che i chiari coiulotti con 
questa natura di bianco sien riusciti così lucidi e dia- 
fani , e che non abbian gettato macchia veruna. Sicché 
io mi auguro che il bianco s ari giov anni , o il bianco di 
calce preparato alla maniera del Cennino , prenderà 
d'ora innanzi il luogo che gli avevano usurpato i bian- 
chi ordinari di calce di marmo, o di travertino, nella 
pittura a fresco, decaduta grandemente di condizione 
(e più che altri non pensa) per questo tristo uso di 
banchi men lucidi , men diafani, e più soggetti ad al- 
terarsi. Perché quei bianchi, ne' quali la calce serba 
ancor qualche beve grado di causticità, o ritiene in se 
qualche parte che non abbia ben perduto il suo fuoco, 
nel porli in opera , allegansi colle materie coloranti , 
né perdon meno di finezza che di candore e di lucidità 
nello spontaneo e lento loro rigenerarsi ì\\ carbonato 
calcareo. Le quali condizioni non si verificano nel bian- 
co preparato all'antica maniera (A) ; si che compren- 
desi facilmente d'onde provengano l'opacità e le mac- 
chie che lentamente invadono e vanno offuscando i 
bianchi ordinar} : e qual sia V origine della vivacità e 



[h] Ved. il precedente Discorso sulla Pittura degli Antichi. 
T, VII. J^osto 2^ 



326 

trasparenza dei bianco sa>7giovanfiì o di quello divisato 
dal Ceiuiino. E con»)sceremo quanto opportunamente 
sì valessero gli antichi di questo bianco sangiovanni non 
pur nei freschi , ma anche nel dipingere a tempera sul- 
le pareti; perchè ogni altro bianco di calce che non sia 
preparato a quel modo^ e ripristinato compiutamente 
in carbonato calcareo/ raro è che prima o dopo non 
manifesti delle macchie scure per le particelle di calce 
trasformate in solfuro dalF idrogene sol furato nascente 
cui dà origine la scomposizione del rosso d' uovo e delle 
sostanze annnali che entrano a parte della preparazione 
della tempera. Oltre di che, sem^a di quesla natura di 
bianco, come avrebbero gli antichi adoperato per vela- 
re o palliare secondo che dice il Cennino (/) i dipinti 
condotti a fresco , T indaco o azzurro vegetabile che non 
resiste certamente alla causticità della calce ? (/) 

E ben consuona a questi principj l'opinione ch'El- 
la si è formata suil' origine o causa della differenza 
(che in quanto allo splendor delle tinte è grandissima) 
tra le prime pitture di Ra/f hello alle stanze vaticane, e 
le altre da esso quivi condotte. Ed opportuna riflessione 
è qnelia, ch'Ella deduce, dellegregio cav. Gio. Gherardo 
de' Rossi a questo proposito : che quando Raffaello di- 
pinse hi disprita del Sacramento era appena uscito dal- 
la scuola d) Pietro, del quale seguiva tuttora i metodi. 
Di che felino prova l'uso dell'oro nelle aureole de' SS. 
e nelle fregiature, e quella minuta diligenza d'esecu- 
zione che mostrasi in tutto il lavoro. Or quella pittura 

(i) Tratt. della pitt. — Gap. CXLIV. e altrove. 

(/) Dt'lla pratica usata frequentemente dai pittori dei se- 
coli XUi, e XiV. di colorire in uno stosso dipinto , in prima a 
buon fresco 5 e poi di velare con tinte diafane leggermente tem- 
perate, sai'à tenuto proposito in uno de' susseguenti discorsi. 



5^7 
rimane ancor lucida e fresca a differenza delle altre che 
egli condusse da poi, o che fece condurre alia sua scuo- 
la. La qual diflerenza io pure non dubito che non pro- 
venga principalmente dalia diversa preparazione dei 
bianchi di calce adoperativi . 

Ma come ardirei io di frammettere importuna- 
mente l'opinione mia a quella troppo più autorevole 
di due chiarissimi uomini su di ciò? Ella , e Fornatis-' 
simocav. de' Rossi me ne abi^iano^ che di tanto le pre- 
go, per escusato. Ed Elia prosegua intanto, mio signore^ 
a ben meritar dell'arte colle sue ricerche, ai laudevoli 
principi delle quali non può certo mancar di rispondere 
un ottima fine . 

Pietro Petrini 

letteRzVTURa. poesia. 

Sopra una lezione del Furioso, 

Nel fascicolo di marzo n." i5 fac. Soy dell'Antolo- 
gia io sostenni^, quanto era in me, la lezione abl^racciata 
dal ddigenle noslro tipografo G. Molini del 5." e 6." ver- 
so St. 8: e. 42 del Furioso, eh' ei .ricavò dalia rarissima 
edizione veneta , diretta dallo strenuo milite e poeta 
M, Guazzo, e mentre io era confortato dai suffraìjio e 
dair approvazione de' più cospicui letterati d' Italia^, mi 
sono, non ha molto tempo, imbattuto in uno squarcio 
{a) di lettera del projessore Bagnoli al D. PLOssellinl 



(a) Mi ricordo d'aver notato in altra occasione che iinpropria- 
inente e senza ragione graìumuticale crasi iatrodotta la vogo squar- 
cio invece dì pezzato òr ano ^ o passo (\\ ìi^liex ix.Vd cu ìQchQ. squarcio 
è propriamente il tagliOf o apertura, o finestra che si fa sopra una 



3^8 
a Bologna sulla interpretazione degli accennati due 
versi (b) . Nel quale squarcio il dotto Professore dice 
che quando lesse la prima volta quel poema, s' imbat- 
tè in edizioni che dicevano così . 

Coine di pie all' Astor Sparvier mal viro 
A cui lasciò alia coda invido e stolto. 
e soggiunge, che questa gli parve buona lezione^ dalla 
quale si raccoglie il vero senso dell* autore . 

Io non ripelerò quanto discorsi nelT allegato fasci- 
colo (di che il lodato Prof, nuu sembra fare gran conio), 
per sostenere la lezione del Guazzo^ eh' è la seguente 
Come di pie al!' Aslòr Sparvier mal vivo 
A cui lasciò la c(*da invito e stolto 
(cioè lo Sparviero all'astore): ma rallegrandomi con esso 
lui^ che quando lesse la prima volta que' due versi del- 
l' edizione del 32 ne raccolse il vero senso, confesserò 
ingenu unente, cìie io né la centesima volta pure non 
potei raccoL^liere alcun senso ragionevole, logico , e 
grammaticale , e che non so raccoglierlo neppure 
questa cenlesima prima dopo la sua interpretazione , 
s' egli è vero che 1' Ariosto ( coni' egli stesso non di- 



certa suporficie continua, non ciò che resulta come parte o porzione 
della cosa squarciata, la qual porzione o pezzo non si ottiene mai 
da uno squarciamento, ma si dà uno spezzamento, o sbranamento, 
ed alK)ra si chiama pezzo o brano. In somma spezzare o sbranare 
è ridurre Ir» cosa in pezzi in brani che si possono trasportare 
{dtrove, ma squarciare non è ridurre la cosa in isquarci trasporta- 
bili ma bensì è fnre aperture rbe restano nella cosa medesima. Del 
resto cuicsta pietruzza introdotta nell' edifizio della lingua appar- 
tiene alla manif; ttura de' Sinonimi dell' Accademico Turinese 
si§. Grassi; onde al suo savio giudizio lascio la stima del suo 
vero va'ore e della sua applicazione, e non pretendo d'oppor-. 
le la mia privati autorità a qiie!h dell'uso corrente. 

(b) Ved. Nuovo Giornale de' letterati N. IV fac. 5i5» 



329 
sconvieue ) avesse una gran perizia di lingua. Ve- 
ro è eh' ei viene in soccorso del mio debole intelletto 
con una sposizione , o chiosa ; ma s'ella fosse ammissi- 
bile^ e vera, proverebbe che l'Ariosto ha usato un verbo 
transitivo lasciare alla coda, o lasciare ir dietro senza 
il nominativo che indichi V agente, e senza Faccusativo 
che indichi il paziente, se gli è lecito usare il linguag- 
gio de'graaimatici. Infatti concedendo per un momeiito 
al prof. Bagnoli non richiedersi che le similitudini va- 
dano con quattro gambe ^ ma che possano andare zoppe, 
ed anche con una gamba soh», cioè, che il secondo verso 
sia un membretto apposto per far pompa del linguaggio 
senatorio, e possa racchiudere un senso da se solo, qual 
senso mai racchiuderebbe questo discorso „ Al quale 
astore lascio ir dietro imndo^ e stolto?,, Imndo e stolto 
sono aggiunti che indicano non V agente che lascia ir 
dietro , ma le sue qualità accidentali , ed inoltre 
manca assolutamente il nome o pronome, che indichi 
il paziente j cioè la cosa o persona Itisciata ir dietro e di 
più manca l'articolo determinante ai due aggiunti. . . . 
Ebbene se mancan questi tre elementi integranti per 
formare un senso^ dice il Pisano Professore, ce li met- 
terò io, se voi non siete atto a sottintenderli, e leg- 
gerò cosi „ Al quale astore uNinvido e stolto caccia- 
TOTxE LO aveva lasciato ir dietro in concorso di preda. 
Or senza mover lite sopra il cangiamento di tempo nei 
verbo , e sopra V aggiunzione in concorso di preda , io 
domando: Con qual fondamento grammaticale si ag- 
giunge, deve soUintendersi iì sostantivo agente cac- 
ciatore, e il pron()m.e paziente loì Perchè la bug uà (egli 
risponde) e specialmente la poetica ammette simili li- 
gure di preterizione, e di sostantivi sottintesi. Ma gli è 
da osservarsi, che la preterizione del nome o piùnome 



33o 

cioè, della cosa o persona su cui cade V azione del ver- 
bo, genera sempre oscurità e confusione, e per provar ciò 
addurrò un piccolo esempio. Se io dicesi a taluno 

Man<^erò quel pasticcio, se mi dai. 
che t' ho io da dare? ei mi risponderebbe: e s'io ri- 
spondessi: il pasticcio stesso^, colui potrebbe soggiungere: 
dimuli dunrpie 

^JaIlgerò quel pasticcio, se mei dai . 
altrimenti potrei supporre che tu volessi dire; se mi dal 
licenza, o tempo, o comodo di mangiarlo. In secondo 
luogo, quando ci sono gli aggiunti, i sostantivi possono 
in tanto esser sottintesi, inquantochè sono nominati nel 
membro, o nel periodo precedente, il che nel nostro ca- 
so non è; o inquantochè gli aggiunti sono tali che non 
possono convenire se non ad un solo e determinato so- 
stantivo, il quale in tal caso è necessariamente sottinte- 
so . Cosi quando il Tasso canta. 

Il gran nemico delle umane genti 

Contro i Cristiani i livid' occhi torse 
Si sottintende subito il demonio, Y^evchè a lui solo con- 
viene r aggiunto di gran nemico per antonomasia. E 
quando il Metastasio canta 

Chi un dolce amor condanna 

Veggn la mia nemica ec. 
si sottintende subito la donna amata del dramma: ma 
si osservi che in questo caso (che certamente non è il 
nostro) all'aggiunto deve apporsi l'articolo determinan- 
te , che si scorge ne' versi allegati in esempio, e che 
manca nel verso dell'Ariosto; e si osservi ancora che 
Tessere imndo e stolto non solo può dirsi d'un caccia- 
tore, ma di molte altre specie d'animali ragionevoli 
e irragionevoli e , fra' primi , particolarmente di molti 
fra noi che ci riputiamo letterati. 

Ho conceduto al Bagnoli, che lasciare alla coda 



33 1 

fosse un modo di dire usato, nel 5oo, ma bisognava che 
egli, u quel ietleralo iìurvnitino^ dj cui ho parlato nel- 
r articolo inserito nel fascicolo di marzo, ìi} avessero 
dimostrato con l'autorità di qualche scrittore , giacché 
r uso a^ è perduto , e che inoltre avessero ancor dimo- 
strato che si usava come verbi) intransitivo , come sa- 
rebbe usato uel verso in questione dalT Ariosto. Ho con- 
ceduto che le similitudiui possono non ufidare a quattro 
gambe: ma bisognerebbe diiaostrare, che fra le moltissi- 
me immaginate o imitate dalFAriosto ve ne siano almeno 
alcune che vadano zoppe, e anche con una gamba sola, 
come nel caso presente ec. ec. Noi potremmo certamen- 
te dimostrare il contrario, e a parte a parte far toccar 
con mano quanto rigoroso sia stato sempre T immortai 
Ferrarese nel parallelisoio delle similitudini. Vuol' egli, 
per esempio, esprimere con una similitudine come la 
data fede dee tenersi ferma e salda neìF animo? udia- 
molo nella )." Stanza dei C. 21.° che incomincia 

]\è fune intorno crederò che stringa 
Soma così, né così legno chiedo, 
Come la fé che una hell'aiina cinga 
Del suo tenace indissolubil nodo. 

dove il poeta a malgrado della volgarità dei termini 
della similitudine, e della nob*kà dei termini assimi- 
lati , non omette alcuna relazione desili uni con <Aì 
altri , e certo la ligura va a quattro gambo. Jnlljtti la 
fede dovuta alla promessa v ien rassomighata a uua fu- 
ne, e r anima dell' uomo ad una soma, o carico d/ ani- 
male; e quella fune non siringerà tanto la soma , sic- 
ché essa non cada, o si scomponga, quanto la fede dee 
tenere stretta , e attaccata alla sua promessa raiiinid 
dell' uomo, ond' ella non manchi , non cada, o non si 
sciolga da essa, (? il nodo si neil' uno che aell' altro ca- 



33% 

.1 

so debb' ei>ser tenace , indissolubile liiichè la fine 
del viaggio nel primo, o la morte, (ine del viaggio della 
vita nel secondo noi disciolga. E come la fune stringe 
la soma per gli strelti , e molti contatti della sua super- 
ficie, cosi un chiodo stringe il legno penetrandolo a forza 
e formando quasi uu nodo tenace con la sua durezza, 
e indissolubile, (incbè con le tanaglie non si tolga via. 
Che più? laddove l'Ariosto traduce maestrevolmente la 
comj)arazione di Virgdio applicata a Pirro, applicandola 
a Rodomonte (c Qualis ubi in litccni Goluber ec. » non 
osa eAi con felicissimo ardimento aj^fsjiunijere una sua 
pennellata perchè la similitudine vada a suo proposito 
con la quarta gamba ? E ciò egli fa chiudendo quella 
bellissima Stanza, che incomincia « Sta sulla porta 
il Rè if ^Iger » con quel verso 

D ;viinque passa ogni animai dà loco 
che Virgilio non credè necessario di aggiungere , ma 
dovea ben crederlo, il gran Ferrarese, il quale aveva 
cantato ; 

Rodomonte d'orgoglio e d'ira pazzo 

Solo s'avea tutta la piazza presa ec. ec. ? C 17 St. 9. 

Molte altre critiche osservazioni potrebbero farsi 
sul mentovato squarcio di lettera del prof Bagnoli, 
ma siccome non apparterrebbero direttamente al mio 
scopo, a quello cioè, di rigettare la lezione del 32 
Come inintelligibile , e pochissimo convenevole con 
la graii'le perizia nella lìjigua dell' Ariosto cosi mi 
rimarrò volentieri dal farle , acciocché si compren- 
da che non animosità, ma il diritto di difendere la 
propria opinione mi move ad escludere con ragioni , 
che mi paj*Hi buone, T interpretazione dell'erudito 
professore. Che se il giudizioso sig. Morali , beneme- 
ritissimo editore della stampa del 62, od altri vor- 



333 
ranno abbracciarla, io darò loro un bel prosit^ ma 
protesto al sig. professore che in atterrò sempre alla 
riferita, e da ine altrove sostenuta lezione del Guazzo 
prescelta dal Moliiii. 

Rispetto poi alla condanna di peggiore data alla 
nuova lezione d'im^ito in cambio d'//ii^iVo, aggiunto da 
riferirsi allo sparviero già nominato , e non al caccia- 
tore , io non so capire come il cliiariss. professore così 
la qualifichi, contentandosi ad accusarla come una voce 
latina, ed equi^^oca. 

Quanto alla prima accusa mi pare eli' una voce 
non sia più latina quando il Boccaccio , ed altri nostri 
classici scrittori 1' hanno usata nelle volgari opere loro, 
checché ne dicano i compilatori del vocabolario. Alla 
fin fine quasi tutte le voci italiane sono latine, ed è la 
cangiata terminazione che le fa italiane ; e quando an- 
cora ve ne fossero alcune o disusate, o di fresco intro- 
dotte nella lingua, che meritassero la qualificazione di 
latinismi y forse che l'Ariosto non ne ha usati molti al- 
tri, e non rendono essi ne' suoi scritti, e in quelli del 
Caro, del Monti, e di tanti altri egregj scrittori la dizio- 
ne più nobile, più sostenuta, e più pellegrina? 

Rispetto finalmente alTequivocamento della slessa 
voce ìnsito, io invito T accorto leggitore di queste baz- 
zecole grammaticali a riandare con la memoria quella 
mia frase scritta qui poco sopra, dove dico a protesto 
al sig. professore che in atterro ec. ec. Spero che nel 
leggerla non abbia per 1' equivocazione sospettato aver 
io per avventura voluto dire, che il prof Bagnoli con 
la sua interpretazione ni abbia atterrato coi s\xo squar- 
cio di lettera in difesa delia lezione del òi» 

U. Lampre»! 



334 

Otia Reatina . Rcak P. Arcangeli Jsaja Ordinis 
Scholarum Piaruni olim Moderatoris, Aquilae 1821. 
Vendesi al negozio Piatti . 

Editore di questa operetta^ contenente varii ser- 
moni ed epistole alla Oraziana è il Gav. Angelo Piicci 
nome ben noto nella repubblica delle lettere italiane, 
anzi tale che noi ci serviremo delle sue stesse parole 
per darne contezza, fatti sicuri dall' ingegno e dal gusto 
di tanto illustre poeta, e insigne letterato. 

„ Io presento^ die' egli, con nobile ardire come in 
un mazzolino di fiori qui raccolti i sermoni e l'epistole 
del Rev. P. A. Isaja ex-Generale delle Scuole Pie , al 
quale è piaciuto di stabilire sulle sponde del Velino, 
care una volta agli ozj felici di Tullio di Quintili© e di 
Fiacco , la sua arcadica pastorale capanna , e al qua- 
le è toccato in sorte di rinvenire su queste pendici 
forse i rampolli di quel lauro medesimo, che Orazio un 
giorno nella sua villetta Sabina di propria mano educò. 

Gli argomenti de' sermoni sono varj , e non di 
rado versano sopra oggetti o di fresca invenzione, o di 
nuovo conio, o modificati per tal modo dal tempo in un 
giro di circostanze diverse (come sono gli usi, i comodi, 
e gì' incomodi della vita corrente) che se tornassero dal 
beato Eliso que' grandi che cantarono V armi, i trionfi, 
e gli amori del primo popido dei mondo , applicar non 
saprebbero a primo colpo una voce determinata ad in- 
dicar propriamente il soggetto. E questa la diflicoltà 
che s'afìiiccia nello scrivere i sermoni, i quali d'altronde 
Bespicerc exemplar \ntae inorumqm juhebo^ e a somi- 
glianza della commedia domandano argomenti del tem- 
po, e una leggiadra dipintura de* vigt^nti costumi. I pen- 
sieri che campeggiano negl' indicati sermoni sono di 



33S 

quel genere festivo che si conviene alla musa pedestre 
àe latini , la quale talvolta nella sua bella negligenza 
orna ed abbellisce le più gravi sentenze di cui sono 
sparsi a dovizia questi sermoni, quantunque dal nero 
sale del satiro d'Aquino, e dalle tenebre arcane di Per- 
sio scevri e lontani ...... Riguardo allo stile il sapore 

oraziano vi si sente al certo distinto; eppure di rado vi 
troverete una frase d^ Orazio tutta assortita, ma nuove 
combinazioni di parole prettamente latine, che offrono 
il gran prodigio di poter esprimeie i bisogni d un se- 
colo con la lingua d' un altro ec. ec. „ 

Queste ed altre cose discorre sul proposito l'illu- 
stre autore dell' Italiade, e tale è il suo giudizio, al qua- 
le soscriviamo noi pure ben volentieri, dopo la lettura 
del primo e secondo sermone, dettati a parer nostro in 
grazia e festività Pariniana . Per darne un saggio ai no- 
stri lettori riportiamo il principio del secondo sermone, 
dove il eh. A. introduce Flosculo insolente dissipatore 
che non vuole e non può pagare i suoi debiti. 
Floscule, jam medium coeli Sol occupai orbem : 
Obstrepit a quarta agglomerata caterva perurgens^ 
Ut quae sui)t a te sibi debita dei)ique solvas, 
Mercator, ianio, pistor, gelidusque minister 
Spongiolae, ccrd.tnes, stentoresque frngosi, 
Surge . . : Exurgam audaccs propulsurus adactis 
Cdcibus. Hic ne mibi teucro de sanguine creto 
Im/nundus poterit grex beni! perrumpere soninos 
Impune, atque lares violare petulcus avitos? 
Da mibi, da soleas foniorulia protiims adsint : 
Da interulas, tunicasque niihi, tljyrsumque potentem. 
Quo sulcare queam scapulas et iiiosjiita terga. 
^ Dirumpor rabie . I^Iin creditor audeat affrons 

Limina poìiuere, et veritos temcrare penates? 
Protinus erumpam (a) eitVaeni priminis ultor? ec. ec. 



(») Non è questo il «olo verso dove il di. Aiftt , lion so tla qiialc au- 



336 
I quali versi suonano così nella lingua volgare 

Floscolo, è mezzo dì. Dall' ora qua ita 
B.umoreggia affollata alla tua purta 
Turba di gente eh' esser vuol pagata. 
Il sarto, il calzolaio, il maliscalco, 
Il macellaro, il profumiere . . , oh! sorgi . . . 
Sì, sorgerò per discacciare a forza 
Di calci quelli audaci . E che? nato io 
Di trojan sangue soffrirò che questa 
Sozza canaglia e vile impunemente 
Rompa I miei sonni, e che insolente ardisca 
I miei contaminare aviti lari ? i 

Qua, camicia, calzon, veste, pianelle . . . • 
E sopra tutto un buon baston, eh' io verghi 
Le spallo a qu^st' indegni. Oh rabbia! io crepo 
Che uno sfrontato creditore ardisca 
Entrar nelle mie stanze, e violarle 
Con pie profano ! or esco, io corro, io volo 
Vendicator dell'inaudito eccesso. 

U. Lampredi 

Saggio sopra la Grazia nelle Lettere ed Arti , del- 
l' Ab. De' Giorgi Bertola. — • Ancona dalla stam- 
peria Sartoriana 1822. in 8."* pie. 

Non poteva frattarsi più delicato argomento da più 
delicato scritture. L'alunno prediletto della Grazia do- 
vea imprendere a parlare di quella , e potea più d'ogni 
altro svelarne V indole misteriosa e fugace. E lo Iia fat- 



tori tà sostenuto, non elide la vocale seguita in fine da una m, quando la sus- 
seguente parola comincia aneli' essa per vocale. Ben chiaro però si vede in uno 
dei seguenti versi 

Diseita tecta levem sed gressum quandoque retardat, 
clie invece di sed deve leggersi uf, e che il primo è corso per incuria del me- 
aante . 



337 
to il Bertela con tanta leggiadria in quest'aurea operetta 
finora inedita ^ che male di essa può formarsi un estrat- 
to; perocché nulla vi è di soverchio, e tutto mirabil- 
mente collegasi in un sistema di idee limpide e piene 
di verità vestite con uno stile il più affettuoso e il piiì 
venusto . 

Comincia dalF esaminare le opiiiioni degli an- 
tichi e dei moderni sulla Grazia, e trova che meglio sì ' 
avvicinò a indicarne la natura T autore del Cortigiano, 
che scrisse che una tal negligenza o sprezzatura, la qua- 
le ci fa vedere che le cose furono pensate^ dette o fatte 
senza fatica, e quasi senza porvi mente , era uno dei 
primi elementi di quesl' arcana composizione. Ma bi- 
sogna, ad attrarre a se il cuoi'e, che tal negligenza, 
olire al non far sentire alcuna ruvidezza o bassezza , si 
adorni pure di eleganza in guisa , che questa vi si in- 
sinui come di furto. Né ciò basta , perchè deve essere 
unita a cotal modo affettuoso e amorevole , che faccia 
sentire che la cosa^ se appartiene per esempio alle arti, 
fu fatta anzi coli' anima che colla mano , a cotal modo 
in somma che faccia intendere certa soavità d' indole , 
certa disposizione, facilità e prontezza a piacere altrui, 
certa blandezza di passione che abbia preseduto all'o- 
pera , come ai pensieri. E questa amorevolezza non 
deve troppo apparire, ma conviene che sia furtiva, 
onde sembri spontanea e senza pretensione. 

Furono dagli antichi date a Venere per ancelle le 
Grazie ; lo che indica che la bellezza non riceve le 
chiavi del cuore umano ^ che da certa innocente ma 
vezzosa negligenza , e da certa aria modestamente affet- 
tuosa che a lei s' accompagnino. E Tibullo per dipin- 
gere una donna graziosa , disse: 



33S 

Illam , quidquid agit , quo qua rCRtigia vertil, 
Compoiiit furlim , sabscquiturque decor. 

Può definirsi adunque la Grazia : una furtività d'ele- 
ganza e d' affetto . 

Trovati cosi gli elementi che costituiscono la di lei 
natura , passa l'autore a distinguerla con filosofica pre- 
cisione da certe qualità, che spesso furono con essa 
confuse, cioè la finezza, la gentilezza, la delicatezza, 
la voluttà, e la lepidezza. Chiamasi fine e gentile ciò 
che riguarda la mente; delicato e voluttuoso ciò che va 
al cuore. La finezza scuopre coli' occhio dell'intelletto 
tutte le mezzetinte degli oggetti, e ne scompone quasi 
le idee elementari per riordinarle e rimpastarle _, tem- 
perandole al sentenzioso. La gentilezza ha seco una 
lindura , per cui gli oggetti che tratta acquistano un 
lusinghevole, che tosto si addomestica colT animo no- 
stro, e che lo diresti trasparenza, e tuttavia non gli 
manca il suo occulto. La delicatezza ha la base nella 
più squisita sensibilità, e vela i sentimenti e Fidee con 
sentimenti ed idee accessorie cosi leggiere e sfuggevoli , 
che perdono nelle copie fuor di misura. La voluttà s'ap- 
poggia sulla delicatezza, ed ha in proprio un certo abban- 
dono e una negligenza morbidamente leggiadra, non però 
furtiva. La lepidezza deriva da un ingegnoso e impensato 
accoppiamento di due idee fra loro disparate. Se tale ac- 
coppiamento tiene della finezza, fa nascere l'arguto, se 
della delicatezza, produce il soave, e muove allora più 
il riso deir anima che quello della bocca. INelle lettere 
Orazio è fino; Tibullo delicato; il Boccaccio delicato, 
voluttuoso, lepido e gentile; il Kacine delicato; il Tas- 
soni lepido e fino; il Metastasio fino^ delicato ^ e gen«. 
tile ; lini e gentili il Tasso e il Guarini nelle loro Fa- 



539 

storali. II Guariiii però abusò della gentilezza nel Pastor 
Fido, e il Tasso alcun poco della finezza nell' Aminta. 
Nelle Avti Guido e rAii>ano sono volnlluosi; Andrea 
g-entile; il Barocci delicato ;/ Paesiello Voluttuoso; il 
Sarti lepido ; il Sacchini (ino e gentile. Havvi una gen- 
tilezza e una finezza che? piacciono in ogni età e ad ogni 
nazione; tale è quella dei Metastasio . Havvene anche 
un altra che si confà solamente a certe età e a certi 
popoli. E ancor pia soggetta a eccezioni è la lepidezza; 
ma la delicatezza e la voluttà sono di tutti i tempi e di 
tutti i paesi ; e saranno sempre e per tutto gustati 
Orazio^ Tibullo e il Racine. La Grazia però non pure 
non soggiace al variare de' secoli e all'indole partico- 
lare dei popoli ; non pure è sempre e da per tutto 
gustata ; ma sempre e da per tutto è conosciuta , sentita 
e avuta cara. La Grazia ha un carattere speciale che at- 
trae a se dotti e indotti ; e gF idioti che passano correndo 
davanti alle opere dei sommi maestri nel genere subli- 
me, s'arrestano e vagheggiano avidamente le produ- 
zioni ove regna e parla la Grazia. Ora questa comprende 
la maggior parte delle anzidette qualità ; ma né una 
né molte di queste costituiscono lu Grazia; perchè in nes- 
suna di queste qualità risiede l'essenza della medesima ; 
benché diverse modificazioni o forme essa abbia. Impe- 
rocché ora trae al grave, ora allo scherzevole, ora al vago. 
Trae al grave quella Grazia che si fa interpetre di no- 
bile passione; che si aggira intorno alf eccellenza, non 
alla singolarità degli oggetti; quella per cui il pianto 
diviene talvolta uno dei più cari piaceri. Tale è quella 
di Virgilio, del Petrarca, di Raifaello, del Pergoiese . 
Trae allo scherzevole, quando irrora d'alcuno affetto 
soave l'ingenua facezia e giocondità. Tale è quella di 
Catullo e del La Fontaine. Trae al vago la Grazia, quan- 



34o 
do ritiene quasi il flore piìi squisito dell' altre due ; e 
questa taluuo vorrebbe dirla la Grazia vera. Leggiera , 
rnobiie, fresca , innocente si sparge soavemente sulle 
cose, sicché non possiamo mirarle senza desiderio, sen- 
za cercarle tosto e avidamente. Tale è la Grazia d'Ana- 
creonte^ che possedè per eccellenza sì caro tesoro , e lo 
diffuse colla sua anima ne' suoi scritti immortali. Tale 
è la Grazia del Correggio, in cui colori e attrattive ir- 
resistibili sono sinonimi j in cui le piiì lievi cose ^ 
una ciocca di capelli , una piega ^ parlano al cuore il 
•più dolce e il più eloquente linguaggio . La sola testa 
della Maddalena è la più graziosa cosa che sia al mon- 
do. La Grazia vaga non arrise di sì buon garbo ai La- 
tini, come ai Greci. Anacreonte e Teocrito sono inarri- 
vabili. Della Grazia vaga unita alla grave offre un 
luminoso modello il quarto libro dell' Eneide; e il Pe- 
trarca abbonda di tal grazia Virgiliana. L' Ariosto ma- 
neggiò tutti e tre i colori del grazioso con unico esempio. 
11 divino ingegno di Raffaello fu specialmente confor- 
mato alla Grazia , di cui fregiò anche i lavori, ne' quali 
sollevasi al grande e al maestoso. Egli mostrò ciò che 
essa potesse nelle sue mani, sì nell'andare dei panni, 
che nella sfilatura de' capelli, e nell'affetto che dette 
all'aria delle sue teste; e lo mostrò mettendo celatamente 
l'anima sul volto delle sante vergini che dipinse, a S. 
Cecilia singolarmente, che è pittura insieme e poesia 
squisitamente Anacreontica e Virgiliana. 

Dopo molti altri esempi nella pittura, nella scultura 
e nella musica , che servono a dar luce e conferma alle 
sue idee, termina l'elegantissimo autore le sue osser- 
vazioni , '^'he possono certamente servir di guida a pììi 
estese ricerche sopra materia tanto rilevante per le let- 
tere e per le arti. A. R. 



34i 

Esemplare unico in pergamena con miniature e dise- 
srni originali delle rime del Petrarca, edizione di 
Padova 1819—20, pubblicata per cura e studio 
del professore Antonio Marsand ^ posseduto da 
Gioi^an Pietro Giegler libraio in Milano e descrit- 
ta da L. B. 

Sul presunto ritratto di Madonna Laura , lettera del 
professor Antonio Meneghelli . Padova dalla 7 1- 
pog rafia della Minerva 1822 . 

Notizie sopra due piccoli ritratti in basso rilievo 
rappresrntanti il Petrarca e Madonna Laura , 
che esistono in cast P eruzzi di Firenze con iscri^ 
zioni del secolo XI F^ Parigi dai torchi di Dondej 
Dupré 1821 . 

Gli amatori di oggetti bibliografici preziosi trove- 
ranno diche pascere lav loro erudita curiosila sopra un 
esemplare delle rime dèi Petrarca pubblicate dallo ze- 
lantissimo sig. professor Mirsand, che ai souìmi pregi 
inerenti a questa elabjratissimu e splendida edizione^ 
riunisce la prerogativa d esser V unico impresso in fogli 
di candidissima pergamena;, e riccaiiiente ornato delie 
miniature e pitture a tempera originali che servirono 
d' archetipi al lavoro delle incisioni in rame; miniature 
e pitture eseguite da valentissimi artisti , che hanno ri- 
valeggiato per erigere come un monumento alla gloria 
del principe della Lirica italiana . Tali ornaaiieati con- 
sistono I. in tre bellissime miniature oriijinali del cele- 
bre sig. Scotti genovese, una delle quali , cioè il ritratto 
di Laura, è impareggiabile per la gentilezza delle l'or- 
me e del colorito che incantano, ed è Tunica da eSvSa 
eseguita di tanta grandezza; \L in un altra miniatura 

d' eccellente autore^ nel lavoro della quale ebbe ancor 
T. YìL.Jgosio 23 



3.|^ 



parte lo Scolti^, e die rappresenta il Petrarca. III., e in 
sei pitture di solitùdini e monumenti analoghi tutte e^e- 
guite a tempera con somma arte dal sio\ Mi":iiara va- 
ieiilissimo pae.sista. Il volume è inoltre eccellentemen- 
te impresso, e riccamente legato; e degno per ogni 
titolo dì primeggiare tra ie rarità bibliograliclie più di- 
sunte. Ma ali' occasione della preferenza data dal prof. 
Marsand al .[uadro esistente in Siena presso il cavi Pic- 
coloLnini Bidianti per fare ritrarre le fattezze di Laura, 
si sono risvegliate in Italia le antiche controversie sul 
vero originale di Simone Meinmi, che molti credettero 
di possedere esclusrvamente . Oltre il suddetto antico 
ritratto del Bellanti, creduto opera del Memmi da molti 
piofessori e intendenti, e- dal eh. cav. Gicognara , il 
qucde.affennò nella s.ia sxoiaA della scultura, che 
per vH)to dei più, quelTimagine , dicesl e pare in ef- 
feito dipinia da S.mofìe Meniniiy esiste nella biblio- 
teca Laurenziana in Firenze un' antica miniatura di 
Laura e del Petrarca in un codice in pergamena , che 
è- stata pure da molli creduta iattura del Memmi. 
Altro ritratto esiste in casa Pandolfini, a cui fu at- 
tribuito r istesso onore ; e per non parlar à' altri, aspira 
a competere tal gloria un quadretto già posseduto dal 
sig. x\rrighi in Bologna, e ciie è passalo in Roma nella 
cidìezione del pnnciJ^ePonialow^ki . Finalmente esisto- 
no da tempo immemorabile n(d museo di casa Pcruzzi 
in Firenze due piccole imagi ni in basso rilievo del Pe- 
trarca e di Madonna Laura coi loro nomi, e con iscri- 
zioni del Sf-c do XI V",. èhe fanno autore di questo lavoro 
il detto Simone. In tanta varietà di ritratti di M. Lau- 
ra fatti in tempi cosi remoti dai. nostri, resterà sempre 
difficilissimo di concedere il pregio di originalità ad uno, 
escludendone gli altri ; onde probabiimenie tale auestio- 



ile non resterà giammai terminata. Ma quand'anche ciò 
potesse avvenire, e restasse dimostrato contro il voto 
degl' intendenti^ che il quadro del Belìanti non è ope- 
ra del Memmi^ crediamo che poco perderebhe di pre- 
gio r edizione del Mar^and , mentre d' altja parte 
il ritratto con cui ha ornato quella splendidissima 
ristampa^ è di grandissimo effeUo e bellezza, come 
nella miniatura dello Scolti, e nel!' intaglio del Mor- 
ghen si può vedere. Il cav. Gicognara per altro, ai 
quale il Mjrsand si era principalmente appoggiato, per 
dare la preferenza al quadro del Belìanti, posteriormen- 
te alla sullodata edizione inserì un artìcolo nel Giornale 
Arcadico di Roma (Tom. XII. n. II.) in cui credette do- 
vere cambiar d avviso su ciò che aveva con circospc- 
zione avanzato nella Storia della Scultura^ e attribuire 
r onore della origiiiaiilà unicameute alla miniatura del 
codice Laurenziano, come la vera opera del Memmi. 
E a ciò fu indotto dall'autorità di un MS. di Giulio 
Mancini senese medico d' Urbano Vili, esistente nella 
Chigiana , scrittore però lontano dal Memmi di tre se- 
coli interi. Gon qual, fondamento la nuova opinione 
del Gicognara sia da preferirsi alT antica , lo giudiche- 
ranno i dotti e dall' articolo del giornale arcadico, 
e dalla lettera soj)ra annunziata dei professor Meiieghelii 
che con molta critica e saviezza ha preso a difendere la 
scelta del professor Mjrsand. 

Quanto al basso rilie\o di casa Peruzzi, forse con 
troppa sicurezza fu affeiMiiatodal cli.GiCijguara non potere 
es.sere quello opera did Meu)mi A buui con^o esso è rico- 
nosciuto da tutti gli artisti ed antiquari per lavoro di 
quel tempo . Inoltre ha una iscrizione contemporanciA 
la quale ha tutti i caratteri di composizione del Petrarca, 
^à e la seguente : 



344 

Splendkla luce in cui chiaro si vede 

Quel ben che può mostrar nel mondo amore. 
O vero esemplo del sopran valore ^ 
E d'ogni meraviglia intera [ede . 
Né ciò basta; V epoca e il nonìe dell'autore Mem- 
nii vi è notato: Shnion de senis me fecit sub anno 
domini MCCCXLIIII. e il carattere di questa iscrizione 
è pure riconosciuto del secolo XIV. Ne il Lanzi che a 
somma intelligenza nelle Belle Arti accoppiava infinita 
dottrina e perizia nell' antiquaria^ trovò da dare ecce- 
zioni ile alla scultura ne all' epigrafe nella sua storia 
pittorica a: la vita di Simon da Siena . Anche la picco- 
lezza del r^ratto avvalora la credenza che fosse lavoro 
espressamente commesso per una veduta particolare , 
perchè di piccolissime dimensioni , non avendo che 
quattro soldi di braccio di larghezza, mezzo soldo di 
grossezza ^ e un terzo di braccio d'altezza; lo che serve 
a renderlo comodo per il trasporto anche viaggiando a 
cavallo, come usavasi ai tempi del Petrarca, il quale è 
certo (l'asserisce egli stesso) che sempre seco il portava. 
Ciò oon può facilmente eseguirsi d' una pittura m tavola 
di una certa grandezza ; e V essere stato il marmo del 
ritratto di Laura assai più usato e maneggiato che Tal- ^ 
tro, appoggia l'idea , che il Petrarca lo avesse sempre 
in sua compagnia , e lo tenesse carissimo . Finalmente 
supponendo questo il ritratto fatto dal Menimi, si spie- 
. gano mirabilmente i tre sonetti ne' quali di ciò parla 
il poeta . 

Per mirar Policleto ec. 
Quando «giunse a Simon ec. 
Poiché 1 cammin m' è chiuso ec. 
Volendo il Petrarca lodare in questi sonetti il lavora di 
Simone, lo paragona a cinque artisti, a Policleto, a Pig- 



34S 
inalione _, a Prassitele ^ a Fidia , e a Zeusi. Nessun dub- 
bio che i primi quattro non fossero scultori ^ e quanto 
air ultimo vi fu un Zeusi celebre pittuie ^ il quale però 
secondo Plinio, faceva anche opera figulina , e vi fu , 
secondo lo stesso Plinio, un altro Zeusi unicamente scul- 
tore e discepolo di Silanione. Di qualunque di questi 
due intendesse parlare il Petrarca, ne intese parlare 
come scultori, poiché non ha mai confuso nelle sue opere, 
né era imperito da confondere pittori e statuari. E co- 
sì r intese d Vellutellu, che a quel verso: 

Che non fé' Zeusi, o Prasitele, o Fidia, 
dice: la ìmagine di M. L. fatta non da Zeusi o Pra- 
sitele o Fidiay degni, eccellenti^ e celebrati scultori^ 
ma da più ingegnoso maestro. Il ritratto fu dunque 
opera di scultura. Né si dica che il Vasari non parla 
di Simone come scultore . Si sa che il Memmi fu di- 
scepolo di Giotto pittore scultore, e architetto , e potè 
imparare da esso anche la scultura come accade de' 
sommi inoesfni che riuniscono diversi talenti , Inol- 
tre essendo il Menimi stato assai in Francia, la sua 
vita non fu troppo bene conosciuta nemmen dal Vasa- 
ri, che sbagliò anche V epoca del suo nascimento alme- 
no di venti anni. Ed altro errore del Vasari fu il dire 
che i due primi sonetti di sopra furono scritti dal Pe- 
trarca in onore di Simone perii ritratto che fece di lui 
e di M. Laura nella gran cappella di S. Maria Novella; 
perocciiè quest' opera del Memmi non fu mai veduta 
dal Petrarca; né cìq concorda con quello che scrisse, il 
poeta, cioè ch'egli portava sempre seco l' effigie di 
Laura. Crediamo poi, che ammettendo che il ritratto 
di Laura potesse essere stato eseguito dal Memnji qual- 
che tempo avanti a quello del Petrarca, e che perciò so' 



34^^ 
lo in quest' ultimo sìa notato l'anno di quella' scultura, 
resterei bero schiarite tutte le diliicollà che il eh. Cico- 
gnara ha falie sull' epoca di tal hivoro nella suliojJata 
storia della scultura. Ma per escludere un opera in 
marmo, si oppone quel verso: zV/ la sfide eia ritras- 
se in carte. Osserviamo che il pensiero del poeta è (he 
Poiicletoe gliallrj eccellentissimi scultori, quaiido a ves- 
serò lavorato mille anni, non sarebbero mai venuti a 
capo di rappresentare la divina bellezza di Laura: ma 
che Simone si levò in paradiso a Cv^ntemplare T eterno 
tipo di quella, ed ivi ne formò il disegno, onde far fede 
quaggiù, colla esecu/June del concetto che ne trasse, 
di quanta e quale era lassù quella celeste beltà non ben 
visibile in terra , 

Ove le membra fanno all'alma velo. 
E perciò dice che l'opra fu iniaginata in cielo ^ e, 
sottitendi, eseguita in terra: e anche nell'altro sonetto 
esprime la medesima idea, parlando dell' a/^o co^zce^^o 
che pose allo scultore in mano lo stile. E si noti , che 
avrebbe desiderato il poeta che questa imagine si fosse 
animata, prendendo 

Con la figura voce ed intelletto^ 
come favoleggiasi di quella di Pigmalione; idea che as- 
sai più si adatta ad una figura di rilievo , che ad una 
super lìcie dipinta . 

Altre ragioni allegate dal Peruzzi per comprovare, 
che i due ritratti del Petrarca e di Laura in basso rilie- 
vo sono T originale lavoro di Simone Menimi, si pos- 
sono vedere nelb annunziata operetta, a cui rimandia- 
mo i lettori . li. 



347 
RAGGUAGLI DIVERSI, CORRISPONDENZA e€. 

IVaduction ec. Traduzione della lettera italiana del 
sig. Francesco Ric^rdi^ dei 4. maggio 1S22, al 
sig. Pietro Vieusseux editore dell' Antologia. 
Genova 1822^ presso Bonaudo . 

Il mio ragguardevole amico sig. Ricardi d'Oneglia 
ha dato ultimamente alle stampe in francese una lette- 
ra a me diretta in italiano nel mese di maggio decorso, 
con che viene a farmi un tacito rimprovero d' aver 
mancato d' inserirla finora neir Antologia . Ma io debbo 
confessar francamente che, trovandomi fra mano mate- 
riali d' un più generale interesse per il maggior nume- 
ro dei lettori del mio giornale , non seppi ravvisare un 
grande inconveniente nel ritardare la pubblicazione 
della replica di queir erudito al sig. Valeriani . E poi- 
ché pubblicandola adesso in francese egli ha soddisfatto 
air interesse del piccol numero di coloro, dei quali una 
si dotta discussione può eccitare la curiosità,io devo quin- 
di ristringermi presentemente a dire su questo proposito, 
che il sig. Ricardi, persistendo nel principio che aveva 
esposto nel suo compendio del vero metodo ec. e che 
fu combattuto dal sig. Valeriani, rileva in detta lettera 
varie asserzioni di quest' ultimo, e lo fa con tanta urba- 
nità , con tanti documenti e con tanta erudizione , che 
tutti gli orientalisti , qualunque sia la loro opinione sul 
vero metodo , dovranno leggerla con gran piacere . Fa- 
cendo conoscere V opera del sig. Ricardi e la critica 
del sig. Valeria ni, ho detto abbastanza di tal soggetto in 
un giornale, il quale non è come il Journal des samns^ 
espressamente fatto per questa unica classe di lettori. 

U Editoi\e 



348 

Lettera del sìg. Michele Leoni 
all' Editore, 

Di alcune lettere inedite di Voltaire, 

Parma 6 agosto 1822 

??ella scelta libreria à\ qaesto sig. Conte Filippo Magawly, 
Ministro di stato, Gran Cancelliere dell' ordine Costantiniano di 
S. Giorgio e Consigliere intimo di S. M. la Duchessa di Parma, 
mi avvenni a leggere ne' giorni scorsi due lettere di Voltaire, 
una delie quali autografa, e l'altra dettata da lui, ma con una 
poscritta di sua mano. 

Elle sono dirette a Monsignor Gaspero de' Conti Cerati di 
Parma, personaggio di alte dottrine, amico di Papa Gansjanelli, 
e stato in corrispondenza co' più insigni letterati dell' età sua, 
fra i quali, oltre all' istesso Voltaire, primeggiano Montesquieu, 
Maupertuis e Defille, della cui estimazione a suo riguardo vive 
tuttora il testimone nelle loro epistole a stampa . 

Percorse Monsignor Cerati varie regioni d' Europa ; e in 
ultimo fermò stanza in Toscana, dove fu prima n minato Com- 
mendatore e quindi Priore dell' ordine di Santo Stefano, • Prov- 
veditore nell'università di Pisa. Morì a Firenze (i). 

E perchè quelle lettere sono inedite e stese nel nostro idio- 
ma, e quivi dell'Italia e specialmente dell' aurea Toscana si parla, 
ho creduto di far cosa accetta, così a voi come a' lettori della 
vostra Antologia, col procurarmene da quel giovane e gentil 
Signore la copia che vi mando. 

E siccome all' ultima di esse rispose Monsignor Cerati con 
trascrivere a Voltaire una lettera, indiritta da Benedetto XIV 
al Marchese Scipione Maffei; cosi aggiungo anche questa, onde 
si vegga quali erano i pensamenti di queir illuminato Pontefice 
intorno ai teatri, ove sieno saviamente condotti. 

In questa , come in altre materie gravissime , mira- 
bili avanzamenti fece a' dì nostri la civiltà Europea. E se 
avvenga eh' ella progredisca in proporzione, non è forse molto 



(i) Veli l'elogio, che n* scrisse il Conte Antooi* Cerati, già Presidente 
iteir università pArr^ensc. 



fontano il tfmpo clie anche la scena italiana, sgombra dai turpe 
gergo do' trivj , e solo fiorente di oHIi e costumate e grandi 
operfi d^^' nostri intelletti, non avrà più a invidiare agli estranei 
ic più nobili discipline di sì falla scu la del popolo; le sole, 
nelle quali, più per contrarietà di pubblici destini cbe per di- 
fetto d' acconci ingegni, non sieno per avventura stati dall'Uà^ 
Ha precorsi . Michele Leoni. 

S'^tiore IllìMStriss. e Padrone Colendiss. e Riverendiss. 

Quando s' è goduto Ibonore della vostra conversazione, non 
se ne perde ma] la memoria . Bli do il vanto dèssere uno di 
quelli cbe hanno risentito questo honore colla più parziale stima.. 
e coi' sensi del più tenero rispetto. Mi luzingo eh' ella si com- 
piacerà di ricevere colla sua solita benigsùta 1' homagio che le 
porgo d' un libretto che il Re Cbristianissimo ha fatto stampare 
nel suo palazzo, benché ella sia sotto il dominio d' un principe 
che non è ancora nostro amico, nondimeno tutti i letterati tutti 
gli amatori della vertu sono del medesimo paese . 

e veramente V italia e mia patria, giache gli italiani, ma 
particolarmente i fiorentini ammaestrarono le altre nazioni in 
ogni genere dì vertù e scienza . la loro stima sarà sempre il 
più glorioso pregio di tuUi i mj'^^i lavori . Sti nolato d' un tanto 
motivo la supplico a pigliare il fastidio d' inviare un esemplare 
del mio libretto a Monsignor Ptinuccini, ed uno altro al signor 
Cocchi la stima di cui ho sempre atnbito, ed a cui resterò sem- 
pre obligato. prego Iddio che j vostri occhi siiano intieramente 
risanati, e così buoni come sono quegli dell'anima vostra .. Le 
baccio di core le mani e sono con ogni maggiore ossequip 
Illustriss. e Reverendiss. Signore 

Di V. S. Illustriss. ^ 

Umiliss, Devotìss, Sen^itorr 



Parigi 20 August 



Voltaire 



V. S, illustrissima e venuta in questo paese , e ci a d'to 
nuove istruzzioni, mentre jo non ho potuto acquistarne in Fi- 
renze ne in Pisa, ella paria la nostra lingua colla più eleg nte 
finezza, ed jo posso a gran fatica esprimer mi in italiano, sono 
infelicemente innamorato della vostra lingua e del vostro paese. 



35o 

ho cercato d'allegiare un poco il dolore clie io rissen^^o di non 
ìiavcr mai viagj^iato di la dell'alpi ; iifl scr-vere almeno quidchd 
saggio in italiano, la priego di ricevere col ^u sui solita beni- 
gnità questi tì^Vi ; e mi lusingo ancora che avrà la b ^nta di 
presentar ne alcuni esemplari alle ac.idemie fiorentine , dalle 
qu;;li non spero già lapplauso; ma Jiiolto ambirei f.ivorevole in- 
dulgenza, jo godo r li'>nore dcssere suo coìnpfìgfio nell' istituto 
di Bologna e nella società di Londra; ma se un nuovo grado 
d' ])onore un nuovo vinculo potesse naturalizzar mi italiano, co- 
tale consolazi ne minuerebbe il mio eterno ramarico di non aver 
veduto lanliea patria e la culla delle scienze, riferisco tutto alla 
sua cortesissima gentilezza . * 

Vi e un altro piccolo affare sopra il quale supplico. V. S. 
jllust) issima di darmi il suo avviso , e di favorirmi delle sue 
istruzioni • Si tratta qui della scommunica fulminata da alcuni 
vescovi e curati, contra j coraedianti del Re, che soìio pagati 
e trattenuti da sua majesta , e che non representano mai, ne 
tragedia ne comedia se non cnm;)rohata da j m-igistriiti, <; r.ui- 
liita da tutti i contrasegni dell'autorità publica. Si dice qui co- 
munemente che questa contradizione tra il govt^rnamento e la 
chiesa non e da trovar .^i in Iloma,^ch.e i virtuosi mantenuti 
alle spese publiche non sono sotto-posti tra voi a questa cru- 
dele infamia. 

La suplieo coUa più viva premura di dir mi come si usi in 
Homa ed in Firenz'', con questi tali; se siano scomunicati, b 
no, e quali siano, insieme le regole e la toleranza, mi farà un 
pregiatissimo favore, se, si comj>iace di darmi sodi insegnamenti 
io torno a questa materia, la jncgo indirizzare la sua risposta al 
signore de la Reiniere fenuier general des postes à Paris. 

La supplico di scusar /ni se questa IcLlcra sia scni*a. d'un 
altra mano sono gra^'aiucnte aiìimalato . Ma da la ìnia ma- 
latia non vendono indeboliti i sentimenti coj quali sarò sempre 
Di V. S. illustrissima 

// devoti ss. ed umili ss. servidore 
Parigi 6 aprile 

> Voltaire 
Sa bene cl^e il sic. Di lo Marca 
e morto . 



35i 

Diltcta fillo Blarchioni Scipìoni Maffei veronam, 

B nediotus P;«p;« XIV. Dilecte Gli s.ilutem et Apostolicam 
benpdu tioneiii . Abhiatn ricevuto il suo nuovo libro de* loatri 
aiitithi e moderni, unitamente collii sua lettera dei 21 di set- 
tembre. Abbiamo con piacere letto il libro, e la rini^razia.iio 
del rrgìlo e nello stesso tempo della dif^-a cbe ba assunta non 
meno per se die per noi, cbe n )n abbiamo pensato ne mai 
penseremo di far gettare a terra i teatr^ e proibire in un fascio 
tijtte le commedie e tragedie, ma ci siasno ingf^i^nali di far che 
le commedie e tragfdie cbe si rappreacntatio sian»» in tuttp one- 
ste e probe, e c4)e in quelle città d<-lio stato lìoslro, utile qii.iU 
non vi era la consuetudine cbe le donne recit.issrro o cantas- 
sero o ballassero, essa si mantenga non ostanti le premure a 
noi fatte per introdurre nelle scine e nei balli le dtnne. O 
quanto è bello, e quanto è vero il di lei pensicre che le com- 
riiedie ne' nostri tempi sono più. castigate dell' altre più antirlie, 
e coir attenzione si possono ridurre allo stato cbe si desidera 
dagli uomini da. bene e pratici del mondo , e che per lo con- 
trario non è sperabile , o ottenibile die i teatri si gettino a. 
terra, si proibiscano tutte le commedie e tragedie, e si mettano 
in un fascio il Pastor fido e la MiTope. Noi più volte ci slamo 
esibiti ai teologi pieni di zelo e di dottrina di somministrargli 
alcuni argomenti, nell'esame dei quali potrebbe comparire la 
loro dottrina non disgiunta dalla pietà, e cbe fanno più male al 
mondo di quello die fanno i teatri, le conversazioni ed i balli, 
jNon abbiamo avu.to la sorte di essere esauditi per i rispetti uma- 
ni, de' quali gli errori del secolo non sono spogliati. Compati- 
sca lo sfogo originato dall'amicizia quasi sessagenaria cbe pro- 
fessianio a lei, alia quale Ì!)tanto diamo l'apostolica benedizione. 

Dat. Romae ajmd S. Mariam Majorem, die G Octobris 1750; 
PontiQcatus nostri anno decimo quarto. 

Lettera storico-critica siilV origine di Montalcinn; al suo or- 
nati ssi ino amico, e concittadino Cosimo Brunacci Corsetti, 
l'autore. — Firenze; presso Filippo Marcbini 1822. 

Sacrificando il sig. Luigi Santi ogni male intesa predilezione 
patria alla sacra verità , con sana critica combatle quanto di 
favoloso è stato scrjlto di Montalcino , in specie dal Monac!© 



352 

Lucensio , nelle acldi^ionì dell' Uglielli. Prova con conYÌncentf 
argomenti, che Monta Icino non esisteva, come altri hanno opi'- 
nato , neppure sotto il regno dei Loìig >ibardi , e fissa 1' epoca 
del suo principio solo nel decimo secolo. 

Sarebbe desiderabile, che altri seguendo l'esempio del sig- 
Santi si occupassero a far simili indagini circa alle città di pro- 
vincia ; così forse, si averebbero sempre più dei lumi, per il- 
lustrare r istoria della Toscana , in specie dei bassi tempi. 

AlV Editore dcW Antologìa. 

Sono a pregarvi o signore di voler fare inserire nel primo 
numero del vostro giornale le seguenti mie osservazioni intorno 
Sìd un frammento di lettera in data del di 4* marzo 1822 scrit- 
ta da Londra dal sig. Professore Giovacchino Taddei suH' acqua 
ossigenata e perossido di idrogene. Questa lettera è stata pub- 
hlicata nel N. 18. del vostro citato giornale, e nel primo pa- 
ragrafo della medesima l'autore si esprime cosi. 

,, Le prime notizie che abbiamo ricevuto sali' acqua ossi- 
genata di Mons. Tlienard ci pervennero per mezzo del gior- 
nale di chimica e fisica di Pavia , ma esse non erano bastante- 
mente dettagliate per poter ripetere con felice successo le es- 
perienze del chimico Parigino, né potevano esserlo ad un tempo 
in cui l' autore non avea pubblicato il suo lavoro che in parte, 
e nessuna contezza ne era stata dr.ta nella traduzione italiana 
della seconda edizione del trattato di chimica di Mons. Thenard 
dato al!a luce in Firenze con i torchi di Guglielmo Piatti. „ 

L'essere io stato il traduttore di quest'opera fa sì che 
ìion possa dispensarmi dall' osservare quanto siasi ingannato il 
sig. Tadflei;, primieramente perchè le prinie notizie non ci so- 
no pervenute, com' egH dice, per mezzo del giornale di chimica 
e fisica di Pavia, ma bensì sono stiite fatte in primo di pub- 
blica ragione e così anche a noi rese Jiote dagli annali di cbi- 
mica, e fìsica di Parigi; ed .in secondo luoi^o perchè ne è stata 
data al contrario la maggior contezza nrlli traduzione itali::na 
della seconda edizione del trattato di chimica del sig. Thenard 
data alla luce in Firenze con i torchi ai Guglielmo Piatti . Dal- 
la pagina 255 alla pagina 261 della prima |.arte del tomo quarto 
tra le aggiunta' del traduttore vi soj)> tradotte ad lititram 
cinque note suU' acqua ossigenata lette dal big. Thenard all'ac- 



353 



oademia delle scienze, la prima nel 23 novembre 1818, la se- 
conda nei 28 gennaio 18 19. la quarta nel 19. marzo, e la quinta 
nel 16 giugno dell'anno stesso, estratte tutte dai tomi 9* io. 
ed II. degli annali di chimica e fisica. In queste note riportate 
nella detta traduzione si parla molto estesamente della prepa- 
razione e proprietà dell' acqua ossigenata . 

Maggior contezza pure ne era già stata data a noi, perchè 
nelle pubbliche lezioni di chimica generale che dal professore 
nostro sig. Giuseppe Gazzeri si famio al laboratorio dello spe- 
dale di S. M. Nuova , fu parlato per tre anni consecutivi della 
preparazione, e proprietà dell' acqua ossigenata Sicondo il me- 
todo del sig. Thenard, che anzi il detto sig. professore, ragio- 
nando su questa, emesse alcune sue opinioni, delie quali non 
è già luogo parlare . 

Ne è stato pur dato conto nelle lezioni di chimica air ac- 
cademia delle Belle Arti dal Professore Antonio Targioni Toz- 
zetti sino dal 1819, ed il medesimo pure nell' anno scorso al- 
l'occasione di fare la pubblica lezione di materia medica nella 
scuola dell' Arcispedale di S. M. Nuova, nel trattare delle acque 
minerali,^ segnatamente dell'acque di N<ìcera , parlò dei metodi 
praticati da diversi per ossigenar l'acqua, e non, trascurò di 
far conoscere quanto su questo proposito era stato detto e 
fatto dal sig. Thenard , sebbene questo nuovo metodo non 
fosse applicabibe agli usi della medicina. 

Assai prima dunque che fosse pubblicata colle stampe questa 
lettera del sig. Taddei si conosceva in Toscana il metodo del 
sig. Thenard per prep. rare 1' acqua ossigenata , dietro a quel 
che ci dice nei suoi scritti , e se ne conoscevano pure le pro- 
prietà . ' V 

L' unico motivo che mi ha indotto, o signore, a dirigervi 
questa mia, è stato il riflesso che se io taceva, si poteva ca- 
dere da chi avesse letta la lettera inserita nel N- 18 del Vos- 
tro Giornale nello stesso sbaglio del sig. Taddei, e perciò sup- 
porre che in Toscana non si stia in giorno sulle nuòve scoperte 
e si trascurino le scienze. 

CARLO CALAMANDREI 



^ 354 

Accademia dei CEonGOFrLi 

Adunanza ordinaria d:;l dì G lug'io 1822. 

Ilsig. dott. CiiHii lesse un trijnsunto di una scntrura del sig, 
Biot sulla educai-ione letteraria e morale dei pi>poli della Scozia, (a) 

Il sig. dott. T'ìrtini Salvatici pren-dondo a parlare del primo 
e più importante fra gli stru:nenti a;L;raiìi, ci >è del!' aratro, e 
delle varie forme che ha ricevute, C'iisiderò specialsnente le 
<!ue ruote aggiuntevi sul davanti nella Rezi;j g.llica poco prima 
dei tempi di Plinio, aggiunta die pr( d!c^'t;) da- alcuni c^me 
vantagij[iosissima era da altri diclii trata inutile ed anche danno- 
sa. D Ila qual qu>tione il lodato accademico fece cóu' scere 
ima sodl^facicntissi:na soluzione data recentemente dal sii>. de 
bombaste presidente della Società d'agricoltura di Nancy, so- 
luzi me dedotta dai principii df^lla din;'mica , e per la quale si 
'Tende evidente essere gli aratri sempli< i da preferirsi ai corn- 
posti. Il sig. Tartini rilevò ancora qualche omissione nella solu- 
zione (lata da! sig. de Domhaste , ed iiidivò altri soggetti di 
ricerche ioiportinti die potrebbero offrire ancora l'aratro stesso 
ed altri strumenti campestri. 

Il sig. Marihese Rid*>!fi fece conoscere i resultamenli del- 
1 esperienze comoarative da se intraprese coli' uso djl semi- 
natore del sig. di Fellemberg , rilevando corire ed in quali casi 
possa ricavarsi nutabil vantaggio dall' impiego di quest' ingegnoso 
eLtruinento. 

Chiuse la seduta il sig. prof. Bigesclii colla lettura d'una 
sua memoria. Già da qualche giornale e da qualche operetta 
pubblicata a P-irigi si era inteso ess< re stata liconosciuta nella 
secale cornuta la proprietà di rianimare le dog'ia del parto, e 
con esse le forze n(^cessarie ad espellere il feto. Il nominata 
professore premuroso di verificare quest' importante proprietà , 
procuratati una quantità di qu 1 seme , coiiiineiò a sommini- 
strarlo opportunarjjente nei varii casi che se gli presentavano , 
specialmente nell' I. e R. Ospizio di maternità. Sedici osserva- 
zioni dettagliatamente riportate in questa mcjnoria comprovano 
r efficacia quasi prodigiosa del nuovo medicament ». 

G. Gazzeri 



(a) Ne sarà fatta menzione particolare ia uno del suceessivr quaderni 
dell' Aulologia. N dilC Ediiorc, 



355 

Dei Sìculi e della fondazione iV" Ancona , dissertazione 
del Can. Gaetano Balufji. Ancona) TpD^rajla Baluffi, 1822 
in 8." 

Proponend')si 1' autore di determinare in questo scritto l'e- 
poca approssimativa deìlà fjnd iziaiie d' Ancona colla scorta dei 
Classici, h^ aviit) occasione di trattare incidentemente alcune 
questioivi delle origini italiche , e lo ha fatto certiì mente non 
senza molta erudizione. Partendo da un testo di Plinio , che 
dice: Nurnana a Sicalis condita ; ah isdem colonia Ancona ap- 
posita prc;uiontario cumeuo in ipso llectentis se ora e* cuhitu ; ha 
cercato dimostr<»re che il testo di Strahone: Urhs grae.^a est An- 
cnn a Syracusànis condita; cioè che Ancona fi)sse fondtita dai 
siracusani fuggenti la tirannide di Dionisio il vecchio, indica 
un* aitipliazi vne di q^iella città, nun ia sua priinitiva fondazione; 
siccome opinò con aitri anche T eruditissimo Pcruzzi, e sicco- 
jTie rilevaci da Salino, e da Scilace G iriadese , che parla di 
Ancona esistcììte con questo nome h^'ir (Jinhria . Ora vuoisi che 
Scilace Ca-.iadese scrivt^sse 522 avanti la venuta di CiistOje 
per consc!4,u(^nza ad un epoca più antic;» '.«i q iella della tiran- 
nide Dionisiana ; e perciò Ancona esisteva anterioraiente all' emi- 
grazione dei siracusani. Si fa quindi l' autore a stahiìire contro 
il Pr^ruzzi, che i siculi fv>nd.ìtori d'Ancona sono di greca de- 
rivazione , e cerca di combattere le opinioni de' principali Ar- 
cheologi , che gli credettero popoli anlichissimi e naturali di 
Italia. Ciò desùme principalmente dalie testimonianze d'. Aji- 
tioco siracusano storico antichissimo presso Dionisio, di Dionisio 
medesimo e di Plinio, dalle quali rileva che i siculi, i Mor- 
gt'ti e g!' It.ui ivevano id-iitiià ed unità d' origino cogli Enotri. 
!E mostra che ragionevolmente detti popoli n;>n potevano mi- 
grare in Italia se non che per mare, avanzandosi poi nell'agro 
Piceno dalle coste d' OUanto e Bari, ove dirscesero da])priiiia 
condotti di Piuce/io fralello d' Eootro . La greca derivazione 
dei sìcuii resta auc'je avvalorata, secondo TautorC; dal linguag- 
gio, dai monumen|;i figurati, dai nome delle divinità del Lazio 
venule di Grecia , e dall' universal grecis^no antico dell' Italia 
tutta . Pussaiido quindi V Autore nella seconda parte a cercare 
più speciahnente l'epoca della fondazione d'Ancona, mostra 
falsa la pretesa anti(;hissiuia partenza dei siculi dall' Italia , e 
con Tucidide hi stabilisce posteriore d' un secolo alla rovina 

I 



355 
di Troia. Fa conoscere come due diver55e scliiere di siculi si 
devono ravvisare nella storia d'Italia, cioè i siculi te^erini ■> e 
i siculi piceni . I siculi teverini si distesero nel Lazio dopo il 
regno di Saturno, che l'autore ribassa d'epoca, e lo fissa verso 
i5o anni avanti la catastrofe troiana . Ora sei siculi teverini fu* 
rono una diramazione dei siculi piceni, pare ragionevole che 
questi pot ssero arrivare in Italia circa due secoli avanti 1' ec- 
cidio di Troia • e se i siculi piceni furono d' altra gente clie 
i teverini, anche in questo caso congettura V autore , che circa 
due secoli prima dell' incendio troiano , si accampassero nel Pi- 
ceno. Ma in qual' epoca della dominazione picenica dei siculi 
sorse A.»»ci)na ? Ei^li è <^erto che Numana fu costruita avanti a 
questa, e forse n n f ù la prima ciUà da essi fjndata, se si 
considera il viaggio che tennero i siculi propagandosi dalla Peu- 
cezia verso il Pieno. Ancona adunque fu probabilmente costruita 
Terso i tempi d Italo o poco avanti, cioè circn un secolo al 
•più prima della cadìita di Troia; e ciò deve bastare allo splen- 
dore della sua origine . 

Tale è il soggetto trattato dal sig. Canonico Baluffi . Noi 
ci asterremo da ogni giudizio sul fondo delle questioni da esso 
agitate , il quale spetta solo ai sommi archeologi di proferire . 

A. R. 



OSSERVAZIONI 

METEOROLOGICHE 

FATTE NELL' OSSEnVATORIO XIMENIANO 
DELLESGUOLEPIEDIFIRENZE 

Alto sopra il libello del mare piedi 2o5. 
LUGLIO 1822. 



raiRSEiBittassessanssxiiK;! 



Ora 


W 
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•-< 


3 

a 

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Termometro 




3 
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Pluviome- 
tro 


Anemosco- 
pio 


Stato del cielo 


H 

3 
C 


3 
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poli* \m, 
7 mat. 28. 1,0 
mezzog. 28. 0,9 
1 1 sera 28. i,4 



20,4 

22,2 

22,7 


18I7 
2T,8 
21,3 


5^ 
^5 


1 
Gr.Tr. 

iPoìien. 
Se. Lev 


Sereiiiss. Calma ' 
Ser. con nuv. Ventic 
Bai Sereno. Venlic 


7 mat. 
i mcKzog. 
1 1 sera 


28. 1,5 
28. 1,5 
28. 1,6 

28. 1,6 
•28. 1,4 
28. 1,9 


20,9 

20,9 

23,1 

2 1,3 
22,6 

23,5 


19^1 

22,2 

21,8 

18,7 

22,2 


61 

70 


— — 


Os. Le. 
Pon. M 
Po.Lib 

Gr. 

Po.Lib 

Lib. 

Lev. 
Po. M. 

Lib. 


Sereno calig. Calma j 
Ser. con nuv. Calma! 
Ser. ragnato Ventic ! 


7 mat. 

V mezzocj. 
1 ^ 
; 1 1 sera 


58 
83 


Sereno, calig. Calma 
Ser. con nuv. Yenlic. 
Bel Sereno. Calma 

Ser. con neb. Calma 
Ser. con nuv. Calma 
Sereno. Calma 

Sereno calig. Calma 
Se. nu. all'orizVentic. 
^ ereno. Calma 

vSereno. calig. Calma 
Ser- con nuv. Calma 
Ser. ragnato. Calma 


7 mat. 
{. mezzog. 
1 1 sera 

7 mat. 
5 mezzoi:?. 
1 1 sera 


28. 1,8 
28 2,0 
28. 2,1 


21,8 

22,7 

23,5 


19^» 
22,6 

21,8 


63 

68 




28. 1,8 
28. 1,5 
28. 1,6 


21,3 
23,1 

22,7 


!9,5 

23,1 
2 1,8 

20,4 

23,5 
22,2 

21,8 
23,6 
21,1 


60 




Tr. 

Ponen. 
Po.Lib 


7 mat. 

6 mezzog. 
1 1 sera 

7 mat. 

7 mezzog. 
1 1 sera 


28. 1,2 

28. 0,7 
28. 0,9 

28. 0,7 
28. 1,9 

28. 0,7 


22,2 

23,5 

22,2 


62 

70 

70 
Ho 


0,1 5 


Se. Lev 

Maest. 

Lib. 

Gr. Le. 

Lev. 

Lib. 


21,8 
23, r 

23,1 


0,17 


Nuvoloso. Cabna 

Ser. con nuv. Ventii\ 

Ser. ragnato Calma 




»><<WftMn«U(»MlU^JtSS^ 



9s 

5 



Ora 



o 
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1 


o 



Stato del cielo 



7 mat. 
mezzog. 
1 1 sera 

7 mat. 

mezzog. 

1 1 se?:a 



28. 
28. 

27. 

27. 
27. 
28. 



0,4 
0,0 

11,8 



/ 1,5 

11,5 

0,6 













2 2', 2 


22,2 






Lev. 


.2 1,8 


21, ^ 


.74 


^69 


Gr. 


i9v'^ 


'9'5 

18,2 


83 


0,38 
0,66 


Gr.Le. 


i9jI 


80 


Os.Lilj 


20,0 


20,0 


78 


0,34 


Poneu. 


■8,7 


17,3 


86 




Gr. 



Sp. di nuY. Calma 
Ser. con nuv. Calma 
Nuvoloso. Vento 



Nuvoloso. 



Ventic, 
Vento 
Ser. con nuv. Calma 



Pioggia 



IO 



7 mat. 
mezzog. 
1 1 sera 



1 1 



7 mat. 
mezzog. 
1 1 sera 



28. 
28. 
28. 

28; 
28. 
28. 



0,6 
0,8 
1,2 



1,2 

1,3 
0,9 



18,7 

20,0 
20.0 

19^1 

20,8 

20,9 


17,3 
20,4 

20,0 

~T8,6 
20,9 
20,4 


68 

75 

75 
80 


■ 


Tr. 

Tr. M. 
Tr. 


Lev. 
Lib. 
Lib. 



Ser. con neb. Calma 
Ser. con nuv. Ventic. 
Sereno. Ventic. 

Sereno. Ventic. 

Ser con nuv: Vcnlic. 
Sereno. Calma 



12 



li 



Mi 



i5 



7 mat. 
mezzo2[. 
1 1 sqra 

7 mat. 
mezzog. 
1 1 sera 

7 mat. 
mezzog. 
1 1 sera 



7 mat. 
mezzog. 
1 1 sera 



7 mat. 
16 mezzog. 
1 1 sera 

7 mat. 
mezzog. 
1 1 sera 



28. 

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27. 
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18 



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7 mat. 
mezzog. 
1 1 sera 



27. 
28. 
28. 



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9^5 
0,0 



0,1 
0,5 
1,0 



1,0 

0^7 
1,3 



0,6 
0,0 
0,4 



0,2 

0,4 

T,8 



0,8 
0,2 
0,3 



7 mjit. 
rnezzos:. 
1 1 sera 



28. 
28. 

27. 



0,1 

1 1,6 
II, I 



20,4 j 
21,2 

21,3 

2.' ,3 

21,7 

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19,6 

19,1 
20,4 
21,3 



19r-> 
22,2 

20,9 



20,0 

22,7 

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i^^9| 

20,0 

20,0 i 



20,0 

20,0 
19^5! 



18,2 
20,6 
20,0 

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18,2 
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19^9 
20,4 



19?» 
20,4 

21,8 



18,2 
20,4 

^,7 

18,7 

20,4 
20,0 



2 1.3: 
21,8 



eQ\ 



651 

70 



0,26 




Ser. con neb. Cnlma ) 
Nuvoloso Vento 

Nuvoli rotti. Ventici 



Nebbioso. 
Nuvoloso. 
Sereno. 



Vento 
Vento 
Vento 



57 
^8' 

66! 

1^ 

881 
85 1 

70I 



Tr. [Sereno. Ventic. 

Maest. jSer con nuv. Ventici 
Lib. I Sereno. Ventici 



Se-Lev Sereno. Calma 

Po.Lib Ser. con nuv. Ventic. 
Lib. I Sereno. Calma 



iPo.Lib Minaccioso 
0,07 Po.M. 
0,35 Os.Lib 



72 
80 



0;0I 



Tr. 

Maest. 

Lib. 



V^entic. 
Nuvoloso. Calma 
Ser. con neb. Ventic. 



80 

78 
80 



70 



Ostro 

Pon.M 

Lib. 



Ser. con neb. Ciiltna 

Nuvoloso. Calma 

Ser. con neb. Calma 

'Nebbioso. Calma 

Nebbioni. Calmfi 

Sereno. Calma 



Tr.Gr.i Sereno. Calma 

Tr* j Sereno. Veniic. 

Lib. 'Nebbioso. VeiUic. 

KmmmamtOBmsàam 




Terinom. 


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o 



Stato del Cielo 



20,9 
21,8 
21,8 

20,0 
21,7 
21,8 



20,9 
21,8 
20,9 



20j0 
20,5 

2o,9i 



66 



75 



Gr. Tr. 
Ponen. 
Po.Lib 

Òs.Le. 
Ponen. 
Scir. 



Ser. con tieb. 
Ser. con nuv. 
Sereno. 



Ventic. 

Vento 

Calma 



Sereno, ragn. 

Sereno. 

Sereno. 



22 



23 



7 mat. 

mezzog. 

1 1 sera 

7 mat. 

mezzog. 

1 1 sera 



28. 

28. 
28. 

2a 
28. 
28. 



o,j 

0,4 
1,0 



0,6 

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1,0 



21,3 
20,9 

20,0 


21,3 

21,7 

20,0 
20^0 

21,3 

20,9 


80 

68 
80 

80 

70 
80 




Po. Libi 
Po. Libi 

Lib. 1 


20,0 

20,9 
19,5 


Scir. 

Ponen. 

Lib. 



Sereno neb. 

Nuvoloso 

Sereno. 



Ser. con neb. 
^<iiv. con nuv. 
Sereno. 



Calma 
Calma 
Calma 

Calma 

Yentic, 

Vento 

Cu Ima 
Veiìtic, 
esilila • 



24, 

25 



7 mat. 

mezzog. 

1 1 sera 

7 mat. 

mezzog. 

I i sera 



28. 
28. 
28. 

28. 
28. 



1,0 

o?9 

I59 



i4 
i4 
1,4 



»9^ 
20,9 

21,8 



19,5 

22,2 
21,8 



*9?5 
21,3 
21,8 


70 
80 




i9>5 

23,1 
23,1 


6^ 
61 





Scir. 
Tr. ftf. 
Ponen. 

Scir. j 
Po.Lib 
Lib. 1 



Ser. con ntb. 
Ser. con nuv. 
Sereno. 



Calma 

Vt-nlic. 

Calma 



Sereno. 
Se reni ss. 
Sereno. 



Calma 
Calma 
Calma 



26 



27 



7 mat. 
mezzog. 
1 1 sera 

7 mat. 

mezzog. 

1 1 sera 



28. 
28. 

27. 
27. 
28. 



0,3 
0,6 

11,4 



11,4 
11,4 

<^?9 



19^5 

22,7 
22,2 

21,3 

23,5 

23,1 



19,5 

23,1 

23,5 



21,3 

24,0 

23,1 



61 

6^ 



72 
70 



Ser. C;ilig. 



Scir. 
Lev. 

Sc.Lev Nebbioso. 



'ò- 



Scir. {Nebbioso. 
Po. Libi Nuvoloso 
Lib. ! Sereno. 



Calma 
Calma 
'Ventic. 

Vento 
Vento 
Ventic. 



28 



29 



7 mat. 
mezzog. 
1 1 sera 

7 mat. 

mezzog. 

1 1 sera 



28. 
28. 
28^ 

28. 
28. 



0,1 
0,3 

0^7 



0,6 
0,4 
0,3 



21,8 

22,7 
22,2 



20,4 
21,8 

22,7 



21,8 
22,7 
20,1 



20,4 

21,8 
21,8 



68 
70 



67 
69 



Gr.Tr. 
Ponen. 
Lev. 

Lev. 

Maest. 

Scir. 



Ser. calig. Calma 
Ser. con. nuv. Ventò 
Sereno. Calma 



Sereno. 
Sereno- 
Sereniss. 



Calma 

Ventic. 

Ventic. 



3o 



7 mat. 

mezzog. 

1 1 sera 



28. 

I28. 
[28. 



0,3 
0,0 

0.9 



20,9 


20,9 






Tr.M. 


23,1 


23,5 


61 




Tr. 


24,0 


23,1 






Scir. 1 



Sereno- Cu Ima 

Sereno. Calma 

Ser. con neb. Ventic. 



01 



7 mat. 

mezzog. 

1 1 sera 



(28. 
27. 
28. 



0,0 


22/2 


22,2 


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' 21,8 


24,0 


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22,7 


20,0 



69 

no 



Kacaujtatasic^'aiAjHtwfir^a^ 



Ser. calii». Calma 
Ser. con nuv. Vento 
Ventic. 



Or. 
Po.L. 

Sc.Lcvi Sereniss. 



/ 



FENOMENI 

DI 
VARIO GENERE 



6 È piovuto verso le tre pomeridiane con qualche tuono, e con gran- 
dine. 

8 E piovuto dirottamemte dalle ore 9 ^f^ fino alle ore 9 ^^ della 

mattina, e in questo sì breve tempo il pluviometro ha reso un 
pollice e sei decimi d' acqua , fatto che non ha esempio fra noi. 
Le strade si sono in un momento allagate^ e T acqua è penetrata 
in alcune Chiese. * 

9 È piovuto e tuonato nella notte, e di nuovo nel corso del giorno. 
i3 È piovuto alle ore 4 pomeridiane, non senza qualche tuono. 

19 È piovuto verso le ore due pomeridiane. 

In questo mese il caldo ha seguitato ad essere eccessivo fino al di 
6, e di nuovo ha ripreso vigore verso il di 25* 






TIPOGRAFIA DI GIOVANNI SILVESTRI , in Milano, 

BIBLIOTECA SCELTA di opere italiane antiche, e moderne: divisa in sei 
classi formanti 200 volumi in 16 grande, carta sopraffina levigata , a cent, io 
ogni 16 pagine, coi ritratti degli autori, e legatura in brochure gratis per isoli 
associati* 

Dall'anno i8i3 a tutto il 1821 sono stati pubblicati centocinque volumi, 
dei quali si dà un separato Elenco; di molte opere sono esaurite le copie, ma 
li ristampano di mano in mano^ 

Si dà parimente una nota di tutte le edizioni di questa tipogr?»fia. 

In Gennajo , Ftbbrajo , Marzo ed /fprìla iS^a si sono pubblicati : 

Manuale dei proprietari e dei conduttori dei fondi Urbani e Rustici , degli 
Usufruttuari e degli Usari; redatto secondo i principi genera'i del codice civile uni- 
versale austriaco, con raodule , Compilato àà Antonio Ascona ^ in 8, lir. i- 5o. 

Notizie astronomiche adattate all' uso comune da Antonio Cannoli, In 16 
con rami , lir. 4. 00. 

Storia naturala di Bujfon, compendiata da C. S. B. M. ad uso della gio- 
ventù italiana, con 11 tavole rappresciitauii v<iri quadrupedi, rettili, pesci ed 
uccelli. Terza edizione riveduta. In 18 , con figure in nero, lir, 2. 3o, con fi- 
gure colorite, 3. 00. 

Voi. 99 della Biblioteca Scelta, che è il voi. p.® ed ultimo dell'opere 
complete di iT. Machiavelli y coli' indice generale delle cose notabili, compilato 
da Francesca Antolini, Queste opere costano lir. 40. 00. 

Voi. 106. della Biblioteca Scella, che è il Cortegiano dA Conte Baldas^ 
itar^ Castiglione, ccnun Indice delle materie, R.itrHtto dell' autore ec. lir. 4. 00. 

Viaggio in Valacchia e Moldavia , con osservazioni stoi^ithe , naturali e 
politiche. Un volume dell' eguale formato e carta della Bibliottca Scelta lir. 2 00. 

Voi. 107 al ii4 óeWa. Biblioteca Scelta, contenente una vpccolta dì lettere 
sulla piltara scultura ed architettura, scritte da' più celebri personaggi dei se- 
coli XV, XVI e XVII, pubblicata da M. G. Bottari, e continuata fino ai n^ìstri 
giorni da Stefano Ticoxzi. Volumi 1. IT. Ili, prezzo lir. io. 80 — Questi» rac- 
colta sarà compresa in otto volumi in 16 grande; carta sìpraffioa, levigntM e 
adornata d</l ritratto di M. Gicvnnni B-ttari. Se ne pubblicherà un volume al 
inese al prezzo di assoctcìzione, che è di cent, io ogni 16 pagine, dando gratis 
il Riiratto e la legatura in brochure: il prezzo sarà aumentato alla pubhlic<izione 
dell' ultimo volume. 

Vocabolario agronomlco-italìano compilato da G. B. Gagliardo, terza edi- 
£Ìone aumentata da 600 e più vocaboli dal doli. Giuseppe Chiappari, aggiutovi 
in fine l' indice de' vocaboli da non farsene uso, come non appartenenti che ai 
particolari dialetti d' Italia. Un volume in 8, prezzò lir. 2. 3o. 

Voi. ii5 e 116 dilla Biblioteca Scelta , Opera di Luigi Corretti — Lepro- 
se, tir. 3. 00 — 'Le prose scelte, lir. 1. 00 

Morale de fanciulli, o sia quaranta vecchi racconti dihttevoli ed istruttivi 
tduttati alla capacità de' piccoli fii;littoli df'll' uno e dell* altro seséo, Ttrza edi' 
iione di questa stamperia . In 18, ctntesinn Go. 



INDICE 

DELLE MATERIE 
CONTENUTE NEL PRESEIvTE QUADERNO 



jaosTo 1822. 



Lettere scritte d' Italia dal sig. Cbateauvicux al 



sig. Pictet. [conclusione) M. pag. 18 1 

Assunto primo della scienza del diritto naturale 

di G. Romagnosi. C.C. „ 202 

1\ apporto generale sullo slato agronomico , e 

politico della Scozia. Tartini Salvatici. ,, i\% 

Letteratura greca moderna. Discorsi preliminari 

del Corai. JE*. M. Ellenofilo. „ 206 

Sai danapalo ; i due Foscari ; Caino .* tragedie di 

Lord Byron, (Estratto dall'Edinburgh Revievv.) M. Leoni. „ 248 
Lettera al prof. Petritii contenente 1' esame chi- 
mico di un antico dipinto all'encausto. M. Rìdoljl. „ 2C)8 
Commentari dell' ateneo di Brescia per gli anni 

1818 e 1819 X. „ 3g6 

La Maga; di Teocrito. Versione dell' Ab. Borghi. „ 3ii 

Sulla pittura de^li anticlii. Discorso VIL del Prof. Petrini. „ 3 18 

Sopra una lezione del Furioso. Lampredi. ,, Say 

Olia Reatina. Rev. G. Arcangeli Isaja Ordinis 

Scholarum Piarum ec. „ „ 334 
Saggi sopra la Grazia, dell' Ah. de' Giorgi Bertola. JR. „ 336 
Sul ritratto di madonna Laura. „ „ 34» 
Lettera del sig. Riccardi di Oneglia all' Editore. „ 347 
Lettere inedite di Voltaire. M. Leoni» y,^ 347 
Lettera suir origine di Montalcino. „ 35i 
Lettera air Editore, di Carlo Calamandrei. „ 35a 
Dei Siculi e della fondazione d' Ancona del Ca- 
nonico Baiuffi. K. „ 354 
Tavole meteorologiche per il mese di Luglio. 




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ANTOLOGIA 



GIORNALE 



DI 



SCIENZE LETTERE E ARTI 



N. XXI. 



SETTEMBRE 



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FIRENZE 



AL GABINETTO SCIENTIFICO E LETTE rxÀRIO 



DELL EDITORE 



G. P. VIEUSSEUX 



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AVVISI BIBLIOGRAFICI 

Associazione al teatro scelto greco , e latino volgarizzato da cele! 
italiani Reggio, presso Fiaccadori al prezzo di cent. i6. ogni 24* P^S^ 
per gii associati . 

Avvertimenti morali polìtici , e religiosi presso il suddetto Fìàccadt 
1. volume al prezzo di lire 2. 25. carta fine, e lire i. ^5. carta comui 

Associazione al volgarizzamento (ielle vite de' santi Padri presso il si 
Fìaccadorì 8. volumi, il prezzo non eccederà franchi 24 per gli associs 

Fiorilegio poetico moderno , ossia scelta di poesie di settanta auti 
viventi, Milano dnlla società tipografica de' classici italiani due volumi in i 
prezzo iire 5. 5o. in caria comune , e lire 10 in carta velina legat. " 
quesf* opera è uscito alla luce il primo volume , nel quale si contengo 
le poesie dei seguenti autori. — Acqidstapace , Angeloni Luigi , Ang\, 
lesi Giovanni , Arici Cesare , Bandettini Teresa , Benedetti Francese 
Benzoni P^ittore, Bertolotti Davide, Bevilacqua Antonio ^ Bonajìni Fri 
Cesco, Borrirli Luigi./ Botta Carlo, Caleppio Trossardo , Carrer A. l 
Casarotti Ilario, Cesari Antonio, Corniani d* Algarotti L , Costa Pao 
Cristo/òri s (^de)G. B. , Dalmistro Angeli , Desniaretz C , Elei (Z 
Angelo, Forestieri Benedetti F , Foscolo L^'go , Gallo Agostino , GciicÀ 
G, Giusti Cas^. , Lampredi Urbano, Leoni Michele^ Leopardi Gìacort 
Lisca (^da), Longlii Giuseppe, Manzoni Alessaudro, Marchetti Giovan 
Martelli G. B. , Martinato Pietro, Missirini AI ci chi 01 e, Montani Giust 
pe, Monti Vincenzo j Mor eoli CjÌov anni, Mustoxidi Andrea, Mutinelli G» 

Dalla suddetta società tipografica è stato pubblicato il i"^. volume i 
spetliv.'ì mente dì una nuovo edizione in 8". grande delle seguenti opere. 

Opere scelte di Gaspero Gozzi volumi 5. prezzo lire 28. 92. 

La scienza della legislazione di Gaetano Filangieri con aggiunta è 
gli opuscoli scelti^ volumi G. prezzo lire 4. f>7- il volume. 

Opere scelte di Alessandro Vezzi volumi 2. lire 8. gS. 

Opere di Cesare Beccaria voltimi 2. lire 11. 



;«53tj;.-.- ->t-x-^.-~-',yf^;.^;;.^?-;^--p^ »-=-■■ .-r^-^,^-,. 



Associazione alla hihìio grafia storica Perugina , ossia catalogo 1 
gionato degli scrittori, che hanno illustrato la storia della città, e 
contado, delle persone, dei monumenti e delle lettere ec. Quesf' operel 
che verrà publdicata tosto che vi s.uà un concorso sufficiente di associ? 
è delle più. interessanti , poiché contiene una quantità di articoli rari e 
cose sini^olarissime e preziose per la loro novità e vaghezza . Perugia pres 
Badaci volumi i. in 8\ prezzo baj, 3. »72 il foglio. 9 

,, Belle arti ,, Si pubblicherà in Modena presso ì librnj Gemignm 
J^incenzi e camp, aa opera contenente i lavori in marmo del rinomato sci 
tore Antonio Begarelli disegnati , ed incisi dai professori Giuseppe Gai 
zardi e Ginìio Tomba bolognes/ , come pure molte celebrate pitture , e 
si trovano n<dla sala del palazzo di quella comunità , olire due mag nì( 
quadri , che si conservano nella galleria del palazzo ducale, ed altri fra! 

;,»ienti ec. Qaest opera sarà divisa in otto fascicoli al prezzo di lire 6. 

^^scìcolo , ognuno dei quali conterrà cinque fogli d^ incisioni, « due 
stampa per T intelligenza de^lì amatori . 



ANTOLOGIA 



N. XXL Settembre 1822. 



SCIENZE MORALI E POLITICHE. 

Viaggi d' Amerigo Vespucci^ con la vita , V elogio , 
e la dissertazione giustificativa di questo celebre 
navigatore, del Padre St^nisljo Caisìovai delle 
Scuole pie , pubblico professore di Mattematica . 
Opera postuma. Firenze, 181 7, 8.** pp. 392. 



(A.rtj estratto dal North-American Review N. xxxi. Aprile 1821.) 



E: 



ili' è a dir vero una circostanza degna di osservazio- 
ne, la quale fa onore a un tempo air Italia moderna, e 
serve ancora d' esempio , che , mentre l' Inghilterra, 
la Francia, e la Spagna, tre potenze che si partiron fra 
loro la maggior parte dell' America, debbono ai viaggi, 
ed alle scoperte d' italiani navigatori le lor possessioni 
aldilà dell'Atlantico, neppure una sola colonia sia 
«tata stabilita su questo continente, né un sol palmo 
di territorio acquistato dagli abitanti d'Italia. Colombo 
genovese di patria conquistò per la Spagna vasti dominj 
coloniali bastevoli a saziare la piiì avida ambizione ^ 
ma dai suoi travagli ni un altro personale vantaggio ri- 
trasse fuorché una sterile fama, e dopo essere stato cac- 
ciato da quel mondò che avea fatto conoscere agli 
Europei, mori fra le angustie della povertà^ e uell' al- 

T, FH. Sqttcmùrc :»/j. 



31^8 
triu disgrazia. Gabot veneziano viaggiando per conto 
deli' Ingiiiiterra, arricchì quella nazione d' un posses- 
so, la di cui vastità, ed importanza non giunse mentre 
che visse a calcolare. Verrazzani fiorentino andò esplo- 
rando questo paese a vantaggio della Francia , e qua 
veleggiando una seconda volta ad oggetto di stabilire 
una colonia, rimase preda dell' onde . Vespucci die il 
suo nome al nuovo mondo , ed in tal guisa rese la sua 
fama altrettanto durevole quanto lo stesso mondo di- 
scoperto, ma non per questo procurò alcun vantaggioso 
acquisto alla natia sua terra. E così per mala ventura 
a questa contrada divisa in piccoli stati, ed infiacchita 
da inteiìtine discordie accadde, che, mentre i di lei tìgli 
faticavano in altri paesi come estranei, ed esuli, ed im- 
piegavano la propria intrepidezza ^ e nautica abilità a 
profitto d'ingrati stranieri, mentre i di lei mercanti 
erano per cosi dire i procuratori , e i di lei marinai i 
piloti di tutta la terra , essa , che un tempo era stata 
r arbitra delle nazioni, non parti^cipò alla gloriosa bra- 
ma di dominare, che agitava il rimanente dell'Europa. 
Fra questi italiani , la di cui fama strettamente 
connettesi colla storia del nostro paese , non è certa- 
mente il meno celebre Amerigo Vespucci. Questo fa- 
moso navigatore, siane qualsivoglia la cagione, ebbe 
l'onore di dare il suo nome al nuovo mondo. Quand' 
anche non avesse meritata questa gloriosa preminenza, 
egli è ormai troppo lardi di riparare 1' ingiustizia, dac- 
ché r universal consenso degli uomini pel corso di tre 
secoli r ha sanzionata. E per quanto mal si possa tol- 
lerare da alcuni che sussista tuttora il nome del Ve- 
spucci, egli è impossibile di sostituir quello di Colom- 
bo. Le circostanze, che influirono perchè questa parte 
del globo fosse denoaiinala A.merica; presentano un 



interessante soggetto , a sviluppare il quale non e di 
lieve giovamento T opera cbe abbiamo avanti gii sguar- 
di. La controversia è ravvolta iii densa oscurità prin- 
cipalmente per difetto di autentici documenti, ma 
molto ancora pel calore ^ con cui è stata trattata: 
giaccbè Vespuccì vien imputato à' aver posti iu ope- 
ra i più vili artifizi onde privar Colombo del meri- 
tato onore, e d'altronde la causa del Vespucci fiì 
sostenuta più con zelo , che con diserezione da molti 
de' suoi concittadini, fra' quali il più recente, e distinto 
è il Padre Canovai . L' elogio e la dissertazione fu per 
la prima volta pubblicata nel 1778; ma poscia fu inte- 
ramente riveduta dall'autore, ed am pliala coU'aggiunta 
della vita _, e de' viaggi . Canovai appalesa molto inge- 
gno, erudizione, ed ingenuità, ma non esteso criterio; 
egli è assai prolisso, ridondante di digressioni^ e di re- 
petizioni; e ne' suoi ragionamenti ci pone in diffixlenza 
col dispiegare palesemente il carattere polemico di un 
campione . Noi abbiamo del pari esaminato una vita 
del Vespucci scritta da Bandi ni , (2) e pubblicata nel 
17 |5; un elogio composto dal Lastri, e dato alia luce 
nel 1787; e le Ricerche del Bartolozzi riguardanti le di 
lui scoperte edite nel 1789; tutte opere stampate iu 
Firenze. Dopo aver brevemente narrata la vita del 
Vespucci, esamineremo gli argomenti addotti da ambe- 
due i partiti, e ci sforzeremo di presentar lo slato della 
questione nel maggior lume per noi possibile . 

Il Bandini , il Lastri, e il Bartolozzi , ed anco la 
maggior parte di quei libri, che ci è occorso di osservare 



(2) Non è stato possibile di procurarci l'originale del Bisn- 
dini , ed al)biamo fatto uso dulia traduzione tedesca stigli pala 
in ;ìlinJ)urgo nel 174B. 



36o 
affine di sviluppare il nostro assunto, noi gli abbiamo 
trovati nel ricco deposito storico, cioè nella libreria 
dell'estinto professore C. D. Ebeling, che fu non ha 
guari donata alT università di Cambridge dalla munifi- 
cenza del sig. Thorndike di Boston. E noi di buon grado 
colghiamo questa opportunità per dire, che ben di rado 
ci e accaduto di esaminare oggetti connessi colla storia 
e colla geografia del nostro paese senza trarre gran par- 
tito dai rari, e pregevolissimi libri, che formano questa 
collezione. Noi siam d'avviso che in fatto di libri lati- 
ni, italiani , francesi , tedeschi ^ spagnoli , e portoghesi 
i qual) sien atti a sparger luce sulle nostre antichità na- 
zionali, ella non possa essere uguagliata da verun' altra 
in America. Questa biblioteca è di diritto assoluto del 
paese, alla di cui illustrazione è destinata: e siccome 
non vi sarebbe cosa più dolorosa, che il vederla dispersa 
alla morte del suo primo possessore, o trasferita in al- 
cuna biblioteca Eiiropea, cosi non possiamo a bastanza 
lodare lo spirito generoso, e veramente patriottico, per 
cui ella fu riscattata dalle mani degli stranieri, e depo- 
sitata in un luogo , ove essa può servire d' eccitamento 
ad ampliare le cognizioni liberali negli stati uniti . Noi 
siamo stati informati che allorquando fu comprata dal 
sig. Thorndike, il ministro annoverese si adoprò per 
farne acquisto per l'università di Gottinga, e il prus- 
siano per quella di Berlino .(v3) 



(3) Era nostro intendimento di enumerare alcuni dei libri 
rari di questa biblioteca, quìnquaginta annorum indefessa opera 
suinrno studio , maximeque impendio colicela ; ma ciò resta 
impossibile ad eseguirsi nelT anj^ustie d' una nota , qualora non 
si voglia dare una inadequata , e poco precisa idea del pregio 
della collezione. 



36i 

Amerigo Vespucci nacque in Fiorenza il 9 marzo 
l45i • Suo padre per nome Anastasio fu un uomo di 
scarse fortune^ benché di nobile stirpe^ e Bandini enu- 
mera molte persone distinte nella carriera civile, e let- 
teraria^ le quali appartennero alla di lui famiglia (4)' 
Amerigo fu educato da Giorgio Antonio Vespucci suo 
zio paterno, che fu un uomo dotto del secolo decimo- 
quinto , e merita di essere rammentato come precet- 
tore di Piero Soderini^ poscia Gonfaloniere di Firenze, 
ed intimo amico del celebre Marsilio Ficino. Nulla sì 
sa con certezza di ciò che riguarda la giovinezza di 
Amerigo: egli è nondimeno probabile^ attesa la nautica 
esperienza che susseguentemente appalesò , che egli 
fosse impiegato ne' traffici di marittimo commercio: 
ma circa all' anno 1492 allorché era in età di oltre a 
quaranta anni recossi in Spagna ad oggetto di dirigere 
mercantili intraprese per conto di Lorenzo di Pier 
Francesco de' Medici (5): e quivi è appunto ove il rac- 
conto della sue gesta comincia a destare un certo inte- 
resse . Vespucci dimorava in Siviglia allorquando Co- 
lombo ritornò dal suo primo viaggio con sì brillante 
successo ; ed essendo noiato delle vicissitudini del 
commercio 5 come egli stesso s' esprime, si determinò 
di appagare la propria curiosità colF intraprendere un 
viaggio alle nuove isole neir occidente scoperte ((>) . 



(4) Bandini Vita , e lettere di Amerigo Vespucci , G. tr« 
p. j. et seqq. 

(5) Bartolozzi , Ricerche Istorico-critiolie , p. 79. 

(6) Canovai pretende p. 221. (e il nostro Piircìins dice lo 
Stesso, Pilgrimnge , p. 718.) dif?tro F autori! à della Cosrno^ra- 
flu del Miinstero , p. 1108, rhe Vespucci accompnjijs'assc Co- 
lombo nel suo secondo viaggio nel i:\c)'j; iì;;\ Vespurci stesso 
Lhiaiaineiite induce" il contrai io <:o! suo sikn/.lo ; ed anco si ri*- 



\nr, 



002 

Clic tosto se gli presentasse favorevole congiuntura per 
dare esecuzione a ([uesto disegno, e ne profittasse, è un 
articolo non posto in disputa neppur da veruno di quelli 
che negano che egli sia stato il discuopritor dell' Ame- 
rica; ma la data di questo primo viaggio^ il nome di 
coloro che lo accompagnarono, e la sua stazione sono 
circostanze di molta incertezza . Coloro, che sostengono 
la gloria del Vcspucci asseriscono , che egli fu de- 
stinato come uno de' principali piloti , o direttori delle 
c[uatlro navi spedite a continuar le sco[)erte incomin- 
ciate da Colombo ; che egli fece vela da Cadice con 
questa flotta il io maggio i497? ^ ^" trentasette giorni 
discuoprì il continente vicino all' imboccatura del liu- 
nie Orenoco; e che perciò Vespucci dee esser riguardato 
come il primo discuopritore del continente d' America, 
giacché Colombo non scoperse il continente se non nel 
luglio 149^- Ma tutte queste asserzioni sono interamen- 
te negate da coloro che favoriscono le parti di Colombo. 
Appena gli Spagnoli , continuano gli oppositori ^ 
scorsero un lido^ \i spedirono un battello ad esaminar- 
lo, e videro molti selvaggi nudi, i quali al loro avvici- 
narsi si dierono alla fuga. Costeggiarono essi lungo la 
dilezione nord-ovest , e in due giorni giunsero ad un 
buon porto, ove sbarcarono , e tentarono di persuadere 
agli indigeni che coronavano il lido ad accettare campa* 
nelli, cristalli, ed altre bagattelle, ma con poco succes- 
so. La mattina seguente però i selvaggi tornarono di 



leva (Ini passo di una lettera al Soclerini, ed. Canovai, p. 28. 
Mi disposi , egli dice , dì andare a vedere questa parte del 
viondo e le sue juarai'iglie . E a questo ini si offerse tempo , 
e lanino molto opportuno : che fu ec. E quindi imprende a de- 
scrivere ii suo viiigi^iu nel 1497. 



363 
nuovo sul lido colle loro mogli , e figli , e gettandosi a 
nuoto verso i battelli ^ esternarono agli stranieri non 
lieve contìdenza . Vengono essi descritti come affatto 
nudi^ di una mezzana ma ben proporzionata statura, i 
loro corpi di un color rossiecio^ e privi di capelli, fuor- 
ché sulla testa ove erano lunghi , e neri . Erano essi 
prestissimi al corso , e nel nuotare assai sperimentati. 
Sovente si faceano fra loro la guerra per motivo di al^ 
cun piccolo feudo che per eredità passava di padre in 
figlio, adoperando per armi archi e freccie, o giavelotti^ 
ma combattendo senza veruna regolarità, o sistema. 
Non scorgevasi fra loro monarca, né governo fìsso ; ed 
allorquando trattavasi di prendere una qualche risoluzio- 
ne che esigesse V unanime consenso, un uomo provetto 
recavasi di famiglia in famiglia per persuaderle ad u- 
nirsi in un medesimo scopo. Grandissima iookre era 
la varietà de' linguaggi, cosi che parca quasi ad ogni 
cento leghe di trovarne uno nuovo; per altro parlavan 
poco, ed a voce dimessa. Non aveano ore determinate 
per cibarsi; ogniqualvolta però la fame gli stimolava, 
prendevano nutrimento giaciuti sulla imda terra. Il lo- 
ro cibo non consisteva in sostanze animali, contenti di 
vivere di radiche di cassada . Conica era la forma delle 
loro abitazioni fatte di travi coperte di fuglie di palma; 
talora costruivansi tanto vaste da contenere anco seicen- 
to individui . Ogni sette, o otto anni cambiavano di di- 
mora, reputando usanza non salutifera il rimanersi di 
troppo in uno stesso luogo . Le uniche loro ricchezze con- 
sistevano in addobbi di piume, e in vezzi di spine di pesce 
frammiste a bacche di color bianco, o verde : scarso, o 
nullo era il loro commercio interno; e non tenevano ia 
alcun conto V oro, e le gemme , che produceva il paese» 
Non scuoprivasi fra loro alcuii seguo di religifìue, nun 



templi ^ non ìdoli . Nelle infermità adoperavano essi uno 
scarso numero di semplici medicine: quando un parente 
inferma vasi a segno da escludere ogni speranza di gua- 
rigione, o era oppresso dagli anni, lo abbandonavano 
nelle selve; e dopo le funebri cerimonie seppellivano il 
cadavere ponendo nella tomba cibi, e bevande, ma sen- 
za prorompepe in clamorosi lai. 

Dopo essersi quivi trattenuti finché non ebbero 
presa sufficiente notizia del paese , Vespucci e i suoi 
compagni si posero nuovamente in corso verso nord o- 
vest, finché non giunsero al luogo poscia chiamato Ve- 
nezuela, attesa la sua somiglianza colla città di Venezia. 
Il villaggio composto di quaranta quattro vaste abita- 
zioni a forma di campanili era fabbricato sopra dei 
Alassi in mezzo ad un lago , connessi fra loro con dei 
ponti levatoi, che gli abitanti alzarono tostochè scorse- 
ro gli Spagnoli. Alcuni di loro azzardarono di approssi- 
marsi alle navi in delle barchette formate di tronchi 
à' albero incavati, e dopo avere per breve tempo guar- 
dato fissamente le navi, con celerità tornarono a guado 
verso la spiaggia, e fuggirono sulle montagne. Pure to- 
sto ricomparvero seco recando sedici fanciulle, ed ester- 
narono il desiderio di andare a bordo delle navi ; ma 
un gran numero di donne all' improvviso corsero alla 
spiaggia, gridando, e strappandosi il crine, per lo che i 
selvaggi incominciarono a scoccare le loro frecce contro 
le navi , ed obbligarono gli Spagnoli a risponder loro 
colle armi da fuoco . 

Vespucci quindi s' avanzò veleggiando per ottanta 
leghe lungo la costa, sbarcando alla congiuntura, e final- 
mente entrando in un difeso porto ^ ove gli Spagnoli 
furono accolti amichevolmente, ed invitati a portarsi 
sul lido^ e per pochi giorni si trattennero cogli abitanti. 



36^ 
In conseguenza dell'invito, venti spagnoli si lasciarono 
condurre ad una qualche distanza nel paese , e vi im- 
piegarono nove giorni , essendo trattati colla maggiore 
ospitalità y e riguardati come esseri di una natura a loro 
superiore . Gli Spagnoli furon sorpresi da maraviglia in 
vedere la stupenda fertilità del paese trascorso, vestito di 
perpetua verzura, e ricco di lussureggianti foreste abita- 
te da innumerevoli famiglie d'augelli coperti delle più 
belle piume, e dotati della più sonora voce. 11 paese 
pareva assai popolato, «ed una gran moltitudine facea 
loro corona per ammirare il vestiario, la costituzione, 
e le navi degli Europei, dai quali si lasciarono battez- 
zare secondo il rito della Cattolica Chiesa . 

Vespucci continuò a costeggiare pel corso di varie 
centinaia di leghe, finché non giunse ad un porto il più 
bello fra quelli , che avea antecedentemente veduti. 
Erano ormai trascorsi trenta mesi dal giorno della sua 
partenza; le provvisioni cominciavano a scarseggiare, e 
l'equipaggio a lagnarsi. Laonde si racconciarono le na- 
vi, e si attese a prepararsi al ritorno. I selvaggi assiste- 
rono gli Spagnoli , gli somministrarono di buon grado 
le provvisioni domandando in ricompensa di essere so- 
stenuti in un attacco contro certi isolani circonvicini 
con i quali erano in guerra. Gii Spagnoli vi acconsen- 
tirono , dopo aver atteso per un intiero mese a raccon- 
ciar le navi , e quindi giusta la promessa seguirono le 
barche de' selvaggi ad una delle isole Garibee (7), i di 
cui abitanti essi attaccarono in modo strano bruciando 
i loro villaggi, uccidendo molti di loro, e seco recando- 
ne in Spagna dugentociuquanta . 



(7) E incerto quale sia quest' isola ; Vespucci la cliiaiuu 
Ity ; ma pou seaibra essere stata T Hispaniolu . 



366 

Il Vespucci essendo riloriìato da questo viaggio 
colmo di gloria iiell' ottobre i^^S. ebbe dal Re nel sus-» 
seguente maggio il comando di tre caravelle, per intra- 
prendere un altro viaggio ad oggetto di far nuove sco- 
perte . In questo viaggio, in cui impiegò circa a un anno 
egli andò esplorando la costa che in parte riman sotto e in 
parte vicino all' equatore , dal punto che ora chiamasi 
capo S. Rocco fino al fiume Orellana . Questo viaggio 
non fu contraddistinto che da poche avventure interes- 
santi , ed i selvaggi mostrarono ton carattere somiglian- 
tissimo a quello dei già descritti nel precedente. Il 
Vespucci comprò da loro una gran quantità di perle, che 
essi di buon grado cambiavano con degli oggetti Euro- 
pei di quasi nessun valore . 

Al suo secondo ritorno in Siviglia nel giugno del 
i5oo, egli fu invitato da Emaimele re di Portogallo ad 
entrare al di lui servigio: al che alla perfine acconsenti 
quantunque sembri che tuttora continuasse ad esser te- 
nuto in gran conto dal re di Spagna. Egli parti da Li- 
sbona con tre navi il i5 di maggio del i5oi ed avendo 
percorse le coste delT Affrica fino al Capo Verde, poscia 
attraversò l'Atlantico^ e dopo un tempestoso passaggio 
di novantasette giorni approdò nella latitudine di 5.' S. 
e seguì le tortuose tracce di presso che tutta T estensio- 
ne dell'America meridionale. Alcuni hanno pensato che 
questo fosse il primo discuoprimento del Brasile; altri 
vogliono che sia stato eseguito da Vincenzio Yanez 
Pinzon; ma Ioam de Barros , Gasthaneda, ed Onorio 
convengono nell' attribuirne la scoperta a Pedro Alvares 
Cabrai ammiraglio Portoghese, il quale dal vento era 
slato spinto in America l'anno precedejite, mentre egli 
tentava di veleggiare intorno al Capo di Buona Speranza^ 
ed avea preso formalmente possesso del paese in nome del 



36y 
suo sovrano, chiaiiiandolo Santa Croce (8). Herrera asse» 
risce .che il Vespiicci era allora con Alfonso de Ojeda , 
di che in seguilo parleremo , nel golfo di Darien ( 9 ) j 
ma siccome il P. Martyr storico contemporaneo d'in- 
dubitata verità , dichiara che il Vespncci avea viaggia- 
to molti gradi al sud della linea al servigio del Porto- 
gallo (io); siccome Rocha Pitta ^ Barlaeus, G. Giuseppe^ 
Lafitau, Southey, ed altri storici dicono lo stesso (11)^ 
sebbene non tutti convengono circa alla data di questo 
viaggio; e siccome Gomara scrittore Spagnolo espressa- 
mente sostiene che il Vespucci fu da Emanuele incari- 
cato di un viaggio per fiire scoperte nel i5oi (»^) ; — - 
sembra fuori di dubbio che un tal viaggio in quelT e- 
poca sia stato veramente da lui eseguito. 

Per proseguire adunque il racconto che abbiamo 
incominciato di questo viaggio,» — tostochè il Vespucci 
giunse alle viste di paese, spedi un battello al lido per 
procurarsi rinfreschi, poiché i marinari erano spossati, 
e le loro provvisioni quasi consunte, attesa la lunghez- 
za del loro viai^crio. Una turma di nudi seivasftii si era 
radunata sulla sommità d'una montagna, che parevano 

(8)1. eie Barros , Da Asia, 1, p. 14 e 388; Castanheda, 
Hist. do DiscoLrimento e Conquisla da India, 1. i. e. 3o, 3t ; 
Osorio, Da Vida e Foitos d'ElPvei D. Manoel, t. i, p. 1^1. 

( 9 ) Hist il iii de los lIcH^hos de los Castellaiios, d. i, 1. 4* e lì, 

(10) P. IMartyr ab Aiiylcria , Ocean. Decad. ii^ 1. io, p. 199. 

(i i) llocha Pitta, Hist. da America Portugueza , p. 54, Bar-- 
laeus 5 Ptes gestac in Brasilia eie. 12.» 1G60 p. 24; G. Giuseppa 
di S. Teresa, Istor. delle guerre del Brasile pt. i, p. 7; Lalilan.. 
Histoire des Decouvertes des Portugais , t. iv. p. 116; Southey's 
Hist. of Brazil ; v. i. p. i4- Vedi anco la Collezione de' viaggi 
fatti dai Portoghesi, e dai^li Spagnoli, p. 32i. 

(12) Gomura , Histofia de Jas Indias , e. io3. in Barrii*'.- 
Historiadorcs . 



368 
guardare attenlamenle, e con iiìaraviglia le navi ^ tua 
non potevano indursi per qualsivoglia segno di amicizia 
a dej3orre il loro timore, e ad accostarsi ai Portoghesi. 
Furon lasciate sul lido delle bagattelle per cattivarsi i 
selvaggi, le quali, appena gli stranieri si furono ritirati, 
venner raccolte colle dimostrazioni della più gran ma- 
raviglia. Nel giorno appresso i selvaggi nuovamente si 
adunarono, e in ogni parte accesero fuochi; ma si man- 
tenevano tuttora paurosi , ed evitavano gli Europei. Per 
la qual cosa due de' marinai si esibirono di andar dietro 
ai selvaggi ed assicurarsi se essi possedessero oro,o dro- 
ghe preziose: lo che fu loro concesso, con rigoroso co- 
mando di ritornare dopo cinque giorni . Trascorsa per 
altro una settimana senza saper novella de' marinai , i 
Portoghesi sbarcarono , avendo osservato che i nativi 
aveano seco condotto le loro donne^ e pareano bramosi 
di confabulare per loro mezzo; ma quando iPortogliesi 
é»' accorsero che le donne si avanzavano con un certo 
ribrezzo , decisero di tornare ai loro battelli, ed invia- 
rono un solo della loro compagnia, giovane dotato di 
molta forza , e attività. Allorché le donne si furono rac- 
colte intorno a lui, e palpa vanlò col solito stupore, un' 
altra donna discese dalla montagna colla mano armata 
di un grosso palo, e gli die un colpo sì violento , che 
egli sul momento cadde a terra tramortilo ; poscia il 
rimanente lo alferrarono per i piedi, e lo trascinarono 
verso la montagna. In seguito i selvaggi si distesero in 
corpo sul lido, e scaricarono le loro freccie contro i bat- 
telli , ma furono ben presto dispersi dal fuoco di quattro 
pezzi d' artiglieria. Le donne allora accesero un gran 
fuoco , al quale arrostirono il corpo del Portoghese ; ed 
in breve tempo lo fecero in pezzi strappando la carne 
coi loro denti , e divorandola con feroce compiacenza , 



36() 
non senza minacciar congesti di far lo stesso de' corpi 
degli altri prigionieri. I Portoghesi furono sì fortemente 
inaspriti da quest' orrida vista , che quaranta di loro 
mostrarono ardimento di andare sul lido a vendicare 
la morte del loro concittadino j ma furono impediti dal 
comandante della flotta. 

Partirono essi immediatamente da questo luogo 
volgendosi per qualche tempo verso il sud-est finché non 
giunsero ad un capo, il di cui lido estendevasi in una 
direzione meridionale^ tosto subito sbarcarono, e trova- 
rono gli abitanti di un carattere tranquillo, e piacevole, 
tre de' quali consentiron perfino di abbandonare il pro- 
pio paese , per gire in Portogallo . Essi andarono costeg- 
giando lungo una tal direzione pel corso di varie cen- 
tinaia di leghe, ovunque accolti favorevolmente dai 
selvaggi, il di cui aspetto, e costumi erano del tutto 
somiglianti a quelli descritti nel precedente viaggio, se 
non che in questi le guance, le narici , le labbra , e le 
orecchie vedeansi in più luoghi largamente traforate, 
d'onde erano stati introdotti de' pendenti di pietre le- 
vigate, delle ossa tersissime, e de' vezzi di bacche, che 
davano ai loro volti un aspetto spaventevole . La totale 
estensione della contrada era deliziosa, ed il clima tem- 
perato : valli, e montagne formavano un bel contrasto, 
innumerevoli correnti la intersecavano, e foreste foltis- 
sime vesti Vania . I portoghesi vi scorsero molte perle, e 
pietre preziose ; e quantunque non ritrovassero oro che 
in- piccola quantità , i selvaggi nondimeno universal- 
mente assicurarono che vi si trovava in grande abbon- 
danza . Il suolo produceva senza cultura le più belle 
poma ; e gli alberi iJpargevan,o una fragranza cosi soa- 
ve^ e distillavano gomme così dolci , che i Portoghesi 
giudicarono che niun clima poteva esser più salubre di 



3^0 
quello . La fertilità del terreno ^ la temperatura dell' a* 
ria^ e la bellezza delle naturali produzioni del Brasile 
fecero maggiore impressione sull' animo del Vespucci , 
di quella provata in qualunqu' altro luogo, che egli avea 
veduto negli antecedenti viaggi ; ed esclamò che se so« 
pra la terra vi dovesse essere un paradiso , questo cer- 
tamente sarebbe nelle magnifiche regioni d' occidente. 
Siccome in questo viaggio s' inoltrò molto al sud del- 
l' equatore , ebbe la sodisfazione di osservare parecchie 
costellazioni che non si scorgono in Europa^ ed egli fa 
particolar menzione delle quattro brillanti stelle del 
meridionale emisfero^ che formano la Croce del sud 
descritta con estro quasi profetico ne' celebri versi di 
Dante : 

Io mi volsi a man destra^ e posi mente 
All' altro polo : e vidi quattro stelle 
Non viste mai ^ fuor eh' alla prima gente. 
Goder purea V del di lor fiammelle . 
O settentrional vedovo sito ^ 
Poi che privato se' di mirar quelle ! 
Dopo aver fatte le provvisioni per sei mesi, i Por- 
toghesi abbandonarono quella costa, e si diressero verso 
il sud finche non giunsero alla latitudine di Su'* S. ove 
suscitossi una furibonda tempesta, che nuovamente gli 
respinse a terra ; ma non discuoprendo verun porto, nò 
su quella fredda , ed inospitale spiaggia scorgendo ve- 
run abitante, si risolsero di far ritorno. Giunti a Ser- 
ra Leona sulle coste dell' AfiVica, bruciarono una delle 
loro navi che erasi ridotta inservibile, e nel settembre 
i5o2 arrivarono felicemente a Lisbona . Se la stagione 
fosse stata favorevole, non vi è dubbio che il Vespucci 
avrebbe guadagnato l'oceano pacifico: poiché si lusin- 
gava che vi fosse un passaggio pel sud-ovest^ ed avreh- 



371 

he mediaìite una tale scoperta ^ anticipato al proprio 
paese un gran benefizio^ ed un accrescimento alla pro- 
pria fama;, che sarebbe riuscito di consolazione , e di 
gloria alla sua imminente vecchiezza .(i 3) 

In conseguenza di tal supposizione il Vespucci fu 
incaricato di un altro viaggio da Emanuele , in cui egli 
ebbe il comando di una nave e Gonzalo Goelho quello di 
tutta la squadra (i 4) consistente in sei navi fornite abon- 
devolmente di qualunque cosa, che potesse occorrere in 
una lunga spedizione. L"'oggetto del viaggio era di cercare 
risola di iMalacca nell'Indie orientali reputata Temporio, 
e il magazzino del commercio d'oriente . Goelho che al- 
l' ignoranza univa V ostinazione persistè a trattenersi a 
Serra Leona senza verun motivo, anzi contro il parere 
degli altri Gapitani; per lo che furono sbalzati dalla costa 
del r Affrica da un violento sofiio divento gagliardo. 
Il primo paese, in cui s' imbatterono fu una piccola 
isola, vicino ai di cui scogli ruppe Goelho, e il suo va- 
scello, il migliore della squadra^ fece naufragio, comep- 
pure tutti gli oggetti che erano a bordo ^ eccettuato l'e- 



(i3) Mentre dunque io anelerò in Levante, facendo il viag- 
gio per mezzogiorno , navigerò per ostro , e giunto che sarò là, 
io farò molte cose a laude , e gloria di Dio , a utilità della 
patria, a perpetua memoria del mio nome, e principalmente a 
onore, e alleviamento della mia vecchiezza , la quale è già 
quasi venuta. Lettera seconda a Lorenzo de' Medici, ed. Cano- 
vai p. 99' 

(i4) Il Vespucci non ci dice il nome di colui, che avea il 
supremo comando ; ma si sa bene che Goelho fece un viaggio 
che coincide precisamente con questo e nel tempo , e nelle 
circostiinze. Southey' s Hystory of Brazil, v. i. p. 20. G. Giu- 
.seppe, Ist. delle guerre del Brasile , p. i. p. 8; Rocca Pitta , 
Hist. da America Portui^heza, p. 54; Osorio; Da Vida e Fei- 
tos d'Ei Kei D- Manoel, t. i. p. 189 



3yiÈ 
quipaggio, andarono miseramente a perire, Coellio ordinò 
al Yespucci di aggirarsi intorno all'isola per ritrovare un 
porto; ma dopo che egli l'ebbe trovato, e vi si fu tratte- 
nuto con grande ansietà per otto giorni senza veder la 
flotta , ei vide infine comparire una delle navi , da cui 
seppe che le altre si erano di già inoltrate nel loro viag- 
gio. Laonde il Vespucci riprese il suo corso con questa 
nave nella speranza di raggiunger le compagne, e dopo 
qualche tempo entrò in un porto del Brasile , a cui die 
il nome , che tuttora ritiene , di Baia di Tutti i Santi . 
Egli quivi si ristette pel corso di due mesi lusingandosi, 
ma invano, di rivedere i compagni; poscia fece vela 
verso il sud, entrò in un altro porto nella latitudine di 
*i8 S. ove rimase per cinque mesi. Egli fabbricò un 
forte , e lasciò ventiquattro uomini di guarnigione prov- 
visti di munizioni per sei mesi ; e questo fu il primo 
stabilimento Europeo eretto nel Brasile. Arrivò a Lis- 
bona nel giugno i5o4. con un carico di legname del 
Brasile, scimie e pappagalli , e fu accolto con somma 
gioja, poiché i suoi amici avean perduta ogni speranza 
del suo ritorno. Il Vespucci attribuisce la perdita delle 
altre quattro navi alT imprudenza di Goelho, che fu pu- 
nito da Dio, egli dice, della sua prosuntuosa stoltezza . 
Sembra che il Vespucci allora si dimettesse dal 
servizio del Portogallo, poiché Herrera (i5) afferma che 
nel i5o7. essendo alla corte di Ferdinando, fu scelto dal 
Pie per preparare in Siviglia le carte , per dirigere il 
corso delle navi, ed esaminare i piloti, coir annua prov- 
visione di 'ySooo mara^edis, e col titolo di supremo pi- 
loto. Questo racconto vien confermato daMunoz (i6)il 



(i5) Historia Goneral , d. i, l. 7. e. i. 

(i(iy Hisluria dei nuevo mondo, prol. p. i4« 



quale parimente cletermlna l'epoca della sua morte^ su 
cui per r avanti vi era disputa (17) lìssandola al 23. 
febbraio io 12 , un poco più di quattro anni dopo il suo 
impiego. La sua vedova Maria Cerezo, secondo lo stesso 
storico^ ricevette un'annua pensione di loy^oo marave- 
dis . Questi pochi liuti sconnessi sono tutti quelli > dia 
son pervenuti sino a noi per rapporto alla vita del Ye- 
spucci . Nui sappiamo dal P. Martyr (18) che il suo ni- 
pote Giovanni Vespucci , ereditò la sua perizia nel na- 
vigare. Per quanto divisi esser possano gli eruditi per 
rispetto alle scoperte del Vespucci , ninno de' suoi ne- 
niici j non jesclusi coloro , che lo hanno accusato della 
più vile doppiezza , gli potetter negare il merito di p^sì^ì^v^ 
superiore ai più de' suoi contemporanei nelle cognizioni 
della pratica astronomia , della geografia , e di tutte le- 
scienze nautiche . 

Dopo avere in tal guisa riferiti i principali avveni» 
menti della vita del Vespucci, ci tratterremo ad esami- 
nare la discussione relativa alle sue scoperte . La più 
interessaiftte questione^ come abbiamo accennato, riguar- 
da il suo primo viaggio; quale ne sia l'epoca, quale il 
posto che occupava nella sqiiadra , e chi fòssero i suoi 
compagni . La notizia di un tal viaggio si desume inte- 
ramente dalla narrazione del medesimo Vespucci, con- 
tenuta in tre lettere da lui scritte al suo protettore Lo- 
renze di Pier Francesco de' Medici , ed in un' altra a 
Piero Soderini. Delle tre lettere dirette a Lorenzo dei 
Medici la più antica scritta subito dopo il suo ritorno 
dal suo secondo viaggio , di cui dà un ragguaglio , fu 



(ry) Bartolozzi, Ricerche p. 4^ • Bandini, Vita, e lcLtrr« 
G. ir. p. iiS; Cmovai, p. i56. 

(18) Ocean. Discucì, ii, 1. 7. e iil, I. 5. 
T. f^ll. Settembre '?S 



hi 

per la prhna volta pulìbìicata dal Bruirli ni chela estras- 
5e da un iiiauoscrilLo cuuservatu in Firenze (19); e l' al- 
tra che descrìve il suo terzo viaggio fu per la prima volta 
stampata dal Bartolozzi (20) . lVIu la ultima di queste 
lettere , che contiene un più Circostanziato ragguaglio 
dello stesso terzo viaggio , vuoisi che sia stata data* alla 
luce lino dall' anno iSu-y. a Vicenza nella più antica 
raccolta di viaggi, che si conosca^ col titolo Mondo No- 
vo e paesi noif amente ritrovati da yi iberico Vespuzio^ 
libro comunCinente citato come quello di Luigi da Ga- 
demosto, per la ragione che egli contiene i suoi viaggi 
quando era impiegato alla corte del Portogallo (21). 
Quest opera fu riprodotta in latino Tanno seguente sotto 
il nome di Itinerarium Portugalensium ^ e quindi nel 
i53^ nella coìlozione di viaggi pubblicata da Grineo 
(32). L'altra lettera del Vespucci scritta da Lisbona 
sotto di 4 settembre 1004. contiene un compendioso 
ragguaglio di tutti i suoi viaggi, il Bandmi (23) cita un 

(19) Bandirli , Vita , e lettere ci' A m rigo Vespucci , G. 
Ir. p. 280. 

(-20) Bar^olozzi, Ricerche istorico-crilicLe circa alle scoperte 
cl'Anieiig'> Vespucci, p. 168. 

('21] Vedi Birlolozzi, Ricerche , p. i4> ^5; Metnorins de 
Liltvralui^ P.rtugueza , t. viii, p. dui; Tirab scIm , della let- 
teralMra Itali ni. t. vi, pt. i. p. 22 ) ; Munoz , HisLoria , prol. p. 
ai P. Martyr, lamenti di questo Luigi da Cideinosto , o Aloy- 
sius Gid;i»nustus per u» p'''gio dalla sua prima Decade. Ocean. 
p. cad. ii, I. 7. 

(22) JXovus Orliis Reginnum ac Jnsularum Veteribus inro- 
gnitaruin, to'. jNoi non abluaino veduta la prima edizione, ma 
ci siamo serviti di quella stampata a Basilea da H<;rv<»gius nel 
l555. A Strasburg » nel i534. fu pubblicata una tradu^icme in 
tede!?co col titolo Die new Welt dei Lands^cljnften unnd insuien 
so bis hicher aller Altvvellbesehrjbeni unbekant» 

(23) Vita, e lettere , G. tr. p. 97^ 



3;5 
passo tratto da un' opera stampata a Roma nel iSio 
ove si fa menzione di questa lettera ; ma la più antica 
edizione, cui possiamo ricorrere, trovasi nel Novus Orbis 
del Grineo. In questa traduzione la lettera è indirizzata 
a Renato Re di Sicilia, e di Gerusalemme : ma nella 
ristampa Italiana del Bandini, e del Canovai vien diretta 
a Pietro Sederini . Sembra incerto a chi di questi famosi 
individui nel suo originale fosse inviata; ma è colla 
rnaggiore evidenza manifesto, che fu scritta dal Vespucci, 
poiché noi scorgiamo che gii viene attribuita dal suo 
tempo fino al presente giorno. Niun scrittore, a dir ve- 
ro, ha mai preteso che questa lettera, comeppure le altre 
fossero spurie . E T istoria de' suoi viaggi raccontata dal 
Vespucci fu riconosciuta, e citata come autentica, fino 
alla pubblicazione della storia di Herrera nel i6oi ; 
nella quale si asserisce che il primo viaggio del Ves- 
pucci accadde nel 1199, che ei viaggiò sotto il coman- 
do di Alonzo de Ojeda, che vi si recò come mercante, 
€ che nel ragguaglio de' suoi viaggi , che poscia pub- 
blicò, ardi falsificare le loro date , ed inventò la nar- 
I*azione coir arte la più fina onde arrogarsi V onore di 
essere il primo discuopritordelT America (24)- Da Her- 
rera in poi, i suoi concittadini copiarono quest' impu- 
tazione, ed in particolar modo Solorzano, Pisarro, e 
Munoz ; come anco alcuni giudiziosi storici di altre 
nazioni , per esempio Chailevois:, Tiraboschi, e Ro- 
bertson (25). 



(^4) Herrera, Historia de los Hechos de los Castcllanos en 
las Islas y Ti<^rra-tirme de el Mar Oceano; dee. i, 1. 4- e. 1.4. 

{i5) Solorzano , de Iure Indiarum li. e. ^. e Politica In- 
diana l. I. e. 2. ri:izaro, Varones ilustres del Nuevo Mundo , 
fol i63g. p. 5o} Miinoz, Historia del Nuevo Mundo, proK: p. 



Ora se queste lettere , e specialmente 1' ultima sono 
opera genuina della persona^ cui vengono invariabil- 
mente attribuite; se esse furono scritte da tale ^ che fu 
testimone oculare, e princioalc agente ivAV imprese che 
egli racconta, se esse furono indirizzate a persone d^ al- 
to rango, cui sarebbe stata opera pericolosa e difhcile 
r illudere Col fìnto ragguaglio di pretese scoperte ; se 
descrjvendo un avvenimento della» massima pubblicità 
e di tanto interesse qual dovea eèsere un prospero viag- 
gio al nuovo mondo allorché furon pubblicate, si riguar- 
darono come un' autentica istoria dagli autori contem- 
poranei : — se tutte queste presunzioni in favore del 
racconto del Vespucci concorrono a stabilire la sua 
veracità, potremo noi prestar fede a Herrera, allorquan- 
do ci dipinge il Vespucci come uno sfacciato irìipostore, 
a meno che la di lui accusa non venga sostenuta dalle 
prove le più convincenti, e irrefragabili? 

Ma quali sono poi le prove prodotte da Herrera ? 
Nient' altro fuorché la sua nuda asserzione: la credibilità 
di Herrera vien dunque contrapposta alla credibilità 
del Vespucci ; ed in simil contrasto di testimonianze 
\ onus probandi certamente sta dalla parte di coloro 
che attaccano , e non già da quella di color che difen- 
dono. Herrera istoriografo alla corte del Re di Spagna 
dichiara aver tratti molti materiali per la" sua storia 
dagli originali documenti degli archivi del rei' no. Ma 
è cosa evidente che in questi non ha trovato verun ap- 
poggio alle sue accuse, attesa la circostanza, che sebbene 
incolpi il Vespucci di falsità , pur nondimeno nel de- 



i^; Charìevoix , Hist. ile St. Domlrigue t. i. p. 187; Tirabosclii , 
storia (Iella letteratura It.'liann, t. VI.pt. i. p. 248; B.ohertson's 
Hist. of Xmerica, v. i, p. i49 ^ ^^^^ 22. 



\ 



. ' 377 

scrìvere il viaggio di Ojeda del i499 ? copia presso a 
poco tutte le circostanze della narrazione che fa il Ve- 
spucci del suo primo viaggio , se non ciie vi mescola 
alcune poche cose del secondo viaggio dettagliatamente 
descritte nella lettera al Soderini, con alcuni altri fatti 
che riguardano esclusivamente Ojeda , e non hanno la 
minima connessione col Vespucci . Per la qual cosa, 
nella supposizione^ che Vespucci realmente accompa- 
gnasse Ojeda nel i499> ii'^i^ i^e segue in veruna maniera 
ciò che pretende Herrera^ vale a dire che Vespucci non 
eseguisse un viaggio nel i^Ol ^"^ anni avanti a quello 
di Ojeda. 

Ninno degli scrittori , che copiarono Herrera , ad- 
duce veruna prova storica a sostegno delia propria as- 
serzione. Difatti Robertson (2G) si fonda sul silenzio 
degli antichi storici, come il P. Martyr, Girolamo Bea- 
zoni , Oviedo , e Go^nara quasi che induca una forte 
presunzione della falsità del racconto del Vespucci . Il 
P. Martyr fu un Milanese addetto alla corte di Spaglia 
dal 14S7 al i52G_, nel (|uale spazio di tempo scrisse un 
ragguaglio delle scoperte che facevansi in A melica y in. 
delle lettere dirette a varii, le quali in seguito furono 
riunite sotto il titolo- De Rebus Oceanicis et No^oOrbe 
Decades tres. Ora il silenzio del P. Martyr se pi^ova 
qualche cosa , prova troppo , poiché non fa menzione 
di altri viaggi del Vespucci se non del terzo ^ trala- 
sciando ancora il viaggio di Ojeda ; imperoccliè egli è 
noto a chicchessia , che e Vespucci , ed Ojeda , fossero 
o nò insieme, ambedue recai'cMisi al nuovo mondo nel 
i499- La stessa osservazione può applicarsi ancora al- 
l' Italiano Benzoni , il quale venne in America nel 



(26) Robertson' s History of America, v. i. note 22. 



3' 



i54i come avventurière^ e dette un ragguaglio rìi ciò 
che egli stesso avea veduto senza pretendere di pubbli- 
care una storia del nuovo mondo (2^). Infine né Ovie- 
do che die alla luce la sua storia nel i535, ne Gomara, 
che la scrisse non molto tempo dopo lui^ fanno motto 
del viaggio d' Ojeda , né di quello del Vespucci: ora il 
silenzio di questi autori si spiega facilmente qualor si 
rifletta che niun vantaggio provenne alla Spagna dai 
viaggi del Vespucci, e che però in questo regno non 
eccitarono grande attenzione se non dopoché il nuovo 
mondo venne contraddistinto col nome di America . 
Gomara stesso e* informa che dopo le scoperte di Co- 
lombo^ molti si mostrarono risoluti di continuarle , 
alcuni a proprie spese , altri incaricati dal re ^ ciascu- 
110 di loro sperando di arricchirsi, di acquistar fama , 
o meritare il regio favore ; ma poiché i più di tali 
viaggi non ebbero grandi resultati , la loro memoria 
ben presto dileguossi. Cosi accadde , continua egli , a 
coloro , i quali andarono esplorando la costa di Labra- 
dor, ed a tutti coloro , i quali presero V altra direzio- 
ne di Paria dall' anno i^^S fino alV anno i5oo (28). 



[ij) Alcuni autori si sono ingannati citando , come se fos- 
se una còsa medesima colT ori»^inale, 1' elegante traduzione del- 
l' opera di Benzeni fatta da Urbano Calveton , che porta il titolo 
!Novae Novi Orbis historiae , 1. iiijiSyS, 12.* 

(28) Entendiendo quan grandisimas tierras eran las que 
Cbristoval Colon descubria, fueron mucbos a continuar el Dtsr 
cul)rimiento de todas; unos à sua costa, otros à la del Kei, j 
todos petjsando enrequecer. ganar fama, y medrar con les Reies 
Pero corno los mas de ellos no hicieron sino descubiir, y ga* 
«itarse, no quedò memoria de todos, que yo sepa ; especialmente 
de los que navegaron àcia el JNorte, .... ni aun de todos los 
que fueron por la olra parte de Paria , desde el Ano de mil 
quiitroeieiitos y novanta y cinco busta el ile mil y quinieutos» 



^79 
rOra siccome questo passo rapportasi precisamente al 
periodo de' due primi viaggi del Vespucci , serve mi- 
rabilmente a spiegare il silenzio di ogni altro istorico 
anteriore sul di lui conto j ed è una nuova conferma 
che eo^li merita fede. 

Noi riporteremo un'alira sola obiezione contro 
il Vespucci prodotta dal dotto, ed elegante scrittore 
della Storia dell'italiana Letteratura. Egli asserisce che 
siccome Colombo fu ricevuto alla corte nel i497 > ^^ 
onorato del grado di viceré e governator generale di 
tutti i paesi , che sarebbero discoperti, non è credibile^ 
che mentre Colombo godeva tali favori nel regno , un' 
altra persona fosse incaricata di continuar le di lui 
scoperte , e che egli tranquillamente tollerasse^ o non 
avesse mezzi di prevenire una tale ingiuria ai suoi di» 
ritti , ed alla sua reputazione (39). La stessa osservazione 
vien fatta da Robertson , e dal Bossi nella sua Vita di 
Colombo (3o). Unasimil riflessione sarebbe certamente 
giusta, se le premesse fossero vere in tutto il loro stretto 
senso; ma egli è noto che dal i49^ fiii<^ *^1 *49^ Co- 
lombo fu del Continuo attraversato dalle persecuzioni 
de suoi nemici invidiosi , e dal carattere irresoluto del 
re di Spagna. Dopo due anni di premure , lagnanze, e 
reclami , venne solamente autorizzato a procurarsi una 
piccola squadra di sei navi j)el suo terzo viaggio. Inoltre 
il suo privilegio , non si estendeva , come pensa il Ti- 
raboschi , a tutti i paesi, che sarebbero scoperti, ma 



Gomara , Historia de lo$ Indos e, 35, Iti Barcia' s tlistoriado-* 
rc8 priinitivos de los Indias occidcntales . tom. ii* 

{29) Storia dr;IIa Letteratura Italiana, t. vi. pt. i; p. 1^7., 
(3r)) Bossi, Vita di Cristofaro Colombo, p. i34. Vedi aucoi 
Elogi Storici di Cristoforo Colombo, e di Andrea Doria, p. ' 



38o 
solo a quelli , clie egli stesso scuoprheLbv?. E ciò die 
fa più al nostru proposito lierrera, e i^lunoz (3i) espres- 
samente dichiarano che durante questo tempo in vano 
Colombo richiese^ malgrado la permissione generale con- 
cessagli due anni avanti , di fare scoperte nell' Indie ; 
e che egli non potè usare che in parte di questa licenza: 
e tanto è vero, che, come apparisce dal passo poc'anzi 
citato di Gomara , molte navi furono spedite a fare sco- 
perte neiristess' capocariche precisamente coincide con 
quella assegnata al viaggio del Vespucci , di cui si que- 
stiona. Per la qual cosa crediamo aver bastevol fonda- 
mento di concludere, che non vi è pi'ova veruna, ec- 
cettuata la semplice asserzione di Herrera,che distrugga, 
o sia incompatibile colla supposizione ^ che Vespucci il 
primo discuoprisse il continente d' America. 

Il Vespucci non ci informa distintamente del gra- 
do che egli sostenne nel suo primo viaggio. Herrera af- 
ferma in brevi parole che vi andò come mercante , e 
come una persona assai pratica nella Geografia ^ e nel- 
l'arte nautica (32); ma Charlevoix progredendo aggiun- 
ge clie fu interessato nel viaggio per una somma con- 
siderabile (33). Canovai combatte con gran calore una 



(3i) Herrera, Historia de los Hechos eie. dee. i, 1. iii, e 9; 
IVIunoz, Historia del JXuevu Mundo , p. 323. 

(Si) Herrera, Historia, d. i, 1. iv, e. i.... Iba Americo 

Vespucci por mercader, y corno sahio en las cosas de Cosiiio- 
graphia y de la Mer. 

(33) Amcric Vespuce, riche inareband flovenlin , non seu- 
Ictnent s'y interessa pour une somme considcrable, mai» youlut 
méme étre ì\\x voyage etc Hist. de st. Domingue, t. 1. p. 187. 
I.e ricchezze , che Charlevoix gratuitainente attribuisce a Ve- 
spucci , sono immagina] ie. Egii non cita veruna autorità , e noi 
non ne conoscbiamo alcuni, se non quella del Morcri, che dito 
lo stesso nei suo Dizionario. 



3^1 
tal proposizione sostenendo che il Vespucci fu uno dei 
principali direttori, o piloti. Se egli non fu che un sem- 
plice passeggiere , è probabile, che la sua esperienza 
nautica ben tosto lo facesse distinguere, e gli dasse una 
grande autorità sopra i suoi con^pagni; l'invito difatti 
del re di Portogallo è una prova convincente che egli 
in qualche modo si segnalò onde meritare una si visto- 
sa distinzione. Ma non vi è alcuna ragione per supporre 
che egli godesse il supremo comando ; imperciocché 
dalla sua stessa narrazione noi rileviamo che anco nei. 
suoi viaggi per conto della corte di Portogallo egli fu 
sottoposto ; ed allorquando intraprese il suo primo 
viaggio , egli puramente afferma di essere stato scelto 
dal ve. per assistere alle scoperte che si dovean fare (34)^ 
espressione che diverrebbe affatto singolare qualora egli 
fosse stato supremo uliziale; ma che pienamente con- 
viene ad uno che non ha veruna particolare commis- 
sione , ma che essendo esperto nelle scienze relative 
alla navigazione , dovea semplicemente esporre il pro- 
prio avviso, e dirigere come geografo il proseguimento 
del viaggio. Quest'illazione viene maggiormente conva- 
lidata se si rifletta che il posto, e lo stipendio di su-, 
premo piloto , che poscia godè il Vespucci alla corte di 
Spagna, quanto egli è sufdciente , e adattato come 
eminente geografo , altrettanto sarebbe sproporzionato 
come ricompensa di una persona , la quale si è distinta 
nella suprema direzione di un viaggio di scoperta al 
nuovo mondo . 



(34) Il Re Don Fernando di Castiglia avendo a mandare 
quattro navi a discoprire nuove terre verso V occidente , fui 
eletto per sua Altezza che io fussi in essa flotta per aiutare a 
discoprire. Lettera a Piero Soderini. 



382 

A meno che non si adotti il ra^jruaoflio di Herrera- 
non abbiamo mezzo di determinare chi fossero i com- 
pagni del Vespucci nel suo primo viaggio , giacche su 
questo articolo egli stesso serba silenzio , come non ap- 
palesa qual fosse la sua cajrica. Herrera, come abbiamo 
veduto, lo pone con Alonzo di Ojeda nel 1499/ ma 
trascrive tutte le avventure del viaggio che si rinven- 
gono nella narrazione che dà il Vespucci della sua pri- 
ma spedizione ; e lo stesso istorico lo fa nuovamente 
compagno di Ojeda nel i5oi, nel qual tempo Vespucci 
come abbiamo provato colf autorità di Gomara , e di 
altri , esegui un viaggio per commissione del re di Por- 
togallo. Per la qual cosa la conseguenza è iuevitabde, o 
Vespucci, ed Ojeda non viaggiarono giammai insieme, 
o Herrera ha sbagliata la data che egli assegna al secon- 
do viaggio del Vespucci; quanto al totale degli avveni- 
menti apparisce chiaramente die la testimonianza di 
Herrera non può conciliarsi con i fatti, che d'altronde 
son ben provati. 

Dopo avere schiarite queste circostanze per rispetto 
al Vespucci, progreJ^remo a considerare quando, ed 
in che modo il nuovo mondo acquistò il suo nome. Re- 
lativamente ad una tal questione, Herrera ci fa sapere, 
che allorquando fu destinato dal re di Spagna supremo 
piloto nel iSoy, per cagione di quest'impiego le parti 
dell'Indie situate verso mezzogiorno presero il nome 
di America. E ben facile l'osservare, che Herrera non 
parla di tutte , o della più vasta parte dell' indie , ma 
solamente di quelle parti che son situate verso il 
sud (Zb)\ poiché Tiraboschi , Prevost (36), ed altri 



(35) Y de aqui tomaron aq-aellas Partj^s do las Indias. de el 
Mediodia el noDjbre dt Anieri* a. Il^rrerfì. Hi^^torir^ i\kiQ. i,.|. vii; e. r^ 
(3G) Prévost, Hiatoire Gen. doò ve jages , t. àìì. 



'383 
lianiio da questo inferito che il Vespucci impose il pro- 
prio nome alla totale estensione del nuovo mondo. Ti- 
raboschi suppone che godendo egli V impiego di supre- 
mo piloto, die il suo nome al nuovo mondo nelle carte, 
che egli costrusse , e di lì a grado y a grado si sparse in 
Europa. E a dir vero , previa una certa limitazione, 
che noi anderemo tosto facendo, sembra che la suppo- 
sizione possa ammettersi come assai probabile. 

Robertson asserisce , che allorquando Vespucci 
pubblicò il ragguaglio del suo primo viaggio, ostentò la 
vanità di un viaggiatore col magnificare le proprie im- 
prese scrivendo una piacevole istoria delle produzioni, 
degli abitanti , e de' costumi de' paesi ^ che avea visi- 
tati , cosi che rapidamente se ne sparse la notizia, e fu 
Ietta con ammirazione; ed egli è d'opinione che da 
questo il nuovo mondo, di cui il Vespucci fu creduto 
il discuopritore , vanisse appellato America. Se Robert- 
son avesse letta la lettera del Vespucci , lo che sembra 
non aver fatto , avrebbe osservato che non si può usare 
una maggior modestia. Vespucci di radissimo parla di 
sé medesimo individualmente, e non ha la pretensione 
di aver avuto alcun comando , o goduta una qualche 
carica particolare nel suo primo viaggio ; e rammen- 
tando le scoperte fatte dai compagni , egli non mostra 
impegno di celarle , anzi piiì volte dichiara , che Co* 
lombo di già ha visitato il nuovo mondo. Questa sola 
dichiarazione sarebbe a nostro parere bastevole a giu- 
stificare il Vespucci dall' imputazione di aver malizio- 
samente falsificato il suo racconto , colla mira di ap- 
propriarsi r onore dovuto al Colombo. La narrazione ^ 
come osserva Robertson, è scrìtta con molta ingenuità, 
ed eleganza , rendendo conto di ciò che lo scrittore ha 
veduto con tanta precisione, che tutti i viaggiatori pò- 



3S4 
^tenori Iian confermate le sue relazioni ; abbenchè le 
lettere originali siano scritte in cattivissimo italiano, 
lino al punto che il Canovai giudica necessario d'illu- 
strarle con un glossario di quasi dugento termini stra- 
nieri , de' quali la narrazione è ingombrata y attesa la 
sua lunga dimora in Spagna. Ma che egli esageri le pro- 
prie scoperte^ o mostri una qualche sinistra disposizio- 
ne da meritarsi le lagnanze degli altri navigatori , 
questo è ciò che sembraci assolutamente falso. 

La piij antica citazione della parola Jìiierica^ che 
gV industriosi eruditi sian riusciti a scuoprire porta la 
data dell'anno i5j4 circa trovata in una lettera scritta 
da Gio-vacchino Vadlanus , uomo dotto della Svizzera 
ben cognito pel suo commento sopra Pomponio Mela. 
Ecco le sue parole: Si Americani a Vespuccio reper^ 
tam , et eain Eoae Terrae partem , quae terrae Pto^ 
lòmaeo cogiiìtae adjecta est, ad longitudinìs habitatac 
rati onera referimus , longe ultra liemisphaerium ha- 
bitarl ter r ani constnt (07). Tal nome peraltro sembra 
non esser venuto in uso generale se non dopo la meta 
del secolo decimosesto ; ma qualche volta si riscontra 
prima di quel tempo; e il Canovai (38) cita un Trat- 
tato di Elementi di Geografia stamj)ato a Venezia nel 
«535, nel quale si promuove il dubbio se debba adope- 
rarsi la parola America-, o piuttosto yJmerige, Ma ciò 
che menta particolare attenzione si è il fatto impor- 
tante , che un tal nome non fu originalmente applicato 
air intero continente , ma soltanto a quella parte, che 



(37) Joacliim Vadian. Epist. ad Rado!. Agricolam ad cal- 
eem Pomponii Melae de Situ Orbis, ed. fol. i53o. Lutet. Pa- 
risioram . 

(38) Canovai, Dis. Giustificativ. n. 5i. 



385 
adesso vien denominata Brasile. Quest' asserzione può 
comprovarsi con un estesissimo numero di testimo- 
nianze. Noi passiamo sotto silenzio l'autorità degli spa- 
gnoli , i quali un tempo proposero di chiamar questo 
continente Fer-Isabelica dai sovrani sotto i di cui auspici 
egli fu discoperto (39)^ e che fino al presente giorno par- 
lando del Nuovo Mondo, o delT Indie mostrano costan- 
temente un certo orrore alla voce America. Lesfgendo 
Cadamosto^ il P. Martyr, Benzoni , e Grineo noi tro- 
viamo che ciascuno di loro usa la parola No\ms Orbis 
laddove noi useremmo America, In molte mappe pub- 
blicate tra il i5io, e il 1 570, la voce America è appli- 
cata nel senso ristretto, che noi abbiamo di sopra 
menzionato. Così il Munstero, la di cui Cosmographia 
stampata nel i55o, per lungo tempo fece testo in geo- 
grafia ha una mappa del mondo ^ in cui verso V occi- 
dente d' Europa scorgesi Terra Florida , quindi un 
poco più sotto CiLÒa , poscia Hispaniola , ed un poco al 
mezzo giorno della linea Americae i^eZ Brasìlii^Insula, 
In un'altra mappa del Munstero, che porta per titolo 
Novus Orbis tiovansi insieme aggruppate Terra Flo- 
ridayCuba, Hispaniola, Jamaica, Parias, e finalmente 
Insula yitlantica , quam vocant Brasilii , et A meri- 
Cam {^o). ili una mappa del mondo prefissa al Grineo 
del i555, la parte occidentale vien occupata da un nu- 
mero d'isole , le quali cominciando dalla più setten- 

^(39) Pizarro, Varones ikistres del Nuevo Mando, p. 5i. 
Altri hanno proposto di clùomarlo Orbis Carolinus per onore 
dell' I nperatore Carlo V. Solorzano , Politica Indiana , 1. i , 

e. 2, s. 18. 

(4o) Gnnovai, Diss. Giustif. n. y6. Non avendo potuto pro- 
curarci un esemplare del Munistero, noi ci siamo riportati alle 
citazioni del CurioTai, 



586 

trioiiale, sono nominate Terra Cortesia, Terra de 
Cuba y Isabella , Spa^nolla , Insulae Antigliae , Zi- 
pangri ( lapan ) e poi America , isola assai più vasta di 
ognuna delle altre , alla di cui estremità settentrionale 
vedesi stampato Parias ^ all'occidentale Cannibali, ed 
alla meridionale Prisilia. Se 1' ultima parola denotja il 
Brasile j parrebbe che alcuni geografi avessero comin- 
ciato a distinguerla come una parte di America. La stessa 
edizione del Grineo contiene una breve introduzione 
alla geografia , nella quale incontrasi il seguente passo: 
Jnsulas occidentales , nempe Hispanam , Joannam , 
Spagnoìlam j Cubani y Isabellam , Antiglias , Canni- 
haloruni Terram , Ainericam et reliquas incognitas 
terras primi mortalium adinvenerunt Christophorus 
Columbus et Albericus J^esputius . Simili citazioni 
possono facilmente moltiplicarsi. Cosi Comes Navalis , 
il quale fiori circa al 1G80. parlando della famosa spe- 
dizione degli Ugonotti sotto Viilegagnon , dice che i 
Francesi chiamarono il Brasile America, perchè era 
stato scoperto da Amerigo Vespucci (4*)' Giovanni de 
Lery ministro Ugonotto, il quale visitò lo stabili- 
mento di Viilegagnon nel i55o, eventi anni dopo pnb- 
blicò un assai piacevol ragguaglio del suo viaggio, che 
porta per titolo : Istoria di un piaggio al Brasile^ che 
è parimente chiamato America (42). L'uso del termine 
nel senso che si adopera attualmente sembra essere 
stato stabilito subito dopo questo tempo : poiché T Or- 



(4i) Comes Nalalìs , Hist. S. Tenip. p. i3g. cit.itato da 
Canovai Diss. Giustif. n. y5. Vedi ancora il Brasile di Soutliey, 
V. i, p. 272 nut;j. 

(42) Histoiia Navigationis in Brasiliani , qiiae et America 
dicitur, etc. a Joanne Lerio, Burgundo, Gallice scritta, nunc 
▼ero pninùm Latinitate donata eie. i585; 12.* 



387 
telio nel suo Tlieatrum Orbis Terrarum applica la de- 
nominazione di Ainevicaj e di Bresilia, come si costuma 
ai nostri tempi , e delinea la geografica situazione di 
questo continente con passabile accuratezza (43). Ma 
r originale significazione non fu di subito dimenticata, 
come si può vedere nella Storia delT Indie occidentali 
di Gaspero Ensl , ove egli afferma , che il nome d Ame- 
rica fu imposto originalmente alle scoperte del Vespuc- 
ci , quantunque in seguito Fuso cooiune , per motivo 
del legname ivi trovato , gli fosse imposto ancora il 
nome di .Brasile (44)- ^ queste citazioni noi aggiunge- 
remo soltanto r autorità di Rocba Pitta, e di Barbosa , 
il quale parlando di Fedro Aivares Cabrai, osserva che 
il nome di Santa Cruz^ che Cabrai impose al paese da 
lui per avventura scoperto, fu poscia cambiato in Ame- 
rica , per cagione delle carte , che ne delineò il Vespuc- 
ci , e finalmente in Brasile , attesa la produzione del 
legno brazil (45).' 

Dietro queste osservazioni , noi possiamo conget- 
turare con fondamento ^ che al ritorno del Vespucci 



(43) Tbeatrurn Orbis Terra rutn , foi. Antuerpiae , i584- 
apud Cliristoplior. Planlinum. 

(44) Gaspar Ensl , Incliae Occidentahs Historia , Coloniae 
l6l2 12.* pag. i3o. 

(43) Para eterno monumento da sua piedade , intilulou 
Pedro Aivares a iioya terrn coni a religiosa antonomasia de S. 
Cruz, que depois se miidou eui x\. inerica , por ter demaroado 
«s terras e costas marilitnas delia Aaierico Vespucci insigne 
rosmograib, e ulliinamcnte Drasil, pela prodac to da nuidf ira j 
que t(Mn cor de brazas. Barbosa, Bibli )tbeca l^nsitana , t. ili. 
p. 554. Bocba Pitta non è meno cliiaro. E te f,y, dice egli, o 
primeiro descobrimento, este o primeiro nome deste» regiao, que 
depois csqueci<ia de titulo tao superior , se ebamou America , 
por Americo Vespueio, e ultimamente Brasil, pelo p;>.s vermellio, 
ou cor de brazas, produz. Hist. da America Portuiijueza , p. 6. 



388 
dal suo ultimo viaggio , la costa die egli avea visitata 
incominciasse ad appellarsi col di lui nome . Due sono 
le ragioni che possono rendersi, per le quali quest'ono- 
re dovea essere a lui compartito piuttosto che agli ufi- 
ziali di grado superiore. La prima si è, che sebbene 
egli non avesse il supremo comando ^ purnonostante , 
la sua preminenza nelle cognizioni geografiche, e nau- 
tiche gli porgeva il mezzo di godere sopra tutti gli altri 
quell'autorità , che gli uomini di spirito elevato soglio- 
no acquistare ne' momenti di diflicoltà , e di periglio. 
Difatti noi troviamo che egli ritornò dal suo quttrto 
viaggio, mentre Coelho colla maggior parte della squa- 
dra andò a perire, ed egli stesso non era più atteso: per 
la qual cosa sarebbe stata cosa ragionevolissima pei Por- 
toghesi di attribuire a lui solo il merito della scoperta 
del Brasile. La seconda ragione si è, che, siccome il 
Yespucci era sommamente abile a costruir le carte , e 
siccome queste eran tenute in grandissimo conto , egli 
nel delinear la costa del ITrasile, potè imporgli il nome 
di America (4^). Il Vespucci potrebbe avere avuto una 
più favorevole occasione a far questo allorché fu deco- 
rato della carica di supremo piloto del re di Spagna; e 
considerando la spiegazione che di sopra abbiam data 
del modo con cui il nome di America fu oriijinalmente 
adoperato , in ciò fare, il Yespucci non potrebbe incol- 
parsi d'ingiustizia verso la memoria di Colombo. L'e- 
stensione, che poscia si die al nome di America appro- 
priandolo a tutto l'emisfero occidentale fu uno di quegli 



(46) Il P. Martyr e' informa aver egli vecliita una carta 
Portoghese delle parti dei nuovo mondo, alia di cui costruzione 
assistè il Vespiicti. Ocean. Decad. p. 199. Vedi pure ,, Memo- 
xìàs de LitteratuLiu Portugueza, l. viii^ p. 339. 



389 
avvenimenti , che il Vespucci non potè prevedere ; e 
perciò non gli dee essere imputato a colpa , poiché ^ 
giusta V osservazione di Lipsio (47)? il nome di un di- 
scuopritore serve a dare incremento ad uua distinzione^ 
in cui altri meritano d' entrare a parte. Ed essendo ben 
conosciuta la limitata applicazione che fé' in principio 
del suo nome , si ha una completa risposta a tiitti i ca- 
lunniatori del Vespucci ^ i quali lo aggravano di aver 
falsificato il racconto del suo primo viaggio^ per 1 og- 
getto di avere un maggior titolo all'onore d'imporre il 
nome d' America . 

Noi ci siamo trattenuti in questa investigazione a 
fine di dare una verace idea del carattere del Vespucci ; 
ma ella è cosa assurda a un tempo , e poco generosa 
che il Canovai tenti di involare a Colombo la sua ben 
meritata fama per la sola ragione che egli non giun- 
gesse al continente , se non pochi mesi dopo il Ve- ^ 
«pucci. Se il Vespucci eccitato dal buon esito ^ ed istruito 
dalle scoperte di Colombo, giunse a penetrare una 
lega , o due più oltre del suo predecessore nel grand'o- 
ceano occidentale, — • se il Vespucci viaggiò sulla trac- 
cia segnata dalle navi di Colombo , e la seguitò pro^ 
gredendo finché non giunse al continente, — bast'egU 
questo per gettare un velo sopra la gloria di Colombo, 
e per degradarlo rappresentandolo come il semplice 
ritrovatore di una piccola isoletta , e non già come il 
discuopritore dell'intero mondo occidentale? Se l'an- 
teriorità del Vespucci in discuoprire il continente me- 
ridionale gli porse un valido argomenta onde nominarlo 
America, evvi uguale ragione, come osserva Purchas , 

per chiamare il settentrionale Sebastiana, o Cabotia ; 

^— . _— — ' — —a 

(47J Lipsii Physiolo^. Stoic. I. ii, dis. 19, in ejus Opcr. 
t, iv, p. q47* 

T. VIL Settembre 26 



390 

giacche è ben noto che Cabot esplorò la costa La- 
brador fino al Golfo del iMessico, un intiero anno prima 
che alcuna porzione del continente fosse stata veduta 
da Colombo. Ma il capriccio del destino ha tale influen- 
za nella distnbuzioiìc degli onori del mondo, che ap- 
pena noi restiamo sorpresi se, posti in non cale Colombo, 
e Cabot, sia stato esclusivamente distinto il Vespucci . 
La gloria stessa del nome di America non è un lieve 
esempio dei cambiamenti nelle umane vicende ; poiché 
essendo stato da principio imposto ad una sola provin- 
cia , quindi diffuso a tutto il meridionale continente, e 
poscia esteso anco al settentrionale ; adesso , dall'essere 
la denominazione dell' intero nuovo mondo, sembra 
essere circoscritto , almeno dalle straniere nazioni, alla 
nostra moderna, e sempre crescente repubblica (4^)- 

P. 

Viaggio agli stati imiti d' America : od Osser- 
vazioni su la società , i costumi e '1 governo di quella 
contrada. Di miss Wright : Londra 1821. 

Per quanto le pubblicazioni di viaggi in America 
sieno, in questi ultimi tempi, state numerose, elle soii 
tuttavolta ben lungi da IT aver esausta la materia . E se 
anche fra popoli di cosluaii, direni cosi, stazionari, co- 



(48) Quando V estensore di questo articolo cosi scriveva , 
ignorava che; erasi sul punto di render giustizia al merito di 
Cwloinbo coirimporre ad una recente repubblica dell'America ine- 
ridi' naie il nome di Columbia, onde per tal mezzo si è eretto 
un perenne monumento , che sfidando la rabbia del tempo man- 
terrà viva ne' posteri la celebrità del suo nome, e la memoria 
delle s»e gloriose scoperte, 

IVeta del Redattore. 



392 



me la più parte degli orientali, un viaggiatore avveduto 
può procacciare a' lettori novità di pascolo non ostante 
il gran numero di quelli che in tanto giro d'età lo pre- 
cederono, è da credere, che largo e f'acil campo d'os- 
servazione trovar possa per lungo tratto in un contniente 
cosi ricco e grandioso in risguardo alla natura sua pro- 
pria, come vario e vigorosissimo rispetto alle discipline 
sociali . Tanto che pare eh' elle prendano ogni giorno 
sembianze novelle. 

Noi non dubitiamo di affermare , che se il gran 
progresso delle cognizioni umane in questi ultimi secoli 
sì dee per la massima parte all' invenzion della stampa, 
sia in certa maniera da attribuire per T altra all'invalsa 
pratica de' viaggi , sì poco adottata da' nostri maggiori . 
Il diverso aspetto della natura, così coltivata dalla ma- 
no dell' uomo, come abbandonata a se stessa: i suoi dif- 
ferenti prodotti : gli usi , il culto e i governi di genti 
straniere, possono, mercè un accurato confronto^ non 
pure accrescere i tesori delle scienze, e giovare al mi- 
glioramento dell' arti e istituzioni patrie, ma torre altresì 
a grado a grado, o scemare almanco gl'impedimenti e 
i pregiudizi, che dividon tra loro le varie tribù dei mor- 
tali, e formar di tutte un gran corpo e d"* interessi co- 
muni. La qual veduta iver può forse colore di sogno. 
Ma chi sarebbe oggi da tanto da presagire sin dove ar- 
rivar possa un giorno la forza della mente e carità umana? 
Chi mai avrebbe potuto indovinare, non direni già tra 
i nostri antichissimi, ma solo pochi secoli addietro, lo 
sviluppamento de' lumi e della filosofia dell'età nostra? 
Noi portiam opinione, che poco resti per avventura ad 
aggiungere in vantaggio delle bell'arti, qualor si conside- 
ri la gloriosa altezza, a cui le portarono i nostri antenati: 
perciochè in queste, di cui son primi giudici i sensi, 



i>-^ 



39« 

è lecito descrivere in certo modo un confine . Ma rispetto 
ad opere di mero iulelìetlo e di miglioramenti civili, 
rnal si potrebbe misurarne qua^ggiù gii scuopri menti ed 
i passi, in mezzo a tanta suppellettile^ che si presenta 
oggidì per ogni parte. 

Salpo la nostra viaggiatrice dall'Ingliilterra nell'es- 
tate del i8j8, e giunse in settembre a Nuova York. I 
ragguagli delie sue corse sono a foggia di lettere, dirette 
a uà' Amica. E noi ne troviamo i quadri e lo stile pie- 
ni di una bella vivezza ed evidenza . Lj pratica di dare 
alle relazioni, concernenti alcun viaggio, l'aria di un 
coinmerno epistolare , oltre al conferire ai racconti 
Villa certa naturale/za, che impegna maggiormente Ta- 
Iiimo del lettore, sembra essere altresì la più idonea a 
preservar chi scrive, da quel tuono cattedratico e pedan- 
tesco, (he tanto scema, in cose simili ^ T interesse del- 
la materia. 

ISit Ila prima lettera dà notizia del suo prosperevol 
Iragittu; parla delle varie circostanze di esso : della Ba- 
ia di iNuova Yak, e del suo primo por piede sul conti- 
nente d America, b^ qui ella porge il primo generoso 
tributo al nostro gran Genovese. 

,, Quegli (così ella dice) che contemplò il mare 
50I dalla r>va , prova una compiacenza^ che arriva sino 
ali esaltamento , in sentirsi con maestà trasportato sul- 
la siiperfì'ue d» quel vasto abisso, e veder l'uomo venir 
alle prese con gli elementi : guidare per lunghi giorni 
e mesi , non atterrito, né incerto, il corso della sua na- 
ve , e drizzarne la prua verso il divisato porto con T esat- 
tezza, onde si volge iil polo 1' ago calamitato, che gli 
è scorta. Confesso, ch'io non avea mai bastevolmente 
estimato l'audacia e la perseveranza di Colombo, avan- 
ti di essermi trovata per più settimane fra la volta del 



393 
cielo e un pelai^o immenso , senz' altri oggetti davanti 
a me che ie onde y le nubi e gli astri, ch'io vedea nas- 
cere e tramontare in grembo all' oceano . Quanto mi 
parve allora vSlraordinario l'ingegno, che seppe calcolar 
l'esistenza di un aiondo sconosciuto ^ e animoso quel 
cuore , che osò affidarsi a mari ancor vergini , e reputati 
fin allora senza confine; e sprezzare la guerra degli ele- 
menti , e la rabbia di un' ignara ciurma^ ridotta alla 
disperazione I ,, 

Né in tal circostanza tralascia l'autrice di richia- 
mare alia mente i sanguinosi abusi della rasfione e della 
forza , i quali accompagnarono quell' insigne scoperta : 
ed è naturalmente condotta a pensare alle fiere vendette, 
che or se ne fanno . Così gV istessi miglioramenti^ intro- 
dotti in coteste regioni dagli europei , diventano per lor 
micidiali: e scontano adesso le antiche cruileltà sul me- 
desimo campo che ne fu deturpato, e sotto l istesso ferro, 
di cui la loro avarizia provvide i nativi. Lo scuoprimen- 
to di quelÌ'iiT>mensa e ricca prtrte di mondo, fu certo un 
grande acquisto per la società. Ma noi siam d' avviso^ 
che, lasciate da banda le prime vituperose carnifìcine^ 
ella sia stata più utile a' suoi abitatori, che a quelli del 
"vecchio continente . E vivo e lamentabil esempio ne of-^ 
fre la Spagna , il cui dicadimento seguitò da presso 1' oc- 
cupazione de" suoi più pingui possedimenti in quella 
contrada . Perciocché l'oro, dovizia al tutto passeggiera^ 
è ben lontano dall'essere, in un popolo^ il rappresen- 
tativo della sua prosperità , la quale non può esser vera 
e durabile, se non neìl' industria e nelT esercitameiito 
de' mezzi nazionali, i soli che sien permanenti- Mentre 
la fama delle ricchezze americane spopolava le provine 
eie europee della Spagna, languia quivi l'agricoltura^ 



hi 
e si andavan così preparandole gravi o complicate mi~ 
serie di quella generosa nazione . 

Nella 2. lettera (ottobre, i8i 8) descrive Miss Wri- 
glit r aspetto generale della città di Nuova-York e dei 
dintorni , senza omettere alcuna delle particolarità le 
più atte a rallegrare i lettori, e innamorarli di quelle 
gentil di quegli usi, e di quelle regioni. 

Con la terza ella si aggira su i costumi degli operai 
di cotesta città, e con opportuni tratti e colori ci porge 
una tanta idea della loro amorevolezza e buona fede, 
che ne farebbe veramente parere di essere trasferiti ai 
tempi degli antichi patriarchi, se la sua manifesta pre- 
dilezione non c'inducesse ad assegnare la sua parte an- 
che all'ospitale generosità delT autrice. Nella quarta 
I lettera (febbraio 1819) essa ritrae l'aria e le maniere 
delle americane, lo stile della società, e l'accoglienza 
che ne ottengon^ gli estranei . , 

„ Io credo (ella dice) d' aver parlato già dell'avve- 
nenza delle donne di questa città; anzi dovrei quasi 
dire delle giovani : perocché sì fatta avvenenza è d' or- 
dinario in sul declinare a ^4 o ^5 anni. Avanti la qual 
età, la carnagione delle femmine è in generale assai bel- 
la . Il bianco e '1 vermiglio s' innestan sulle loro guance 
così delicatamente, diesi direbbe, non esser elleno 
mai state esposte a un soilio di vento più forte dello 
zelhio, che fa sbocciare le rose e i gigli. 1 loro tratti, 
minuti e regolari, sembran delineati per man delle fate: 
e le iìsonomic ne appariscono si vive e ridenti, come se 
niun tristo e inquieto pensiero ne avesse mai oscurata 
F anima, di cui sono lo specchio . Ed e per verità un 
peccato, che il sole abbatta sì presto attrattive cotanto 
esquisite: e le cure dimestiche sbandiscano dal loro cuo- 



395 

re un'amabile spensieratezza e vivace festività, per 
ammaestrarle, non esser la vita una serie di piaceri con- 
tinui; ma bensì di turbamenti, di pene ed in^annose 
speranze. Gli avvantaggi, resultanti da' matrimoni pre- 
maturi , son cosi veri ; e il paese , dove son leciti^ 
è , in risguardo ai costumi e alla prosperità pubbli- 
ca , in una condizione talmente felice e invidiabile j 
che quasi mi vergogno di citar le obbiezioni degli os- 
servatori superficiali. Gli americani de' due sessi sì ac- 
casan per lo più innanzi ai ventidue anni. E non è raro 
il vedere una giovinetta di diciotto e sposa e madre. 
Prima di cotesta età, sarebbe certamente impossibile lo 
invogliar le fanciulle allo studio , o adornarne almanco 
lo spirito con idee generali e conoscenze utili, a fine 
dì renderle atte a diventare non pur buone madri, ma 
eziandio illuminate direttrici deMìgli. „ 

Da Nuova York la nostra viaggiatrice passò in mag- 
gio del 1819, a Filadelfia^ alla qual città ella consacra 
le tre lettere successive, le più lunghe di tutta l'opera. 
Esser possono meritevoli della curiosità pubblica le sue 
osservazioni intorno alla società degli amici non che 
del suo fondatore: 

„ I figli del pacifico e benefico Guglielmo Penn 
ebbero in retaggio, non pur la maniera di vestire, ma 
ben anche la semplicità de costumi, V operosa filantro- 
pia e la dolce tolleranza e indefessa carità di quel buon 
patriarca. INè pensan essi al male, né vanno in traccia 
di lode . 

„ Gli annali del genere umano non ci presentano 
un nome più caro air umanità che quello di Penn . Fer- 
vido amator de' suoi simili, egli accoppiò in sé tutte 
le virtù, e le qualità non riien grandi che amabili . La 
sua intrepidezza sprezzò la collera de' potenti: e la sim 



396 

umiltà cristiana ebbe a vile grinceiitivi dell' ambizione. 
E mejitre che il suo coraggio facea IVonte alla persecu- 
zione y la sua mite benivoglienza non riprovava mai 
l'opinione altrui. La sua religione non era dogma- 
tica , nò la sua virtude austera. Tollerante fra gli spi- 
golisi ri^ indomito al cospetto de' tiranni^ paziente coi 
faziosi , umano verso i rei, franco e giusto cosi col sel- 
vaggio come coir uomo civile , ei forma l'orgoglio e la 
giuria della nazione da esso fondata. „ 

Trapassa indi Miss Wright a favellar delle leg- 
gi e istituzioni del medesimo Penn , e del codice penale 
degli stati uniti. Intorno alla qual ultima parte si dif- 
fonde con sottile analisi^ e pensamenti solidi e magna- 
nimi . 

j, Vuoisi ^ die' ella , essere scopo principale delle 
punizioni l'esempio. Ma, senza star a discutere sino a 
qual punto debba il legislatore lasciarsi condurre da 
cotesta massima , è certo , dover esso adoperar di ma- 
niera, che r effetto della sentenza del giudice e de' pa- 
timenti del reo su l'animo degli astanti sia morale e '1 
più gagliardo possibile^ ma tale ad un' ora, che la pietà, 
che risveglia, non tolga nulla all'orror del delitto; e 
T indignazione non sia distratta dal vero oggetto mo- 
rale in forza di una soverchia impressione sul nostro 
sentire. Si è in fatti osservato, che ove i supplizi sono 
frequenti, gli animi appariscon meno scossi dal soffrire 
del reo, e quindi ne riesce minore, se non pernicioso, 
l'effetto. Lo accostumar l'uomo allo spargimento del 
sangue, è un cercare d' indurarne il cuore ad azioni 
feroci ,, . 

I quali ragionamenti , se non sono nuovi, non la- 
scian però d'esser giusti: e partiti dal cuore, e scritti 
dalia penna di una femmina, acquistano un certo mag- 



gior grado di verità e di forza . Ne manco generosa è 
la bile dell'autrice quando parla dell' esecrando com- 
mercio de^ Negri ^ T abolizione del quale, rispetto agli 
stati uniti, si ascrive sovrattutto agli sforzi e alla mi- 
rabil costanza della società degli amici. L'istoria del 
servaggio de' negri è ad un tempo la vergogna e V onore 
dell' America. Ma mentre divide la prima col resto del 
mondo incivilito , è suo tutto il secondo . Benché posta 
in tal condizione, che la portava fortemente a ricorrere 
all'introduzion degli schiavi; e sollecitata, prima dagli 
argomenti e dalla lusinga, e costretta poi dall'autorità 
della metropoli ad abbracciare quella pratica disumana, 
ella fece nondimeno sentire altamente le sue protesta- 
zioni, mentre ogni altro popolo era muto. E senza por 
niente alla propria debolezza, osò difendere contra un 
poderoso impero la causa degli infelici afFricani get- 
tati sulle sue rive . Essa abolì quell'infame traffico 
la prima , E un decreto del congresso avea già , da 
dodici anni , provveduto ai cotanto obbrobrio , allor- 
ché il Parlamento Brittannico ne seguitò l'esempio. 
Il qual atto parrà tanto più magnanimo , quando si 
consideri che quell' Americana assemblea era compo- 
sta di rappresentanti di stati, i quali possedean forse il 
maggior numero di schiavi. Nulladimeno, una tal igno- 
minia non è ancor tolta del tutto: e la fame dell'oro 
non cessa d'incalzare ad eseguir di furto ciò che non 
sarebbe disgiunto da qualche pericolo , se si praticasse 
ora in aperto. E mentre gli amici dell'umanità si ma- 
ravigliano tuttavia come cotesta abolizione potesse an- 
dar soggetta a un lungo e duro dibattimento, non man- 
ca taluno, che la dichiara un principio di rovina per 
le coloni*. Noi crediamo all'opposto, che, come un si- 
mil traffico fu sinora vituperevole, cosi ne sarebbe riu- 



398 
scita più che mai perniciosa la continhazione. Si porti 
rocchio al fiero, ma forse irreparabil rivolgimento^ 
operato già dalla gran massa de' Negri , incautamente 
accumulata a S. Domenico: e si giudichi poi qual sareb- 
be stata la sorte delle altre colonie, quando il numero 
degli schiavi fosse quivi salito all' istessa proporzione. 
Era quello ii mezzo di avviarli alla libertà. 

Un bello e minuto ragguaglio di Filadelfia; alcune 
osservazioni intorno alla condotta del primo congresso 
americano^ e vane particolarità, concernenti il carat- 
tere politico de'PeiJsilvani, ed altri racconti di non 
molta importanza, formano il subietto della G. e y. let- 
tera. Neil"' 8. giugno iSiQ , data dalla Pensilvania, 
narra Miss Wright una visita, da lei fatta al conte di 
Survilliers (Giuseppe Bonaparte) nella sua villa . Arrivò 
essa colà mentre questi era assente, e inteso a dirigere 
alcuni lavori attorno alla sua casa . La nostra viairgria- 
trice e la sua comitiva impiegarono queir intervallo a 
considerare i quadri e le statue, rappresentanti, presso- 
ché tutti i vari individui della famiglia Bonaparte, la- 
vori deir imcomparabil Canova . E Miss Wright fu 
spezialmente colpita dalla statua del figlio di Napoleone, 
bambino ignudo, e steso sur un guanciale, cedente alla 
pressione d'un de' suoi piedi ; e dalla nota dipintura di 
David, la qual rappresenta Napoleone al passaggio del- 
l' Alpi . 

5, Non tardò, ella dice, a sopraggiungere il conte, 
involto in un vecchio pastrano. Ne salutò: ma non fece 
complimenti. Nell'aspetto e nelle maniere ha molto 
del gentiluomo campagnolo dell'Inghilterra, e mostra 
altrettanta franchezza e semplicità e indipendenza: ma 
forse una maggior dolcezza . È un po'troppo corpulento; 
ma la sua faccia è bella : e tien tanto del fratello , che 



a prima giunta io confusi il suo ritratto con quello di 
Napoleone. L' espressione del primo è nondimeno più 
benigna, e ti prepara mirabilmente alla soavità delle 
sue parole . 

„ Il conte parlò intorno a diverse materie con fa- 
cilità y e sempre con calma e modestia . Comecché par- 
lasse il Francese, poco o punto mi parve aver tutta volta 
delle maniere di quella nazione . -—Favellando de^li 
individui della sua famiglia, schifava con molta diligenza 
di dar loro alcun titolo. Però dicea sempre, mio fratello 
Napoleone'^ mia sorella Ortensia^ ec. Ci mostrò i la- 
vori, con che abbelliva la sua casa; e ne disse, esser 
egli più felice quivi di quel che fosse mai stato in mezzo 
alla pompa delle corti e al tumulto de' negozi pubblici. 
E quando seppe, essere io straniera „ Ho speranza (mi 
disse) che siate voi così contenta del paese come lo son 
io. Questa terra è la patria de^ molti, e non la proprietà 
di qualche individuo. Essa dà la libertà a tutti; e il po- 
tere a nessuno. La felicità alligna qui più che altrove: 
ed io mi appago assai della sorte , che mi vi condusse. „ 

„ Io lasciai il conte di Survilliers colla persuasione, 
essere egli stato formato dalla natura per lo genere di 
vita , a cui si era consacrato ; e avergli là fortuna pra- 
ticato un mal gioco, col farlo nascer fratello dell' ingor* 
do Napoleone „ . 

Ed ceco in qual modo giudica Miss Wright di 
quest' ultimo : 

„ Se egli fosse stato qual doveva essere , i destini 
d'Europa non sarebbono mai stati in sua mano. Fi- 
glio della fortuna, ei s'innalzò combattendo. E saria 
stato un prodigio, che quell'ardente ambizione, la quale 
richiamò a un tratto sopra di esso gli sguardi di tutte le 
genti ^ si fosse estinta ne' più luminosi momenti della 



4oo 
sua vita. Quello eli' ei fu, era noli' ordine delle cose. 
Osò tutto per guadagnare un .soglio. E, ottenuto che 
r ebbe , rivoUe ogni pensiero a circondarlo di luce. Era 
una luce falsa , si dirà senza dubbio : ma falsa fa 
anche la gloria che lo sedusse a bramare una corona* 
E poiché avea fatto tanto di volerla , dovea volerla 
splendida . A vece di riprendere V aiubizion fortunata, 
sarebbe più ragionevole ed utile lo ammonire i popoli 
che si abbassano davanti a lei. Se i despoti fanno tal- 
volta gli schiavi 5 è altresì vero, essere in generale gli 
achiavi que' che formano i despoti. Quando le nazioni 
non son premuro&e della propria libertà esse medesime 
mal si possono confidare^ ih' ella sia rispettata da altri. 
Non sarà cosa malag«^vole per un popolo il trovar duci 
che guadagnin battaglie: ma non ne troverà forse uu 
solo, che ne protegga i diritti (a) . I veri eroi som molto 
pili rari che gli eminenti guerrieri . Vi hanno migliaja 
d' uomini capaci di comandare altrui : ma ne nasce ap- 
pena uno per generazione^ che possa comandare a sé 
stesso,, . 

Da Filadelfia la nostra autrice si pone di nuovo in 
cammino, navigando a ritrosu i\ fiume Hudson. E dati 
alcuni ragguagli delFaccademia di West-Point, uno dei 
più nobili e vantaggiosi stabilimenti degli stati uniti , 
fa indi lunga menzione della perfidia delT Americano 
Arnold, generale nella guerra dell'indipendenza. Miss 
Wright arriva successivamente ad Albany . Di quinci 
parte per Niagara . E descrivendo a mano a mano il 
paese, giunge a Ganadaigua,e finalmente, nell'agosto 
1819, a Genessieo. Fa quivi molte belle e sottili osserva- 

(a) Washington è per avventura l'unico esempio, che, in 
ii':nil particolare ne presenti l'istoria. Jl traduttore. 



zioni intorno agì' indiani , e alla savia eonlotta del go- 
verno americano a loro riguardo . Da Genossieo sì tra- 
sferisce a Lewàton, e in ultimo a JNiagara . Viva e ma- 
gnifica e la pittura ch'ella fa di quella cascata^ forse la 
più grande e stupenda del globo : 

5, Noi approdammo in distanza di un miglio circa 
dalla cateratta. E incamminati dalla nostra guida per 
una via molto scabrosa, giungemmo al luogo, per lo 
quale discende il viaggiatore, che viene dalla parte del 
Canada. Di quinci fummo guidati alla caverna, incavata 
sotto la rupj», conosciuta sotto il nome di Rupe della. 
2 aiuola , e di sopra alla quale scorre l'acqua. „ 

L'oscurità di coiesta spelonca; il vento che la per- 
cuote senza posa ; il continuo rombo dell'acque, che si 
scaglian dentro V abisso, spalancato di sotto ; e il gran 
nappo che ne sgorga dalla parte superiore, colpiscono, non 
pur gli occhi e 1 orecchio, ma fiera mejite anche il cuore. 
La subljmità di una scena di tal sorta è ne' primi mo- 
menti portata sino al terribile.il punto^cui ci fermammo, 
è inconirastabibnente il più acconcio per osservare la 
cateratta : ma non offre più sicurezza . Una parte della 
rupe cadde l' anno scorso (i8i8) : e in quella che resta, 
si discuopre una larga fenditura . Tantoché la volta di 
quella tetra caverna sembra distaccata dalla massa delle 
rocce. E sebbene resista tuttavia, si scorge nondimeno 
ch'ella va sempre cedendo alla ponderosa pressione 
dell'acqua. Si fitto scoscendimento, e i massi enormi, 
precipitati non ha guari con un rimbombo, che gli abi- 
tatori delle vicinanze presero per un terremoto, non si 
ponno guardare senza ribrezzo, in pensando alla fiera 
possibilità di essere sovrappresi da rovine, ancorapiù 
smisurate di quelle, che si veggono in alto . „ 

„ Dalla rupe delia tavola si sente più che da qua- 



4o2 

lunque altro lato F altezza della cateratta ^ e il peso 
dell' acque . Ella rassembra a un mare , che si versi 
furiosamente al basso. Il vento non era più molto furte. 
Oltre di che, trovandoci dalia parte dove sofiìava , po- 
temmo vederlo scherzar col vapore, e non esserne offesi. 
Dal seno dell' immenso gorgo, dove si lancian le acque 
dair altezza di \^o piedi, si vanno a mano a mano sol- 
levando masse di vapori bianchissimi , ora simiglianti 
alle nuvole, che ondeggian talvolta su T orizzonte in 
mia limpida sera d'estate ; ed ora in forma di punte , 
come le ghiacciaje delTAlpi. I quali vapori, compressi 
prima dal vento, e fatti indi più forti dal congmngersi 
insieme , si ergeano a grado a grado /nelle alte regioni 
dell' aria , e quivi si du'adavano, formando un velo ar- 
genteo, il solo che s'interponesse allo schietto azzurro 
del cielo. Nel centro della cascata, precisamente là dove 
l'acqua prorompe con maggior impeto , si discopriva 
questa in un solo volume di un verde il più bello che 
mai: e dell' istesso colore ne apparivan qua e là le altre 
varie colonne; sintantoché si confondean tutte nella 
bianca spuma, che ribolliva in quello sterminato bacino. 
Per certo , la natura non accoppiò mai altrove in sì biz- 
zarra guisa cotanla bellezza a una sublimità così stra- 
ordinaria,, . 

Il primo tomo di questo viaggio è chiuso dalla 
lettera i4-j data da Erié: e in essa è un'animata di- 
pintura del lago di tal nome^ teatro della famosa bat- 
taglia tra gl'Inglesi e gli Americani; gli uni guidati 
da Barclay, e gli altri dal Commodoro Perry, la cui 
rara prodezza ottenne la palma. 

Da Erié passò Miss Wright a Montreal: e assai 
piacevoli sono le descrizioni , ch'ella fa de' luoghi e 
delle costumanze di quelle genti. Trasferitasi indi a 



4o3 
Plattsburg sul lago eli Ghamplain, non lascia scorrer 
roccasione di favellar lungamente del decisivo trionfo^ 
riportato dagli Americani, capitanati dal Commodoro 
M^Donough , opposto al comandante inglese Downie. 
Su cotesto lago era stato distrutto dalle fiamme, pochi 
giorni avanti V arrivo della nostra viaggiatrice , uno 
de' più bei battelli a vapore che mai si costruissero 
negli Stati Uniti. E, per verità, il racconto, ch'ella 
fa, di quella tragica scena, è pieno d'anima e commo- 
ventissimo. E si darebbe per noi tutto intero a' nostri 
lettori , se non fosse un po' troppo lungo, e non se ne 
trovasser le parti sì ben collegate fra loro, da non po- 
terlo accorciar senza danno. 

La lettera 18., scritta da Whitehouse, contiene 
assennatissime osservazioni, concernenti Timpulso^dato 
al genio degli Americani; i fondatori delle repubbliche 
di quella regione, e lo stabilimento del governo fede- 
rale. La perspicace autrice non si sta qui dal palesare 
la sua maraviglia nel porre ad agguaglio le idee desun- 
te della parte morale del popolo e governo degli Stati 
Uniti da' ragguagli generalmente pubblicati in Inghil- 
terra , con quelle, eh' essa ebbe occasione di procac- 
ciarsi da se. E nota sovrattutto gl'insigni vantaggi, 
raccolti dall'America nel lungo intervallo che tutte le 
nazioni d' Europa si trovavano alle mani. Ella diede 
opera a perfezionare l'educazion pubblica; a migliorar 
sempre più i varj sistemi d' amministrazione ; a sradi- 
care i pregiudizi ; a domare i nemici interni ; ad empir 
gli erarj ; a sgravarsi de' debiti ; ad emendar le leggi 5 
a fondare scuole ; ad agevolare il propaga mentre de' lu- 
mi ; a ravvivare il traffico; a dissociar deserti ; ad aprir 
nuovi mezzi di navigazione interna, e ad accrescere 
una popolazione d'uomini, fiUti per lo godimento della 



4o4 

vera libertà. II genio degli americani non sì riscontra 
già ne' volumi , raccolti nelle biblioteche. Tutta la loro 
scienza è messa in pratica; e apparisce cosi nelle isti- 
tuzioni e nelle leggi , come nel senato , e negl' istessi 
[baluardi delle città , e su i ponti delle navi. I suoi po- 
litici non son già teorici industri ; ma bensi uomini di 
stato istruiti nelle massime del governo: non conqui- 
statori soldati ; ma fervidi amatori della patria: non 
esperti disputatori i filosofi; ma legislatori assennatissi- 
3iii. 11 mondo non risona;, e vero ^ delle loro imprese: 
jiia la patria raccoglie i frutti della loro saviezza; e sa 
cosi quello che deve air animo d'individui si fatti, co- 
me quello che può aspettarsene. In Europa si usa per 
lo più giudicare del grado d'istruzione di un popolo dal 
numero de' suoi scrittori. Ma noi portiam opinione, non 
esser questa una misura sempre giusta. Nessuno, a ca- 
gioii d' esempio, negherà, aver la Francia fatti nelle 
scienze passi grandissimi dopo la rivoluzione. Gontut- 
tociò , la sua rinomanza letteraria non guadagnò molto 
in cotesto periodo. Il genio de' suoi abitatori passò dal 
gabinetto alle assemblee, e da queste al campo di bat- 
taglia. L' importanza dell' affa r pubblico ne trasmutò 
a un tratto gì' istorici e i poeti in combattitori e poli- 
tici. E i suoi pacifici letterati , divenuti cittadini ope- 
rosissimi, si segnalaron poi coi delitti , o colle virtù. 
Una nazione, impegnata in guerre politiche, difiicil- 
mente è visitata dalle Muse. Elle non arrivali d'ordi- 
nario che dopo la strage. 

Fatto un breve, ma giudiziosissimo cenno della 
parte militare nelT istoria d' America a' tempi della ri- 
voluzione , la nostra viaggiatrice passa ad esaminare i 
salutari effetti della costi tuzion federale. Fu questa , al 
dir di Ramsay^ un trionfo della virtù e del buon senso 



4o5 
su i vizj e le follie della iicatura umana . I piti malvagi 
fra- gli uomini esser possono indotti ad oj)porre una va- 
lida resistenza all' invasione de' loro diritti : ma si ri- 
chiede un più alto grado di virtù , per impegnare uo- 
mini liberi ad abbandonare spontaneamente una por- 
zione delle loro libertà naturali , e sottomettersi al frena 
di un buon governo che imbrigli la ferocia dell' uomo^ 
e lo sforzi a rispettare i dritti altrui. Numerosi sono in 
fatti gli esempi di popoli, che hanno conquistata la li- 
bertà colla spada: ma sommamente rari quelli d'altri, 
che abbian saputo far di essa buon uso. 

In gennajo del 1820, Miss Wright si ricondusse a 
Nuova-York. E nella lettera 19. porge un bel tributo 
di reverenza all'illustre Jefferson^ già presidente del 
Cougresso. Né la gran lode, con la quale ne parla, può 
cadere in sospetto di lusinga : stantechè pochi sono gli 
Europei, ai quali non sia giunto all'orecchio il grido 
delle virtù di un tant^ uomo. 

Favellando la nostra autrice di quel venerando 
campione dell' indipendenza Americana, di Washin- 
gton, non lascia di commendare la neutralità, così sa- 
viamente mantenuta da questo gran duce colle princi- 
pali potenze belligeranti d' Europa , non ostante la 
gagliarda opposizione incontrata . I nomi di Francia , 
Lafjyette , e Libertà, parla van ibrte al cuore di ogni 
Americano. E se la repubblic<> francese non si fosse così 
presto macchiata di tante colpe, il predominio di Wa- 
shington non avrebbe per avventura potuto trattenere 
gli Americani dal prender parte a favore di un popolo, 
che avea sparso poco prima il proprio sangue por la loro 
causa . 

Nella lettera p.2,. ne isiruisce Miss Wri^lit intorno 

all' illimitata libertà della stampa negli Stati Uniti y 
T. VII. Sc-'ltcniùre 27 



4oO 
alle elezioni , agli effetti delle scritture politiche , ai 
giornali e ai dibattimenti del Gongiresso. E comechè 
trovi in tutte sì fatte cose^ quali attualmente elle sono, 
alcuni inconvenienti anche di una certa gravezza, pone 
non pertanto in opera tutta V industria per farne cono- 
scere abbondanti compensi. Noi non ci tratterremo sulla 
libertà della stampa , che la natura delle nostre istitu- 
zioni non può forse ammettere, e i cui effetti, buoni o 
cattivi, non ci servirebber perciò d'alcun lume . Ma 
rivolgendoci con reverente animo ai nostri Regolatori, 
ci farem lecito d' invocare un loro sguardo sulla mise- 
ra condizione degli scrittori nella nostra penisola , la 
sola in tutta V Europa , dove alle produzioni dell' in- 
gegno non si conceda il dritto di proprietà . Forsechè i 
parti delie fantasie italiane sono men sacri che quelli 
degli stranieri? Se un'assoluta libertà di stampa non 
si può accordare colle iìostre discipline civili, si limitin 
pure i savj nostri Dominanti alla concessione di quella 
parte, eh' estiman essi bastevole ai nostri bisogni . Ma 
poiché il conferire il dritto di proprietà d'uu lavoro di 
mente non reca la minima offesa alla ragion politica di 
uno stato , e non sarebbe per costare cbe il solo agevo- 
lissimo passo del guarentirsi a vicenda dai varj governi 
d'Italia le opere d'ingegno de' sudditi respettivi, giu- 
dichiamo ^ non potersi la manifestazione di questo no- 
stro desiderio ne ascrivere a baldanza , né trascurare. 
Consideri l'equità de' nostri illustri Moderatori quanto 
sia dura la sorte di uno scritt ore Italiano, a cui sia tolta 
ogni speranza di raccorre il frutto delle sue fatiche, ed 
usurpato dall' inverecondia cupidigia de' libra] quel van- 
taggio , cbe lo porrebbe talvolta in condizione di prov- 
vedere ai bisogni de\ suo stato : essendocbè pochi sono 
i dotti ^ favoriti dalla fortuna. Il solo premio della glo- 



4^7 
ria non basta a chi vive in povertà . Ond' e ^ che gli 
scrittori^ i quali non hanno T animo a questa superiore, 
non potendo sperar mai di ottenere la propria indipen- 
denza col prodotto deMoro sudori, o si abbandonano 
alla sorte ^ o prostituiscono il carattere in servigio di 
vili mecenati , o nulla fanno. E chi volesse indagar le 
cagioni della scarsezza di eminenti scrittori italiani ai 
di nostri , vedrebbe ;, non esser per avventnra l' ultima 
quella che attualmente indichiamo. 

Se la spiegazione de' costumi e del carattere di un 
popolo si dee cercare nelle sue discipline nazionali e 
nella prima educazione degli individui^ che lo compon- 
gono, il carattere e i costumi degli Americani si potran- 
no dichiarar facilmente. Lo straniero è a prima giunta 
maravigliato di trovare in un cittadino ordinario que' 
lumi e sentimenti _, eh' ei fu avvezzo a rintracciare 
nelle scritture de' filosofi, o nella conversazione de' più 
illuminati personaggi della sua contrada. Le im|)ressio- 
ni , ricevute dagli Americani nell' infanzia, sono poche 
e semplicissime , come tutti gli elementi delle sane co- 
gnizioni. Ogn' idea , che tra loro si acquista, è ricavata 
dal libro della verità, e comprende massime, non di 
rado ignote alla più erudita mente europea. Né senza 
grand' eifetto sullo sviiuppamento del carattere è la 
maniera, con che si dirige in America l'azione. Alla 
qual circostanza è la nostra viaggiatrice propensa ad 
attribuire V affabil contegno che distingue V Americano. 
Dalla rustichezza, ella dice , si genera la rustichezza ; 
e dalla mansuetudine la mansuetudine. E afferma, aver 
più volte udito dire da' coloni delle Indie occidentali , 
non esservi un più duro conduttore di schiavi che uno 
schiavo. Non v' ha periodi) della vita, nel quale un in- 
dividuo degli Stati uniti si trovi esposto all'oppressione. 



4o8 
I oaslighi corporali sono formalmente vietali rosi Delle 
scuole e nelle carceri, come tra le i>chiere e nelle navi. 
Queir aiitorilà , che si esercita senza ricorrere alle per- 
cosse, è sempre la più nobile e sicura. 

In n^sMUì tempo e luogo, dice Miss Wriglit, Tat- 
tenzion pubblica fu mai rivolta all'educazione delle 
femmine come oggidì negli Siali Uniti. Jn altre regio- 
ni può parer di poco momento lo inculcar nello spirito 
delie donne le massime del governo, e gli obblighi 
verso la patria. Ma fu saviamente notato , che in un 
paese , <love una madre è incaricala di educarla mente 
di figli, destinati a giudicar poi delle leggi e a soste- 
nere le hberlà della r^'pubblica , dee comprendere 
ed apprezzare sì fille hggi e libertà ella stessa. In 
America, i vantaggi personali e le arti di mero or- 
na 'nenlo, dovrebber perciò venir dopo una solida 
istruzione. E cosi è ijìfatli degli uomini. Ma le don- 
ne sono, a giudizio di Miss AV righi, troppo allevate 
alla foggia europea. La lingua francese, T italiana , la 
danza , il disegno ec. occupan tutte le ore del bel sesso, 
lììcn're che l'altro si applica daddovero allo studio della 
filosofia, dell* istoria , deli' economia politica, e delle 
snroze esalte. Ond e, che quando la vivacità della gio- 
ventù è alquanto rattemprata , i due sessi hanno nelle 
tendenze e ne' pensamenti manco uniformità di quel 
che sarebbe desiderevole. 

Nelle lettere successive la nostra viag^^iatrice fa- 
vella della religione, del carattere delle vane sette, del 
clima, del mercato di Filadeltia , ec. ec. Passata, in 
aprde dtì 1020, da Filadellla a Baltimore, e di quinci 
a Washington , chiude l'opera con la descrizione di 
questa cillà , del campidoglio, del senato j ed esprime 



4o9 
i più calfli e generosi voti per una sempre crescente 
prosperità di quelle genti e contrade. 

Nel corso di questa beli' opera^ non ha quella per- 
spicace e vivacissima inglese omesso alcuna circostan- 
za, comunque minuta e apparentemente frivola, purché 
opportuna a dar un' idea giusta del carattere individuale 
deoli americani ne^li Stati uniti . E noi le abbiam tra- 

o O 

lasciate; peiciocchè lo inserirle qui in tutta la loro 
estensiune^ ci avrebbe troppo distratti dai nostro pro- 
ponimento . Ma non defrauderemo i nostri lettori di due 
di cotesti tratti significantissimi, e perchè brevi, e per- 
chè sommamente acconci a dimuilrare la buona fede 
e '1 personal coraggio di quel popolo, sue qualità prin- 
cipali. 

Quando Miss Wright tornò a Filadelfia , riseppe 
quivi, esser la villa di Giuseppe Bonaparle stata con- 
sunta dal fuoco. E, tra le circostanze di un sinul incen- 
dio, udì con istupore quella, che di quanto si potè sot- 
trarre alle fiamme dall' immenso popolo accorso , non 
si era perduta la minima cosa . ,, Mobili, statue, quadri, 
danaro , vasellame , lavori preziosi , biancheria , libri , 
( così si esprime egli medesimo in una lettera , diretta 
V S gennajo 1820, a Guglielmo Snow^don , giudice di 
pace a Bordentown ) , in una parola, tutto ciò che non 
rimase distrutto, fu consegnato fedelmente alle persone 
di mia casa. E nelT istessa notte dell incendiv), alcuni 
operaj mi recarono viìrie cassette, dentro le quali trovai 
e monete, e meihiglie d' oro, e giojeili, senza che ale j-;a 
gli avesse toccati ,, . 

Un amico di Miss Wrir^Ist vide ultimamente lo 
Scevola americano nel suo paese . E un inarinujo, stalo 
preso sopra una nave mercantile degli Stati un:ti, e co- 
.stretto a servire in un vascello brilaunico. Dopo che Li 



fi IO 

repubblica ebbe intimato la guerra all' Ingliillerra, ei sì 
recise con un colpo di scure una mano. E , presentan- 
dola al comandante inglese^ gli dissp: „ qualora crediate 
che ^ per assolvermi dal servire i nemici della mia pa- 
tria/ questa mano non bastì^ vi dichiaro, che ne ho tut- 
tavia un'altra per troncarmi una gamba „. 

L' autrice del presente viaggio, le cui replicate 
edizioni fan fede de' suffragi ottenuti in Inghilterra, è, 
per quanto ne vien detto, una giovane nel primo fior 
dell età . Il che non avremmo certamente creduto , a 
giudicarne dalle osservazioni, contenute in questo lavoro 
tutte proprie di un intellello maturo. Vero è, che un 
certo foco, e direm anche una certa precipita nza giova- 
nile traspajono qua e là nel corso dell' opera . Ma noi ci 
sentiamo più presto inchinevoli ad ascriver si fatte cir- 
costanze a spirito di prevenzione non bastevolmente 
repìcsso , o ad animo inteso a censurare alcune forme 
del suo governo patrio con esaltare le opposte della re- 
gione da lei visitata , di quello che ad accusarne la 
mancanza di sagacità : che anzi questa le serve mirabil- 
mente a dai* colore e sostegno a certi suoi concetti (co- 
mechè pochi), intorno ai quali aver non potrebbe forse 
né molti, né sani fautori. M. Leoni. 

Istituto elei poveri a T^rieste. 
Stabilimento provinsorio di mendicità a Siena. 

Un giornale esce a Soittgard che porta questo ti- 
tolo glorioso « L' Amico dei posteri. » Io ho provato si 
gran compiacenza nel conoscerne l'esistenza, che non 
ho potuto a meno di trattenermi nei pensieri, che que- 
sta cognizione mi destava. E perchè mai, io diceva fra 
me stesso, se un giornale in Italia non può dedicarsi 



4ii • 

esclusivamente alle ricerche che interessano questa in* 
felice classe d' uomini^ perchè ogni giornale non con- 
sacra almeno periodicamente alcune pagine a narrare^ 
proporre i tentativi che possono condurre a diminuire 
i bisogni e il numero dei poveri? La economia si lagna 
che i mendicanti consumano senza riprodurre: la mo- 
rale trova che l'ignoranza e l' ozio dei poveri, e il vi- 
zio si trovano cosi spesso riuniti^ che si possono a buon 
diritto riguardare quelli come causa di questo. La filo» 
sofia penale percorrendo la storia del t'oro scuopre ne- 
gli oziosi e nei poveri gli autori di molti delitti, sicché 
tutti gì' interessi della Società sembrano riuniti a desi- 
derare, che questo stato d'avvilimento dell uomo cessi 
nei paesi ove la civiltà progredisce. A che dunque tanto 
si parla d' antiche cose , e d' antiche voci , e frattanto 
dei presenti bisognisi tace? lo era tutto in questi pen- 
sieri allorché mi capitarono alle mani i regolamenti 
dello stabilimento dei poveri fondato a Trieste in que- 
sti ultimi anni ed alcuni cenni sul nostro di Siena, 
E siccome là trovai molte cose , le quali in senso mio 
sono sommamente proprie a nutrire la speranza dei 
buoni che queste benefiche fondazioni possano moltipli- 
carsi , ho gettato questa breve notizia cosi di volo e 
senza aver i mezzi di esaminare se tutte le parole che 
io adopro godano veramente la cittadinanza di questa 
patria comune; e questo ho fatto al doppio oggetto e 
d' invagliire i ricchi di fare altrettanto in ogni città 
d' Italia , e d'eccitare gli scienziati a concorrere colle 
buone dottrine a fissare i veri pvincipj, su i quali que- 
sta maniera di beneficenza dee parlicolarmente sta- 
bilirsi . 

Negli anni 1816 e 1817, in mezzo alle afflizioni 
della fame e delle malalLie; incominciarono gì' islituli 



4l2 

dei poveri di Trieste e di Siena ^ per veniicare que'due 
graii([i priacipj che la Provvidenza cava il bene dal 
seno stesso dei mali: e che le facoltà umane allora prò- 
pria mente si spiegano quando sou determinate da un 
bisogno presente. Si riunirono i triestini per stabilire 
un istituto provvisorio di beneficenza^ i cui regola- 
menti si renderono pubblici nel maggio iSiy. Portano 
questi in sostanza: che una deputazione di privati pre- 
sieduta dal governatore della provincia s'incarica di 
conoscere , e di soccon ere col prodotto delle largizioni 
civiclie i poveri di Trieste^ somministrando lavoro ai 
capaci di lavorare e supplire col guadagno dei proprj 
lavori ai proprj bisogni , dando nutrimento e sussidio 
a colori;, cui non basta il lavoro per vivere, e fidando 
agli Ospizj di pubblica misericordia i deboli e gli am- 
malati incapaci all' occupazione . 11 principio di non 
soccorrere il mendicante ozioso a danno della società, 
questo principio sì poco inteso , domina in questi sta- 
tuti e la severità delP amministrazione diretta a pre- 
servare dalle dilapidazioni il patrimonio dei poveri, ed 
il pensiero di ricorrere a tutti quelli che lianno lavori 
da imprendere , o continuare perchè i poveri trovino 
■presso di loro un mezzo permanente di sussistenza, 
onora la vigilanza e 1' attenzione degli statuenti. 

Dopo sei mesi si vedono assicurati e resi perma- 
nenti i sussidj , discusse le massime economiche atte a 
ben governare un istituto perpetuo di beneficenza e get- 
tale le fondamenta di questo sacro edifizio. Nel progetto 
pubblicato nel i3 settembre 1817 ampliato ed eseguito 
nei contemporanei regolamenti^ modificati poi ed al- 
(Jiii poco corretti colle ordinazioni dell'anno 1819 ^^^lo 
particolarmente degne d'osservazione le massime se- 
c uciili : 



4'^ 

55 L'occupare utìiniente quelli che sono giù po- 
. veri e quelli che col loro lavoro possono sottrarsi al 
pericolo di divenirlo è il primo scopo dell' istituto • — > 
Questo istituto non può beneficare so non chi lavora. 
A quelli che sono all'atto impotenti si provvede coi 
pubblici ospici . 55 

5^ Tutte le fonti di pubblica beneficenza debbono 
essere riunite neir istituto. 5, 

^y L' amministrazione dell' istituto è affidata ad 
una società dìv scelti e probi cittadini — Tutte le ope- 
razioni deir istituto saranno pubblicate colla stampa 
di un rendimento di conti annuo e d' un prospetto dei 
lavori , movimenti e progressi dell' istituto ^^, 

Il primo tra questi principj merita a senso nostro 
somma attenzione 5 poiché si fa certamente un danno 
al povero ed una offesa alla pubblica economia5 quando 
si mantiene questa classe infelice d' uomini nella mi- 
seria e neir ozio con quei piccoli e continui soccorsÌ5 che 
la pongono nell' estremo della soggezione e delF avvili- 
mento e li costringono a lasciare ogni occupazione5 for- 
zandoli a quella sola di correre qua e là assediando 
le case 5 importunando gli abitanti ed inseguendo i 
passeggieri per strappare così uìj misero e stentato vi- 
vere . La determinazione di non soccorrere se non 
quei che lavorano e di raccomandare agli ospizj degl' 
infermi gì' impotenti 5 è dunque affatto savia perchè vi 
guadagna la società e il mendicante. Questa sottrae i 
mendicanti dalla lista fatale dei consumatori che non 
riproducono e fanno così un vuotò terribile nella pub- 
blica rendita : quegli non guadagna solamente il suo 
vivere quotidiano, ma la sua educazione ancora ed una 
.specie di nuova esistenza5 perchè abituandolo al la voro5 
non solamente si toglie all' inlingardia . madre ordina- 



hi 

ria d*una molesta malinconia, all'avvilimento ed alla 
soggezione che opprimono 1' uomo e lo disperano, alla 
fame consigliera di colpe ; ma si comincia a fargli sen- 
tire la sua propria forza e dignità, e le speranze di un 
lieto e felice avvenire, che dà all' uomo alti e valorosi 
spiriti e lo invoglia della virtù , e in questo egli acqui- 
sta robustezza e salute , specialmente se si ponga cura 
d' evitare il rimprovero fatto ad alcune fabbriche in- 
glesi di opprimere i poverelli e singolarmente i fan- 
ciulli sotto il peso del lavoro. E stato osservato che i 
soldati di Svezia non goderono mai di sì fiorita salute 
come in questo ultimo settennio, in cui la saviezza del 
loro re gF impiegò a formare strade e ponti e fortezze, 
anziché lasciargli a bere, a bestemmiare Iddio e i San- 
ti, a seguitare le donne altrui dopo avere girato attorno 
alcune poche ore collo schioppo in spalla. 

Il riunire poi in una sola tutte le fonti di benefit 
cenza è felicissimo consiglio. Noi non saremo avversi 
alle fondazioni come gli enciclopedisti ; ma è però ve- 
rissimo che spesso servono esse piuttosto alla vanità de 
morti che al sollievo de' vivi. Qua si distribuisce una 
leggiera limosina , là un' altra da piccoli e moltiplicati 
.stabilimenti : s' invitano cosi i poveri a correre da un 
canto all'altro la città e si alimenta la questua, anzi- 
ché bandirla. Se tutti questi capitali, di cui cosi di- 
sperdonsi i frutti, si riunissero alle private beneficenze 
dei cittadini che in buona fede spendessero nella casa 
dei poveri una metà solamente di ciò che danno ai 
mendicanti a capo d' anno, se i lavori delle pubblicae 
imprese si dassero a questa Gasa come si fa a Trieste , 
e dei privati benevoli che chiedessero i loro lavoranti , 
ed il Ministero Religioso concorresse colla sua forza, 
su cui è da fidare moltissimo, a questo grande oggetto^ 



4>5 

non v^ è città die riunendosi col suo circondario si 
trovasse scarsa di capitali per fondare una casa diretta 
al sussidio de' poveri ed alla abolizione della questua. 
Finalmente il commettere alla fede dei privali 
r amministrazione dell' istituto e il pubblicarne le 
operazioni e i progressi , oltre ad essere un atto di 
giustizia ( poiché chi spende il suo ha diritto d' am- 
ministrarlo , o almeno di conoscerne la erogazione ) 
ha poi seco molta sagacità . E' osservato che quanto 
più gli uomini hanno come proprj gli affari pubblici 
ed i privati, tanto più ardentemente vi cooperano e 
generosamente v' impiegano le loro fiicoltà, sicché una 
gran parte della sapienza civile è riposta nel trovare 
il modo per cui gli uomini si persuadano che nelle 
cose che interessano il comune si tratta V affare loro 
proprio. Il perché, io lodo moltissimo che lo statuto 
triestino del 1819 abbia abolito la disposizione del 
1817 e ritenuto il principio che affidare la direzione 
deir istituto a y direttori scelti nel loro seno dai mem» 
bri della congregazione e riuniti ai parrochi e capi 
delle religioni che sono direttori per dritto , si accor- 
dava poi la presidenza ad uno dei direttori in giro , 
anziché al governatore come si leggeva nel presente 
Statuto . 

Ma già , quasi senza volerlo ^ io ho cominciato a 
discorrere sulla organizzazione delF istituto: e già mi 
pare molto da lodare il consiglio di separare il colle- 
gio amministrativo dipendente dalla direzione in varie 
sezioni 5 attribuendo a ciascuna le sue speciali occupa- 
zioni, e tutte degne d'uomini ricchi e caritativi, e ciò 
che più conta, tutte gratuite. La prima sezione ha no- 
me di Commissione informatrice . E' particolarmente 
ordinata a ricercare e conoscere i bisognosi e lo stato e 



4i6 
le cause del loro bisogno, e dee proporre il modo di 
ripararvi, e in queste famiglie sovvenire ai padri ed 
instituire con una retta educazione i figliuoli, lo peiiso 
che questa cura è veramente fatta per gli uomiùi agiati 
e che non hanno occupazioni continue . JNon è e" li 
infatti un dovere dell' uomo ricco non solamente il 
provvedere ai bisogni del mendico, di cui è per qual- 
che modo r amministratore , ma anche il ricercarlo 
amorosamente? E nun ò stato questo il primo mezzo, 
per cui il ricco nella formazione delle società civdi ha 
salvato le sue sostanze, ispirando rispetto e gratitudine 
al mendico, ed il primo \ incolo che ha unilo quesle 
due classi? E quando le distinzioni avite non sono al- 
trimenti in venerazione e ì principj religiosi e morali 
non esercitano tutta la loro possibile attività, non han- 
no eglino i ricchi tutto l'interesse a ra( quistare per 
questo modo T amore ed il rispetto dei bisognosi? — * 
La seconda sezione dell' isti' ulo triestino che ha nome 
Commissione elemosiniera ed ha uilicio di eccitare la 
misericordia generale, sembra singolarmente incaricata 
di rammentare agli uomini facoltosi questi doveri e 
questi interessi e di visitare sovente quelli che non si 
rendono a promettere un costante sussidio, sicché se non 
vogliono per virtuosa inclinazione pagare il tribolo del 
loro superfluo alT indigenza , facianlo almeno per evi- 
tare r importunità delle assidue domande. — La terza 
sezione designata col nome d.i Commissione, aniniini' 
stratwa rende fruttiferi i fondi, esige le rendite fìsse , 
riceve il prodotto delle questue , paga sugli ordini della 
direzione, tiene conto della entrata ed uscita; e tutto 
sotto la ispezione di un direttore speciale. — • Io vorrei 
che l'ispezione fosse costantemente separata dai corpi 
amministratori e direttori in ogni maniera di corpora- 



4» 7 
zione , a baridiriie 1' arbitrio e la dilapidazione^ le quali 
nelle fondazioni soltentrano ordinariamente alle rette 
inlenzioni de fon latori ed hanno svegliato contro di 
esse tutta T amarezza della censura. 

La quarta sezione finalmente col titolo di Com- 
mi ssione (Iella Casa dei poi>erì e di la^^oro, dirige la casa 
ove si ricoverano gì' impotenti e presiede ai lavori dei 
poveri. Quesla mi pare veramente la parte migliore 
da seguirsi per quelli che amano di contribuire coi loro 
lumi al soccorso degl' indigenti ; e per questo mezzo si 
studiano di promuovere il miglioramento della società. 
La direzione della Gasa dr^stinata al ricovero di alcuni^ 
al lavoro di tutti è certo un nriicio gravissimo di pub- 
blica educazione , anziché una riunione grossolana di 
cure economiche. E veramente, se la pubblica benefi- 
cenza non mira a formare dell' indigeide un' uomo 
perfetto, te non gì- imprime nell'animo i principi del- 
la virtù, mentre gT istruisce la mano, se non lo abi- 
tua a spendere utilmente la sua giornata nel lavoro e 
non ordina e dirige per modo questa abitudine, sicché 
nel minore tempo possibile impari un' arte veramente 
utile e si emancipi dalla misera dipendenza, in cui si 
vede, bisogna pure dire che questa pubblica beneficen- 
za prodiga le sue cure, o dannosamente, o almeno 
inutilmente per la città. Ora, tutte queste cure non 
sono certamente nò lievi né poche^ ma gravi sibbene e 
molte e de^^nissime che vi s' impieghino nomini d'alto 
ingegno e di graiuli spiriti. A (jiiesta educazione dei po- 
veri ha mirato l' istitulo triesliiio , allorché ha voluto 
che sia nella Casa di lavoro una scuola elementare (che 
pero é tristamenle ristretta alla istruzione dei giova- 
netti ) ; che siavi una cappella ove si eseguiscono i do- 
veri del culto : che i figli dei poveri sieno istiuili di 



4i5 

buon'ora nelle arti; che ogni povero debba imparare 
i lavori che più sono proporzionati alle sue circostanze. 
E' anche saviamente ordinato colà^ che quei poveri, i jjl 
quali pretenderanno di preferire la questua al lavoro m 
dovranno essere rinchiusi in quella parte della casa che 
è destinata ai lavori forzati , lo che esclude affatto l'idea 
che si voglia forzatamente rinchiudere nella Gasa dei 
poveri chi non ha meritato la pena dei vagabondi. Si 
vuole infatti rispettare sempre la dignità dell' uomo e 
le relazioni di famiglia ; né possono indistintamente , 

trarsi i mendichi al deposito dei poveri senza violare 
la libertà dell' uomo, e gì' interessi della società e il 
fine de' pubblici soccorsi, perchè l'educazione d'un' uo- 
mo irritato da una ingiusta detenzione si fa stentata- 

[ mente e dopo molti anni e molto dispendio di danaro 
e di cure. Bene dunque e saviamente ha adoprato l' i- 
stituto di Trieste nel preferire una casa di lavoro ad 

\ un deposito di mendicità ; ed ottimamente consiglia- 

[ rono i fondatori dell' istituto sanese adottando nel loro 
stabilimento lo stesso principio. 

Se debbo però dire quello che io sento, mi pare 
che generalmente si potrebbe porre alla educazione 
degli indigenti, così economica, come intellettuale, fisica 
e morale , una cura maggiore di quella che per 1' ordi- 
nario vi si adopra . Si e forse troppo cercato il modo di 
torre la fame al povero e la noja al ricco col minore 

^sacrifizio possibile, e si sono quindi trovati industre- 
mente i lavori più facili, affinchè servissero a questo 
fine. Ma non è egli vero che bisogna sempre cercare se 
i lavori prescelti, ove sieno perfettamente imparati, 
basteranno all' indigente per vivere independente dai 
soccorsi altrui ? Non è vero che per rispondere afferma- 
tivamente bisogna che il lavoro presenti /aa/Z/tó nel- 



4^9 

l' eseguirsi , facilità nello smerciarsi utilmente^ ^ fa' 
cilità nel trasportarsi dovunque il povero educato vo- 
glia fissare il suo domicilio ? Se si adopra diversamente; 
se si scelgono posizioni precarie che non bastino a ren- 
dere independente chi vi si addestra; (i) se si trascelf 
gono i lavori tra quelli che per qualche circostanza 
speciale, ma passeggera^ presentano uno spaccio pronto 
e proficuo, ma non durevole; (2) se si preferiscono i 
lavori di lusso anziché quelli di prima necessità, e quel- 
li che esiggono costose macchine in preferenza a quelli 
che si fanno con istrumenti semplici e di poco prezzo, 
r educazione dei poveri non mi sembra appoggiata so- 
pra stabili fondamenti ; ed io vedo grave il pencolo che 
gr indigenti non possano affatto sgravare del loro 



(i) Tale mi sembra ppr tatti i lati lo stato dei servitori di 
ogni genere , finche i pubblici costumi non si mutino in meglio. 
Wè so capire come i' Istituto Triestino prescelga per le fanciul- 
le questa situazione umiliante precaria ed esposta ad una qua- 
si certa seduzione in questa nostra depravazione europea. 

(2) La società d' incoraggimento per V industria nazionale 
a Parigi, sulla relazione del sig. Sylvestre nel 17. aprile 1822. 
ha decretata una medaglia alla sig. Reine per avere fabbricato 
dei cappelli di paglia secondo il metodo di Toscana colla pa- 
glia della qualità cbe si usa tra noi e che ella stessa ha colti- 
vata con successo in Francia (Rev. Encycl T. i4- p- 212.Ì Que- 
sta specie di manif.ittura così profìcua attualmente in Toscana 
presenta ella dunque tanta speranza di durevolezza da formare 
r oggetto della istruzione meccanica e della occupazione dei 
poveri ? Le braccia cbe vi s* impiegano attualmente debbono 
elleno restarvi cstlusì\famtntc occupate? La altre arti fé parti- 
colarmente r agricoltura) ne soffriranno punto o dalla parte 
dell' esercizio o dnl lato della istruzione ? La pubblica econo- 
mia risentirà ella nessuno sbilancio, ove questa specie d' ind»i- 
stria cessi d' essere produttiva ? Mi pare cbe la risoluzione di 
questioni sifdtte potrebbe essejre di qualche utilità. 



420 

ma 11 leni mento il Piefngio elei poveri ^ o cleLbaiio tornar- 
vi aggravati di figli dopo avere concepita una vana lu- 
singa di bastare'a se stessi e d'essere in grado da prov- 
vedere alla propria esistenza ed a quella di una famiglia. 
Mi pare conseguentemente di somma importanza il pen- 
sare al destino futuro dei poveri , sicché abbiano uu 
luogo sicuro e permanente nella società. Sarebbe molto 
utile il vedere esposti nel pubblico i pensieri che ser- 
vono di segrete norme ai diversi stabilimenti d'Am- 
burgo, di Baviera , di Trieste, di Siena e delle altre 
città in proposito di tutti i poveri, ma pi iì particolar- 
mente in proposito dei poveri segreti che hanno nome 
di vergognosi . Gli istituti toscani onorano le buone 
intenzioni dei nostri antichi per le cure delicate che 
d^bbe prendersi di questa classe veramente degna di 
rispetto e di compassione : ma io vorrei che non sola- 
mente essi fossero segretamente soccorsi, ma segnata- 
mente istruiti. Vi sono delle arti ingenue che nel se- 
greto della casa non sconvengono anche a nobili fanciul- 
le ; ve ne sono di quelle che professate onorano i no'bili 
garzoni. Perchè non potrebbero nel seno delle loro fii- 
miglie essere istruite e fatte operose queste fanciulle, e 
cambiare i soccorsi segreti che ricevono dalla pubblica 
beneficenza colle opere delle loro mani ? Perchè i loro 
fratelli istiuiti nei buoni studi, di buon'ora impiegati 
per le cure degli amministratori dei poveri in uffici 
non servili non potrebbero sovvenire alle loro famiglie 
e rendere così pii^i facile alla beneficenza pubblica il 
soccorerle? Finalmente il guadagnarsi il pane col sudo- 
re del proprio volto è un dovere generale; e la sola no- 
si;ra follia vi ha creato delle eccezioni I 

Che se tanto di cure esÌ2:e la educazione economi- 
ca dei poveri , che diremo poi della educazione tisica 



4^1 

intellettuale e morale ? Nella fisica educazione è per 
molte maniere interessata la società ; e dopo ciò che può 
leggersi nelle opere classiche d'Hufeland, di Franck 
e di tanti altri che hanno mostrato la connessione di 
queste cure colla salute privata e pubblica ^ e dopoché 
la febbre di prigioni e di spedale è riconosciuta pros- 
sima a svilupparsi su qualunque congregazione d' uomi- 
ni immondi e incuranti della loro persona , e dopo i 
i gravissimi dubbi eccitati in America e in Spagna che 
una non dissimile origine possa avere il flagello che ha 
desolato Barcellona, è inutile un più largo discorrere 
su questa materia. Se non che forse potrebbe aggiungersi 
che un felicissimo influsso esercitano codeste cure fisi- 
che anche sul morale dell'uomo e sono adatte somma- 
mente a raddolcirlo e punirlo nei suoi stessi costumi, 
sicché un' uomo celebre ebbe a dire che dalla nettezza 
del corpo potea prendersi soventi volte argomento a 
giudicare su quello dell' animo : Ed il bel libro del Dot. 
Hufeland sull'arte di prolungare la vita umana, dimo- 
stra abbastanza la maravigliosa connessione che esiste 
fra le cure fisiche e le morali . 

Per ciò che riguarda alla educazione intellettuale 
e morale dei poveri, noi esciremmo fuori di cammino 
se tutto volessimo esporre quello che pensiamo e quello 
che si desidera dai buoni che veggono rettamente. L'is- 
truzione assidua nelle cose che anche i poveri debbono 
sapere (e queste sono quelle medesime che a' loro pic- 
coli figli debbono insegnarsi per rendere utile la loro 
elementare istruzione) (3) è di prima e somma necessità 
per moltissime ragioni, e particolarmente perchè nell'at- 

(3) Vedi Antologia. Luglio. Memorie sull' educazione dei 
poveri . 

r. FIL Settembre a8 



423 

tuale propagazione di molte idee filosofiche, bisogna em- 
pi n^ li delle buone massime per rendergli superiori allq 
influsso delle cattive, ed ispirare ad essi un'affezione vi- 
vace e stabile ai principj ed alla morale della religio- 
ne . Bastano a poco le istituzioni religiose se non mi- 
rano a formare il cornai ncimento , V amore e l abitu- 
dine alla condotta veramente cristiana, ed è questo 
oggetto che debbe specialmente occupare i pensieri di 
coloro che nella direzione di quest utilissime congre- 
gazioni hanno alcuna parte. Io leggo con sodisfazione 
che due ecclesiastici a Siena si trattengono nell' istruire 
i poveri sulle cose della religione e che ai mendicanti 
là accorsi è anche insegnato a leggere ed a contare senza 
timore di turbe civili. So, che molta istruzione si dà nel 
fioientino lodatissimo istituto dei poveri, e che un' in- 
segnamento total mente appropriato allo stato degli agri- 
coltori si adopra in una bene ordinata casa di po\eri 
fanciulli stabilita in Viterbo da quel venerabile cardi- 
naie Vescovo Severoli; ma finché per onore delT Italia 
e per incoraggi mento di tutti i buoni i direttori rispet- 
tabili di questi sacri istituti non vengono essi medesimi 
a darci le notizie opportune, non possiamo dirne di più. 
Finiremo qui col rispondere a due obiezioni che gli a- 
raici d' ima Felice e tranquilla ignoranza pubblica non 
mancheranno di proporre , dichiarando che a Ifutta que- 
sta istruzione mancano gli uomini adattiemanca il tem- 
po medesimo che dee passarsi nel povero a lavorare , 
anziché a farsi dotto . E quanto alla prima , se il fan- 
ciullo d' alcuna leggera istruzione fornito è capace d'is- 
truire il fanciullo, perchè il povero adulto non potrebbe 
reciprocamente insegnare all'altro povero? La cosa non 
è già nuova. Con questo metodo per moltissimi impie- 
ghi potremmo usare degl'indigenti medesimi a misura 



4^^ 

che, o portano alcuna istruzione già ricevuta, o ne rice- 
vono alcuna con frutto nella casa medesima di lavoro. 
E però, dopo un diligente esame su i loro profìtti nei 
costumi e nelle cognizioni possono essi eleggersi custodi^ 
inservienti^ scrivani, maestri nelle arti, ispettori dei 
lavori e della disciplina, maestri del leggere e scrivere^ 
istitutori ed istitutrici per le case dei vergognosi e sce- 
gliersi secondo la loro capacità ad eseguire nioltt* impor- 
tanti funzioni. Una gran parte del sapere di chi regola 
gli uomini sta nel conoscere il vero posto di ciascheduno 
e nel profittare rettamente della forza e dell' intelligen- 
za di tutti . Così se alcuno continua a dire che in un'i- 
stituto dopo qualche anno di educazione mancano per- 
sone adatte ad incaricarsi di queste cure diverse, io dirò 
liberamente, che poiché gli uomini sono gì' istessi per 
tutto, è in queir istituto cattivo il metodo e pessima la 
direzione. Vengo ora a dire del tempo, in cui possono 
i poveri essere istruiti senza detrimento dei loro lavori 
e dei loro guadagni, ed io porto ferma opinione che do- 
vendo essere necessariamente fra i lavori manuali certi 
intervalli destinati al riposo dei muscoli, possa usarsi 
con industria di questo tempo, sicché mentre il corpo è 
in quiete, fatichi lo spirito. L poi da osservare^ che nei 
giorni festivi, gl'istituti di carità sono aperti per som- 
ministrare ai poveri Tosato nutrimento, e questi giorni 
sono sommamente propri per esigere da essi la mondez- 
za della persona e per trattenergli con varietà d' eser- 
cizi dopo la istruzione morale e religiosa nelle cose che 
per coltura delT animo debbono conoscere . Vi sono 
degli intervalli fra i vari omaggi da rendere al giorno 
del Signore, ed io ; penso che in questi non sia interdetto 
r avvantaggiare oU uomini in utili co^inizioni, anziché 
lasciargli marcire nelT ozio e nei vizi. Dai registri dei 



4*4 

tribunali di Francia risulta che la massima parte dei 
grandi misfatti in questo ultimo quinquennio sono stati 
commessi colà nei giorni festivi: ed io credo che la man- 
canza d'istruzione, la scarsità di ministri della religione 
e la perfida usanza che larganiente si adatta di cambiare 
il sacro riposodella religione in ozio dissoluto e brutale,»ia 
la cagione lacrimevole di tanto disordine: E credo quin- 
di, che nella educazione di tutte le classi si debba avere 
nna cura speciale che i giovanetti prendano per questi 
sacri giorni, tali abiti felici, che servano alla causa della 
morale e della società, sicché si svegli la loro mente, 
mentre ri posa il loro corpo, e sì rendano essi per via 
di utili considerazioni sul loro stato più forti e più spe- 
diti nella carriera della virtù . 

Ma già r amore del mio argomento mi ha fatto 
passare i limiti che io m'era prefisso. Possa questo bre- 
ve e nuiF ordinato articolo eccitare a cose migliori gli 
amici della umanità! Possano per loro mezzo schiarirsi 
tutte le menti, aprirsi tutti i cuori degli uomini, sicché 
rendendosi comuni le buone dottrine finalmente si veg- 
ga : che se la beneficenza fu sempre il gran distintivo 
dell'uomo, il carattere che in questi giorni nostri a^u- 
me questa virtù deir uomo e del cristiano, lo porta non 
solamente a soccorrere al povero , ma a formare nel 
soccorrerlo la di lui educazione . 

Filandro 

La Civopedta di Senofonte^ tradotta da FuàncmSco Resis, 
Milano, Sonzogno 1821, tomi 2, in 8.° 

Fu già pubblicata in Torino nel 1809, e Tanno scorso 
riprodotta in Milano , colP ornamento d' alcune carte , e 
1' aggiunta delle osservazioni del Fréret sopra la battaglia di 
Timbrea, carne parte delli Collana di Storici greci yolga* 



4^5 

rizzati. Avvi chi la chiama il brillante, e chi il solitario 
della collaaa medesima . Il qual secondo appellativo , che 
non credo veramente ben applicato, per indicare nella Ci- 
ropedia del Regis un* assoluta eccellenza, non so quanto sia 
giusto, nemmeno se vogliasi per esso indicare una grandis- 
, sima preminenza. Gliela disputa, infatti, la traduzione del 
Flavio di Francesco Angiolìni, già stampata a Verona, ed 
a Roma alcune diecine d' anm* sono, ed ora inserita dal 
Sonzogno nella sua collana , col solito fregio di qualche 
carta d^ antica geografia. Ambidue i traduttori sembra che 
abbiano studiato uua grande esattezza e , per quanto era 
sperabile lungo la Dora ed il Po (i), una grande purezza' 
ed eleganza . Il primo, che aveva a vestire di forme italiane 
un più perfetto originale, volle essere più. scrupoloso, non 
«olo neir esprimerne i pensieri e le parole , ma anche la 
collocazione di queste, e quasi dissi i suoni, facendo prova 
di retrarre colla nostra lingua la più bèlla prosa, che fosse 
scritta da' Greci . Il secondo fu fedele non scrupoloso, gar- 
bato anch* esso e arnionico, ma senza cure troppo delicate, 
che già nel suo testo non ritrovava. Il Regis potè attenersi più 
particolarmente alla schiettezza e brevità dell' idioma del 
trecento, molto confacevole alla sua Ape attica', P Angio- 
ini si accostò alquanto più ai modi del secolo decimosesto 
meglio adatti ad un scrittor florido, anzi un poco rettorico 
e prolisso, come lo storico della guerra giudaica . Del resto 
in ambidue apparisce diligenza e perizia tanta di scrivere, 
che pochi della loro epoca poterono pareggiarli . Se non 
che ciascuno , che abbia pratica degli scrittori toscani dei 
tempi migliori , sente che manca a questo piemontese e a 
questo piacentino un non so che di franco e di nativo, mas- 
sime ogni volta che 1' argomento richiede certo lepore fa- 
miliare o certa festività^ e gli torna a mente la sentenza 
del Macchiavello ; Che uno che non sia toscano, non farà 



(i) Il Regia fu torinese, « V ADgiolini pÌAC«atioo . 



4i6 
mai questa pai te bene, perchè se a)orrà dive i motti della 
patria siin^ sarà una veste rattoppata, facendo una com- 
posizione mezza toscana e mezza forestiera (2) . Non glk 
che i non toscani, a forzri di buoni studj, e Ira pi alitandosi 
per alcun tempo fuori delle patrie loro, per vivere in 
riva all' Arno colla lingua medesima, non posiano riesclre 
a cangiar dtd tutto la domestica barbarie e a prendere, 
favellando e scrivendo, il più eletto fiore d' urbanità, sicco- 
me già fece l'Ariosto, che tacciato giustamente dal Mao- 
chiavello di avere avuto nelle prime commedie stile ornato 
e gentile, ma privo de' sali, che non sapeva, alfine ottenne 
e c[u< sta ed ogni altra dote, che per avventura gli mancasse. 
Ma, oltre al non essere uè il Kegis né 1' Angiolini vissuti 
mìi in Toscana, io dubito che avessero, se debbo giudicarne 
dalle prefazioni ai loro volgarizzamenti respettivì , così 
agile ingegno da farsi veramente naturale la lingua de' to- 
scani scrittori. La qual lingua è pur necessaria (ed essi 
mostravano d intenderlo) a chiunque, anche negli argomenti 
in cui sembra a molti che basti la buona lingua comune, 
desidera vanto di perfezione . E una pietà il sentire t dvolta 
per queste terre di Lombardia, come la gente letterata vi 
assolve , se pur non vi sconforta dal porre veruno studio 
nell'opere degli ingegni toscani, e ride della vostra brama di 
passare qualche parte dell' età migliore nel lor beato paese. 
Ma le vere proprietà del dire non s' imparano che da quelli 
di cui sono proprie; e tanto meglio dalla viva voce, in 
presenza delle cose a cui si applicano, che non dagli scritti. 
Di ciò i non toscani disappassionati sembrano pure convinti, 
e fra gli altri l'autore del Saggio di sinonimi italiani^ che 
già fece prova della verità del principio dianzi enunciato, 
so che si dispone a tornare in Toscana e farvi lunga di- 
mora, perchè volendo assegnare con precisione alle parole e 
alle frasi che sembrano d' uguale significato , il lor valore 



(2) Discorso o dialogo della lingua. 



4^7 
distintivo; non ammettere nulla di vieto o di forestiero 5 
non ommellere nulla di calzante e di espressivo; sentire i 
ireri confini del nobile e del plebeo, tutti i gr^di della forzn, 
della grazia, della decenza, bisogna, come già mi esprimeva, 
andare fra' toscani a vivere colla lingua medesima. 

Sembra, però, che questi abbiano riconosciuto nel Pogis 
una grande cittadinanza , se, come asserisce il professore 
fiucheron, la novella accademia della Crusca era per con- 
cedere i primi onori alla Giropedia, qualora nel 1810 avesse 
potuto coronare i volgarizzamenti non meno che le opere 
d'invenzione. Certo ehe il Regis fé' quanto mai gli fu pos- 
sibile pef conservare puro (sono sue parole) sincero e in- 
tatlD 11 candore, il genio e il gusto della nostra lingua. 
«A tal fine, egli aggiunge, non fidandomi di quel po' di 
lume, che l' età e l' esercizio mi può avere apportato, men» 
tre in ispezie stava traducendo, mi specchiai di continuo 
ne' nostri migliori prosatori, e singolarmente in quelli, che 
per ragione delle imprese materie uno stile adoperarono 
alla traduzione della Ciropedia confacente. Talché mi pare 
di potere con molta sicurtà affermare di non aver forse in 
tutto il corso di essa adoperato parola o forma alcuna, che 
non sia da opportuna autorità di qunlcuno degli ottimi fra 
i nostri italiani fiancheggiata . » Le altre cure da Ini spese 
intorno a questa sua traduzione si argomentino dal suo af- 
fetto pel maggior padre del dialetto attico, Senofonte e dal- 
la stima in cui ebbe la Giropedia , riguardandola qn^l te- 
soro d esempi e di precetti divini, e qual modello impa- 
reggiabile per ogni genere di eloquenza. Il quale affetto e 
la quale stima procedono in luì tant' oltre, che. contro il 
testimonio dell' antichità e contro ogni verosimiglianza (quan- 
do veramente la difficile nntura delle menti umane dispensa 
affatto gli eruditi da simili fatiche) si adopera di provare 
che la Ciropedia fosse scritta ad historiae fidem, non ad 
^ffi^i^crn justi impcril , che è il contrario di ciò che ne 
pensava Cicerone . E poiché 1' uom dabbene si persmde un 
po' facilmente di potere far ricredete chiunque tenga diver- 



428 

sa opinione , il Cav. Musloxidi , eoa cui pare che gli edi- 
tori della Collana non manchino di consigliarsi , corregge 
con una nota la sua troppa fiducia, e fra V altre cose dice 
così; ce Tralasciando che l'autorità espressa degli antichi, 
quali sono Platone, Dionisio d' Alicarnasso, Ermogene, Cice* 
rone , Ausonio ed altri , è loro (a Banier e ad Hutchinson, 
di cui il Regis ripete gli argomenti) contraria^ basta leg- 
gere semplicemente la Giropedia, per rimaner convinti che 
Senofonte, se ha conservato alcuni avvenimenti della storia, 
gli ha nondimeno esposti con quelT ordine, che a lui me- 
glio pareva, e vi ha frammesso molte invenzioni . Adunque 
i pregi della Giropedia stanno nelF eleganza dello stile e 
nella purità della morale; e non v' ha critico assennato, il 
quale, se assai 1" apprezza come opera filosofica, voglia pre- 
starle la fede, che si accorda alla storia . » Indi propoae 
alcune dissertazioni ed osservazioni di Fraguier, Freret, Wei- 
ske , Sainte-Groix, dilettevoli a leggersi da chi arai vedere 
partitamente le ragioni di que' che sostengono, che Seno- 
fonte dipinse Giro non quale egli era in effetto, ma quale 
avrebbe voluto che fosse un ottimo imperadore e capitano. 
Dopo il Sainte Croix, il quale pubblicò le sue osserva- 
zioni nel i8ia, è tornato su quest' argomento anche il 
Volney nelle nuove ricerche sull^ istoria antica (3), e non 
contento de' ragionamenti de' moderni e delle semplici opi- 
nioni degli antichi, cerca nelle intenzioni conosciute di Se- 
nofonte il v^ro segreto delP opera sua. « Nojaltri europei, 
d'ce egli ( gente di chiesa o di gabinetto non importa ) , 
che disputiamo sopra i re e i conquistatori, siamo proprio 
giudici da ridere in fatto di verosimiglianze o di probabi- 
lità storiche, massime trattandosi di avvenimenti occorsi ia 
Asia 2^00 anni fa . I costumi di quella contrada e de^ suoi 
governi differiscono talmente dai nostri, che, anche oggi, 
uomini di molto spirito parlano di ciò che avviene in Per- 



(3) Parigi i8i4f nel tomo IH. 



4^9 
sia ed in Turchìa in maniera affatto ridicola pel viaggiatore 
che ne fu testimonio . 35 Quindi trovando Senofonte in contra- 
dizione con Erodoto, riguardo a molti fatti di Giro, ei crede 
inutile il disputare qual delle narrazioni, dell uno o dell'al- 
tro sia la pili naturale (poiché la natura, cora'ei si esprime, 
è per ciascuno la sua abitudine^; ma vede più fondamento 
di verità nell'esame de^ motivi, che possono aver dettata 
a Senofonte 1' opera sua, attenendosi in quest'esame alla 
testimonianza degli autori, che furono o contemporanei, o 
poco distanti dall'età di Senofonte medesimo. 

Diogene Laerzio , ei riflette ^ il quale scrisse la vita di 
gran numero d'antichi filosofi sopra documenti originali, at- 
testa che Senofonte e Platone , mossi da geloso anzi invjdo 
sentimento l'uno contro delP altro, scrissero, a disegno di 
contradirsi, intorno ai medesimi soggetti; e che, avendo Pla- 
tone ideato il libro della Bupublìca , Senofonte gli oppose il 
suo della Ciropedia o educazione di Ciro , che poi l'altro 
nel suo trattato delle leggi th^-^qWò finzione , poiché Ciro non 
fu qual Senofonte lo dipinse . Ateneo nel Convito de* Sapienti, 
opera eruditissima e piena d'aneddoti curiosi , attesta le cose 
istesse. Ed Aulo Gellio, che pur vorrebbe attenuarne la forza, 
scrive nel XIV delle Notti Ateniesi y che le prove dell' ini- 
micizia di Platone e di Senofonte _, registrata negli scritti de- 
gli antichi, sono di qualche valore , e questa, tra l'altre, che 
Senofonte, avendo letto i primi due libri del bellissimo trat- 
tato sul miglior governo repubblicano fatto da Platone, gli 
oppose il suo dei governo monarchico o regio, intitolato: 
Educazione di Ciro, del che Platone si trovò si offeso, ch« 
in altr' opera successivamente publicata lanciò questa senten- 
za: che per verità Ciro fu uomo destro e coraggioso, ma 
della scienza del governo affatto ignorante. 

Secondo Voluey , adunque, fu chiarissimo ?igli antichi, 
i quali avevano il lume di fatti e di tradizioni autentiche , 
la Ciropedia altro non essere che un romanzo politico e mo- 
rale; una specie di censura della Repubblica ideale di Pla- 
tone. Ma il tacito panegirico del regio governo, a cui $i 



43o 

riduce siffatta censura , era ars:oniento pericolosissimo a ma- 
neggiarsi dinanzi ai democratici di Atene ^ onde l'autore della 
supposta vita di Ciro diede al suo racconto le forme e la ve- 
rosimiglianza dell' istoria , e collocò il suo eroe sopra uà 
teatro, che tutti sapevano essergli proprio. Qualunque indu- 
stria , peraltro, egli usi, troppe cose tradiscono il suo se- 
greto; sopratutto quel prestare che fa « al persiano Ciro 
non solo la religione di un Greco 4)» ^^^ anche il linguag- 
gio di un discepolo di Sacrate, sicché la parte morale del 
romanzo è la pura morale di quello filosofo, sovente espres- 
sa colle proprie frasi de suoi detti m cnior abili , raccolti da 
Senofonte medesmo, o sparsi nelle opere di Platone «. 

Ciò premesso, comprendesi facilmente, al dire del no- 
stro erudito, come Senofonte sopprimer dovesse, nella nar- 
razione delle gesta del suo eroe , tutto ciò che offuscar poteva 
quello splendore di giustizia e virtìi, che a lui piacque at- 
tribuirgli. Un primo fr.tto, impossibile a conciliarsi coli' in- 
tenzione sua, era la ribellione di Giro contro 1 avo, e Pusur- 
pazione del trono di Media, attestata da Erodoto, e confes- 
sata da desia. Che fa Senofonte? Appoggiandosi al racconto 
di Erodoto medesimo, dà a Ciro Mandane per madre, Asliage 
per avo, e il persiano Cambise per genitore^ ma suppone 
che questo fosse Re di Persia , quando a quell'epoca i Persi , 
tributar) de' Medi , non aveano Re , che nel significato di 
satrapo. Indi , affine di allontanare da Ciro 1' odiosa taccia 
d'aver detronizzato il suo avo, suppone che Astiage avesse 
un f]f;lio, appellato Ciassare , fratello di Mandane, il qual 
succedette legittimamente al padre ^ e con nuova supposizio- 
ne . dando a Ciassare una figlia unica , V unisce in isposa con 
Ciro, il quale giugne così all'impero in tutta pace e onp<;tà. 

(*j 11 Regis a ijiiel pHhso del Cap. VI, libro \, dilla Ciropedia , ove è 
detto die Ciro, fatte le preghiere a Vesta patria, a Giove patrio e agli altri 
Dei, uscì alla spedizione, dice così „ L'autore, non volendo adoperare nomi 
proprii, die non avrebbero dato a' Greci alcuna idra degli Dei de* Persi , dà 
qui a Vesta e a Giove l'epiteto TT £i1 (ì ji) Ci . TTCilp^OO P^r ^"^ intendere 

' ' ' . 

che questi Dei della Persia non erano gli stessi che quelli della Greci». 



43i 

Il buon Regis , a cui quella dettonizzasione dell' avo 
slava pure sul cuore, dice con ingenua persuasione che « co- 
loro , i quali credono che Giro , invece di aver mai giovato 
alla corona dell'avolo suo Asti a gè , cacciato abbia lui dal 
soglio , e citano in prova massimamente la guerra de Persi 
contro i Medi, dall^ autore pure nella sua ritirata dei dieci 
mila ricordata, badino che Ciro, se così fosse, mancherebbe 
dì quella clemenza e bontà, clie le profane e le sacre carte 
concordemente gli danno j e che Senofonte, se non avesse 
ivi parlalo di un' altra guerra tra Medi e Persi fatta, che ben 
altre dopo Ciro ed Astiage se ne fecero, apparirebbe trascu- 
rato , smemorato e contradicente a sé stesso, quando fu , se 
mai ve un altro, diligente, riflessivo ed uguale 33. 

L' avvertimento ci valga per non credere mai che uno 
scrittore , il quale oggi parla secondo una sua poetica o fi- 
losofica o satirica finzione, domani parlar possa a norma 
dell' istoriea verità. Cosi percliè il Machiavello dipinge , per 
avventura , nel Principe il Valentino , o parve prenderlo a 
modello d'una sua perfezione ideale , non avrà potuto nei 
Decennali (che altrove noi ricordò) rimproverarlo e chia- 
mar meritata la sua misera fine. O se , come è più probabile, 
oltre al Valentino, volle rappresentarci e i Baglioni , e gli 
Orsini, e i Vitelli, e i Malatesta , e gli Sforza , tormenta- 
lori di quella dolorosa età , più non gli era concesso lassare 
direttamente o indirettamente la loro politica nelle Istorie 
o ne' Discorsi. Cosi, per avere immaginato nel suo Castruc- 
eio l'emulo di Filippo il Macedone e di Scipione 1 Africano, 
non gli sarà stato permesso nel secondo delle Storie il chia- 
marlo sbigottito per un poco d' ajuto , che in certa occasione 
i Fiorentini mandarono a Prato , dal cui assedio egli tosto 
si levò, di che non troviamo indìzio nella Vita ^ ove si legge 
com egli usava dire : Che gli uomini debbono tentare ogni 
cosa , ne di alcuna sbigottirsi , e die Dio è amatore de- 
gli uomini forti j perchè si vede che stnipre gastiga gli 
impotenti con i potenti* Ci si perdoni il soverchio di que- 
ste parole. M. 



4S^ 

LETTERATURA. 

Necessità dello studio sul poema di Dante» 

Che bel tema/ Tema veramente nuovo vi propone» 
te per un giornal letterario; sento dirmi per ogni parte! 
Chi c'è fra gl'Italiani che non sia convinto di questa 
necessità? .... E tutti i buoni fedeli, rispondo io j, non 
sono con vint>^ della necessità di studiare sul vangelo per 
arrivare alle scopo assai più importante d'attemperare 
le proprie arsioni alle discipline di questo libro veramen- 
te divino? ma con tutta la convinzione che ia loro è , 
non e' è egli foiose bisogno che ogni domenica il paroco 
in chiesa, ed ogni anno un predicatore nella quaresima 
non sok) rammentino questa necessità, ma n'espongano, 
e ne dichiarino le dottrine celesti? Or fate conto, s'egli 
è pur lecito di paragonare (non confondere) le sacre al- 
le cose profane , che come il vangelo è ed esser debbe 
la norma regolatrice delle nostre azioni, così il poema 
di Dante sia ed esser debba il primo e principal tipo 
delle qualità più necessarie al nostro stile poetico che 
riguardano alla forza e profondità de' concetti, alla giu- 
stezza e concisione de' modi o dizioni Oh/ adagio 

un poco, sento replicarmi. Voi paragonate una cosa per- 
fetta con una di sua natura imperfetta; badate bene che 
incapriccito di prestare con ceca superstizione un culto 
troppo religioso a questo gran Lama della nostra let- 
teratura ^ non vi conduciate ad adorarne ancora gli 
escrementi {a) .... Ma io , signori miei non posso giun- 
gere a capire quale sia la vostra intenzione . Per un verso 



(a) Ved. Nuovo Giornale de' lett. di Pisa N. 1 1 1 fac. i53 



e spgg. 



433 

voi esagerate il grande impegno con cui in gran parte 
d' Italia sì promove lo studio di Dante, n' esagerate i di- 
fetti e chiamate Settarii coloro che V onorano . Per un 
altro voi ancora lo lodate a cielo , e riconoscete in lui, 
e nel suo poema uno de più solidi fondamenti della no- 
stra gloria nazionale . (h) Guai è la vostra intenzione , 
ripeto ? . . . . Oh / qui appunto vi \ogliamo. Non vedete 
voi chiaro dalle nostre parole, le quali vi sembrano con- 
tradittorie , che noi seguiamo la regola , o massima in- 
fallibile degli stoici, quella cioè del ne quid niniis 1 Voi 
con tanto zelare, e con tante edizioni, con tanti com- 
menti, con tanto fracasso intorno a Dante cadete in un 
biasimevole eccesso. E noi procuriamo di temperare . . 
. . questo che a voi piace di chiamare eccesso con un 
altro vero e reale, rispondo io . Alle corte , voi esagerate 
il culto, che in gran parte d' Italia si presta alla divina 
commedia chiamandolo nuo^o,(^c) eff renato, siiperstizio^ 
sOyeà in tal guisa mostrate almeno la stravolta intenzione 
di metterlo in ridicolo , perchè la turba degli sciocchi 
eh' è infinita si ride di tutto, ed io mi contento a dire 
che lo studio delle opere di Dante è si necessario , che 
se i giovani ingegni d' Italia non sono educati alla sua 
scuola, e non sono nutriti delle sue dottrine, de' suoi 
pensieri, e del suo modo d' esprimerli, avremo sempre 
degl'insulsi parolai, se volete, più o meno eleganti, ma 
eternamente parolai , e non mai veri poeti , e buoni 
scrittori. Anzi dirò di più; secondo che quest'ingegni sa- 
ranno ben disposti da natura alle lettere potranno aa- 



(bì Ih. 

(e) Egli è nuovo come la luna , diceya G. Gozzi. Ogni 
mese diamo questo aggiunto di nuo^'a alla luna, eppure l'è 
t«c«:hia quanto Adamo. 



434 

Cora segnalarsi , ed acquistarsi una celebrità fra i loro 
contemporanei , la quale durerà pure per qualche tem- 
po dopo di loro, ma le loro opere saranno sempre ri- 
guardate come di secondo, o terz' ordine , non mai del 
primo 5 e non porteranno impresso il gran sigillo del- 
l' immortalità . E non per discorso generale, o per me- 
tafisici principi intendo di dimostrare questa mia pro- 
posizione, ma col fatto, e quel che vi farà più maraviglia, 
colle vostre stesse parole. Ma prima di stender la tela 
del mio ragionamento è d' uopo premettere che quando 
dico necessità di studiare le opere di Dante , io non 
intendo dire necessità di leggerle una, due, tre volte; 
ma in leggendole di ben compenderne da capo a fondo 
gli alti sensi, di concepir bene, e ponderare l'espres- 
sioni , e i modi di cui si serve per farli passare nell a- 
iiimo altrui, e di farsene un modellò non per servirsi 
sempre de' suoi medesimi tratti e colori, ma per avvez- 
zare la mente a quel tratteggiare , e a quella sua ma- 
niera di colorire. Ciò premesso io vi domando: che 
possiamo noi Toscani mettere innanzi agli altri al cadere 
del passato secolo, e al cominciar del corrente, che siasi 
acquistato fama e celebrità ? Ed in qual' ordine o chisse 
il porremo? Un Fcintorii (^iù conosciuto sotto il nome 
di Labìndo) , un Pi guattì un Benedetti ec. Ma il primo 
pieno d'ingegno, e di poetica fantasia si nudrì de' pen- 
sieri e dip'mbdi dèi Venosino. Nel secondo si ammirerà la 
giustezza de' pensieri, la facilità di sporli, la purità del- 
la morale , e l' ingegnosa maniera d' insinuarla negli a- 
iiimi , ma rade volte la forza , la venustà , e la purezza 
dello siile classico. 11 terzo poi con forze non certamente 
minori , e munito di migliori arme patrie, sarebbe ve- 
ramente salito a più gran fama, e giunto per avventura 
nel suo corso a grand altezza nel regno delie lettere^se 



435 
a queste sole tenendo V animo rivolto^ non avesse a un 
ora amato di vagheggiare un Idolo affascinante, come 
Atalanta 1' aureo pomo di Meleagro . (d) Ciie se diamo 
un occhiata a più rari e pregievoli frutti di poesia, che 
in questi ultimi tempi sono stati prodotti forse in trop- 
po gran copia da alcuni buoni ingegni italiani, i quali 
hanno ardito animosamente dar IJato all' epica tromba, 
cioè al Cammino^ alT Italìade , alla Gerusalemme di' 
strutta , al Cadmo ^ al Colombo ec. ec, faremo noi giu- 
dizio, che questi poemi , o alcuni di essi portino in sé 
il glorioso marchio dell' immortalità? (e) Non a noi, ma 
tocca alla severa posterità la soluzione di questo proble- 
ma, perchè son di parere che ciascuno di questi egregi 
ingegni dica a se stesso con Fedro — Cedo in^idiae dum- 
modo absolvar cinis . 

Ma se noi lasciamo indecisa la questione rispetto ai 
mentovati odierni poeti , e alle opere loro, faremo noi 
lo stesso rispetto al defunto Alfieri, e al vivente Monti? 
No certamente, dappoiché hanno essi già vinta V invi- 
dia de^ contemporanei, che hanno unicamente pronun- 



(d) E quindi la perdita immatura ^ per sua mal fondata 
disperazione, di questo giovane letterato, e di molte speranze. 

(e) In ciascheduno di questi poemi s'incontrano più o meno 
pezzi di eccellente poesia epica, ma sopratutto iwW Jtaliade 
(a parer mio) del cav. A. M. Ricci. In un altro suo poema in- 
titolato ì Fasti ec. egli si mostra :.ncor più che nella Italiade 
istruito nella scuola d>'ir Alighieri, ma in generale scrivendo 
epicamente ci si lascia spesso trasportare dalla fantasia lirica , 
e dallo stile fronzuto d( i moderni; oltreché non è punto favo- 
rito dalla scelta del soggetto, perchè un leggitore italiano possa 
interessarcisi. Del resto egli è fornito più d'ogni altro delle 
qualità poetiche, e brilla quale odierna stella primaria suU'o- 
riazonte dell' Italia meridionale. 



436 
ziato la sentenza d'immortalità alle tragedie del primo e 
al Basv ille del secondo . Io dirò con tutta la franchezza 
della persuasione, e senza alcun timore eh' altri non 
ni' accusi di parzialità , e d'adulazione^ che Monti.vin- 
ce d' assai l' A.lfieri nelle facoltà poetiche, e che alcuni 
eziandio dei sopraccennati poeti la vincono su questo , 
e la cedono di poco al primo . Intanto questi due sono 
dal pubblico suffragio predicati come eccellentissimi 
sopra gli altri (f) loro contemporanei, forniti da natura 
o di quasi eguali facoltà poetiche per rispetto all' uno 
o di anche maggiori per rispetto all'altro. Or con quali 
mezzi, e per qual sentiero questi due grand' ingegni 
hanno potuto salire tant' alto? lo risponderò con le stesse 
parole, delle quali ha fatto una si cattiva applicazione 
il malaccorto autore dell'allegato a/ticolo del giornale 
pisano. Certamente quel fiero e sublime intelletto del 
Sojocle Italiano (Altieri) il quale si fortemente in tut- 
to e per tutto simpatizzava col Jiostro maggior Tosco 
( Dante ) da cui seppe attingere tanta profondità' 
d'idke, tanta gravita' ed energia d'espressione, quan- 
ta ciascuno ne ammira nelle sue immortali tragedie . . . 
ha dato un risalto notabilissimo alla fama di quelV in- 
sigile originale , ne ha promosso con V autorità del 
suo esempio un assai maggiore studio, e ne ha poten- 
temente animata V imitazione : alle quali cose non 
neghiamo aver pure contribuito non poco la famosa 
cantica Basvilliana del Monti, egregiamente model- 
lata su quella dell Alighieri . 

Da queste parole si vede chiaramente, che il gior- 



(f) E ad essi debbe unirsi il Varano colle sue visioni, « 
cui la ]H)sterità renderà forse più di giustizia, che i contem- 
poranei - 



437 
nalista pisano conviene che se l'Alfieri ha oltrepassato 
il comun segno, questo è avvenuto perchè attinse Ja pro- 
fondità deir idee, e 1' energia e gravità dell' espressione 
dal poema e dallo studio di Dante ^ col quale simpatiz- 
zava, e che se la cantica basvilliana del Monti è famosa, 
questo avviene, perchè Tè modellata su quella di Dan- 
te medesimo. E quaF era mai, se Dio m' aiuti, la con- 
seguenza naturalissima, che dovea dedursi da queste 
proposizioni verissime? La seguente certamente e non 
altra : dunque se gF ingegni italiani , che nascono dotati 
delle poetiche facoltà, vogliono giungere con T Alfieri 
e col Monti al tempio dell' immortalità e compor poe- 
sie degne di cedro, e non dell' efimere lodi d' un gior- 
nalista, che attingano dalla Divina Commedia la pro- 
fondità delV idee^ la gravità e tener già delVespressio- 
ni, e modellino le laro, poesie sulla cantica dell' yl li ghie- 
ri. Ma il nostro dabhen giornalista deduce conseguenze 
molto diverse , perdi' egli crede che il buon successo 
deir immortale Astigiano, e del Monti abbia dato un 
risalto notabilissimo alla fama di Dante ^ e ne abbia 
promosso potentemente lo studio^ e V imitazione . Or 
da quanto di sopra ho discorso, non è vero che in que- 
sti ultimi tempi siasi più che nei passati studiato e imi- 
tato Dante, ma solamente^ come lo stesso giornalista 
altrove dice con più verità , se ne sono moltiplicate 
r edizioni, le chiose, i commenti per agevolarne ai gio- 
vani lo studio, e Timitazione: ed invece di lodare que- 
sto validissimo impulso atto a dar nuova vita alle mo- 
derne scipite e vote poesie^ed altre scritture, ei va gridan- 
do da frenetico conUo ì settari e superstiziosi effrenati e 
gF imbecilli adoratori del gran Lama ec. E come si può 
star saldi a questi mostruosi irco-cervi di ragionamento 
e di buon senso? E quanto a qual risalto notabilissimo 
T. VIL Settembre ?.() 



43B 
dato alla fama di Dante dall' Alfieri e dal Monti, dopo 
cinque secoli di venerazione e di culto rendulogli dai 
jKiSlri maggiori, io non so quel che lAlfieri direbbe, o 
quel che il Monti dirà intorno a questa notabilissuna 
opinione, la quale certo non possiamo credere che pro^ 
■venga dall' ignoranza , o dalla poca erudizione del gior- 
nalista pisano. Volete voi difatti conoscere se la musica 
d'un dramma è veramente buona, o se avrà luogo fra 
le immortali produzioni dell arte ? Ponete mente quan- 
do i particolari cittadini escono dal teatro dopo le prime 
rappresentazioni, se vanno canterellando per le strade, 
e ripetendole parole dei dramma con Tistessa cantilena, 
allora concluderete esser quella musica eccellente; per- 
chè chiara, netta, intelligibile, e me loti iosa , Leggete 
po>c i i le due graziose novelle di Franco Sacchetti , e 
\edendi) che la divina commedia veniva cantata per 
le strade e per le botteghe dai popolo e dalla plebe, 
converrete che appena questo poema ^comparve in luce 
ottenne (juella popolai e e generale accoglienza, che vie^ 
ne spontanea lìii dal cuore de' fabbri e de' magnani, 
non che de' nobdi e de letterati; La quale accoglienza 
è la garanzia più .sicura, o il segno principale della sua 
immortalità . K qui si dirà forse da taluno: Come pote- 
te asserire, che il poema di Dante fosse si bene accolto 
dal comune del popolo, nudo di cognizioni, e in mano di 
ualuia , quando si sa che pochi anni dopo la sua morte 
si facevano chiose e commenti per dichiararne le locu- 
zioni , e le dottrine? (g) Io risponderò primieramente, 
che quelle chiose, e quei commenti furono fatti speziai- 



(;,) Dille parole stesse del Coinmento, appellato il buono, 
o V ottnno ^ che si con^el v;i nella Liiurenziana , si scorge che 
fu cominciato prima dei i335. 



439 
mente per la gente italica settentrionale , e non per la 
meridionale ;, e particolarmente non per la gente tosca- 
na ; e più particolarmente ancora non per la fiorentina 
nel cui dialetto ^ tranne pochissime voci, era scritto, 
(h) Risponderò secondamente con G. Gozzi che i glos- 
satori y i commenti e i dizionari vengono di necessità 
quando il tempo ricuopre molte cose, e molte voci di 
tenebre : ma la gloria degli scrittori tu già da quella 
prima accoglienza annunziata . Che sarebbero Omero 
e Virgilio oggidì se non avessero anch' essi avuto e glos- 
satori, e commenti, e dizionari? Diremo noi perciò che 
questi soccorsi gli abbiano renduti 1' amore di tanti se- 
coli, e di tante generazioni? No. Glossatori, commenti 
e dizionari vagliono a trasferirti a' costumi, alle storie, 
e al linguaggio di que' tempi , perchè tu possa metterti 
in istato d' intendere, e di godere, come se tu fossi uo- 
mo nato a que' di , dell imitazione di natura fatta da 
que' sommi pittori delle sue bellezze, de' costumi, delle 
pratiche dell' età loro ; di tutte quelle allusioni , e ma- 
lizie deir arte che a' loro contemporanei davano cotan- 
to diletto senza fatica e studio veruno. Ma se tu, il quale 
segnato oggidì ti lasci volentieri ricondurre da' glossa tori 
e da' commenti ai tempi di Virgilio, e d'Omero, e sde- 
gni di lasciarti guidare all'età di Dante, son certo, che 
questi non potrà piacerti come gli altri due, perchè non 
ti metti in istato d'esser suo contemporaneo, come ti 

(II) Questi^ ( Dante ) fu grande letterato quasi in ogni scien- 
za , fu sommo poeta , filosofo , e rettorico perfetto,, tanto iu 
dittare, conae in aringhiera parlare , dicitor nobilissimo: E in 
rima sommo con più pulito, e bello stile, che mai fosse IN" 
NOSTRA LINGUA fino al suo tempo, e più innanzi. 

Cronaca di Gio* Villani libro 9. do^'e parla della morte 
di Danto. 



44o 

mettesti in quello di esser contemporaneo ad Oniero, e 
a Virgilio, (i) 

E tutto ciò s' intenda esser detto per toglier via 
quella gran maraviglia^ e quella specie di disdegno che 
si è svegliato nell animo del Giornalista pisano veden- 
do che tanto sì parla , e tanto si scrix^e oggidì sulla 
di^nna Commedia per ispiegarla e commentarla ; per- 
ch'egli attribuisca questo tanto parlare e scrii^ere alle 
sue vere cause, perchè non tra\>eda un certo spirito di 
PARTE, un qualche cosa di settario , o perche non re- 
sti offeso, o scandalizzato che si presti a Dame ujs culto 
piu^ CHE RELIGIOSO spìnto per avventura alla più effre- 
jsata suPEiiSTiziojNE. E dalle cose discorse di supra dee 
pur dedursi, che la fama di Dante non era suscettiva 
di risalto per le opere dell'Altieri e del Monti ; perchè 
questa fama nacque gigante, e l'Alighieri volava vivo 
per le bocche degli uomini appena comparvero alla luce 

^ HV > ■' ■ Il . ■ i.i i 

(i) Tu che a ragione in questo mare infime 
Per sirli e scoj^li hai d afToiidar temenza , 
E di queir Oliti che, il naufiagio apporta ; 
Odi'iji che far 4 i- D g'i autor primi 
Cui sopra gli altri l'universo ammira^ 
L'anima studia, e riconoscer tenta 
L-^'r vijrj pregj. Esplora a fondo, esplora 
L'argomento, la favola, i costumi 
pi loro etadi, di lor patria i riti, 
Il divin culto e l'idioma in prima. 
Se negli anni tuoi verdi a te non res© 
Tali oggetti domestici e presenti 
Cotidian sudore, invan procuri 
Di ricrearmi a spese lor con rUNTE 
Di satirico sale, io non t'ammetto, 
Credilo a me, fra'critici che degni 
Sun di tal nome e di verace onore. 
Saggio sopra la critìea del Pope C» i . Traduz. del Gozzi, 



Ut 

ìé sue cantìcìie ( 1 ) , e che il buon successo di questi 
due grand' ingegni dimostra solamente che bisogna at- 
tingere a quel perenne , e purissimo fonte, da cui 

Vatum Pieriis ora rigantur aquis 
è navigare in quel mare di tutto il senno ( come Ma- 
galotti con le sue stesse parole il chiamava ) per disse- 
tarsi pienamente , e per giungere al tempio augusto 
dell' immortalità. 

Ma credete voi, dirà taluno, che sia necessario 
Studiare in quel vecchio gotico edilizio di Dante , per 
apprendere il disegno , e trarre i materiali d una scrit- 
tura che viva immortale nella memoria degli uomini ? 
Come al presente tempo non andiamo vestiti di rozza 
cappa , e con cintura di duro cuoio alla guisa dei Ge- 
teghi, cosi non dobbiamo produrre scritture con lo stile 
troppo semplice e disadorno, e talvolta duro e tenebroso 
deir Alighieri. JNun abbiamo noi V Ariosto, il Tasso, ed 
alcuni altri scrittori di prim' ordine, che possono gui- 
darci per via più facile e spedita sulla cima del Parnaso 
italiano? .... Rispondo in primo luogo che il fatto di- 
mostra il contrario. I moderni facitori di poemi, co- 
munque dotati, qual più qual meno, delle poetiche 
Icicoltà , per quanto abbiano studiato , e meditato sulle 
opere degli allegati classici scrittori, sono eglino vera- 
mente persuasi d' esser giunti a quella cima , e di se- 
dersi fra cotanto senno, come per loro stessa confes- 
sione, sono giunti V Alfieri, e il Monti, i quali oltre lo 
studio e la meditazione sugi' istessi scrittori , hanno più 
di loro studiato e meditato sulla divina Gommedia ? E 



(1) Il suffragio universale, che viene dal core del popolo ; 
e non gli encomj dei giornalisti fanno immortali le opere ci' in- 
gegno . 



442 ' , . . 

quanto al goticismo deiredifizio della divina commedia;, 
così scriveva il celebre cons. Bianconi al Principe Enrico 
di Prussia. „ Quando Dante maneggia gli aft'etti sono 
sempre toccati da mano maestra , e 1" entusiasmo ci ra- 
pisce. Le pitture sono cosi vive^ che scuotono lo spirito 
del lettore a segno di fargli sentire fisicamente l'orrore 
e la pietà. Spessissime volte i versi sono artificiosissimi, 
e d' una dolcezza inconcepibile. Io ho sempre assomi- 
gliato il poema di Dante ad uno stravagante edifizio 
gotico 5 in cui l'architetto abbia collocato a capriccio 
sotto ad un brutto sesto acuto il più gentil colonnato che 
siasi mai fatto a Corinto, e talvolta in un angolo dove 
men 1' aspettate la più venusta statua di Fidia, o il più 
studiato gruppo di Prassitele. Così si scrisse da un to- 
scano in un tempo, che gli altri Italiani avevano appe- 
na una prosa sopportabile. ,^ 

Or quanto alla stra<^agnnza di quel gotico edifizio, 
quanto al brutto sesto acuto , e al capriccio con cui 
sotto ad esso sono collocate le statue e i colonnati , io 
mi rimetto per ora a quanto ragionano di Dante il Doni, 
Virgili Oy Trijon Gabbriello, Aristofane , ed altre om- 
bre degli Elisi nella bella difesa del Gozzi contro il 
Bettinelli , e mi contento ad osservare che quelle sta- 
tue venuste, quei colo?ifiati corintii, e quei gruppi 
studiati sono frequenti non solo nella prima , ma nella 
seconda ancora e nella terza Cantica, più che non si 
pensa il Bianconi, e tutti coloro che vanno pel poema 
di Dante saltando, e dormendo , e solamente si sveglia- 
no quando s incontrano in Francesca da Rimini , nel 
conte Ugolino , o neìV Arsenale de' [Veneziani , e si 
figurano che tutto il mirabile in questi soli pezzi consi- 
sta. Ma cjualunque ne sia il numero, io dico : tali statue, 
gruppi e colonnati esistono nella Divina Commedia, e 



US 

4W110 quei pezzi su i quali hanno prò fon fi a mente stu- 
diato r Ariosto^ il Tasso, il Varano, l' Alfieri ec. 'ec» 
come un pittore, un' architetto e uno scultore studiano 
sulle tele d'un Raffaello, sugli edilizi del Palladio, e 
su' marmi di Michelangelo: ora un giovane italiano 
studierà egli sulle opere di questo giovane pittore, o 
architetto, o scultore , tutto che immortali, oppure su 
quel tipo primordiale, che lo ha felicemente guidato 
per la via dell'immortalità? La risposta è facile. StL* 
dierà si sul disegno, i pensieri e le furine di questi al- 
tissimi ingegni come uno scolare studierà sulla Venere 
del Canova ; ma non sarà egli necessario che studi 
eziandio sulla Venere greca, detta de' Medici * sull' A- 
pollo di Belvedere , o sul Laocoonte ^ sui quali il Canova 
stesso ha studiato ^ per abbandonarsi poscia al proprio 
ingegno, e alla propria imaginazione? Che se vogliamo 
penetrare più addentro nel midollo della questione io 
direi a que' giovani che si contentano a studiare ed imi- 
tare i nominati scrittori, e molto più a quelli, cui 
piacciono sommamente le poesie più moderne Frugo- 
niane , Cesarottiane ec. Sì loro io direi ciò che S. Basilio 
soleva dire ai cristiani de' suoi tempi, che studiavano 
sulle opere de' Gentili, cioè d'Omero, d'Orazio, di 
Virgilio ec. cioè, che l'utilità, che doveano ritrarre da 
essi consistenza nelle Joglie , o nel materiale dello 
stile , o come diceva un altro dottissimo padre della 
chiesa „ Ei^li ti basti prender da. loro V eloquetiza del 
parlare y e gli ornamenti della lingua. Che cosa infatti 
dovrebbe rispondersi ad un giovane, che volesse giun- 
gere a scriver bene , e pulitamente in prosa italiana ? 
Non altro a parer mio che questo. Leggete il Sarchianì^ 
il Redi, il Saltini, il Cocchi , il Crudeli _, il Magalotti 
ec. ec» che sono i nostri ultimi buoni scrittori toscani ; 



'•^ 



\ *_ 



444 

leggete pure il Bianconi ^ il Gozzi, il Beccaria, il ]i 
Verri y il Galiani, il Paradisi, lo Zanotti ec. ec. che 1 
sono gli ultimi non toscani (perch' io non parlo dei vi- 
:yenti ) per dare alle vostre scritture la forma , e per 
così dire , V aria e il tuono del secolo in cui vivete; ma 
non trascurate una ponderata lettura del j5occrtcao(m) 
del Passavanti , del Machiavelli ec. ec. dai quali i no- 
minati scrittori attinsero le locuzioni, i modi, e tutto 
ciò che costituisce la vera e schietta urbanità toscana , 
della quale, in dose forse un poco troppa, ha dato bei 
saggi recentemente il Perticari, ahii troppo presto rapito 
dalla parca al ristauramento e all' onore delle buone 
lettere italiane. Neil' istessa guisa io direi a un giovane 
poeta; leggete il Monti , il Parini, e procedendo avanti 
con pochi altri giungete fino al Tasso, all' Ariosto, al 
Poliziano al Petrarca ec. e da questi modelli imparate 
la grazia, la facilità, la vivezza dei tratti e del colorito: 
iiìa se volete che il vostro ingegno , dotato delle neces- 
sarie facoltà poetiche , e dissetato , per cosi dire da si 
larghi fiumi di parlare, risalga al fonte ond' essi la tras- 
sero , e si crei nuove figure , nuovi atteggiamenti , un 
colorito d' egual forza, un arte insomma d' egual ma- 
gistero tenete in mano notte e giorno la Divina Com- 
media , e leggetela attentamente non saltando , e dor- 
mendo ; ma senza lasciare un verso ben ponderato, per 
quanto vi sembri oscuro o negletto o basso. Ricordate- 
vi, che il grand' Alfieri lasciò fra le sue carte il risul- 
tamento de' suoi studj fatti nell' avanzata sua gioventù 
su questo originale, cioè centina ja e centina ja di versi 



(m) Considerando però che la sintassi da lui adottata , non 
fu seguita dal Machiavelli , né da' più giudiziosi de' nostri 



maggiori. 



445 
die colpirono là sua immaginazione, oil suo intelletto, 
e che dopo questa fatica lasciò scritto , che se avesse 
avuto agio e tempo di rifarla, li avrebbe notati tutti. E 
che vuoleva egli dir con ciò? Non altro certamente che 
quel sublime ingegno provò egli stesso quello che provia- 
mo noi tutti ; cioè , che nella puerizia , e nella prima gio- 
ventù non sentiamo molto piacere della lettura di Dante, 
che il piacere comincia con T attenzione con cui lo leg- 
ghiamo, e dopo qualche dichiarazione de' nostri mae- 
stri, e che poi di mano in mano che andiamo avanti 
nelTetà cresce in piiì o meno forte proporzione la no- 
stra ammirazione, il nostro amore per la Divina Com- 
media. Dio volesse che i nostri professori dalle lor 
cattedre sapessero giungere al segno d' ispirare un culto 
più che religioso verso questo venerabile Patriarca del- 
la sapienza europea , e che invece di porgere armi ad 
inquieta e sospettosa gente, che né conosce pure i veri 
principi di lui , porgessero armi più sicure ai giovani , 
perchè cessasse una volta contro la nostra letteratura 
quella dispiacevole si , ma giustissima osservazione de- 
gli oltramontani, eh' essa è ben pregevole e dilettosa 
per vivace , e ricca imaginazione , ma pochissimo per 
utilità di dottrine. Ed in che mai è impiegato il fior del- 
la lingua nel Petrarca, nel Poliziano, nelP Ariosto, nel 
Tasso ec? In descrivere , o dipingere amori, guerre, 
romanzesche avventure ec, ma sotto il velame de' versi 
strani delF Alighieri, in quel suo sagro poema , al quale 
posero mano e celo , e terra la stessa lingua giovane sì, 
ma fiera e robusta è impiegata non a rallegrar F ima- 
ginazione, ma a nutrire il core, non a dipingere in tela 
ma quasi direi a scolpire in marmo dottrine morali ^ 
politiche, e teologiche, che t'inspirano odio veemente 
e invincibile contro il vizio , g^rande e insuperabile ai'- 



fetio per la virtù , ora Forrore, ora la compassione , ora 
lo sdegno , e talvolta lo scherno contro i mall'attori , e 
i cattivi cittadini. E questi furono sempre , sono , e sa- 
ranno i suoi nemici, o i suoi detrattori, e tali appunto 
esser debbono , essendosi egli sempre dimostrato il 
campione dell' amor patrio (n), e il poeta della ret- 
titudine . U. Làmprldi 

GEOGRAFIA 

Ricerche geografiche suW Africa interna settentrionale , 
opera del sig. C. A, Wjlckenaer dell' Istituto . Pa- 
rigi 1821, un voi. in 8" di 5 18 pag. 

Chiunque si accinge ad esaminare per pura cunosltà 
r ultime carte dell' Africa interna , prova al primo aspetto 
un sentimento di compiacenza, in vedervi disegnati con pre- 
cisione incomparabile monti, laghi e fiumi ; in distinguervi 
alla figura dei caratteri le capitali dalle città inferiori e dai 
villaggi; in riconoscere 1' estensione dei regni e degli stati, 
ed il posto che occupano le nazioni e le tribù. Anche i 
confini del gran deserto vi son determinati con una esattez- 
za che sorprende^ e le oasi vi sono sp-irse in tanto numero, 
e delineate con lant'' arte, che quel deserto tanto terribile 
nelle relazioni dei viaggiatori si dilegua in certa guisa al- 
l' occhio dell' osservatore incantato; onde conclude con aria 
di sodisfiizione che non resta pììi altro a sapersi. Ma quando 
imprende a discutere ciò che vede, coli» scorta di una cri- 
tica severa , si accorge subito che tutte quelle contrade si 
ben disegnate sulle carte non sono neppure scoperte, ed i 
prestìgi spariscono. 

Tali sono i motivi, che han determinato il chiar. sig. 



(n) Ved. La dissertazione del Perticari suU' amor patrio 
di Dante . 



¥\1 

Walckenaer, uno fra i più celebri geografi dei nostri giorni, 
a raccogliere in un libro solo tutte le cognizioni acquistale 
fino al presente sali' Affrica interna , e sparse in molti vo- 
lumi , onde confrontarle, discuterle , e trarne gli elementi, 
che possono servire a determinare per quel vasto paese il 
corso dei fiumi, la figura e le dimensioni dei laghi, la di- 
rezione dei monti, il posto delle città principali , V esten- 
sione dei deserti, la grandezza e la situazione delle oasi. 

E nostro scopo di dare una analisi di quest' opera ve- 
ramente classica, conciliando, quanto per noi si può^ la 
brevità coli' abbondanza e i' interesse dei materiali . 

1. Cognizioni degli antichi sulV africa interna. 

Eschilo mostra di conoscere sebben confusamente le 
sorgenti del fiume Astapus , o del Bahr-el azrek dei moderni, 
tributario del Nilo, quando fa dire ad Jo da Prometeo: «Pas- 
serai in una terra lontana 3 v'incontrerai un popolo nero ;, 
il quale risiede presso le sorgenti del giorno (l'oriente) 
nel paese, dove prende origine il fiume d' Etiopia, » Ma è 
chiaro che non conosceva le sorgenti del Bahr-el-abiad , o 
del vero Nilo, il quale non viene dall' oriente, ma dall'oc 
cidente . ce Seguirai, soggiunge Prometeo , le rive del Nilo 
fino alla cascata , ove dall' alto del monte Byblis precipita 
le sue acque maestose e solitarie^ il suo corso ti condurrà 
neir isola triangolare dell' Egitto . 3^ 

Erodoto verso il 45o avanti V E. G. conviene che an- 
che a suo tempo gli Egiziani, i Libj ed i Greci non co- 
noscevano le sorgenti del Nilo. I sacerdoti di Sais, che si 
vantavano di saperne piii di tutti, gli dissero, che il Nilo, 
e gli altri fiumi dell' Africa derivano da un abisso comune. 
Gli abitanti d' Elefantina gli narrarono , che seguendo il 
corso del Nilo si giunge alla gran città di Meroe, capitale 
dell' Etiopia superiore , in cinquantasei giorni , e in altri 
cinquantasei al paese degli Automoli (i). E in effetto, sog- 

(i) Si chiamavatio cosi i discendenti di dugento quaranta m'ia egiziani guei- 
ierij i quaìl abbandonarono 1' F-gilto ;, sotlo il regno di Psanunclico. 



448 

«mn<^e Erodoto, se si conta esattamente, è provato che ti' 
vogliono quattro m^-si per giungere d » Elef^iutina agii Au- 
tomoli. Il Nilo viene dall' occidente^ ma niuno coaos -e le 
contrade, nelle quali prende origine. 

Le relazioni di Bruce e di Burkhardt fra i moderni con- 
fermano l'esattezza delle diistanze date da Erodoto. Misu- 
rando il corso del Nilo da Assuan o da Elefantina 6no 
all'incontro del Bahr-ol Abiad , e del Bahr-el Azrek , ove 
Eratostene ed Agìtarchide collocavano Meroe, e di là fino al 
Dongola, ove abitavano gli Autonioli, sì trova che il punto 
d' incontro dei due fiumi è ad ugual distanza da Assuan , 
e dal Dongola. 

Si vantano le cogn'zJoni d' Erodoto sulla Nìgri- 
zìa . Su quali fondamenti? La Libia, qu de ei ce la de- 
scrive, è un desf^rto privo d acque , e di vegetazione; e 
sotto il nome di Libia si comprendeva a suo tempo tutta 
1' Africa conosciuta, meno V Egitto . Dov' è dunque la Ni- 
grizia ? E vero che Erodoto cita sul racconto d' Etearco 
una spedizione di cinque giovani Nasamoni , i qudi par- 
tendo dalla gran Sirte percorsero in principio un paese po- 
polato , indi una terra piena d' animali feroci ; indi conti' 
miando a uing^iarc alV occidente fra i deserti, e dopo un 
lungo cammino in un paese ingombro di sabbie, trovarono 
una pianura guarnita d^ alberi , indi passarono per luoghi 
paludosi; infine giunsero ad una città popolata di soli ne- 
gri; un gran fiume, nel (junl videro de' coccodrilli , scor- 
reva presso la città dall^ occidente all'oriente, w Ma Ero- 
doto non determina il numero delle miglia, che fecero, né 
dice per quanti giorni viaggiarono prima di tornare indie- 
tro; e d'altronde siccome cita T istoria di quel viagg'o per 
provare che il Nilo viene dall' occidente, e che il fiume ve- 
duto dai Nasamoni è il Nilo, ognuno si persuade che non 
pensava né punto né poco al Niger. Rennel ed Heeren man- 
dano i Nasamoni nella Nigrizia . Larcher e Kenncl trovano 
nella città dei negri Tombuclìi , la quale fu fondata sola- 
mente nel i2i3 dell^ E. G. vale a dire sedici secoli dopo 



4% 

Crofìolo. I Nasamonì sì diressero viaggiando all' occidente; 
atlrav(*rsar no dunque senza dubbio la frontiera del gran 
deserto; ma il fiiitne a cui giunsero era il Djedid, o il Gir, 
o il Ztiz, o il Tafllet i quelli lutti scorrono da occidente ad 
oriente^énon g'h il N'ger del Soudan, per giungere al quale 
bisognava che viaggiassero non all' occidente , ma verso 
l'austro. 

Eratostene descrive il corso dell' Astaboras, e dall' A- 
Stapus, che portano oggi i nomi dì Tacatzé, e B^hr elazrek, 
e dice che discendono ugualmente nel gran Nilo, e forma- 
no 1' isola di Meroe. 

Strabene conosceva il corso dell' alto Nilo , ma sola- 
mente fino agli Auiomoli, i quali portavano fin dal tempo 
d' Eratostene il nome di Sembriti , e non abitavano più a 
cinquantasei giornate da Meroe, ma si erano ravvicinati 
all' Egitto. Conosceva pure molte oasi della Libia, tre delle 
quali sulla frontiera e sotto il governo dell'Egitto, ce Gli 
Egiziani, dice Strabone, chiamano onsi o isole le piccole ter- 
re abitate e ricche di verdura , che sono sparse di tratto 
in tratto nei deserti della tibia e dell' Egitto come 1' isole 
nel mnre . w 

Per determinare fin dove si estendevano le cognizioni 
di .^trabone .«ull Africa interna, basta leggere la sua descri- 
zione della Libia, nome che si applicava anche a suo tem- 
po a tutta l'Africa conosciuta, meno l'Egitto. Incomincia 
da notare che al di là delle coste del mediterraneo l' Africa 
interna è montuosa e deserta . Indi aggiunge^ che le terre 
interne situate al di sopra della gran Sirte , e della Cire- 
naica (il golfo di Sidra, e il deserto di Barca della geogra- 
fìa moderila) son popolate di Libj, fra i quali novera i Na- 
samoni, i Psilli, i Getuli, i Garamanti, e più all'oriente i 
Marmaridì vicini alla Cirenaica, i quali si estendevano fino 
al tempio di Giove Ammone. I Garamanti abitavano a dltci 
giorni dagli Etiopi della costa della gran Sirle, e a quin- 
dici dall' oasi di Giove Ammone; quindi nell' oasi del Fe- 
aan^ ove Garama conserva tuttora il nome di Gherma fra gli 



45o 
Arabi. E le distanze comblnnno mirabilmente, ove sì am- 
metta, come par dimostrato, che P oasi di Giove Ammone 
è la moderna oasi di Sihiiah . Le cognizioni di Strabene 
neir Africa interna orientale non si estesero dnnque riìii ol- 
tre di Glierma nell' oasi di Fezzan . I Psilli, i JNas^moni 
i Marmaridi abitavano tutti più in fuori. Nella Libia oc- 
cidentale Strabone nomina i Nigrites, ed i Pharusi, che di- 
strussero le colonie dei Tirj sulla costa dell' Africa. Risiede- 
vano a trenta giornate da Lixus ultima città dell' impero 
romano, aMa foce del Lixus, il Licus dei nostri giorni, ove 
si trova el-Araìsch (Larache dei geografi francesi) sulla co- 
sta del Fez. Calcolando le trenta giornate in qualunque 
direzione verso F interno, non si giunge in ogni caso se non 
che ad Akka, o a Tatta, o a Draha, tre città situate sulla 
frontiera Ira il Marocco, e il gran deserto, vale a dire meno 
addentro dì Gherma . E non ci permette di portargli più 
oltre neppure Strabone, dandogli per vicini dei Maurusi, e 
degli Etiopi occidentali, i quali abitavano nel Marocco , e 
sulle rive del rio Nun. Cosi è provato^ che le cognizioni di 
Strabone anche nell'Africa interna occidentale non oltrepas- 
sarono la frontiera del gran deserto . Possidonio dice che la 
Libia è irrigata da pochi e piccoli fiumi; p Strabone nota 
che ciò deve intendersi della Libia interna . Non si sognava 
dunque a suo tempo neppur 1' esistenza di grandi fiumi 
neir Africa interna . 

I Romani estesero un poco piìi oltre per mezzo dell'ar- 
mi l'impero della scienza neìV Africa interna. Svetonio Pao- 
lino parti da Lixus nel 6i dell' E. C. alla testa d' un' ar- 
mata, giunse in dieci giorni all'Atlante, s inoltrò ancora per 
qualche mìglio, ed incontrò in un deserto di sabbia nera un 
fiume, che porta il noQie di Ger. Non v" è bisogno di gran 
criterio per accorgersi che un viaggio di qualche miglio 
non potò condurre Svetonio al gran fiume del SouJan, il quale 
si aggira per una terra lontana più di ottocento miglia 
dall' Atlante, e che per conseguenza il Ger di Svetonio è 
il Ziz, il quale prende origine nel declivio interno dell' A- 



45i 
tìante, passa per il villaggio di Ger, percorre tutta la pro- 
vincia del Tnfilet, e si perde tra le sabbie del grari deserto. 
Qn vi, dice Plinio, che ci dà V istoria della spedizione, tro- 
vò i Canari, ed i Perorsi, i quali abitano presso i Farusi, 
e presso ^li Etiopi Diratiti. I Farusi aggiunge, son limi- 
trofi d(^i Geluli Daras, e gli Etiopi Baratiti risiedono sulla 
costa dell ort.^ano, e sulle rive del Bambotus, il Nun della 
geografi i moderna . I Getuli Da ras occupavano la valle che 
conserva tuttora il nome di Darah . Anche i INigrizi, secon- 
do Plinio, co.itin.'ino coi Darat;ti, i Farusi, e gii Etiopi; ed 
il suo Nigris fluvius, che divide 1' Africa dall' Etiopia, ed 
orla il paese dei Getuli Du'as, e prende origine nei monti 
delia Mauritania è senza dubbio il D rah, che si aggira real- 
mente per la vaile dei Getuii Daras, e discende dal decli- 
vio interno delF Atlante. 

Pompcfiiio Mela contemporaneo di Plinio si a<:corda 
aeco in derivare un ramo de! Nilo dal p;iese degli Etiopi 
occidentali, i quali , dice, lo chiamano Nuhul; e secondo 
Elhicus alla sua sorgente gli d uno il nome di Darà . 

Cornelio Balbo alla testa d una seconda spedizione si diresse 
al paese dei G sramanti, prese per istrada Cydamum, il pae- 
se di Pliff2;ania, in cui attraversò il monte nero, r*^^ons ater) 
Garama capitile dei Garanianti, e Tap dium oppidum. Si 
riconosce facilmente in Cydamum la Gadames degli Arabi, in 
Phasania regio il Fezzan , in Tabìdmm oppidum Tibesiy 
città del paese dei Tibbous limitrofo del Fezzan, nel mons- 
ater i monti neri , o i monti di Soud di , come gli chiama 
Lyon, nel Fezzan, infine in Ghirama la città di Gherma 
nel Fezzan, per cui passano ancora le caravane di Tripoli, 
andando ad Agably capitale del paese di Tuat, od anche a 
Tombuctìi. 

Marino di Tiro predecessore di Tolomeo parla di duw 
sped'zioni di Settimio Fiacco, e di Giulio Materno, il pri- 
mo dei quali portò la guerra nella Libia , ed impiegò tre 
meài per arrivare dal paese dei Garamanti all'Etiopia, e il 
secondo viaggiò per quattro mesi,, andando da Leptis magna 



45s 
a Garama , e quindi portando la guerra in Etiopia , e nel 
paese d' Agisimba, ove sì trovano i rinoceronti, dirigendosi 
sempre verso 1' austro. Se il viaggio di Giulio Materno non 
è una favola, diremo eh© il suo Agysimba è 1' Asben, ove 
si arrestano anch'oggi quasi tutte le cara vane. Agadez ca- 
pitale deir Asben è una specie di deposito per il commercio 
del Soudan, come lo è Amburgo per 1^ Alemagna . Le due 
spedizioni non giunsero sicuramente più oltre, poiché non 
incontrarono per via né grandi fiumi, né laghi ', e crediamo 
che non ne incontrarono, perchè Marino di Tiro^ e Tolo- 
Jueo suo commentatore non ne danno il piìi piccolo cenno. 
Toccava a Tolomeo a spargere la prima luce sulla geo- 
grafia dell' Africa interna . Nella sua carta le sorgenti del 
IVilo son collocate non più nella Mauritania sulla catena del- 
l' Atlante, come settaut' anni prima al tempo di Plinio, ma 
nell* Etiopia in una catena di monti che si dirige dall' o- 
riente all'occidente, e porta il nome di monti della luna. (2) 
Ivi il Nilo é distinto dai fiumi della Mauritania, e si forma 
dall' unione di due altri fiumi , che sono evidentemente il 
Bahr-el Abiad , ed il Maleg, scorre perpetuamente dall'au- 
stro a settentrione, riceve per via alP oriente due altri fiu- 
mi , che sono 1^ Astapus e P Astaboras degli antichi , e il 
Bahr el-azrek, e il Tacatzé dei moderni. Due fiumi indi- 
pendenti il Gir, ed il Niger, sì aggirano il primo nel paese 
dei Garamanii, il secondo per le terre dei Nigriti verso l'A- 
tlante, e non comunicano né 1' uno nò 1' altro col Nilo, né 
coi fiumi tributar] dell' oceano. Sì conosce subito nel Niger 
di Tolomeo il Gir di Plinio, a cui giunse Svetonio Paolino 
nella prima spedizione romana . 

Così è d'mostrato che anche a tempo di Tolomeo le 
cognizioni dei Romani relativamente all' Africa interna non 
si estendevano più oltre che al tempo di Marino di Tiro, 



(2) Anche al nostri giorni gli Arabi chiamano Dgebel-el Katnar (monti 
d'illa luna) la cateua, io cui credono che prenda erigine il Bahi-el-abiad , « 
LÌ vero Nilo, 



453 
e che i Romani non sognarono neppure allora 1' esistenza 
del Niger e del Soudan . La scoperta dell' uno e dell' altro 
^ dovuta incontrastabilmente agli Arabi. 

2. Scoperte e conquiste degli Arabi nella Nlgrìzia. 

Gli Arabi conquistano la Mauritania nel 706 dell' E,G. 
vi conducono dall Arabia il cammello, con cui viaggiano 
per il gran deserto del Sahara, e giungono nel Soudan prima 
per la via di Fez, e d'zigadez, dopo per le valli di Suz, di Dniah, 
di lV>filet. L' oro^ che ne riportano le caravane^ deteruìina del 
pari i Mauri vinti, e gli Aral)ì dominatori ad andare a st:^;bilirsi in 
colonie fra i negri . Nel () 1 3 dell'E. G. Ibn Haukai viaggia di già 
per i paesi nuovamente scoperti, e misura le distanze di Ganah, 
di Kukìi, di Kaugha, e d' Ulil paese riero per le sue nù- 
niere di sale. Nel 965 i dottori dell' islamismo vanno a por- 
tarvi col korano un principio di cultura sociale. Le rivolu- 
zioni suscitate nell'impero dei calili, e le guerre tra gli 
Arabi di Spagna e di Mauritania moltiplicano 1' emigrazioni 
per il Soudan . Neil' undecìmo e nel dodicesimo secolo le 
rive fertili dei grandi fiumi dell'Africa interna si cuoprono 
di città, di nazioni, e d' imperi . Il sultano di Ganali tri- 
butario degli Abassidi verso il 11 53, regna sul Vangara_, il 
paese dell' oro; mentre cinque altri principi dominano so- 
pra Tocrur, Kaugha, Zanfnra, Kanem, e Kukù . Le guerre 
cangiano ben presto la divisione politica del wSoudaii . Su- 
loyman fonda Tombuctù nel 121 3 dell' EC. e al tempo di 
Leon 1' Africano , tre secoli dopo, è capitale d' un granda 
impero . I re di Marocco e di Fez port:)no 1' armi nel- 
' r Africa interna, rendono tributari i popoli del gran deser- 
to , penetrano Uno a Tombuctù , e vi esigono omaggio. 
Le comunicazioni fra i due imperi si accrescono . Tutti 
parlano a Marocco dell' oro di Tombuctù. Il Vangara si 
sottrae alla dipendenza di Ganah ; e V impero di Bninù 
, sor^e sulla rovina dei regni di Zanfara, Kanem e Kukù. 

Alle spedizioni militari succedono i viaggi degli uomi- 
2\ P JI. ScUeniOre óo 



ni is ruiti. Tbn Br^tnta nativo ci* Turgori vin^frin -^^x venti 
ftnni in Egitto, in Arabia, in Ìjìtì^i, i cir impero di Costan- 
linopoìi, in T,.tar a , in Persi;», n^ll Indie, nella China; di 
rìloriìO \w p tria intraprende un viaf^gio nell'Africa interna, 
p^rte d'I Segelmessa , vede Teg?izzì, T.ìss^hl , Hualet snila 
frontiera tra il gran deserto ed iJ Soudan, M;di, la gran citià 
d Zighary, Karsekù sul Niger, Tofubuclii a quattro miglia 
dd N/ger, Kukù la più bvlla tri, le citt-i dei negri, Ber- 
damma, e Ttkedda, donde torna a Segelmessa e scrive li- 
storia de" suoi viaggi nel i JS^. Verso il i fHo i re Miuri 
di Tomburtù si esiendorio fino al Senegal , e concentrnno 
il commercio di tutta 1 Africa interna in Dj ufiè . La costa 
vicina tributaria dei Mruri prende il nome di costa di 
Dj tuie, nome che i geograG cangiarono dopo in Guinea, 
Venti anni dopo il negro Abubekr generale dell armate di 
Soniheli \ ultimo re mauro di Tombuctìi si ribella; con- 
qii'sta nk'X corso di quindici anni un gran numero di proxin* 
cse, toglie ai Maur' 1 impero del Sondan, ristabilisce il com- 
nifrcio a Tombuetìi, regna sugli stati di Tonibuctù, d Aga- 
dv'Z, di Melli, di (jaber, di K;^nem, di (^a^^cenah , di Zeg- 
zeg. e di Znifara. Verso il i5iò' Giovjin Leone l'africano, 
mauro nativo di Ormata accompagna suo zio ambasciatore 
del re di Fez a Touibuciii , viagi^ia per quattro anni per 

I Africa interni, ne p^Tcorre quindc- regni , e ne pubblica 
la descrizione nel i5/6 Verso il i55j Marmol nativo di 
Gì ;. nata guerreggia per venti anni nel!' Africa interna , vi 
rest^ pr'gion'ero pt^r quasi otto anni, pubblica nel l'^^i una 
nuova descrizione dell' Afr cì INel jbò'8 1 ambizioso Muley 
Ai'clì d re di M. rocco e di Tafilet invade il regno d' Suz . 

II re Sidi A:y si rfugia all;> corte del sovrano dì Bambara, 
guadagna 1^ S'ia ailVzione, ottiene il governo di Tombuctìi aL 
lora tr'bntario del Ba'nb>ra , vi s; stibilisce con una guarni- 
gione di Mauri insegna 1 arte militare ai negri , gli uni'^ctt 
sotto le sue bmdiere, attraversa il gran deserto ^ per vendi- 
carsi drd suo ;ig'j;ressore, il quale miiore nf^ll'intervallo . Is« 
mabil successore d^Archid lo determina a far pace, e a ce- 



1 



455 
dergli i suoi negri, coi quali conciulslrì il Sondan, accresce la 
guarnigione maura di Tombuctù^ recluta un gran numero di 
negri per la sua armata, e gli conduce a Marocco. Alla sua 
morte 1' esercito negro dell' impero ascendeva a cento mila 
uomini. I suoi successori amoiollìti dalle ricchezze perdono 
tutto- Tombuctìi ricupera Pindlpendenza, e il suo conjniercio 
diminuisce sensibilmente. JNel 1774 pagava tributo all'impe- 
ratore d^Haussa , nel 1784 all'imperatore di Marocco; nel 
i8o3 il re del Bambara se ne impadronì, tolse di nuovo il 
governo ai Mauri, senza scacciarli dalla €Ìtth, e permesse die 
continuassero a farvi il commercio. 

3. f^inggì de^li Europei, 

I navigatori portoghesi passano nel i433 con Gilianez il 
formidabile capo Nun. Gonzales Zarco, e Tristano Vaz pene- 
trano fino a Portosanto e M idern . Gonzalo Vellio Cabrai 
scuopre le Azore, e approda nel i33'i a Santa Maria. I Pcr- 
loghesi combattono e vincono i Mauri oltre il capo Bojador, 
e conducono a Lisbona i primi schiavi negri. Noi i445 
trovano al Senegal i primi negri idolatri. Nel i455 s'inoltra- 
no con Cadamoslo fino al Gambia, e raccolgono le prime 
notizie positive sul commercio di Tombuctìi cogli stati dei 
Mauri. Nel \^Si^ si stabiliscono nell' isola d' ^''gnin, ed en- 
trano in relazione coi principi del Senegal, e della Gambia. 
Nel i4Bo le caravane del Cairo, di Tunisi, di Tremezen , di 
Marocco e di Fez si riuniscono a Djenné per il commerco. 
I Porloghesi fondano sulla costa vicina il forte di Mina, don- 
de vanno a cambiare senza osiacolì a Djenné gli articoli del- 
l' Europa coir oro dell'Africa, e rion pensano piiì a Tom- 
buctìi . La ribellione del n(»gro Abubckr riporta dopo il i5co 
tutto il commercio a Tombuctìi . 

Gl'Inglesi tentano di conoscere PAfrica interna. Nel lot^f 
Antonio Diisscl scrive a Lorenzo Madoc suo corrispondènle 
in Marocco, pt^rchò gli mandi un ragguaglio di TombucLÌi, e 
di Gago . Madoc gli conferma le idee uiagn.ficlie giù sparse 



456 ■ ^ 

sulie ricc1i<''zze metill'cbe del Soudan, e gli nggnin^e clif lia 
vediiri arr'vnre tivnta miìi' CMr'chi d* oro. Madoc non era il 
primo a viutare i tesori dell' Africa iiiierna. Iba al Uardi seri- 
\eva fia dal i lòi che v è nel paese di Gauali un pezzo d'oro 
grosso co ne una rupe. El Bkai verso la fìiie del quattordi- 
cesimo secolo d ce, parl.mdo del Belnd el-tibr , o del paese 
di^ll oro puro, che 1 oro vi germ >glìa come le piante nei 
giardini. Leon l'Africano nel i5 i6, e D^pper suo comtnen- 
tniore -ìssicurano che 1' imper itore di Tombuctù aveva qual- 
che pezad d oro di mille treeeniQ 'ibbre. * 

La compagiiia inglese istituUa nel j 5(S8 dalla regina PCII- 
sabettn per il commercio del S -neiiaj e della Ganibfa, mnnda 
nel i6:8 Giorgio l'^.o-ìpson snlj.i Gsmbia con ordine di 
portar-ii 'i To nbuclu . Ris;ile il fiume sino a Tenda, o sino ai 
monti, eh' dividono Pacjue del Senegal dall' acque della 
Gmbia, ove lo assassin=ino . Riccardo JoHson parte di coni- 
missioie deila coup-i^iia per una seconda spedizione nel 
i6'io. giunge ai monti di T-nd « , entra in relazione cogli 
abitnti del piese; gli p.irlajio di Tombokundi, che si trova- 
va a qj ittro giorni di distanzi, e di J^yé; le prende perTom- 
bii'iù e Gago , e torna contento in Inghilterra a pubblicare 
ned 6 «3 le sue s''0()erte. 

I Frmcesi entrino più tardi n'-^lla carriera . Un editto 
d'I 6'ì\ crea lì compagnia di cornai ^rcio d di' Inde occi- 
dentd: si forma poco (^o'po 1« compagnia d Africa. Costrui- 
scono il forte di Su Luigi sul Senegal . Debrné giunge per 
conto dell ( co nììgn"a nel i^\9^ fin nel regno di G«lam, ove 
gli dico IO, eh * Tombuctù è s tuata a cinque giorni da Tim* 
bo : <[ l'ndi prende T'uibi dei Fulahi di Guinea per Tombu- 
ctù del Soli lui, e li su» rei izio le trae in errore anche il fa- 
rpioso d Anville. Quilche anno prima Paola Imbert nativo 
d' S hr^s d Olonne, e schiavo d Himar eunuco portoghese 
era and to pi^.r due volle di Tripoli a To'ubuctii, allora ca- 
pitile del regno di Gr^go . SlJbbs nel 17 '3, e Moore nel 
j''^3i via*g<ano pf^r gli slati didla G; mbia senza f>r nun-.e 
gcoperle. il negro Job bea Saloiuou aa^jicura agi higlcsi che 



457 
Tombuclù è rlirimpetto a Banda, conferma l'errore di Joba» 
son, che ha pioso ronibuto gr n mercato di schiavi a òc- 
dici leghe da Gdam per Tombaclù . Lì compagnia francese 
nmida i sur-i agenti nel regno di Bambuk per e nque volte 
d.)l ìyòo al 1786. NlI i^SS e ii^iedel Scissone, con ijuatlro 
vìagginlori tedeschi va a Tunisi coli' intenzione d inoltrarsi 
nell AtVica interna, e di tornare per la via del Senegal. Ln 
peste r obb! s;a a rinunziarvi . Nel 1786 la compagnia fran- 
cese manda Riibanlt per terra fino a Galani^ e poco dopo 
PiC»rd a Futatoro. 

Nel 1^88 si stabilisce a Londra una società dcsliuata 
a promuovere i progressi delle scoperte nell^ Afiica interna. 
L'intrepido Ledyard parte da Londra nel giugno del 1788, 
e muore al Curo di febbre. Lucns dopo un soggiorno di 
sedici anni a Marocco, istruito nei costumi, e nelle lingue 
dei popoli africani, olfre alla societh d andare a Tombuctii, 
p'irte da M.rsilia in ottobre del ìyS'S e giunge solamente 
a Mesurata. 

II poco successo delle spedizioni dalla parte della Bar- 
beria, e dell' Egilto determina gì' Ingle^sì a tentar la via di 
Sierra Leone . Vatt , e Vinterhotlom /s' inoltrano nel 1794 
fino a Timbo , ed a Libbé nel regrio dei Fulahi, ove gli 
abitanti gli tengono in ferri per quindici giorni , indi gli 
obbligano a tornare indietro . 

La società r. volge i tentativi alla Gambia. Houghton 
parte da Pismia nel 179*, penetra nel Bambuk, indi nel 
Ludimir. [ M»uri lo spogliano j muore ne! deserto. Mun- 
gg-Pnrk olire i suo servigi alla società, parte da Pisania il 
4 dicembre i8o5, attraversa i monti, che dividono l'acquo 
del Sen«*g:\l dall acj'ie della Gambia , percorre il Bambuk 
ed il Ludnnar, giunge a Sego capitde dtd Bnmbara , ove 
incontra il Djaliba fiume largo come il Tamigi a Londra, 
lo segue fino a Siili. ìndebol-to dilla fame, dalla febbre., 
dd disagi de! viaggio, e quasi nudo prende il partito di 
tornare indietro . 

Intanto il coraggioso Brovne tenta a proprie spesa dì 



458 
penetrare aell' Africa hilenia per la via Jelf Egiito; compra 
ad Assuan cinque cammelli, si unisce alla caravana del Sou- 
dan , parie il -^5 maggio 1798, attraversa la grand' oasi , 
giuage il 23 luglio a Gobbe capitale del Fur, ove lo arre- 
stano, lo ritengono* per tre anni, e 1' obbligano dopo a tor- 
nare in Egitto. Seetzen va al Cairo con intenzione di pe- 
netrar neir Africa interna, e muore prima di partire . Hor- 
neman parte da Londra di commissione della società nel 
febbrajo del 1797, va in Egitto, resta al Cairo per imparar 
la li;igua, e gli usi degli Arabi, si assoggetta alla circoncisione, 
si uaisce il 5 settembre 179B ad una caravana che andava al 
Fezzan; manda la relazione del suo viaggio da Morzuk, scrive il 6 
aprile i8oa,clic si disponeva a partire colla e iravana di Burnii, e 
dopo molti anni si viene in cognizione cìie è morto di febbre a 
Bikkam capitale del regno di Noufi . Nicbols risale il fiume 
Calb.ay nel i8o5, e muore di febbre. Il giovine Roentgen 
tedesco va a Mogador nei primi del 1809, si fa circoncidere, 
impara l'arabo, si veste da musulmano, parte con due gui- 
de per raggiungere la caravana del Soudan : lo trovano 
liurto poco lungi dalla citta . Mungo - Park parte per un 
secondo tentativo di commissione del governo, da Gay presso 
Pisania il 27 aprile, vede di nuovo il Djaliba il 19 agosto, 
perde gran pirte dei suoi- compagni , giunge a Sansanding 
sul Dj diba con quattro uomini solamente, s'imbarca il 
17 novembre, per internarsi nel Soudan, lo assassinano a 
Boussa oltre Tombjctù, Nel 1806 si sparge la Toce della 
saa morte. Mandano il negro Isacco a cercarlo 5 trova a 
Suisandiag Amadì Fatuma, che serviva di guida a Mungo 
Park, ne riceve il giornale del suo viaggio sul Niger, e tor- 
na nel i8i 1. 

Mentre lutti i tentativi parevano rivolti alla costa della 
Guinea, Burkhardt impara T arabo, si veste da musulmano, 
parte di commissione della società nel marzo 1809 per Alep- 
pò, ove resta due anni e mezzo per istruirsi nei costumi e 
nelle lingue degli orientali, va al Cairo nel settembre del 
^^12, 5" iaollra uell" allo Egitto^ nella Nubia , e impieg;^ 



45a 

jiue anni e mezzo per esplorare il paese . Mentre sì dispo- 
neva ad ìiilertiarsì uel Soudaa , muore di febbre il i5 ot- 
tobre » 8 i ^ . 

Nel j 8 16 il governo inglese rivolgele sue ricerche al Zairo, 

il fiume did Congo, e vi manda una floitn a proprie spese, 
il capitano Tuckey che la dirigeva, il tenente Haukey , il 
professore Smith con altri didotto uomini periscono in 
poco tempo di febbre^ e senzrj ottenere la più piccola no- 
tizia suir Africa interna . Una nuova spedizione si dirige al 
rio Nunez . Peddv che la dirigeva muore a Kncondy; Camp- 
bel!, che prend^^ il comando, è arrestato a Pandgicolta sul a 
strada da Labbè a Tiinbo, a cento cinquanta mi 11 sopra 
K^»condy; lo ritengono per tre mesi interi a P;>ndgicotta , 
r jbbh'gano a ritornare indietro, muore per i (fl zione e per 

1 disagi del viaggio a K icondy . Gray parte con un' altra 
spedizione. I Ftd dì insultano, spogliano e massacra o una 
parte de' suoi compagni, e 1' obbl'gano a ritornare a Galaia 
nel 18 iq. Dorcherd chirurgo della spediz'one si sottrae 
con pochi che lo seguivano, e g'unge fino ad Yamina sul 
Djaliba senz^ ostacoli, attende per qu^si sei mesi dal re di 
S'go la permissione di proseguire il viaggio; infiue 1 ob- 
bligano a tornare indietro fino a Bamiiiakìi nel Bambara , 
donde scrive nel 1819. 

Mentre 1' Inghilterra moltiplica da ogni lato i tentativi, 
onde penetrare nelF Africa interna , la Franri^ soei;lie per 
concorrere ali intrapresa il celebre del Badia, più iw)to sotto 
il nome d Aly Bey , il quale conosceva profondr mente la 
lisigua i costuun e la religione degli Ar^ibi, e gli souiiglia- 
va tan'o nella fìsonomia e n< 1 vestiario, che anche Chateau- 
briand vedendolo al Cairo lo prese per un principe arabo. 
Aly Bey parte per V Egitto colP intenzione d' un'rsi alla 
carovana , che viene ogni anno al Cairo dal Soudan, e di 
tri^sferirsi dappoi alla colonia francese del Senegal oppure 
agli stabilimenti inglesi della Gambia . Contemporaneamente 
il governo francese spedisce Mollien per andare a Tom- 
buciù dalla parie dtl Senegal. AJa Aly Bey muore di fc^b- 



46o 
bre prima di partir dal Cairo, e MoUìeii non passa i monù, 
che dividono 1" acque del Nìger dall' acque del Senegal^ del 
rio grande e della Gambia . 

L' intrepido Ritchie va a Tripoli coir intenzione di 
seguir le Iraccie d^Hornemau, d'andare a Morzuk nel Fez- 
zan, e quindi inoltrarsi colla caravana di Burnii fino a Tom- 
liuclìi, donde si proponeva di tornare per la Senegambia. 
Giupfje a Morzuk il 3 maggio 1819, e la febbre lo toglie 
di vita il 20 ottobre^ quando si preparava a partire per il 
Bcrgi'i . Lyon suo compagno di viaggio tornò nel 1820. 

Un lume vivo e inaspettato si spiega da un lato del- 
l' orizzonte, a cui niuno pensava . Gli Ascanzi popolo for- 
midabile della Guinea interna attaccamo per la terza volta 
nel i8i6" il territorio dei Fanti sulla costa d'oro, bloccano 
il forte inglese di Capecoast, devastano il territorio vicino, 
e si ritirano. GP Inglesi per placarli risolvono di mandare 
una deputazione solenne al re . Il giovine Bodvich guadagna 
la stima, e la conlidcnza del re , concliiude un trattato di 
pace e d^ alleanza , ottiene per il governo inglese la per- 
missione di mandare un console nella capitale. 

E qui termina 1' istoria dei tentativi inutili, e sovente 
funesti, che fanno da 38o anni le nazioni eulte dell' Europa 
per conoscere l'Africa interna. E dopo tanti sacrifìci niuu 
viaggiatore istruito è giunto a por piede in Tunibuctu, la 
Burnii, in Haussa, in Cascenah! (3) 



(3) F/ istoria dei viaggi intrapresi dagli Europei per 1' Africa interna prova 
I. «he i bianchi non possono assuefarsi al clima ardeole dell' Africa, ne al 
nictcrlo di vita dei negri : i ire quarti dei nostri viaggiaiori son morti di 
ÌcM>re e di mal di cliaìa, o per cattivi alimenti. II. che i bianchi nea posson© 
viipigiare impunemente tra i nei^ri, a aiotivo del colore, che portano sul viso. 
1/ odio dei negli ijcr i Ijianchi è inestinguibile.- e tulli ne sanno i motivi. 
Dimando io dunque agrit>g1e?i: E pcrcfiè nelle colonie di Sierra Leona, ove 
.si contavano nel 18)9, duemila cento quattro negri stadenli, non se ne scel- 
j^ono due o tre do///.ine, chi? mostrino più intelligenza degli altri, per istruirgli 
nelle scienze, che possono renderli capaci .li viaggiare utilmente? mancano 
lor';e uitx/,i per determinarveli ? 11 negro é forse insensibile alla seduzione 
.l'tioa gi:ia ricoaìpensa.'' Ebbr?ne: ì negri potrebbero percorrere iaipunemente 



^/Cognizioni positive degli europei sulV jifvica interna. 

Le nostre scoperte terminano a Siila nello stato dì 
Massina dalla parte d"* occidente, e a Gobbo capitale dei Far 
dalla parte d'oriente. Quindi vi resta un arco di 29 gradi 
di longitudine, o dì i63o miglia, sul quale bisogna ripor- 
tarsena alle relazioni degli abitanti , e delle caravane . Al 
nord le scoperte terminano a Morzuk capitale del Fezzm, e 
al sud a Guniassiè capitale del regno degli Aschanzi. Quin- 
di resta ad eséiminarsi un arco di !i5 gradi, o di i5oo miglia. 

Ma se ignoriamo il posto, che occupano le città, i con- 
fini degli slati, il corso dei fiumi, la direzione e l'altezza 
dei monti, e la figura del suolo nelle vaste regioni dell' A- 
frica interna, conoscliiamo almeno la natura e Puomo. E 
le descrizioni dei geografi e dei viaggiatori di tutti i se- 
coli offrono un mirabile accordo in proposito, e son confer- 
mate dalle notizie, clie raccolgono giornalmente gli Euro" 
pei stab liti nei paesi vicini, e dalle dichiarazioni dei popoli, 
che vi risiedono, e delle caravane , che frequentano le sue 
grandi citta. 

ce Non esiste, dice il nostro autore, in verun paese del 
globo tanta contrarietà dì costruzione naturale, come fra le 
terre della Senegambia e del Soudan, ed il Sahara, o il va- 
sto deserto che le divide dall' Atlante. I popoli che vi abi- 
tano, malgrado i legami di commercio e di religione, che 
dovrebbero ravvicinarli, son sempre diversi dopo un lungo 
corso di secoli, come le terre, nelle quali risiedono . Il de- 
serto di Sahara è lungo da oriente ad occidente 1600 mi- 



tutto il Soudan, senza provare 1' influenza rnicidìale del cìiioa, senza cangiala 
metodo di vita e di nutrimento, e ciò clie più importa, senza eccitare l'at- 
tenzione o r avidità dei popoli, fra i quali viaggierehbero. E due dozzine di 
iwgri sparsi su tutte le strade commerciali dell' Africa interna raccogliereb- 
Lero più notizie in cinque o sei anni, clie non ne hanuo raccolte ucl luujo 
intervallo di 38o due doziiae di visggiatori ifi-mcbi. 



4^2 

glia, e largo dal nor<1 ni sud 8ooj (j) richiude, ?» dir vero, 
di tratto in tratto t|uiiche oasi o terra fertile, che sorprea* 
de per aspetto piacevole, e p r abbondauza di produzioni , 
(5) ma noQ offre in tutto il resto se nou che una terra uni- 
ta, dura, ingombra di sabbie mobili, che si sollevano a onda- 
le come i flutti dell' oceano al destarsi dei venti. Talora vi 
s' incontra una serie di colline pietrose, nelle (piali si annida 
Un vasto strato di sai nativo bianco rome la neve; talora uà 
gruppo di colline basaltiche, fra le quali si mostrano rami e 
tronchi d" albf^ri petrifìcati, testimoni infallibili d^ antiche ri- 
voluzioni della natura . Niu'io aniaiale, se si esclude lo struz- 
zo dalle penne grigie, e il leopardo dalla pelle screziata (6). 



(4) Si estende secondo le cine fra il i5.* e il 3^> ** p3rall«^lo, e tra il 22 • 
meridiano ocridentale, e il la ° ineiidiauo oriei)tale, ed occupa uaa baperiiric 
di i2i6,36o inigUa quadre. 

\S) Le oasi che s' incontrano nel £;van deserto non sono popolate di soli 
Arabi, né partecipano dell;» trista sua nu.lilà . I coltivatori vi raccolgono a 
forza d'industria grano, orzo, granturco, ed i legumi della nostra Italia. I 
fichi, le melegraue, i liiuoni vi maturano a perfzione . I datteri son V alim a- 
to principale degli abitmti delle oasi, e vi crescono con tanta profusione, da 
servire anche al coomaercio . L' o;tsi del Fezzan tiene il prim-^to por esten- 
sione territoriale, per popolazione, per numero di luoghi abitati e p r rom- 
jnercio. Morzak sua capitile obbedisce ad un masnadiero tributario della reg- 
genza di Tunisi, a cui paga 4^^^ oncie d'oro. Le sue caravane vanno a Tombticlù, 
«d a Burnii, per comprarvi schiavi, polvere d' oro, e gli altri art coli fieli* \- 
frica interna. Vi si riuniscono le caravan^, di Gadrimes, di Bengazi,flel Cairo, 
di Tripoli, dell'oasi di Tuat, e della Nig;izia per cambiarvi gli articoli 
dell'Egitto, della Barbarla, d^l deserto. T jtto il Fezzan conti nelle sue teire 
da SojOoo abitanti, e da loo fra città e villaggi . 

I Tuariki, rana© numeroso della nazione araba dominano sopra un terzo 
del gran deserto; risiedono nelle oasi d' Htir, d' Asben, di Tuat, d' AgaiJfz, 
e di Ghraat. La città d* \a;adez, che imoutrano If ciravaue sulla strada da 
Morzak a Cascenah è più grande di Tiipoli. Graat è rinomala p^-r ia gran 
fiera cl»e vi tengono ia primavera Vi port;ino d^ Gì J-ime* orin', munizioni, 
€ articoli di vestiario: il Souilan vi manda schiavi, oro, tele di cotone, 
pelli, pugnali, otri di cuojo, noci di galla: il Fezzan vicino gli articoli dell'E- 
gitto e di Tripoli. 

(6) Le scimmie e le g.^zzelle si dividono collo struzzo ed il leopnr<lo 
y iuipero del deserto j vivono dei pochi vegetabili, che la natura vi La ^parsi. 



463 

interrompe 11 tetro silenzio di quella solltucline priva d'acqua 
e di verdura (^) su cui Cocchio va errando inutilmente, sen- 
za trovare un solo oggetto che lo arresti. La luce abbagliante 
del sole, che si riflette su quella pianura immensa come in 
uno specchio infiammato, si oscura per un momento, quando 
i venti e gli uragani ruotolano per Paria in vortici le sabbie 
che invadono 1' atmosfera_, e si precipitano ricadendo a terra 
sul viaggiatore incauto'se tarda a volgere il tergo per evitare 
l'alito micidiale^ onde vien minacciato: oppure cacciate fuori 
dal continente si aggirano sopra l' oceano, e si mostrano al navi- 
gatore sotto r aspetto di folte nuvole^ per impedirgli di veder 
la costa e di avviclnarvisi . ,, 

ce Ivi, sotto un cielo di fuoco (^) l'infelice che manca 
d' acqua_, prova il tormento inaudito della sete, ed una morte 
inevitabile . L' estrema arsura della pelle^ che gli si spiega 
improvvisa su tutto il corpo, è la foriera funesta della se- 
te . I suoi occhi prendono il colore del sangue : le forze 
diminuiscono ad ogni batter di polso, i moti vitali si allen- 
tano: la respirazione affannosa, un'angoscia mortale, qualclw; 
lacrima^ che si spiega con pena dalle pupille ardenti, termi- 
nano sempre colla morte senza un prodigio del cielo, E 
quante circostanze possono cagionare la sete nel deserto! 
una sorgente che inaridisce ad un tratto^ un errore nel 



Gli struzzi errano a torme numerose lis le saLhIe, e si procurano un al4meai.d 
nelle lucerlole , nelle lumache , e nelle poche e magre erbe, che incontrano 
pc-;r via. I leoni, le pantere, i serpenti non di rado enormi accrescono 1' or- 
jore del deserto, ed i corvi ed altri uccelli di rapina si precipitano sopra i 
cadaveri, e gli disputano ai cani dei Mauri . 

(•y) E di vegetazione, se si esclude uu' erba aromatica della famiglia dÀ 
timi, con poche acacie, poclii arbusti spinosi, ortiche e rovi. Verso la coita 
tra il capo Ntin e Portendik la natura ha collocate tra le sabbie cj^iiattio grandi 
foreste d' acacie . ^-<e tribù arabe alle quali appartengono, i Trarsas, giìi Aulad- 
el-liadgi, e gli Ebraquana vanno a raccogliervi la gomma in caravaue , e ne 
vendono più di un millione dì libbre agi' Inglesi ed ai Francesi negli scali di 
l'ortcndik e Podor . 

(8) Le pioggie temperano un poco l'ardor del clima da luglio ad oltobiv, 
mk non si csie.idono a tuti» il deserto e durano pochi celomi. 



m 

•ompuio (Ielle distanze, un errore nella direzione del vingjrìo 
gli otti dell' acqua che si rompo ^o per istrada , tutto basta 
per far perire di sete più mi^li ij i d'uomini e d'animali in 
un giorno . ,, 

ce Tale è il piese in cui ab'lano gli Arabi mauri, il p^e- 
se che non abbandoneranno giammai^ perchè non troverebbero 
altrove i mezzi di sodisfare i gusti e le abitud ni. che con- 
traggono fin dalla cuna . Fieri, atfivl, guerrieri amuno la vita 
libera , e disprezzano tutti i popoli _, i tjuali si racchiudono 
nelle città, e si affezionano alla terra : amano dì viaggiare 
e trafficare; maneggiano volentieri 1' arm* , son masnadieri 
per costume . (9) Col soccorso delle §u de che si procurano 
in lutti i punti del deserto , lo percorrono in ogni direzio- 
ne , in mezzo a una moìt'tudine di cammelli^ di cavalli, di 
bovi, di capre, e di pecore; vanno in Egitto^, nell' Abissinia, 
a Tripoli, a Mirocco, a Tunisi, ad Algeri, a Morzuk , a Ga- 
scenah, a Tombuclù, a Burnii, sul Senegal, sulla Gambia, 
sulla costH d^ oro, e fin si;l Zdro; i ifine per acquistare il ti- 
tolo di fedele e di santo {finrlgì suli) p rcorrono tutta l'yifri- 
ca per passare in pellegrinaggio alla Mecca. La tenda in cui 
vivono è impenetrabile all' acque come ai raggi del sole : 
professando una religione, la quale proscrive ogni bevanda 
spiritosa, saziano la sete unicimente culP acqua : s' nutrisco- 
no di minestra di m"glio , di datteri , latte d» cavalla , e di 
cammello, fichi, gomme, datteri, sugo di datteri. E per T in- 
dustria delle m^ni la cedono di poco ai popoli culti : tes- 
sono stoffe di pel di capra e di cammello, conciano a per- 
fezione le pelli di capra per marrocchnii, ('o) lavorano abil- 
mente e delicatamente in oro e in argento^ facendone anelli, 



(9) Quindi i negozianti della Barberii e d^lì* Egitto , quando v.^nno nel 
»:^oudan, viaggiano per il gran deserto in cara\,ir)e ed in a- mi, per difenJersi 
dall' Arabo feroce, che gli attende al varco, e uoo manca mai di attaccarli, 
quando si crede più forte. 

(10) Prep-irano pel'i di Jeone^ Irop^rd'"», pant*^r3 , ippopotamo per mille 
usi domesùci, foudoQO morsi tii terrò per cavilli^ staffa", puijaali. 



465 
aatenello , vezzi, e smanigl*; ma l'educazione del cav^llo^ 
è il primo affare di lutti, e la cura dei bestiami il secondo. 
Il cavallo impara ad obbedire al più piccolo cenno, a iogi- 
nocchiarsì, a salutare il padrone colla testa, ad accarezzarlo, 
€ più di tutto a correre tra le snbb'e • Nonostonte quando 
fra i pencoli un arabo vuole obbligar il suo destriero a 
galoppare con una veloc tà prodigiosa, non si riguarda di 
lacerargli il fianco colla punta della staffa , di scorticargli 
la bocca col morso, e d' intrider di sangue la spuma che 
lo ricno!>re . ,, 

ccì M;!uri son musulmani devoti; viaggiano sempre in com- 
pagnia dei min-stri della rel'g'one. Siccome non conoscono 
le nostre distinzioni sociali, mangiano, dormono, pregano in 
comunp. senza riguardo per l'età o per il sesso. Parlano l'arabo 
antica Ungua estremamente dolce ed armoniosa nel modo con 
cri ]p pronunziano. Cantano nei lunglii viaggi per sottrarsi 
alla nr,j;i^ o pei' rianimare i c;'mn'eHi, quonclo son vicini a soc- 
combere alla fatica; sovente cantano per celebrare le grandi im' 
prese dei guerrieri nazionali . Son grand' improvvisatori 
come in Arabia. Dopo la cena e la preghiera, raccontano 
ed ascoltano con. pir'cere qunlche istoria; finche il sonno non 
\''e^e a chiuderne gli ocrhi . Quando si trattano gli affari 
della tribn, i giovani gì» discutono liberamente in presenza 
dei vecdii; ma 1' incarico di trattar la pace è sempre af- 
fìr1r»to alle mogli dei capi. I guerrieri più irritati abbassa- 
sano la lancia, quando si presenta l'augusta messaggiera; 
e tutto si accomoda amichevolmente. I Mauri del deserto 
sono avi'li di rub>re, invid'osi, facili ad irritarsi, e nel me- 
desimo tempo perfìli, astuti, e bugiardi, quando la forza o 
la noì-tica lo rieh'ede . Trattano colla ))iù orribile barbarie 
i bianchi, che fanno prigionierij (li) ma son pieni di giusti- 



fu) Ouatiro tribù feroci si aUrihniscono solla rosta tr;i «1 capo Nun. il 
eipo Poiiulor 0(1 il cipo Im'tuco 1' osecrdlìile dirino di ponv in cilene ì di* 
sgiaziali navif«;aori, che n.infragano nei pni^sgi vicini, e ccrr.'ino asilo in -ina 
t*na inospitale. Gli obLli^aiio a lare ogni giorno a piedi nudi Ira le-salLie 



zia d" umanità e dì dolcezza per gli schiavi, e per gli uomini 
che ne iiuplorano la protezione. Esercitano ima generosa o- 
spitalità verso i viaggiatori musulmani. La tenda del maura 
del deserto è un asilo sacro, in cui il nemico più odioso può • 
dormir tranquillamente, quando vi si è rifugiato. Del resto i 
Manrì del deserto sori grandi, robusti, di colorito bruno: non 
solFrono infermità, e con una vita laboriosa, sobria, regolata 
acquistano tanto vigore ed un temperamento sì forte, che vi- 
vono sotto (|uel cielo di fuoco oltre il termine ordinano della 
vita umnna . Tale è il deserto, tali sono i suoi abitanti. 

ce Nel Soudan , e nella Senegambia tutto è diverso. 
(12) Qui l'uomo non è costretto a lagnarsi della natura. ^ 
Tre o quattro grandi fiumi che vi diffondono la fecondità e 
la vita come il Nilo in Egitto, una moltitudine di fiumi più 
piccoli, tre vnsii laghi, foreste magnifiche : per tutto acque 
limpide, alberi che porgono ombra gradita: terre fertili, ani- 
mali giganti , un clima puro, un cielo sereno, un moto per- 
petuo neir acque, nell'aria, nelle piante, dentro terra, nelle 
rupi, nel letto dei fiumi e dei ruscelli, nel fondo dei laghi, 
nella natura vivente, tale è il paese in cui risiedono i negri. 

E ormai riconosciuto che i negri appartengono ad una 
razza essenzialmente distinta nella specie umana ^ e che poi 
d'ITeriscono nei costumi, nel carattere, e nel tenore di vita , 
dai Mauri vicini, molto più che per la fisonoraia, il color 
della pelle, e la costituzione fisica. Indolente e leggiero all'e- 
stremo per natura e per influenza di clima, il negro non pro- 
va ne il dispiacere delle privazioni, nò le inquietudini dei de- 
sideri . I suoi bisogni soa limitati come la sua imaginazione. 



inl'uocate nn viaggio di quarantacinque rniglin, nutrendoli unicamente di un poco 
di f;irina d' orzo^ lincile non giun;^ano a Vadi Nun, o non incontrino per via 
tjualche ebreo errante, il quale gli compra per m» poco di tahacco e di sale, 
e gli rivende poi a prezzo d'oro alla» nazione, a cui appartenijono . 

(12) Il Soudau si estende secondo le carte tra il 10.° e il 24.* parallelo, 
e Hi il i"?..^ meridiano occidentale e il 28.^ meiidiano oiienlitle; ed occupa 
una itìira di 1 546^260 miglia quadre. 



4^7 

Tnvorito ria un bel ciolo e da una terra, feconda con venti 
giorni di lavoro (lò) provvede alla sussistenza di tutta la 
famiglia per mi nnna. Il cotone e V indaco gli cresce spon- 
taneamente tra i p'edì; un mezzo braccio di tela è tutto il 
suo vestiario . La capanna in cui abita è 1' opera di poche 
ore. Tre o qu ittro tronchi d' alberi, tre file di canne, un 
poco di paglia, un fascio di fogl e per cuoprire il tetto son 
tutti i materiali, dei quali ha bisogno per costruirla . Un 
tronco d' albero è il suo bnttello . A diciotto anni si scegl'e 
luia compagna. Tranquillo sul des'iino dei figli, dimentico 
del passato, contento del presente, non curando 1' avvenire 
passa 1 ore ì giorni e gli anni assiso all' ombra d' un al- 
bero, fumando, bevendo, cantando, conversando cogli amici^ 
e sempre neì\?t c'dmi d' una voluttuosa indolenza , in cui 
trova la suprema felicità. Quando il fresco della notte ed 
il chiaror della luna gli permette di gustare il piacer della 
danza, vi s abbandona con tutto il trasporto dell'innocenza, 
saltando al suono distrmonico d' un fl.aito, o d un tamburo 
o d una tromba d avorio , o d una lira. Tutto per quel 
popolo felice è un motivo di festa e di divertimento; le 
ceremonie r( liglose, le visite dei parenti^ i mrUrimonj , le 
nascite, perfino i funerali finiscono col canto e la danza . (i4) 



()3) Il riso, il granturco, 11 miglio sono coli' igname e II maniocco gli 
alimeiili prìncip;)ii dei negri. IVla sii-corue iioa sono cìi gusto lauto delicato uelJa 
sc'Mt.i dei cibi, non si tvov in;i mai nel caso di provar la fame. Il vigoroso appetito 
d'un ni'gro non riget a neppure la cane di el-fante j ama 1' ova del coctodrillo 
e ìi s<iii carne, J>eucl è sappia di niusf'hio, e si ci!)a anche di carne di scimmia 
e di cane e di pesce imputridito Uiì arrosto di carne nei grandi conviti passa 
per un piatto scelto. Il vino di palma, di I>annne e h bina di miglio sono 
le bevande ordinarie. Gli Europei gli procurano T acquavite, dono funesto per 
cui passa dall'ebrietà alle catene. 

(i4) I liegri nelle città non mancano d' indnslria; tessono stoffe di cotone 
e di s<'ta, coperte, tele da vele, fabbriraiio stovij^lie, pipe da fumare, vasi 
di legno per liquori. A Bambara, a Tomlnutù, a Burnii l'arte di tessere è 
assai raffinata II talento <lei negri si distingue inoltre eroinenlemeute nei 
fabbri e negli orefici, i quali con pochi arnesi e mal costruii» giungono a fab- 
bricare spa[(Ie^ ascio, coltelli, anelli^ e vezzi d' oro,, 



468 
Posti in un paese fecondo i negri si moltipllcarono prodi- 
giosamen-te, e si divisero fin da tempi assai lontani in molte 
e grandi nazioni. (i5) Qualcnne riceverono dai Marni col- 
r islamismo un principio di cultura sociale; altre restano 
ancora nella barbarie primitiva; ma almeno 1' esempio del 
Cristianesimo è giunto ad abolire nella Senegambia e nel 
Soudan i pregiudizi feroci^ ed i costumi sanguinarj^ che i 
TÌaggiatori trovano anche ai nostri giorni con orrore nella. 
Guinea interna, e nel Congo. 

11 Sondan ha un buon numero dì citta più o meno 
grandi, che son situate sulle rive dei fiumi principali o dei 
laghi, oppure nelle valli, o Ira le foreste magnifiche, le 
quali vi sono sparse di tratto in tratto . Per noi Tumbuctù 
tiene il primato tra le citta del Soudan; e sebbene le re- 
lazioni dei viaggiatori e delle caravane provino che non è 
la più grande, uè la più popolata, nò la più ricca di tutte, 
pure anche i computi più moderati le accordano da cent* 
mila abitanti. G R P. 

Sarà continuate. 



(i5) Prima che l'atroce sete dell'oro portasse gli Earopel sulle coste 
r!«ir Atrica per involare i negri alle capanne native, e per condurli a perire 
tra i disagi e i tovoienti o nel!' acque dell' oceano o in terre lontane, la Nl- 
grizia non cedeva per popolazione ai più floridi stali della nostra Europa. È 
provato die la popolazione negra delle colonie d' America si rinnova in venti 
anni, perchè diminuisce ordinariamente di cinque per cento all'anno. Aramct* 
tendo che esistano nelle due Americhe tre millioni e cinquecento mila ne^ri 
(e ve n' esistono realnsente più di quattro millioni) bisogna concludere che 
V America trasse dall' Africa in un secolo diciassette millioni e cinquecento 
luila negri. Ma ne perirono almeno quattro quinti pervia. L'Africa ha per- 
duto dunque in un stcolo più di trenta millioni di negri o più di dieci mil- 
lioni per generazione. E supponendo che la popolazione venduta sia un quarto 
della popolazione YÌYe.Dte restano tuttora trenta millioni di negri nell'Africa* 



4^9 
SCIENZE MORALI E POLITICHE. 

Compendio istorico del diritto commerciale e marittimo pres^ 
so tutte le nazioni antiche e moderne . [a) 

E generale opinione dei filosofi , e dei giureeonsnlli , che 
il contratto di permuta ahbiu preceduto quello di compra , e 
vendita , poiché è naturale , ed ovvio anche appresso le più 
rozze, e inculte genti il cambiare le cose inutili contro le ne- 
cessarie, accadendo sovente, che manchi all'uno ciò, che al- 
r altro sovrabbonda ; ma si esige all' opposto uno straordinario 
sforzo d'ingegno, e il soccorso di molte astruse , e difficili co- 
£;niz!oni per giungere alla invenzione della moneta , e fare uni- 
versalmente ndottiue fuso di essa senza di cui manca il necessario 
concorso della merce , e del prezzo, manca cioè uno degli in- 
dispensabili elementi della compra e vendita. 

Alla permuta semplice, e diretta , che rnsierne con Aristo- 
tele chiamerò necessaria, altra ne succede che egli appella ar-~ 
ti fidale e che servì come di transizione, e passaggio ali' inven- 
zione della moneta, e del contratto di co.'npra e vendita; poi.diè 
essendo stato osservato esservi alcune cose di un uso più comune 
e giornaliero e di un valore più generalmente concordato, furono 
quelle ricevute ne' baratti, in luogo di ciò, the ad uno de' per- 
niutanti abbisognava , mentre con esse conseguiva il mezzo di 



(a) Questo compendio altro non è che la prima parte di un libro, il quale 
dovrà esser composto di ire parti, ed avrà il se^g^uente titolo : La scienza dei 
diritto commerciale, e marittimo costituito e costituendo . 

Quest' opera, che le mie giornaliere occupazioni forensi non mi hanno 
ancor.! permesso di condurre a fine , ma i cui materiali sono tutti pronti 
e classati, tende al duplice scopo di agevolare la generale cognizione delie 
leygi mercantili, e nautiche, e di contriljuire al miglioramento de' codici esi- 
stenti . 

Tosto che sia compita 1' impressione «lei presente compendiOj e forse pri- 
ma, sarà inserito nell' antologia uà Prodromo delle due ultime parii del' 
£' opera stessa . 

Debbo frattanto avvertire che nel dare alla luce la prima ho slimaio 
conveniente spogliarla delle moltiplicl annotazioni , che la corredano, e che 
per (juanto necessarie al compimento del mio lavoro, non sono indispensa])iU 
or che si tratta di darne un semplice saggio in un giornale scientifico e let- 
terario. y^P'^'. Gio. C^iStllitlli. 

T, Vn. Settembre òi 



470 

&af^\ Irripnfe proracciarsfH . Forano in molte contrade impie- 
p.iìì n^ Ili' prruiute artiiìci li i baoi, ie pecore ec. 'onrle fu poscia 
jl J' n-nro dcnaniinato pccunui ) e fur< no in altre rigucudati i 
ir>if tulli come prezzo ein n ntc , i! clie lia luogo anche adesso 
pn'sso vari:^ nj-iii 'ui, le quii adoprano verghe metallivhe di va- 
rie diinen>ioni, o sacchetti di polvere d'oro invece di moneta 
coìiiata . 

Da quest' ultima specie di permuta alla compra e vendita 
non vi era cbe un hr< ve passo . Ed uifatti conservata ai me- 
talli, ed in specit all'oro, all'argento e al rame la qualità di 
prtzzo eminen>:e , altro non rimase, che attribuire ad essi un 
V lore st'ibib" , proporzionato non tanto a!!a quaiUi , cbe alla 
quantità l.>ro , e det' rmindto, e garantitj m'di mte una forma 
piibhlica prescritta , e sanzionata di r<spcttivi governi , onde 
i inetidii medesnni c(^si coniali cessarMìo di essere nel numero 
delle cose pr, priniiiente delte , e divennero invece il prezzo 
•ui;ivers5'le di ess.:' tutle. 

Da questi br vissimi cenni rilevasi qual fosse l'origine del 
conimercio , e delle prime leggi diretie a regolarlo, e si spii^ga 
li< srnl nza d'Uipiino: commtrcìum est tmendi vendcndtque 
iiìv cem Jits {Fragni ec. tit \(^^ o clic si voglia derivare la v>- 
ce cvninicrcium da!. a contmtt zi/ne di qatllr; commutatio nirr-. 
ciuni,vL\.\Ye alle parole emtndi, i^endcndique un' eeteso sigi.i- 
fìeato app'icand de a qualunque mezzo alto alla permutaziime 
d< Ile cose; o ri e si ad )tli Ì!)vece la ^in semplice, e piana in- 
t? Iigenya , ristring. iid . la dt iinizione del giureconsulto alle co/?J- 
prt" <" ^'cndltc S' If^nto. 

Coiriui»que siasi, egli è certo, che dall'essere in principio 
ì ca'nb), e !e v udite >ernpli i mr'zzi ,, onde appagare i vicen- 
devoli urgct'ti hìs<>^iv' , si cstt ser ) ben | resto c'nehe ai comodi ^ 
alle superflu'là ^ ed ;ìÌ lusso, ne centiiiuarimo soltanto fra gì' in- 
dividui di un istesso paese, ma si dilatarono ai paesi limitp ti 
e ( i'convic ni , e gradatamente accora alle più reniote na?.i')rii. 
M'dtip!ic;»ti p< ro cbe furono così i rapporti fra gli uomini, ri- 
s^dsero alc'ini d' uìcaric >rsi della distribuzime nella so( i tà di 
tulio ciò , cbe ai bi*; g"i , ed ai comodi di essa richi devasi , 
e f eend>spiije gi' incettatoli rivenderlo agli altri con un pro- 
p jz O'iato gn.ulagno. 

Ma nrui t;>r''av;;no questi r.d accorgersi, cbe per corri- 
spondere alle vauL , e frequenti ricbieste ^ e per accrescere i 



471 

lucri , che nel socUisfarìe ottone vansi , faceva d' uopo di altri 
sussidi y onde aj^evolare le pennuie ; e le venditele trovarono 
essi un potente soccorso in quegli agenti intermediari^ i quali 
informandosi diligentemente delle persone , che desideravi; no di 
vendere , o respettivaraente di comprare alcune merci deter- 
minate, le ravvicinavano , ed alla conclusione del hraaiato con- 
tratto pronta^nente le cunchicevano. Contribuì poi soinuiajiiente 
al veloce corso deìle contrattazioni l'uso introdotto di accordare 
ai compratori delle merci un discreto comporto pel p;igaraento 
del prezzo loro; dal che derivarono ì codici , o libri mercantili 
ove fu (li mestiere il registrare tali vendite; ne mancarono perèo^ 
ne , che di tenere questi registri assumessero 1' incarico, e che 
onorati anche della pubblica fiducia divenissero depositari della 
cassa di molti coniraercinnli , non abbastanza sicura nelle case di 
questi, in specie allorché assentar si dovevano per intraprende- 
re lf)ntani viaggi. 

Simili provvedimenti , ed altri cooperarono mirabilmente 
air accrescimento del commercio interno; supplì i\\V esterno la 
corrispondenza stabilita fra i negoiiianti delle vnrie nazioni, il 
trasporto delie merci nelle vctiure per la via di terra, nelle zat- 
te , e barche pei fiumi, e sopra le navi pei mari: d'onde sca- 
turirono nuo^e maniere di contratti , e quelli in specie appar- 
tenenti alla navigrizione , giacche nel modo stosso , che erasi 
formata nella società la classe industriosa de' negozianti, si for- 
mò in breve quella non meno attiva, e numerosa dei nautici. 
La locazione e condazione delle navi ebbe i suoi caratteri par- 
ticolari , che dalle altre locazioni la distinsero, e V \n\prcstito 
nautico divenne diverso da! semplice mutuo, atteso in specie 
r imprendimento dei risici del mare per parte de! sovvt^ntore, 
e la £;ravezza degl' interessi correspettivi a si fatti pericoli. 

L'avidità delle ricchezze, l'industria umana fatta sottile 
viemaggiorrnente con l' avanzarsi della civiltà , 1' incora^gimento 
e la ])rotezionc , che al commercio ed alla navigazione accor- 
darono molti savi reggitori di popoli, tutto concorreva ;id esten- 
dere , e perfezionare quelle pr;.tiehe , e quelle contrattazioni 
mercantili e marittime, cbe il bisogno, e l'opportunità avevano 
create , e quindi le principali basi di queste consuetudini fu- 
rono ovunque le stesse, perchè dalle stesse cauiie prodotte. 

Passando ora a tessere compendiosamente l'istoria del di- 
ritto commej^^ciale , e marittimo derivato da tali consuetudini y 



2 



io la dividerò in tre grandi epocìie c^ntraclistinte dai passi ])ià 
notabili , clu. ha ffiU. questa scienza dai tempi più remoti fino 
al dì nostri . Abbraccerà q ùndi la piuma epoca lo costituzioni 
c>'n!nerciali , e marittirr.e degli antichi popoli , fino al rina- 
scim' nto d( Ila civiltà in Europa ; comprenderà LA SECONDA 
qa^ìb* del rnedio evo, e le conscv utive fino al regno di Luif^i 
XIV. ; e descriverà LA TERZA le ordinanze eman te da questo 
m(»narca , e le altr.' |fiù m >d'^i ne dei popoli europei fino al pre- 
sentt , <j;inrigend > noi £»ra datamente così n rintracciare I' orii^ine, 
r inrrt m« nto , e lo stato attuale di questo si importante ram® 
della bgislazione. 

EPOCA PRII^IA 

V^l diritto commcrciah' ,e marittimo degli antichi 

Abbencbè si abbia contezza dei portentosi via,<^gi à.e' Fen'ci; 
abb«^ncbè re'le >pere de^li anticìti istorici , e in quelle de' poeti 
saeii, e pr «f ni leg (ansi d scrizioni pompose dille smisurate ric- 
cbezze de' Tiri ; e sia immortale la fama della potenza car- 
tag nese, e d^^Ha c^'zia saj»i nza; n »n ba però il teopo rispettati 
i codici commcrc ali e marìttinv de' Fenici, de' Tiri, de' Car- 
tas^inesi , e de^li Eqi>i , die essere verisimiiniente dovevano 
de^i^i d("l nostro studio e della nostra ammirazione , qualora 
giudicar se ne debba da ciò cbe oprarono nella navignzicme, e 
ne! commercio quei popoli , ed in specie / tre primi, cbe ap- 
punto ripetevano da questi fonti la grandezza loro , e la loro 
opulenza . 

Possiamo nondimeno congetturare quali f.)Ssero tali leggi, 
ricavandole da quelle de' grm , e de' ro/?^''//i/ , che di quei po- 
poli stessi furono contemporanei , ed ebbero con loro continuati 
ed intrinseci rapporti ; poicbè ben sappi imo non essere stati i 
romani, ed i gr'ci niente sellivi di adottare gli usi, e le disci- 
pline delle altre uìzìoìiì ancbe barbare, anche nemicbe, quando 
ne riconoscevnno 1' eccellenza . 

Fra le greche leg^i rii hi*^mano la nostra attenzione quelle 
degli ateniesi e de' rod/ , di cui rimangono ancora vari fram- 
nif-nli, ed una certa tradizione di altre importanti loro dispo- 
sizioni. Mentre Li(^urgo sbandiva il commercio dalla sua repub- 
hiica, Solons al contrario adoprava ogni sforzo per renderlo 



473 

sempre più esloso , e fiorente in Atene, dettando leggi snvis- 
siine dirette a proteggere i neg »ziunti, a promuover l'n.daslria 
e semplfcizzare i giudizi , a mant -nere intatta la buona f dj^ . 
Con queste vedute egli ordinava ai citi diiii di dt^^sHnare i fiw^U 
loro, parte all' agnc Itura, parte aireserciziu dell'arti r p.srte a'iìe 
commerciaii ppregrin;<zi >ni; proteggeva da ogni insulto i rnjrcanti, 
che esponevano le loro merci in vendita ne! f ro ; infliggeva unn 
multa dì looo dramme, (circa fra ti chi 9000 ) e taivdta ancra la 
pena del'a (arcere a coi to, clie essend )si f ilti accusato* i di un ne- 
gozia»>te, provato non avrssei'.> i' d. Iilt<k i*!.putaN'gli , ed invil va 
infine n< 1 Pritaneo ad occupjìre il primo posto n( i solenni conviti 
colui, che si fosse dimostrato eccellente nell'art^ sua. 

Anch« i pubblici rt^t strati ri delle cotìtrattaaiini mercan- 
tili 7 e depositari delle casse dei negoziunti avevano attiihuzio- 
i)i estesissime, e godevano di molti vantaggi, e privilegi. Le 
società mercantili erano pure approvate dal legislatore ateniese, 
purché non fossero contrarie all'ordine pubh-ico , calle leggi; 
ma reca non lieve sorpresa il vedere enumerata accanto aile 
associrizioni contratte per l'acquisto di gr.mi , o altre merci, 
quelle destinate all'armamento di navi per andar corseggiando: 
al segno che 1' erudito Salinasio^ e d'jpo di esso il Pttit [Le- 
ges Atticae lib, V) duhit^a'ono doversi intendere diversamente 
quel testo, in ciò discordi dall' opinione dt^l chiarissino Einec- 
cio [opiiscola varia pars \ exercit 8.) che sostiene g-muina l'in- 
telligenza sopraindicata sul fondamento delle greche costuman- 
te , le quali riguardavano cìuie cosa lecita la pirateria; onde 
vediamo che Nestore nelh' Oàissea domanda a Tele.u ico , se per 
questo o per altri oggeti equipaggiata avesse la nave , sulla 
quale insieme con Mentore era approdato al porto di Pito. [lib. 
3. in princ.) 

Ostre varie leggi di Solone suH' usura nautica, e sulla fi^r- 
rest re, che per dir vero non vanno esenti da qualche censura, 
sono riinarch- voli quelle ; che davano norma ai giudizi nelle 
materie commerciali, e maritti.ie, Ne qui df,ve tacersi, che 
rivolgendo quel legislatore la sua sollecitudine a f ivorc dei nau- 
tici , ordinò che le cause agit te con i c;*pì' ni di nave ed altre 
persone addette alla navigai-.i.yne venissero introdotte, e risolute 
dentro quello spazio di tempo , in cui la navigazione stessa re- 
stava interrotta (dal mese di Jjucclrojjiionc , a quello di AIuiù' 



'f74 
Mone, cioè Jai mese tH settembre a quello di aprile (i'oja§es 
dii Jeune Atiacarsis T. V, eh. LV, ) Finalmente prescrivevano 
le Icg^i altiche, che mancando qiwìclie commerciante all' adem- 
pimento de' propri imprtjni , dovessero tultl i suoi beni passare 
in potere dei suoi creditori , ed una tal disposizione veniva, sem- 
pre eseguita con ]a massima esattezza, e rigore. 

Anche le le^^i rodic contenevano un' assai notabile dispo- 
sizione circ.i \ fallimenti : se alcun negoziante moriva decotto, 
non permettevano al figlio di ripudiare la sua ereditalo ripu- 
diandola ancora , lo costringevano a pagare i debiti joercantili 
che vi posavano sopra . 

Ma le leggi nautiche de' Rodj sono quelle , clic hanno 
resa sì chiarata memoria di quell'isola, e ch« sono state per 
lungo tempo le regolatrici de' mari . La più celebra fra queste 
leggi è quella , che trattava del gt*to eseguito per alleggerire 
i bastimenti travagliati dalle burrasche . Avea quel popolo os- 
servato , che sovente occorreva sacrificare una parte del carico 
o degli attrezzi della nave per sollevarla da un soverchio peso 
e così procurare la comune salvezza. Quindi furono per quanto 
sembra i primi a statuire , che un tal sacrifizio dovesse resar- 
cirsi per contributo dalla nave , e dal carico preservali in tal 
guisa dal naufragio. 

Mentre però tutte le nazioni antiche e iQoderne si trovano 
concordi nell' esaltare quesle leggi , pende tuttora incerta fra i 
dotti la controversia , se questo prezioso deposito sia realmente 
tino a noi pervenuto. La collezione composta di due parti di- 
verse intitolate: legcs na^'alcs , et Jus nw^alc Rhodioraui , che 
trovasi unita alle più celebri opere di gius marittimo , e segna- 
tanjente a quelle del Pckio e del Targa , è estratta dalie hU" 
siliche , cioè dalle leggi degli Imperatori greci Basilio, e Leone 
VI. di lui figlio, pubblicata da Carlo Annibale Fabroto nel an- 
no j647 in Parigi . 

Il Marnacio , il Leuncla\no ^ ed altri giureconsulti di non 
mediocre reputazione hanno creduto di ravvisare in questi ca- 
pitoli le famigerate leggi rodie , qu ili furono scritte, ed ema- 
nate in origine; altri in più gran numero , fra ii quali si anno- 
verano Antonio Agostino , Francesco Balduina, e il Binker- 
shoeck gli hanno sostenuti apocrifi, ed il Gotofredo ha stimato 
essere stati questi compilali o da un certo Michele Psdlo greco 



475 

clie \hsp. nei secolo XI della nostra era, o f>r?p piuttnslì da 
Vostanli/w Errtumopulo giudice di Tes&alouica, che tioil nel se- 
colo sui^spi^uenle. 

Sembra però doversi opinare con Andrea Lans^c ( breif's 
ìntroduct o ad iiot. rer. naiUicar. ce.) che sebbene Ijj cuinpili?zio- 
i»*MÌi quest'opera sia leoente, ne sieno state ben,--! le disposizioni 
ric.vate dai testi antichi d Ile vere leggi dei rjdj'y o si(no ap- 
pogi^iate almeno alla tradizione <li esse, ma rifuse, e commiste 
ii! t<d guisa con parti eterogen:'e , the il f.ilso non possa ornai 
ptù scernersi , e separarsi dai vero ; ed una tale opinione è ap- 
poggi;»ta, 1**. ulla grecità poco eleg;uile di questi capitoli , 11°. 
air «>j posizione, e e nfradizione , che osservasi manifestamente 
fra alcuni di essi , e vane leggi romane riportate nel litoio de 
lege R/iodia de jactu , che come osserveremo più estesamente 
in appress» iurono dalle vere leggi rodie ricavate; e lli° in fine 
alla clausola singolare , che leggesi al §. i5. del gius navale „ 
exen itor, et nauta, et vectores, qui simul irayi^Aul j/csj'u randa ni 
ei'angelicuni prestanto „ paragiafo , che invano si è supposto 
da tnolti essere stato aggiunta moderna. iiente dcÀ cristiani, (hj 

]\è meno discordi uitorno al merito, che intorno all' origi- 
ne di questi compilazi ne , la vilipendono alcuni , e fra questi 
lo stesso Bynkers/i(ìck ; la estollono alcuni atri , e principal- 
mente il citalo Mainacio, ed il V'innio che la proclama: „ egre- 
gia, et scitu transuiarina negotia tractanlibus utilissima ,, ^^ Prae- 
facl. ad P'k): alla quale sentenza io pure mi soscrivo. 

Rì<i è tenqxj oinai di parlare delle leggi commerciali , e 
maritiiijje de' Romani, che mentano di esser da noi con più 
diligenza , e dctlai,lio considerale. 

iNi>n è già , che quel popolo favorisse il commercio terre- 
stre, e navale.- qaesli ■ gg^'tti furoiio anzi da lui seropre consi<le- 
rati come secoìidarj, rivolgendo esso principalrnenLe i suoi pen- 



(li) Sì loccaiio «li vnlo tnli questioni, intorno alle quali possono consul- 
tarsi Etnei igon, tratte drs assuf t/Hce.^; Azani, sisttnui u/nt^ersale di Icefula- 
zione marittima , ed il rroj'essoi'e IsamHpit, iioLiccs sur Les (ois /jiuriti-' 
mes des PJvdieiiSj ( The/nix, ou Bibliothcciue du JuriscónsuUe T /. pog. 
lot). Io mi sono «tteii'Uo all'opinione (ìe'duc primi, tanto più che il terzo, 
il quale ha scritto nell'anno i8iQ, non ha rantoientata neppiiie, non clie con- 
futata la sulloflata op^ra del sii^. Scuoiare Azitni . che pure contiene su tnl 
proposilo molti vibrali ;irgomcnU. 



47G 

sieri, e la sua sollecMludiue aU'ngricokura , oJ airarrni. F.slrnnco 
allo scopo, che mi sono proposto si è lo sviluppare sotto i 
rapporti economici , e politici questa osservazione : teme- 
rario sarebbe dall'altro canto colui, che pretendesse di ag- 
giungere a quanto è stato profondamente osservato sopra que- 
sto proposito dai Montesquieu, dal Filangieri, dai Mengotti, 
e dai Robertson, {storia d'America, introd.). Essenzialissimo 
al contrario si rende il considerare con occhio critico, e filoso- 
sofico, e sotto un punto di vista generale \ó spirito delle leggi 
emanate da^ Piomani intorno al commercio e alla navÌQ-azione, 

E principiando dal commercio, basti T avei'e così di volo 
ftccennato, che la natura, e il genio de' Romani gli erano troppo 
contrari, perchè potesse prosperare fra loro. — Alla popolare 
opinione, a quella de' filosofi, e de' politici , si uniformarono i 
legislatori f ed il commercio lungi dall' essere da loro incorag- 
gito, e protetto fu anzi abbandonato, e vilipeso. 

Quinto Claudio tribuno della plebe noli' anno 535 dopo 
la fondazione di Roma propose u!ia legge, in forza della quale 
restava vietato ad ogni senatore di possedere navi , che oltre- 
passassero la capacità di anfore 3oo, essendo queste sufficienti 
al trasporto de' prodotti de' loro campi , e considerandosi come 
indecoroso ai patrizj il consacrarsi al coniincrcio. k. questa di- 
sposizione proibitiva, la quale nonostante l'opposizione de' se- 
natori ottenne la sanzione del popolo, fece eco la legge Gm//tìt 
repetundaruni ^ in forza della quale fu mantenuto il divieto in 
tutto il suo rigore. 

Che se sotto il governo repubblicano era sembrata indegna 
de' patrizi la mercatura, tanto maggiormente apparve tale sotto 
il successivo governo monarchico. L' imperatore Costantino nel 
proibire le nozze delle persone più cospicue del suo impero con 
femmine di condizione vile, ed infame , ripose in questa classe 
quelle , che senza alcuna macchia alla loro onestà , ed al loro 
carattere si fossero dedicate alla mercatura , quasi che T eser- 
cizio della medesima fosse per se stesso un disdoro. Imposero 
gl'imperatori Onorio e Teodosio alle persone più nobili, e più 
opulente di astenersi da qualunque traffico , e l'imperatore Giu- 
stino finalmente proibì ai negozianti di dedicarsi alla milizia , 
permettendo soltanto a coloro, che in addietro erano stati ad- 
detti alla luedesinia , di riprenderne l' esercizio, purché renun- 
ziasscro a qualunque mercantile ingerenza . Era insomma con- 



477 

sìderato il commercio come una occup;ìzione servile., e si rila- 
sciava quasi esclusivnmente alla feccia del popolo, edagli scliiavi. 

Con tali disposizioni, con tali principj , qual soccorso at- 
tendere si poteva , quale protezione alle commerciali specula- 
EÌoni ? Vennero anzi inceppate dal ^ius delle genti adottato 
appresso i romani, i quali riguarda vansi in stato di guerra con 
tutte quelle nazioni, ciie non avesser con loro legame alcuno 
d'amistà, o d'alleanza; e dai vincoli imposti alla libertà del 
commercio in forza delle severissime leggi annonarie ; e dalle 
proibizioni ripetute di trasportare presso le altre nazioni il ferro, 
l'oro, e per fino il vino, l'olio, e gli altri liquori. 

Quello cbe ho detto fin qui del commercio si applica an- 
cora alla navigazione. Per quanto i romani s' ingegnassero di 
divenire potenti sui mari, come lo erano nel continente , per 
quanto raddoppiassero i loro sforzi , onde validamente opporsi 
ai cartaginesi loro emuli, cbe dalla navigazione'' appunto desu- 
mevano principalmente il loro potere: tutto questo non gli rtise 
premurosi pel commercio marittimo , considerando essi quasi 
unicamente le navi come instrumenti bellici , o come utili in 
pace pel trasporto de' commestibili , e del prodotto delle impo- 
sizioni raccolte dalle provincie ; sotto questo aspetto soltanto fu 
la navigazione dichiarata interessare direttamente il ben pub- 
blico: ad rem publicam pertinere; e fu quindi favorita, e pre- 
miata . 

Così esentavansi dai pubblici pesi coloro , che fabbricavano 
una nave della portata di moggia iSooo. ovvero più navi 
ciascuna della portata di moggia loooo almeno, impiegandole 
ne' trasporti dell' annona ; così 1' imperatore Claudio accordò la 
cittadinanza romana a quei fra latini , che similmente avessero 
fatta costruire una nave , consacrandola allo stesso oggetto pel 
corso di anni sei , e spinse le sue sollecitudini al segno di assu- 
mere sopra di se i rischj della navigazione, a cui tali bastimenti 
rimanessero esposti; e sono frequenti infine nel corpo civile 
iriustinianeo le disposizioni favorevoli ai così detti navicidarj , 
che troppo lungo e tedioso sarebbe il qui referire . E questa 
eccezione appunto dimostra viemeglio lo spirito de'romani legisla- 
tori sempre avverso al commercio marittimo de' privati , poi- 
ché tutti questi fivori , e queste largita trovansi accordati 
esclusivamente a quei nautici che si adoperavano nel pubblico 
servigio . 



47S 

Ma srT)bene lo spirilo ciò' romnni legislatori , e le co!»tita-. 
yjoni , e i costumi di quel popolo fossero cosi poco favore v )li 
al commercio, eri alla navigazione, non bisoi^ua credere , die 
fossero affatto trascurate simili materie ne' codici loro, poiché 
anzi sono queste numerosissime ; e se taluno si occupasse se- 
riamente a raccoglierle, si otterrebbe agevolmente un corpo di 
leggi in questa parte completo , se n »n che resterebbero a de- 
siderarsi le sole disposizi trìi relative a quelle contratt.'zioni com- 
jìierciali, e marittime, 1 iuvcuzione delle quali si deve ai popidi 
più moderni . 

Per i^iastifirare questa mia proposizijne , die può a prima 
fronte sembrare un paradosso , scendo a presentare ai miei 
leggitori un prospetto ragioriato sebbei^e conciso del diritto coni'» 
mereiaio tcrrtstre^ e mar'tlimo de' Romani, 

E ragionando piimieramente del diritto conìfiierciale it^r" 
restre parlerò delle persone, che lo esercitav mo , o concoire- 
Tano a facilitarlo ; de' lib) i di commercio — delle società non 
tanto in nome collettivo, die per mczz») d institori — de' di- 
versi contratti mercantili usitati dai romai.i, — ein fine dirha 
decozione , e d« Ila cessione de' beni, E tratterò successiva-nente 
del diritto marittimo, cioè dogli esercitori , dv^' eapit tni , ed 
altri uomini di mare, e de' loro doveri; del contratto di loca- 
zione, e conduzione delle navi,- delle avaiie e del g tto ; del 
contratto di usura nautica; e per ultiino delle ipotecbe, e pri- 
vilegi posanti sopra le navi. 

Dopo che il genio feroce di Romolo ebbe inspirato ai suoi 
sudditi la non curanza , e il disprezzo per tutti quegli studi , 
ed esercizi, die all'arte dvlla guerra non pertenevano, ed ebbe 
interdette loro princip.ilmente le o])ere marmali, e sedentatie 
di qualunque specie , il pacifico di lui successore conoscendo il 
bisogno di ricbiamarli a costumi più miti , dopo di avere intro- 
dotte molte praticbe religiose, cbe a quest' ogg. Ilo t ndevano, 
eccitò, e promosse l'indurt'ia, e il commercio, instituendo o^^o 
collegi, o corpi di artefici, i quali erano composti de' flauti- 
sti , die intcrveiàvano nelle saere funzioni , degli orefici , de' 
fabbri, de' tintori, de' sarti, dei cuoj «i , de' coniatori di monete, 
ed in ultimo de' vasaj. ( Tibicitii, aur:ficcs , fabri , tinctores , 
Siitores , coriarj , erarj , fidali ). 

Ma dall'alternativa di opposti caratteri nacque sotto i re- 
gni successivi r ab'jìizione , e la rip: isliiiaziuiii; di questi collegi. 



479 

Li soppresse TiiìJo Ostilio ci' indole troppo consimile a Romolo; 
li riordinò Servio Tullio , a cui di tante savie instituzioni fu 
debitore il popolo romano ; ma il tiranno Tarquinio nuovamente 
li sciolse, ai^itato dal sospetto, e dal timore , che in quelle fre- 
quenti adunanze non si tramasse la distruzione delia sua usur- 
pata , e dispotica autorità. 

Dopo la di lui caduta fu tenuta per altro ferma la sop- 
pressione de' collegi degli artefici, ma per altre ben diverse cause. 
Sdegnavano que'sobrj, e virtuosi repubblicani di procacciarsi 
la sussistenza con mezzi, che sembravano loro servili, onde è 
che i corpi di artefici non furono posti nuovamente in piede , 
se non cbe sotto i Decemviri , ed anche allora le arti, ed il 
commercio furono generalmente in poco onore tenuti. 

Ma dilatandosi i confini della repubblica, e rendendosi più 
intimi, e più spessi i rapporti de' Romani, non solo con quelle 
Provincie, che più applicavansi alla navigazione, e al commercio, 
ma- eziandio con le estere nazioni, ove tali studj fiorivano, si 
accrebbe in R.oma il numero degli artefici, e dei coinaierciauti 
a dismisura. Nell'anno 258 di Roma sotto i consoli Claudio e 
Servilio fu istituito iL cotlegio de^ niercaìiti , cbe a motivo delle 
sue adunanze religiose noi tempio di Mercurio hi detto mer- 
curiale; ed altro collegio pure di mercanti fu eretto nell'arìno 
3i6 di Roma sotto la dittatura di Furio Cammillo, e fu detto 
capitolino dall' adunarsi , eìie facevano i suoi membri nel cam- 
pidoglio. Le corporazioni degli artefici si fecero poi ogni giorno 
più numerose, e le memorie di molti esistono ancora nelle an- 
tiche lapidi, le di cui inscrizioni sono state diligentemente dagli 
archeologi raccolte, e classate, ma cbe è fuori del mio instituto 
il ramment'ire partitamente. 

Fu però tale, e s\ estesa la propagazione in Roma di que- 
sti collegi, che s' introdussero nel seno loro molti uomini di per- 
duti costumi, e di carattere facinoroso, i quali si facevano se- 
guaci de' sovvertitori della repubblica, e sos ewt^ clausis taber- 
iiis correvano tumultuando nel foro. Quindi varie leggi, e senatus- 
consultijcbe ordinarono fossero sciolti molti collegi, lasciando ap- 
pena sussistere i più utili come quelli de' fabri , e de' tintori: 
ina i collegi soppressi trovarono un potente fautore nel troppo 
celebre per la sua inimicizia contro Cicerone Publio Clodia 
tribuno, che sperando con ragione di trovare in essi un valido 
appoggio alle sue mire pravissime^ non solo pervenne a far rivi- 



4So 
rere quelli estinti, ma parecclii altri ne aggmnse composti della 
più vile pìebcigiia. Allovqu nido Ix^risi andò ta repubblica decli- 
nando verso il principato, Giulio Cesare temendo in questa 
istituzione un' ost icolo al suo innalzamento , si approfittò d..i 
potere dittatorio per ridurre i corpi dej^li artefici a quelli sol- 
tanto creati originaria mentecla Nuina, e fu segaitato il suo esem- 
pio da Augusto, e da' successori di lui, fra i quali si distinsero 
C/audio e Trajano . 

Finaltnentt! il lusso, e la corruttela della capitale dell'im- 
pero, esigendo il soccorso de' più indu'^triosi artefici, molti de* 
quali si erano and. ti a stabilire in lontane pr(jvincie, convenne 
agli ultimi iittperatoii di rijiristinarc le corporazioni, ed am- 
pliarne i privi If'gi, d* i quali furono principalmente larghissimi 
Teodosio ed Onorio . 

Sì consideravano le associazioni dei mercanti, ed artefici 
come altrettanti corpi morali, che si regolavano secondo le par- 
ticolari loro costituzir>ni, alla deliborazione delle quali procede- 
vano con un sistema analogo a quello della repubblica stessa; 
possedevano de' beni, ed una cassa comune; avevano questori, e 
magistrati, quinquennali , e rappresentanti, de' quali il jjiù no- 
tabile dicevasi sindaco, nome, che come vedremo, in appresso è 
stato impiegato da alcune nazioni moderne in un conforme si* 
gnificato. Molti fra quaesti collegi furono di^ioi dichiarati esenti 
dalle imposi^tioni non rqeno che dalla milizia, e dal pericolo di 
essere espulsi dalla citH in temj.o di carestia : pochi bentsl fu- 
rono riconosciutisi utili come quello degii arg< ntarj. Nell'ana- 
lisi , che ho già premessa delle attiche leggi , ho parlato al- 
quanto di coloro, le di cui funzioni consistevano nel serbare ia 
deposito i denari de' cominercianti, ed alSri capitalisti, tenendo 
esatto registro dell'impiego di un tal danaro, e della trasla- 
zione del dominio di esso da una persona in un altra, a seconda 
delle respetti ve stipulazioni mercantili . Or qn^ sto sistema sem- 
bra che suir es:;mpio degli Ateniesi venisse dai Romani adot- 
tato, attribuendosi a qu' sti sì utili cooj)cratori al disbrigo delle 
commerciali operazioni il none di argentar/ . 

Sedevano essi nelle loro taverne, che mense più propria- 
mente appellavansi , per distinguerlo d.»' bi:nchi e b^tti ghe degli 
altri negozianti o mercanti / dal che derivò ancora il titolo di 
mensa rj che agli argentar] rt ^si davasi comunemente. Bi<'ev<'v;'!!0 
cj^uivi i depositi, e aV ìnscris^e^ano sui libri loro, rescri^'endoli 



4SI 

poi air occorrenza in testa di altri indiviclui , aìlorcliè ne rice- 
veviino r ordine dal jjrìmo depositario, e questi libri, che erano 
costretti di esibire ad ogni occorrenza in giudizio, facevano pie- 
na fede delle convenzioni da essi stipulate coi terzi, non meno 
che di quelle intervenute fra i terzi medesimi per mezzo della 
rescrizione, o della constituzione delia pecunia da uno in altro 
di essi . (e) 

Questo sistema fu sostituito a quello, che precedentemente 
era usitato fra i Romani negozianti, di tenere cioè ciascuno per 
se stesso il registro de' suoi ct»nti, [rationes] a cui vrniva pre- 
stata fede nel caso soltanto, che i libri da esso pr .dotti iimanzi 
ai giudici corrispondessero, e confrontassero con quelli dell'al- 
tra parte, c(Pn cui allegava di avere contrattato, e che ad esi- 
bire i propri veniva per quanto sembra in tale occasione co- 
stretta . (d) Molti bent-ì non erano capaci di tenere da sé questi 
libri in una forma regolare e completa, resistendovi in specie la 
somma difficoltà, che ineoutravasi nel contegiT[iare con le cifre 
romane, prina che fissero quell ; arabe introdotte in Eurojja; 
d'altronde il passaggio delle scritture mercantili per m -zzo de- 
gli argentar] giovava mirabilmente a quella celerità, che rich* - 
desi nel commercio, evitando essa infinite contazioni, e trasporti 
del danaro: infine la fede pubblica attribuita dalle leggi agli 
argentar] rendeva sempre [)iù caute le stipulazioni di quello, 
che non facesse il difficile confronto de* libi'i, non di rado tenuti 
imperfettamente, ed irregolarmente da ambe le parti . 

Presiedevano inoltre gli argentar] ai pubb'ici incanti, chia- 
mati da' latini auctioiiesy e ne prendevano gli opportuni rie r- 
di, ed a tutti que^ti incarichi aggiungevano in ultimo qupUo di 
cambiare le monete nazionali, o esotiche facendo su tal baratto 
un lucro chiamato collito, onde agli altri lor nomi si aggiunse 
pur quello di collitisti (e) . 

(e) Tutte queste operazioni, e costumanze si accennano da me in succinto. 
Ma vedi 1' Hojrnaniìo de comnierciisj et cambiis vetemm, Heinec. de liòris 
mtrcator. et. 

(d) V. Heinec }oc. cit, 

(e) Sulle varie denominazioni degli argentavj vi è ui-olto disparere fra gli 
eruditi: disputasi pure della dlflf^renza die passava U». €&%'\. eiì'\ nninniiilaij ^e 
que' banchieri, o usura j , ohe ne' comici latini chianiansi fieqtientenientt tra- 
pezitae e daìiy^tae. Mi contento di accennare queste dotte controversie, non 
essendo io da tanto per deciderle . 



482 

Tralascianclo ora di parlare delle leg^i riguardanti il coi> 
Iralto di compra e vendita, che appresso i romiìni non riceve- 
vano quelle importanti m(»di(ìcazinni ^ a cui soggiacciono franai 
in seguito delle novelle particolari consuetudini dei mercanti , 
restiìci, per compire il quadro dell;» romana legislazione relativa 
al commercio eli terra^ di toccare alquanto la questione agitata 
fra gli eruditi , se il contratto cambiario fosse conosciuto , o 
incognito agli anticlii , o se aim»jìJo a questo supplissero per 
jBezzo di analoghi ingegnosi compensi. 

E sebbene sia prevalsa 1' opinione negativa, non sarò, credo, 
inopportuno, ne discaro ai miei leggitori il rammentare, clie 
per me si faccia qui breveioente le ingegnose congetture in pro- 
posito del Batavo Cornelio Tloffnianno , che per una felice e 
rara combinazione riunì ai prolondi studj legali il lungo eser- 
cizio della professione tJiereaiìtile , essendo stato ad un tempo 
giureconsulto, e negoziante(f) . 

Osserva egli giustamente, che le cause stesse sogliono produrre 
gli stessi, o almeno simiglianti effetti, onde esistendo a tempo dei 
romani, non interrotti ed intimi rapporti fra la ciipitale del mondo 
ed i molti empori dell' Europa non solo, ma dell'Asia ancora , e 
dell' Affrica, fra quest'ultimi respettivamente doveva farsi sen- 
tire giornalmente il bisogno di effettuare i pagamenti , e reci- 
procamente di eseguire considerabili incassi nelle provincie, e, 
nelle città le più remote ; ne a quest' uopo bastavano le mate- 
riali spedizioni della moneta coniata per le vie di terra , ne per 
quelle medesime di mare lunghe oltremodo e disastrose, le pri- 
me incerte allora, e pericolosissime le seconde; perlocbè non 
sarebbe concepibile , che senza altri sussidj proceduto avesse 
con tanta attività il commercio a tempo de'romani, che era este- 
sisr«imo in specie sotto gì' imperatori , quando la magniQcenza 
e il lusso furono saliti al più alto grado . 

E vero che molti mercanti si recavano in persona ne' luo- 
ghi anche i ])iù lontani , ove li richiamavano le loro specula- 
zioni , e ad essi allude Orazio con questi versi elegantissimi: 
JYa^igft ac mcdiis hyitniet nmrcator in. undis . 

Impiger extremoa curris mercator ad lados 
Per mare pauj^ericm fu^iens per saxa per ignes. 

[Epist. liò. I .) 

( f ) De comnieiciis et camòcis. 



483 

E vero ezi-mdio , cbe ladflove giungere non potevano in 
persona, vi trJievatio i yÀù cos}3ii ui cli'4>!i vigenti, o fattoti ap- 
p< Ii;iti dì'iìciisatorcs , coi quali avevano continui', corrispondenza, 
ìmpiei^andoli uri manf^ggu», e nflla rs^Ciizioue de'loro affari : ma 
con tutlo ciò non eranrj questi ainuiinicoii adequ'ìti al l)isogno 
inces.'iarjte dtlle reciproclit^ trasmissioni djl dinaro da uno in 
altro paese , e sembrare doveva molto più comodo , e agevole 
il valersi di un mezzo analogo a quello delie nostre lettere di 
cambio . 

Ad un ne^oz'ante romano occorreva per esrn-ipio d'inviare una 
somma ad Efeso « d in Efeso ap}»unto trovavasi un d -bitore di altro 
r (Ulano negoziante ; cosa mai esser vi poteva di più n;«turale della 
cessione clie al primo si facesse dal sec;>udo del suo credito sopra il 
debitore efesino, riavendone frattanto in Roma stessa i! corrispon- 
dente ammontare, e risparmiando così un lurgo, dispendioso e 
mai sicuro trasporto della stessa somma da Efeso a Roma, e 
reciprocamente da Roma ad Efeso} 

Ne mancava a f )rma delle romane leggi la via di eseguire 
comoda nente un simile contratto; riconoscevano esse infatti !a 
stipulazione detta quod certo loco, mediante la quale promet- 
tevasi il pagametsto d' una somma in un luogo diverso da quel- 
lo, in cui trovavansi i contraenti, ed una ti le obbligazione do- 
veva probabilmente assumersi da coloro, che avevano in pronto 
nel designato luogo lontano la somma convenuta in mano di 
qualche li.ro debitore, e dispensatore: la leg. ult. §. 4 D. De 
verb. oblig. wv offre appunto un' esempio , die sebbene singo- 
lare, non lascia di essere calzantissimo. 

Come poi si accedesse dal corrispondente del promissore 
alla di lui obbligazione, con prendere sopra di se l' incarico del 
pagament > dopo un determinato spazio di tempo , ricavasi dalla 
legge 3. in princ. D. de dnobus. reis constit. e come finalmente 
marcando la soluzione promessa si fiicesse luogo per mezzo 
d'ir azione arbitraria alla ripe tizione di tutti quei danni, che 
derivavano dal non cun^^egnito incasso del danaro in quel luo- 
go determinato, si jìuò i iscontrare spiegato largamente dai giu- 
reconsulti Hi piano, e Cajo nelle leggi 2. e 3. del titolo de eo 
quod ceri . loco, nelle Pandette . 

Questo è in compendio il r;iziocinio dell' Ilolfmanno, e questi 
sono i ptincJ! ali Potala reu^i ,n cui 1 » appoggia,- e \nv vero dire non 
sembra difìicde il lavvisare una specie di contralto di cajubio nella 



484 

stipulazione, ^'"O^ certo loco^ l'accettazione della cambiale nclVac-' 
cessione ad un tale obbligo per parte del debitore e disptnsatore^ e 
finalmente nell'azione arbitraria la repetizione de' danni, che 
dal non pagamento della cambiale stessa procedono e che noi 
diciamo ricambio, e conto di ritorno. Non mi diffondo mag- 
giormente , e rimando gli erudili alla lettura del curiosissimo 
opuscolo, di cui non ho di;to che un semplice transunto. 

Ad altra più importante indagine richiama ora l'ordine 
del discorso, poiché ricercar dchho quale l'osse /<2 5or^e de' de- 
bitori oberati appresso i roinani, e quali i diritti e 1' autorità 
de' creditori sulle persone di essi. 

Risalendo alla più remota antichità noi troviamo , che il 
debitore insolvente condannavasi generalmente a scontare il suo 
debito con prestare i suoi servigi al creditore , in potere del 
quale egli veniva d;»to dalie lej;;;i , e ciò essere stato praticato 
anticamente nella Giudea, nell' ligitto , e nella Grecia lo dimo- 
stra il eh. Scliiegerio; {dissert. de debit. oberato ap. Fellema 
ber^ Jurisp. antica tuin. i. ) se non che il re Boccoris in E- 
gitto, e Solone in Alene moderarono la crudeltà di tali disposti: 
fu mosso il primo da una ragione, che astrattamente conside- 
rata è giustissima, qnella cioè che i beni stabili , o mobili frut- 
to della propria industria del proprietario , o di quella dei 
suoi maggiori possono validamente restare ad altri obbligati, 
ed ajftitti : non cosi le persone, che sono debite alla città , e 
di cui dei^e sola poter disporre all' occorrenza pe' servici della 
pace e della guerra; nra la legge consimile emanata dal secondo 
fu piuttosto una conseguenza de' tumulti, che produceva nella 
repubblica l'addizione [addictio) de' debitori: siccome narra di- 
stintamente Plutarco nella vita di quel legislatore. 

Più severe, e per tutto dire più harbare in Roma che in Atene 
le leggi, che intorno ai debitori oberati sancirono, produssero somi- 
glianti effetti più volte, pe' quali s' indussero i legislatori prima 
a modificarle, e poi ad abrogarle, altre sostituendovene, che pec- 
cavano forse nel senso contrario . 

Avanti la promulgazione delle Xll. trivole non solo per- 
mettevasi ai creditori di ridurre ia servitù i debitori loro mo^ 
rosi , non solo si autorizzavano a rinchiuderli nel carcere pri- 
vato , ed a caricarli di ceppi, ma si permetteva loro puranche 
per quanto seuibra, di percuot'^rli, e di lasciarli perire nel!' i- 
Bedia. [Revardo toni. i. ad leg. XJI. tabul. cap. 8.) Non tardarono 



però a conoscere a quali consegaenze [)eruicIose per la r.:- 
pubblica condurre potesse una Ici^ge si iuiirnaiia ; poiché /^e/- 
r anno iSg di Roma comparve nel foro un cittadino po' suoi 
natali distinto , ma coperto di lucere vesti, pallido in volto ed 
emaciato dai lunghi stenli, livide, e straziate le memhra dalle 
percosse, e dalle verghe: narrava egli che invasi i suoi cam- 
pi dai nemici , era divenuto insolvente , ed era stato quindi 
tradotto nel carcere privato da un suo inesorahile creditore , 
che fatto aveva di lui il più harharo governo : ricordava quel 
misero i servigi prestati alia patria d;igli avi suoi iliuslri : e 
additava le cicatrici delle ferite riportate in campo da lui me- 
desimo , combattendo per R.oma , ed invocava pietosamenle la 
commiserazione e la riconoscenza de' cittadini . 

Commossa a questo doloroso spettacolo la plebe, chiede- 
va con alte strida ai consoli ylppio e Publio Scn'ilio, che pro- 
muovessero l'abolizione della iniqua legge, acciò i molti, che 
straziati gemevano nelle private carceri , meglio si adoprassero in 
combattendo per la repubblica, il di cui territori(ì era stato ap- 
punto allora invaso dai Yolsci. Nacque pertanto un editto, che 
proibì a chiunque d'imprigionare per debiti un cittadino romano 
se non se in tempo di ^ace, e previa l'espressa licenza de' con- 
soli , vietandosi ciò severamente ulF opposto in tenij^o di guerra, 
non meno che di far vendere all' asta i beni de' debitori , che 
trattenevansi al campo sotto i vessilli della repubblica. Frattanto 
tutti coloro , che trovavansi arrestati per simil cause, ed ascritti 
alla milizia, seguitarono il console Servilio , che marciò contro 
i Volsci, e contri])uirono valorosamente alla segnalata vittoria , 
che egli ne riportò ( Tit. Liv. ) 

JYcir anno 3oi della Rt'pubblica , e così quaranta anni 
dopo il narrato avvenimento, e la riforma che produsse nelle 
leggi antiche riguardanti i debitori oberasi, vennero promulgate 
le prime X. tavole dccemi^ir ali ,à'\ cui la terza conteneva nuovi 
disposti su questo oggetto importantissimo; 

„ Se alcuno, ( così fu slatuito al cap. 4'*' della medesima) 
si confesserà debitore di alcun altro o sarà condannato come tale , 
se gli accordino 3o giorni legali ( dies jusLos) onde esci2uire il 
pagamento, 

„ Elasso questo termine, e non soddisfatto il debito , sia 
lecito al creditore di arrestarlo, e tradurlo innanzi al giudice. 
T. VII. Settembre Si 



^ 



485 

,, Qualora non paglii il giudicato, o non dia cauzione, sia 
permesso al creditore di condurlo seco, e rinchiuderlo nel suo 
carcere privato, avvincendolo quivi o con ritorte, clie gli impe- 
discano l'uso del piede ( nexo) o con altre catene [compedibus) 
di un peso non maggiore di lib. \i), ma se pur gli piace minore, 

„ Così avvinto, qualora voglia ed abbia di che nutrirsi, si 
mantenga il debitore del suo : diversamente sia tenuto il credi- 
tore di passargli una libbra di farina bollita [farris ) o più se 
cosi piace al creditore; 

„ Non seguendo il pagamento possa il debitore essere cosi 
ritenuto dal creditore per Io spazio di giorni Qo, dovendo bensì 
esser condotto da lui 3 volte ne' comizi ne' giorni di pubbliche 
fiere, e sia proclamata la somma, a cui il di lui debito ascende. 

Fin qui con il soccorso de' culti, io interpetro il cap. sopra 
indicato delle XII Tavole^ ma debbo arrestarmi or che sono 
pervenuto al §. ult. del cap. stesso, che ha dato occasione a gra- 
vissimi dissidj fra i dotti, e di cui stimo opportuno di qui ri- 
ferire dopo il Gotofredo il testuale disposto : 

„ AST SI PLURES ERUNT REI TERTIIS NUNDINIS IN PARTEIS 
SECANTO; SI PLUS MINUSVE SECUERUNT SE FRAUDE ESTO : SI 
VOLENT ULS TlBERIM PEREGRE VENUMDANTO. ,, 

Or ecco il caso dell' assoluta decozione : ecco i creditori 
concorrenti, che tutti pretendono di essere soddisfatti sopra la 
persona del loro debitore. Quali erano i diritti che accordavano 
loro i Decemviri ? di trasportarlo di là dal Tevere, di venderlo 
quivi, e poi di dividersene il prezzo ; su questo punto sono tutti 
concordi ; ma che significano le precedenti parole ? 

Quintiliano^ Aido Gello , e Tertulliano pensarono che quel- 
le già ai tempi loro inveterate leggi attribuissero ai creditori 
concorrenti ia libera facoltà di commettere il più atroce, e ad 
tin tempo il più gratuito misfatto , di partire cioè fra loro le 
membra del trucidato debitore, facoltà, di cui a testimonianza 
degli scrittori medesimi non vi fu bensì giammai per lo spazio 
di tanti secoli chi ardisse di prevalersi. 

]Nè sono mancati fra i moderni fiiutori di una opinione 
fiancheggiat.ita da sì imponenti autorità . 

Altri però, alla testa de' quali lo Scaligero, han creduto che 
quella divisione ( sectìo ) a cui appella la legge, altro non fosse, 
se non quella de' beni del debitore ^ i quali venissero fra i ere- 



487 
ditori distribuiti; ecl altri infine, de' quali è stato antesignano il 
celebre Binkershoek, ban pensato che di altro non si trattasse se 
non se della vendita alla pubblica subasta della persona del de- 
Jjitore in Boma, anzi cbe trans Tyherim, lasciandosene ai cre- 
ditori Pozione; e questo avviso, cbe sembra il più plausibile, 
Tiene appoggiato a solidi argomenti critici, i quali mi convien 
tralasciare per servire alla brevità . 

Ma esclusa ancbe la immanità dell' ultima fra le citate san- 
zioni Decemvirali, restava pur sempre l'inconveniente gravissimo 
del carcere prwato , ed il misero debitore ritrovavasi pur 
sempre in balia di un creditore esacerbato, o vizioso, il quale 
abbencbè non potesse ( come secondo il gius anticbissimo) far- 
lo spirare dalla fame, o sotto il peso ornai limitato de' ceppi; 
non per questo eragli con efficacia impedito di abbandonarsi ai 
più crudeli e malnati eccessi. 

Nell'anno 4^9* essendo consoli C. Poetelio e Lucio Papirio 
Blugellano, altro Lucio Papirio teneva nella sua domestica pri- 
gione il giovane G. Publilio, che quivi scontava i debiti paterni. 
L' età e l' avvenenza di questo sembravano dovere eccitare in 
Papirio il dolce sentimento di misericordia; acceso egli invece &[ 
nefanda libidine tentò ma invano di corrompere la virtù del 
ben nato giovane , e quindi inasprito dalla di lui resistenza lo 
sottopose ai più crudeli strazj . Essendosi però dalle di lui 
mani a gran fiitica sottratto, fece udire per le vie di Roma 
i suoi flebili, e giusti lamenti , de* quali fu tale e sì potente 
l'ejDfetto, cbe non più di addolcire soltanto la detta sanzione 
decemvirale, ma si trattò di abrogarla ; e ciò avvenne appunto in 
forza della legge Poetelia Papiria, dalla quale fu stabilito, die 
non più ornai sopra la persona del debitore, ma sopra i di lui 
beni soltanto fosse lecito ai creditori di a^ire ; altri statuti a 
questi successero, cbe sempre andarono migliorando la condi- 
zione de' debitori, fi,ncbè per mezzo della Legge Giulia in in- 
trodotta finalmente la cessione de' beni, la quale permessa allora 
soltanto ai cittadini, fu estesa sotto gl'imperatori, cioè prima 
del regno di Diocleziano, ancbe agli abitatori delle provinole (g). 

Restami ora a parlare ( sempre però istoricamente ) del 
diritto marittimo dei romani . 

P— ^— >» ■ ■ ■ " ■ ■■■■■■■ »*— ■ — I » ■ un ii I i M » rw I ■ Il I — iwiti— iiww— Wi^— ^^^^jH 

{§) Ved^ Tito LiV' Htinece. Antiq- Ronu ee. 



488 

Dividevano essi le persone dedite al commercio navale in 
tre classi; quella de' proprietar j , o conduttori a lut?g<> tempo 
de'le navi { /txercitores) quella de' capitani, o padroni di esse 
(Magistri nai^uLm) , e qut^lla de' marinari { Nautae) , ma i ca- 
pitani, e gli esercii ri stessi venivano talv.lta compresi sotto 
quest'ultima denominazione b). Gli esercitori erano tenuti pel 
fatto de' capitani, o padroni da essi preposti al comando delle 
lìf^vi , e sì gli uni, «he gli altri lo erano pel fatt) de' marinari, 
( /^. / tit, del Citd. e delle Pandette , de exercit. actione ; nau- 
tue Caup. stai), e furti ad naiit. ) 

La legge Arptiba provvedeva al caso d 11' investimento in 
nare delle navi {collisìo nai^iuni) va al caso parimente che un 
naviglio restasse implicato nelle funi d' He ancore di alcun al- 
tr 1 , o nelle reii di qualche barca peseareccia ; (i) e sono poi 
ri riarchevoli le costituzioni imperiali di Graziano, Valenliniano 
e Teodosio y che imponevano ai pjtlroni delle navi naufragate, 
ed al loro eqvùj ag^io l'obbligo di adire solb citamente il giudice 
d 11'» provincia, e quivi esp<>rre , e giust'fieare le circostanze 
de r aecaduto infortunio, (k) Ed ecco l'origine di quell'atto, che 
vi ne dai modeìnì chiamato indistintamente ra/)porto, consolato 
testimoniale^ e pro^>a di fortuna. 

Passando ora a!le contrattazioni nautiche \To\\\\mo, ch*^ \?i 
pii\ imp rtante era appunto la locazione e conduzione delle 
na^f ^ la quaìe era di du specie. Consisteva la prima ne'la lo- 
cazi ne <lt l solo bastimento ^ jier un te-npo non breve; il con- 
duU Te assu'Tit va il tit ilo , e la qualità di esercitare della nave: 
la provvedeva dell'equipaggio, e d'o^Mii suo bisognevole per la 
navii;. zinne, e la sull<»c;'va poscia ad altri per certi determiniti 
i^iaggi , litirandone la corrispondente mercede. Z« 5f<:o^rt?tì5 ^yoe- 
cie e ^'riprendeva e la locazione della nave, e quella dell'opera , 
e industria de' nautici , e corrispondeva al nostro contratto di 



(h) Fra i marinari cliiamnvansi vautppihates rotoro ette servivano sopra 
}b nave io luogo di pagare d nolo' pel passagpiio del'e Io)o parsone , o pel 
trasporto delle loto m* rt i ; ahv'i d'icesansi mesonantac, s\\\x\ diaetari, vadt. i\ sì- 
gnifi alo di questi ultimi vocaboli è incerto. ( /^. yinu. ad Pck,^ 

(i) /. 29 iig ff' ylcjuiUam. 

(k) Cod. de nauj'r. L. 2. et seqq. 



489 
noleggio, ì di cni eleìnenti sono tutti contonati in varie sparse 
iegj*i de' Digesti, e del codice Giustinianeo (I) 

Neil 'occuparmi delle leggi Rodie h > parlato del gettito delle 
merci ^ e del taglio, o sacrifizio degli attrazzi della nave, e del 
reparto di questo danno fra i proprietari del bastimento, e qu''l~ 
li del carico. Questa regola savissima si ricongiunge con qui-lle 
che riguardano alla locazione, e conduzione delle navi , ed è per 
cosi dire una conseguenza necessaria di questo contratto. 

I Roma/ni non tardarono ad accorgersene, e adottarono le 
prelodate leggi de'Rodj , che in molte guerre furono loro con- 
federati . 

Olire gli encomj dati a quelle leggi da Cicerone: [Rhodio- 
runiusque ad nostram meinoriam disciplina navali s et gloria re- 
mansit. OrAT. prò leg. maisilia) è nuto che Servio Sulpicio di 
lui contemp ranco emetteva in conformità di quelle i suoi respon- 
si, in ciò se^uitato da Ofilio , da Laòeone, e da altri, onde si rende 
evidente la influenza di drtte leggi anche prima dtli' assunzione d' 
y^Mg"WJ»to all'impero. Qucst però fii il primo che passando dalla 
stima , e venerazione d<"lle leggi Rodi e airad>zione di quelle, ne 
ordinò l' osservanza og^ni quaivilta non fossero in collisione con 
il diritto comune j ed è celebre poi il rescritto d' Antonino Pio 
diretto a Eudemone <li Nicomedia ,, Ego qiiidem mundi do" 
miìius : lex autem niaris le gè id Rhidia quae de rebus nau- 
ticis prese ripla est , judicetur , quattnus nulla noslrarum Icgurii 
adversetur „ {Leg. Deprecatio 9. D. ad leg. Rhnd,) 

Credesi da alcuni, che Volusio Meciano il quale ci ha tra- 
smesso questo rescritto, avesse composto un tratt to intorno alle 
lei*gi Rodie, e tenne fra gli altri questa opinione Andrea Lange 
al cop. 2. della sua breve introduzione alla notizia delle leggi , e 
delli scrittori marittimi. De' responsi adunque de' giareconsulti. 
fin qui nomin;it! , e di quelli inoltre di Giuliano^ Paolo ^ Pa- 
piniano , Callistrato , ed Ermogeniano fu composto il titolo 
de' Dig'^sti de lege Rhodia de jacta , nel quale risplende per 
vero dire molta saviezza , ed equità. 

Anche il contratto di cambio marittimo appellalo dai Romani 
focnus nauticum , o pecunia trajectitia, trovasi illustrato nelle 



(1) f^. jirincipaluic'ì'tp la T.. uìl . j^ . ad ìci^. Rod. e la Lei;-. i3. ^ 
hcat. 



490 

Pandette, e nel Codice sotto le rubriche de Nautico foenore, 
e sotto diversi altri titoli, ed è interessante poi il seguitare le 
aberrazioni della legislazione Homana intorno all' importante og- 
getto delle usure marittime , il di cui limite fu talora defi- 
nito, e talora lasciato in piena facoltà delle parti contraenti (ra). 

INiè finalmente è da preterirsi che ai Romani giureconsulti 
devesi forse di avere i primi stabilito il principio giustissimo , 
che nel concorso di vari creditori sul prezzo delle navi sia pre- 
ferito sempre chi con la borsa , o con V opera ha più recente- 
mente conservato il pegno comune; ed è su questo canone di 
equità , che riposa il celebre disposto della L. interdum cod, 
qui potiores in pignore . 

Queste mie ossservazioni intorno al gius nautico dei rO' 
mani sono il frutto degli studi , che feci sono omai decorsi 
anni sette dietro l'amorevole scorta del mio buon padre , allor- 
quando fu egli insieme con altri giureconsulti invitato a coope- 
rare con i suoi lumi alla riforma del codice di commercio , cui 
si dava opera fino da quel tempo lodevolmente in Toscana * 
Dettai allora a di lui intuito e per servire a cjuello scopo un'o- 
puscolo intitolato : prospetto del diritto marittimo de' romani, 
in cui sviluppai estesamente quelle nozioni, che ho qui soltanto 
accennate di volo (n) . 

I precetti di cui mi fu largo in quel tempo il mio genitore, 
sono stati il primo germe dell' opera più vasta , che ho succes- 
sivamente intrapresa; e dopo l'amara, ed immatura sua per- 
dita mi stanno pur sempre scolpiti nella mente , siccome è i- 
nestinguibile nel mio cuore il desiderio di lui, e la riconoscenza 
pegli innumerevoli suoi beneficj. 

Gio. Castinelli, Ji^i^oc. 



(m) y. le Sentenze di Giulio Pi{olo lib. 2. Art. i4- ^ le Novelle 
evi. — . e ex. — ^ 

(n) Al nìeiJesimo tenne d' appresso altro scritto di analogo tenore vale a 
dire : un Codice marittimo desunto dal consolato del mare. Ma furono 
ambedue per soverchia fretta assai disordinatamente composti , e me ne rese 
accorto con gradita schiettezza l'egregio sig. avvocato Vincenzo Giannini, mio 
gentile amico, al quale io li ebbi tosto comunicati. 



49* 
BELLE ARTI 

Appendice deW Ah. G. B. Zannarli R. antiquario nella 
galleria di Firenze alla Lettera del M. Ridolfi al 
Professore Petrini contenente l'esame chimico d'un an- 
tico dipinto air encausto. 

Neil' esame dì questa pittura han le principali parti 
il chimico e V antiquario . Ha abbondantemente soddisfatto 
alla prima il sig. Marchese Cosimo Ridolfi colTanalisi, della 
quale ha dato il ragguaglio nel precedente numero di que- 
sto giornale (i). Credo però eli' ei non si sia ben apposto 
rispetto alla seconda parte, riputando essa pittura di ant'co 
lavoro, perchè eseguita all' encausto; quand' è piuttosto da 
attribuirsi all' arte moderna . Ma poiché ciò per lui era ac- 
cessorio; cosi^ s'io mai riesca a render altrui credibile il 
mio avviso , non resteran punto menomati i meriti di que- 
sto degno cavaliere^ che ha acquistato il diritto alla stima 
pubblica^ e alla pubblica gratitudine, pel suo sapere, e per 
le cure eh' ei si da continue, affin di giovare in più guise 
alla patria . 

Dico io adunque, che la Cleopatra dipinta in questo 
quadro^ è opera di moderno artista; e affermo insieme, che 
ciò dimostra ogni parte di essa . 

Si ha la prima prova dai lineamenti del volto . Se 
questo avesse dipinto un antico, lo vedremmo somigliante 
air effigie che ha Cleopatra in medaglie greche e latine. 
Ne sono in questo museo regio dì Firenze, ed in altri; e 
s^ hanno in istampa nella bella storia dei re d' Egitto dei 
Vaillant. Chi queste colla presente pittura raffrontar voglia, 
conoscerà, che tra le une e l'altra nemmeu v'è somiglianza 
d' approssimamento . 

Derivasi la seconda prova dalla corona . Questa coro- 
na è del genere di quelle, che si dicono radiate . Cleopatra 
mal non comparisce con siffatta nelle citate medaglie; nelle 
quali le cìnge il c.iììo una fascia, usalo diadema dei regi. 



49^ 
Tra quei d' Egitto il solo Tolomeo Aulete mostrasi in me- 
daglia con corona radiata: e questo ad indizio d'attribui- 
tasi divinità, come ottimamente spiega il Vaillant (2). Per 
questa cagione rappresentato fu con corona radiala Augusto 
nelle monete, che si coniarono dopo la sua morte 5 quando 
cioè era egli stato ascritto tra' Numi. Nerone ardì il primo 
porsela in capo vivente 5 e il suo perverso esempio imitato 
fu da molti de' suoi successori (3). In oltre è da por men- 
te alla forma di questa corona, ed al modo, in che sta essa 
sui capo della dipinta Cleopatra . La forma è somigliante 
a quella, in che trattate si veggono dai moderni artisti le 
corone , che le teste ornawo dei Santi e dei Monarchi , e 
punto non ha che fare colla foggia delle corone radiate 
degli antichi^ le quali assai più sono semplici, sorgendo in 
esse puri raggi da una fascia non molto larga. Tornisi a 
veder la citata medaglia di Tolomeo Aulete^ osservisi la 
serie dei romani Augusti del Patarol; consultisi la tavola 
vigesimaquarta del tomo terzo delle pitture ercolanesi, e si 
avran prove evidentissime dì ciò che asserisco. Queste co- 
rone poi non sì posavano dagli antichi sulla testa, siccome 
fatto si è nella Cleopatra^ ma si con esse il capo tutto fa- 
sciavasi. I monumenti da me citati, ed altri che citar si 
potrebbero, ne convincono pienamente . 

Nemmen favoriscono 1' opinione del sig. Ridolfi P ac- 
conciatura dei capelli; il modo, col quale è raccolta la ve 
ste; e la foggia delParmilla, da che è stretto il destro 
braccio. Tra le pitture dell' Ercolano , e tra quelle dei 
vasi antichi, niuna figura femminile potrà trovarsi, che nella 
disposizione dei capelli alla Cleopatra si assomigli; niun 
antiro artista aggruppò mai in nodo le vesti in sulle spalle, 
come la Cleopatra si vede avere, perocché la fibula fu pres- 
so loro r usalo fermaglio; e niuna delle antiche armille a 
quella della Cleopatra è conforme . Veggasi il Bartolino, che 



(2) Tllslor. Ptoh macor p. i34- 

(3) V. Eckliel doctr. u. v. toai. 6 pag. 269. 



49^ 
delle annille scrìsse; e veggasi il Monlfaucon, clie alla pag. 
5o del tomo terzo delle sue Aatichitk reca d' esse bastevol 
numero. 

Che dovrà poi dirsi del serpe^ che sì avvolge al manco 
braccio della nostra Cleopatra, e ferito le ha la sinistra 
mammella? Odasi prima quello che ne narran gli antichi , 
e incomincisi da Plutarco . Giunse (a Cleopatra) egli dico 
nella vita d'ilntonio, dalla campagna un certo rustico, il 
quale ave^a una cesta^ e interrogato dai custodi che cosa 
portasse, egli, levatene le foglie , di' cran di sopra , mo- 
strò loro la cesta piena di fichi . . . Raccontasi , che portato 
le fosse un aspide con quei fichi , ricoperto al di sopra 
colle foglie, e che avesse così ordinato ella stessa, accioc- 
ché una tal serpe le se avventasse al corpo, senza che 
ella il sapesse, e che poi quando nel levare i fichi veduici 
l'ebbe dicesse : qui dunque era ? e che indi puesentasse al 
moB^o IL BRACCIO IGNUDO . ^Itri asscrisconO) che V aspide 
eonservavasi chiuso in una mezzina ^ e che provocato e 
irritato venendo con un certo fuso d' oro da Cleopatra 
medesima le si avventò con impeto e attaccossele al 
BRACCIO . Ma intorno a questo non vi ha alcuno, che sa- 
puto abbia il ^ptro sicuramente; imperciocché fu detto pu^ 
re, che ella avesse il veleno entro di uno spillo incavalo, 
e che portasse un tale spillo nascosto fra i capelli. Nel 
corpo suo per altro non apparì veruna puntura di morso 
ne segno alcuno d^ altro veleno, e neppur trovato fu dcw 
tro della stanza il serpente : bensì diceano, che se n' e- 
ran vedute certe strisce presso al mare, da quella parie, 
dove la stanza guardava, ed avea le sue finestre. Alcuni 
nondimeno dissero, che sul braccio di Cleopatra vedeansi 
due punture leggiere, che appena rilevar si poteano, al 
quali sembra che anche Cesare prestata abbia fede, pe- 
rocché nel trionfo portata fu una statua rappresentante 
Cleopatra stessa con un aspide attaccato al braccio. Dione 
Cassio nel libro 5i della sua storia - afferma il medesimo. 
Dissente Zenobio, scrivendo al capo ci4 della V. Centuria 



494 

eie' suoi Proverbi , che Cleopatra mori del morso della vi- 
pera , che si attaccò alla mammella . Il racconto però di 
Plutarco e di Dione ha conferma da Properzio, che nell'e- 
legia undecima del librò terzo dice parlando di Cleopatra: 

Bvachia spedavi sacris admorsa colubrìs. 
Lo stesso intendimento dee vedersi nel verso di Virgilio: 

Nediirn etlam geminos a tergo respicit angues (4), 
e nella bella ode , in che Orazio esalta il forte animo di 
quella regina . (5) Questi poeti dovettero certamente unifor- 
marsi all'opinione d' Augusto. Per la qual cosa io credo, che 
se mai nel tempo di quell'imperatore, e nei prossimamente 
seguenti, si fecero immagini della regina d' Egitto, al tutto 
queste dovessero assomigliarsi al simulacro, che di lei si recò 
nel trionfo del suo vincitore. Dissi: se mai si fecero^ per- 
chè quelle, che di lei si riputavano e interpretavansi coll'au- 
torità di Plutarco, mostrato si è ad evidenza, che essa non 
rappresentano. (6) 

V'ha però alcuna gemma di Cleopatra, che non può 
spiegarsi, se non coli' allegato passo di Zenobio. Ma vi si 
desidera la somiglianza del volto con quello delle medaglie» 
Né io debbo esser riputato sofìstico in ricercarvela . La ri- 
cercava il Visconti in dichiarare la bellissima statua giaceu' 
le della credula Cleopatra del Vaticano, che tenne egli con 
buon diritto per un Ariaima abbandonata (^); e la ricer- 
cava prima di lui Paolo Antonio Maffei nella statuetta d'a- 
gata, che r Agostini giudicò rappresentar Cleopatra, perchè 
le vide attaccata la y^ipera alla mammella sinistra (8). 



(4) Aen. lib. 8 V. 697. Ilo meco concordi i comentatori di questo poe- 
ta. Scd cur gcìniìii angues ? dice il Cerda se stesso interrogando. Rejero ^ 
egli si risponde, ad geminas punctiones, de qidhus Plutarchus, 

(5) Lil». 1 od. 37 V. 21 segg. 

(6) V. Visconti M. P. C. lorn. 2 tav. 44 Questo dottissimo ed inge- 
gnoslssirao anliqiiavio confalò ivi medesimo gli Ercolanesi, che alla pag. 265 
di'l primo tomo dti Bron?^ credettero Cleopatra la dolente donna, cui stan 
presso U nutrice, ed nu Amorino, nella quale certamente dee Fedra riconoscer»». 

(7) Op. e. 1. ce. 

(8) Gt'in. aul. fiig. tom, i tav. 77. 



49^ 
Quantunque io non conosca in originale la rammemorata 
statuetta j non di meno stimo non ingannarmi, se dalla 
stampa la giudico lavoro di moderno artista, e non a Gui- 
do anteriore; ritrovando nella testa l'aria medesima, che 
quel gran pittore usato era di dare ai volti femminili. Nem- 
meno saprei con fiducia riputar antica la Cleopatra inta- 
gliata in cristallo di rocca, e pertinente al museo Odescal- 
chi (9), alla quale morde il serpe la destra mammella. Il 
grave dolore, che porta espresso nel volto, è contrario alla 
costanza e all' frffrepidezza , con che gli antichi la fanno uscir 
della vita. Manca pur in questa la somiglianza colle meda- 
glie^ e destami ancor qualche scrupolo il genere della pietra, 
eh' è, com^è detto, il cristallo di rocca . Gli antichi incisori 
fecero in questo loro opere, e alcune sono fino a noi pervenu^- 
Ma le^ più di esse sono in rilievo, e rarissime sono quelle 
d"* incavo. Delle seconde assai lavorate ne furono nel secolo 
decimosesto, e a questo tempo è per avventura da riman- 
darsi eziandio la Cleopatra del museo Odescalchi . Ma che 
che di questa e d' alcun' altra simile, diesi ritrovi, pensar 
si debba, parmi potersi conchiudere in virtù delle cose di- 
scorse di sopra, che se il quadro della Cleopatra fosse ve- 
ramente stato dipinto, siccome vuoisi, al tempo d"* Augusto, 
noi qui la regina vedremmo ;, come Plutarco e Dione la 
descrivono. Sì replicherà forse, che vietato non è riferirlo 
a tempo posteriore; a tale cioè^ in cui 1' opinione , che ci 
ila serbato Zenobio , fosse da molti ricevuta. Ci 61 appi- 
glierebbe a buon partito, quando il risolver la disputa di- 
pendesse da quesl^ unico particolare . Ma poiché tutti gli 
altri, come osservato abbiamo^ ci richiamano all'arte mo- 
derna ; cosi è da estimare^ che ancor questo non vada dà 
essi discompagnato . E cosi veramente . Tutti, o pressoché 
tutti i pittori, che dall' arte risorta sono fino ai dì nostri 
fioriti, han rappresentato Cleopatra neir atto di accostarsi 
r aspide alla mammella . Cosi Guido nella sua bella Cleo- 



\ 



"T- 



(9) Tom, li uv. it>. n 



496 
patra, die sì conserva nell' insigne quadrerìa del regio pa« 
lazzo dei Pitti; così egli medesimo nell" altre due Cleopa- 
tre da sé dipinte e intagliate da Strr-nge; così Gio Seb;«ldo 
Beliam in quella descritta dal Bartsch (lo;^ così Agostino 
Veneziano in quella che incise da un' invenzione di Baccio 
Bandinelli (i i j; cosi altri artisti, che per istudio di brevità 
mi astengo dal rammentare. 

Debbe ora considerarci la materia, sulla quale dipinge- 
vano gli antichi i lor quidri ali encìuslo, e quella, su che 
è dipinta la Cleopatra. // est Constant (dice al mio propo- 
sito il Conte di C ylus (12), qiie l' encausti que , pour ies 
tableaiix poitatijs, s' exécutoit sur le bois . Pi/ne ne Ics 
nomme que t;ibubie. Tous Ies auteurs et tons Ics poéies ne 
s' expriment pas autremcnt . . . Martial en paviani de ce 
gcnre ci' ouvrage dans une épigramme /aite sur un tableau 
de Phaèthon, s' exprime en ces terntes : 

Eìicaustus Phaeton tabula depictus in hac est 
Q^uid tibi "vis, dipyron qui Phae toni a faci si . . . 
hes Roìnains ont traduit par le mot tabida celui de pinax 
employé par Ies Grecs pour le méme objrt . . . Mais ce qui 
prouve inconte stabìe.ment l usage de peindre sur le bois , 
e' est la distinction , que Plme a soin de fair e ^ lorsqu^ en 
parlant de la peinture colossale de Nuon ... // cIlI in, 
linteo , sur la toile, rcgardant cette opération comme une 
nouveauté y ou plutót comme une des singu.arités de cet 
ouvrage. 

Or la Cleopatra è dipìnta sulla lavagna; dunque esser 
rson può opera d' antico maestro- Ma anche non credasi a 
Plinio, né agli altri scrittori, i quali ci') ch''egl' dice, con- 
fermano . Gli antichi non poteano dipingere sulla lavagna 
perocché essi la lavagna non conobbero . I nomi, con che 
oggi questa latinamente si chiama, i quali sono lapis fissilis 



(io) Le Peintre Gravenr ton» 8 pag. 147. 

(11) Op. cit. toni i/j p i58 

(13) Acad dcs Jtisciipi. et Lei. IcU. tooi. aS p. 189 Mcmoires. 



4d7 

e scandida^ noti dai Lalmi le furon dnti, ma sì dal moderai 
BMturalisti, i quali con essi il modo della sua formazione, 
che è a fdde, vollero dichiarare (i3). 

Ma la Cleopatrn è dipinta all'* encausto . E che per 
questo? II Conte di G^tylus comunicava i su li metodi della 
p'ttura all'encausto nelT anno «754 e nei seguente (i4)* 
INei medesimi tempi il Bachelier molti quadri dipiìise 
per inustione che gli riuscirono più felicemente (i5), 
che i primi tentativi da se fatti nel 17^9. Fu di poi 
gran promotore dell' encausto F ab. Pequeno (it>), e al- 
l'encausto egli dipinse, e dipinser molti ad esempio di 
lui . Egli novera ad argomento di grato animo i nomi di 
questi , assai delle loro opere rammenta , e da contezza 
delle variazion', che v?de fatte ai suoi metodi. Cita egli il 
fiorentino Fabbruii e la fiorentina Irene Parenti^ e forse la 
Cleopatra* è opera di questa o di quello. Avventuro il so- 
spetto, perchè il quadro è stato, e senza onore e senza ammi- 
razione , in una casa di Firenze^ e in Firenze, che che detto 
se ne sia, comperollo il moderno possessore. Né il ripu- 
tarlo opora sì recente fn opposizione ai risultamenli che 
ottenne nella sua analisi il sig. Rìdolfì (17). Allorché la 



(i3) L' aidoise n* ctoit pus coiuiue des aiiciens; son iiGin et son usasse 
sont niodenies . Cependant on a icconnu , aux cnvirons d' Angers^ dv-s 
fouilles ^ qui paroissoient reinontev a un temps fort recuLè . Les ouiUs , 
gu QìL a trouvés à vinqt pieds de profoìideuv , et que U on cojisert^c a Àii- 
gers attesteiit una explollation anc/.e/ine; mais celte exploitaiion ne seui- 
hloit point assez profonde pour jouinir la belle et vé.ritahle ardoisc . 

Encycl metliofl arts et oétieis mécaiiiq. t. i p. 47* 

(14) Acad. des inscript et b. 1. loc cit. 

(i5) N>te alla storia di Witn kelmann toni 1. p. 80. 

(16) V" S.t£;2;i sai ristabilimento dell' antica arte de' Greci e Romani 
pittori. Parma frSn toni. 1 cap. ig e segg. 

(iij) Gli ebbe uguali il sig. professore Antonio T'irgioni ToricUl, come 
rilevo dal r;i2;gi)ac;lio dell' analisi , ci»' egli pur fece di q'.i'^sto di[)into; il 
qual ragguaglio per 1' amicizia, ce da gran tempo ci Ici^a, ha egli meco g' n- 
tìltnente comunicato . Del resto è da sapere, che di questo quadro non è nella 
casa del p;issato possessore notizia alcuna, che preceda l'anno i''79; nel qn;ìl 
anno comparisce ia icventario fatto nella occasione del dividersi tra' fiatelli i 
beni patiitaoniali . 



49» 

•era, colla quale sì impastano i colori delle pitture alF en- 
causto, è inresinita, (e inresinisce anche in tempo non lun- 
go) non è essa sottoposta a maggiore alterazione ; sicché 
per r analisi chimica che sì eseguisca di un quadro sifl'allo 
non può determinarsi Petà, nella quale esso sia stato con- 
dotto . 

Questo io dico sulla fede dei chimici, che ho consul- 
tato^ e di ciò schiettamente informo il pubblico, perchè ei 
non sia indotto a credere, elisio apparir voglia di conoscer- 
mi di una scienza, che con molte altre affatto ignoro . 

RAGGUAGLI SCIENTIFICI e LETTERARI 
BIBLIOGRAFICI e CORRISPONDENZE- 

Lettera aW editore deW antologia. 

Firenze 4 settembre 1822, 

Nel numero decimonono del vostro interessante giorna- 
le l'Antologia mi permetteste d'inserire una nota alla let- 
tera del sig. prof. Liberato Baccelli, che si ravvolge sulle 
cose elettro-magneti che. 

In quella nota dichiarai che le esperienze del Mourray 
per decomporre i sali metallici colla corrente magnetica non 
si erano confermate in modo alcuno fra le mie mani , ed 
annunziai alcune esperienze elettromagnetiche eseguile con 
nna macchina elettrica di nuova costruzione, prendendo im- 
pegno col pubblico di dar in breve la descrizione esatta di 
questo apparato, e dei resultati con esso ottenuti. Frattanto 
pubblicaste, o sig., il vigesimo numero della vostra opera 
periodica, ed io non soddisfeci alle mie promesse j pubbli- 
cherete il vigesimo primo, ed io non potrò esser più esatto, 
onde sono a pregarvi di voler far noto che il ritardo di- 
pende dal desiderio giustissimo , che mi è stato esternato 
dall' inventore della citata macchina , di volervi far ancora 
dei miglioramenti, prima di esporre al giudizio dei fisici il 



499 
suo ritrovato. Ma se dopo l' annunzio di ciò può il mio 
ritardo ottener grazia per le indicate ragioni , non piìi deb- 
bo differire a render miglior ragione degli inutili tentativi 
per giungere ai resultati del Mourray, dopo clie il sig. cav. 
Nobili ha intorno ad essi in una sua memoria impressa in 
Reggio (i) così ragionato. 

,, Il Ridolfì assicura di non aver potuto ottenere i re* 
sultati del Mouiray, Senza indagare i motivi, per cui i suoi 
sali metallici non si sono scomposti sotto l'azione magne- 
tica , dirò che il sig. Merosi professore di chimica ed io 
abbiamo, e con un assai debole calamita, repristinato le basi 
metalliche del nitrato d' argento e dell' ipermuriato di mer- 
curio . ,, 

Protesto che senza queste precìse parole del sig. cav. 
Nobili , troppo celebre per non meritar tutta la considera- 
zione, io non sarei mai più tornato su quest' argomento, che 
mi pare sia dimenticato dal maggior numero dei fisici, per 
esser chiaramente inconseguente da quei principj ricevuti 
nella scienza, che appoggiati sul fatto non varieranno mai 
per servire al comodo di un sistema. 

Lascerò di far qui una minuta difesa a quest' asser- 
zione , e sarò pago di citare le parole dei sigg. Catullo e 
Fusinieri , fisici espertissimi, che non dubitarono annunziare 
poco dopo di me, (2) che inutilmente avean tentata la de- 
composizione dei sali colla calamita. 

,, Ci siamo indotti a ripetere le sperìenze del Mour- 
ray principalmente in grazia della franchezza , colla quale 
annunzia per positiva la proprietà di un filo di platino dì 
dar segni di decomposizione del nitrato d' argento , inter- 
posto che sia come congiuntivo fra i due poli della ca- 
lamita ; giacché il platino non essendo magnetizzabile co- 
me sono i fili d' acciajo , non può condurre il fluido 
magnetico da un polo all' altro, nò inq^rimer quindi azio- 



ni) Sul confronto dei circuiti elptlrici coi cirruìtì rnagnelìcì ec. 
(a) Giornale di Pavia decade seconda Tomo V. Bimestre terzo. 



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ae magnetica nelle soluzioni saline, con cui vien posSo 
a contatto . Non sapevamo d' altronde concepire come po- 
tesse essere una condizione necessaria al conseguimento dei 
fenomeni la congiunzione dei fili d'acciajo fra i due poli, 
quando Mourray stesso ci previene potersi operare la de- 
composizione dei sali metallici coi due poli di una barra 
magnetica senza il filo che li congiunga. Ci riuscirono inol- 
tre di sorpresa gli effetti chimici ottenuti col filo congiun- 
tivo continuo fra i due poli, mentre nella stessa Pila di Volta 
fa di mestieri che il filo sia interrotto per conseguirli, al- 
trimenti non occorre decomposizione alcuna nelle sostanze 
che con essa si vogliono cimentare. 

,, Io divideva dunque coi detti fisici la medesima 
opinione : anzi , meno indulgente di loro , pensava che 
ben altro che un vero circuito magnetico si stabilisse 
pel filo congiuntivo dei poli magnetici , allorché ancora 
sia questo d'acciajo e per conseguenza magnetizzabile; 
e che il rinvenire dopo 1' esperimento quel filo magne- 
lizzato , non prova se non che la polarizzazione in esso 
accaduta del fluido magnetico . Che sia di fatto così e 
non altrimenti , parmi che si rilevi chiaramente dai fre- 
quenti punti conseguenti o nodi, che nel filo si scuoprono 
tentandolo con un ago calamitato, o con la polvere di ferro. 
Ma per ristringermi al fatto dirò ^ che adoprando fili con- 
giuntivi di platino non ho mai veduto annunziarsi fenomeni 
di decomposizione nei sali cimentati, o fosser quei fili in- 
terrotti o continui, forte o debole la calamita impiegata; 
dirò che vi fu scomposizione, quando i fili congiuntivi del 
primo o del secondo genere furon di tal natura da dar luogo 
ad un' azione chimica fra le soluzioni saline e la loro so-